INTERCULTURA E STRUMENTI
a cura di Francesco Stella
GABRIELLA SICA, Scrivere in versi, Metrica e poesia,
Milano, il Saggiatore 2003, pp. 233, € 8,50.
Nuova edizione del manuale uscito con Pratiche nel ’99:
aumentata nel numero e nella precisione delle informazioni, corredata di una
bibliografia abbondante e aggiornata, è soprattutto arricchita con un nuovo,
decisivo capitolo «Sul metro nuovo: la poesia all’alba del secolo». Uno strano,
piacevolissimo libro di versificazione, scritto per «rendere più umana la
metrica» ed effettivamente aperto a una comunicazione quasi confidenziale col
lettore, coinvolto in una passione per la poesia come mondo alternativo e
riserva estetica che sembra guardare da lontano, forse dall’alto, le tensioni
«comunali» che muovono in apparenza lo stagno senza voci. È passato qualche
anno, e Gabriella Sica scopre che i vecchi compagni di strada non ci sono più
(p. 12) e che «la solidarietà culturale è sempre più un sogno della
giovinezza», ma conserva cristallina la convinzione che l’informe sia contrario
alla poesia, così come lo sarebbe il virtuosismo filologico (che però, ci
permettiamo di chiosare, almeno non pretende di essere poesia). Se è vero che
la poesia esiste quando si libera dalla caducità individuando il suo linguaggio,
la metrica come scienza del limite potrebbe essere la chiave del suo segreto. E
questo libro ce ne indica l’accesso trasformando i segreti della tecnica in
colori e passioni, con una leggerezza inconsueta per la materia e un tono quasi
diaristico, umanistico in un senso che le picconate delle avanguardie
sembravano aver seppellito per sempre e che invece oggi si rivela nuovamente
necessario. Sostanza di questa magia e insieme sua contraddizione è la certezza
che «originali» significhi ‘legati alle origini’, che la poesia sia scienza
eppure non si possa imparare: scienza dunque solo del passato, della poesia
degli altri («se fosse per me, più che insegnare la strada della poesia vorrei
distogliere da essa», p. 19). Introdotti ai suoi misteri da un’esaltazione
ispirata del valore sacrale di quest’arte («può tornare a raccontare l’essere
nella sua pienezza»), ci muoviamo per rime e ritmi con una agilità metastorica
che sa spostarsi da Iacopone al Tao, dall’amatissimo Petrarca a Sandro Penna.
Ma la proiezione sulla storia trascorsaci priva forse della
possibilità di una prospettiva progettuale del fatto metrico, legge l’esattezza
nel passato anche recente ma rischia di chiuderla in una perfezione
irripetibile. Cerchiamo allora le tracce del nuovo nel capitolo integrativo,
che parte in certo qual modo dai risultati già esposti nell’antologia La
parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana, pubblicata nel ’95
con Maria Ida Gaeta, e la aggiorna alla luce di quel che hanno prodotto i poeti
novissimi, di cui si elencano con ecumenica generosità alcune decine di nomi
(cui peraltro potremmo aggiungerne o sostituirne almeno un’altra quindicina).
Da allora, dal ’95, sembrano passati secoli di brulichio magmatico nel quale si
affaccia, accanto a movimenti più scomposti ma forse più vivi, una chiara
tendenza neometrica. La Sica giustamente non se ne dichiara affascinata, ma
alla fine il tema di ricerca le impone comunque di leggere in luce metrica, con
qualche forzatura, anche segni che non vi dialogano se non per incidenza: Conte
filtrerebbe D’Annunzio, Buffoni articolerebbe una «metrica ragionativa e
discorsiva» di ascendenza inglese, Carifi tedesca e Magrelli francese. In
questo caso il rischio è di confondere le influenze culturali e perfino i
modelli di testo con uno schema versificatorio che può invece essere anche
allogenetico (Carifi, ad esempio, risente con evidenza di Rilke, Trakl e Celan,
ma il suo verso suona assai più pascoliano che germanico). La metrica dell’oggi
è una questione complessa, che non si lascia ridurre alla ricerca del sonetto o
della terzina. Se si vuol capire la cifra anche tecnica di Zanzotto non ci si
deve lasciare ammaliare dall’episodio dell’Ipersonetto: ben altro è il
contributo che il grande poeta veneto ha dato alla forma poetica del secondo
novecento italiano. Il capitolo rivela qui tutta l’impotenza di una reductio
della poesia recente al filtro versificatorio inteso nel senso antico della
metrica (per cui si distinguono poeti che riusano anche occasionalmente forme
tradizionali e altri che non lo fanno): occorre, e in questo l’umanesimo della
Sica ci può fare ulteriormente luce, rimettersi alla ricerca dei criteri nuovi
che strutturano la metrica di oggi, del respiro profondo che individua la voce
di ogni poeta e la mette in circolo con gli altri. Certi che il verso libero
non ha rinunciato alla forma, ma che il ritorno a capo dell’aratro, il suo versus
ha sempre un mistero nuovo da scoprire, il segreto che propone un freno
alla dissoluzione: se anche, in un tempo di norme individuali e non
riconosciute, questa legge non serve più a comunicare, almeno costruisce
un’obbedienza che copre, ripara, protegge, la maschera che ripete il volto.
[Francesco Stella]
LUIGI TASSONI, Caosmos. La poesia di Andrea Zanzotto,
Roma, Carocci 2002, pp. 175, € 16,10.
A chiusura del libro di Tassoni torna in mente un’affermazione
suggestiva, ma ambigua, fatta da Giorgio Manganelli nel contesto di un discorso
sulla critica di Edmund Wilson: «La letteratura acquista dunque senso e valore
nell’ambito di una concezione tragica: essa non è un divertimento, né il suo
obiettivo è di offrire un ‘piacere’; ha per compito di rendere possibile
l’esistenza dove più torva ed aggressiva è la minaccia di un radicale disordine
» (La letteratura come menzogna, Milano, Adelphi 1985, p. 191). Cos’è
tragico? Il reale evidentemente, ma sperimentato nel suo senso assolutamente
referenziale, all’infuori dell’investimento fantasmatico della letteratura, che
pare costretta a negare il tragico in rebus nel momento stesso in cui lo
disvela, introducendolo nel circolo dialettico del Senso. «E ogni ha in sé la
sua piccola teodicea», diceva Zanzotto in una ‘profezia’ degli anni lontani
della Beltà, giustificazione cosmologica del caos, caosmos, in un
senso bruniano recuperato, come sottolinea Tassoni, dalle moderne
epistemologie. Ma l’ordine che segue al disordine, generato dal disordine, è
nelle cose o nella lingua che lo dice? Esiste un caos-cosmos non umano?
Considerazioni di questo genere, probabilmente ingenue nella loro pretesa di intavolare una
discussione sui fondamenti, sono messe in gioco nel lettore dall’approccio
critico di Luigi Tassoni al testo di Zanzotto: forte della lezione di un
maestro come Piero Bigongiari che ha riconsiderato l’eredità dell’ermetismo
fuori da derive orfiche o simbolistiche, è un modo di interrogare la poesia
come meccanismo semantico, dove però l’accento non cade sul senso costituito,
ma sul ‘meccanismo’ del suo farsi e disfarsi nel passaggio attraverso i
provvisori e indecidibili nuclei di coalescenza all’interno della nebulosa
semantica di cui parlò già Saussure. Si rinuncia all’idea sequenziale e
causale: il senso non è un prodotto – intenzionalità di un presunto Soggetto
unitario detentore del logos – ma, seguendo il Deleuze della Logique
du sens, piuttosto un «effetto », un effetto di linguaggio paragonabile,
sotto specie ottica, ai «fosfeni» di una raccolta zanzottiana degli anni
Ottanta. Il «diario critico» di Tassoni, testimonianza di un confronto più che
ventennale con la poesia di Zanzotto, ha il merito di proporre una chiave di
lettura che mentre accetta di inscriversi entro le ormai classiche coordinate
euristiche di taglio linguistico-psicanalitico, le forza, le amplia nella
direzione semiotica e addirittura gnoseologica. La poesia allora, incrinata la
fiducia nella tradizionale funzione del poiein, cioè un modo di fare, un
produrre da parte di un Soggetto irrimediabilmente decentrato, s’impone con la
forza di una nuova (o antichissima se si vuole) mathesis, un sapere che
si costituisce nell’ascolto dei più eterogenei fenomeni di senso e che riesce a
cogliere le «intergamie», direbbe Zanzotto, tra universo pre-grammaticale,
segni, iper- egni e derive del post-grammaticale. Non è un caso che i punti di
emergenza dell’indagine di Tassoni si collochino a poli opposti, ma più vicini
di quanto si creda per coincidentia oppositorum: da una parte il terreno
semanticamente sfrangiato e assolutamente virtuale della poesia più stravagante
di Zanzotto, quel Microfilm di Pasque che per successive
approssimazioni viene definito «scarabocchio-geroglifico- grafema-olosema
onirico» fino a riconoscere che le qualità topologiche funzionano in effetti
come «codice della produzione del Senso, di come si forma il Senso nell’informe
nucleo delle possibilità dei linguaggi, del linguaggio poetico»; dall’altra il
codice imploso per saturazione semantica di Ipersonetto, rivelazione
letterale, si potrebbe dire, di come il meccanismo dell’ipercodifica estetica
sia esposto ad una ‘pressione centrifuga’ verso «il fuori-norma,
l’irregolarità, l’eccedenza».
Caosmos dunque,
il «caos che ri-genera il cosmo, che consuma e trasforma, secondo le più
elementari leggi naturali», e di cui il Galateo in bosco, vero
baricentro dell’analisi di Tassoni, ha offerto una rappresentazione
dall’altissimo valore cognitivo. In questo prospettiva il processo circolare di
formazione-deformazione del senso messo in gioco dall’instabilità strutturale
del fenomeno poetico non costituisce una metafora di dinamiche che agiscono su
piani categoriali ulteriori, ma ne è semmai una sineddoche, una sineddoche
privilegiata: la poesia è parte di questa dinamica, non progressiva, di eventi
che si realizzano «mediante la loro informalità, la non finalizzazione, il
ruolo creativo dell’imprevisto, il progredire in direzione della deriva».
Tassoni allega con finezza al suo dossier alcune conclusioni del moderno
dibattito epistemologico – si riferisce al fisico Prigogine in particolare –
che confortano, sia qui concesso al Lettore di inserirsi nel dialogo tra
Critico ed Autore, un’interpretazione in chiave ‘postmoderna’, razionalmente
debole, della poesia di Zanzotto. Argomenta Tassoni: «Il referente Realtà per
Zanzotto non corrisponde più soltanto all’evento trascorrente o precario, più o
meno minaccioso. È in effetti il datum di un attuarsi del processo di
contaminazione, anche autodistruttiva, ma essenziale ed essenzialmente
riconoscibile nell’essere come principio e fine di realtà molteplici,
sovrapposte, innestate». Ma in questa accettazione del datum sia pure
metamorfico e metamorfosante, non si rischia di appiattire l’essor agonistico
della poesia di Zanzotto, di ogni poesia, su un acquiescente ottimismo
scientista? Che il degrado del referente molto più che simbolico del paesaggio
possa preludere a futuri equilibri sulla lunga durata non pare consolare un
poeta che con bastoncino da rabdomante cerca di individuare le minime, ma
attuali, per quanto forse contingenti, nicchie di resistenza all’irruzione del
disordine – vitalbe, topinambùr, poa pratensis ecc..., possibili
promesse di salvezza, semi di senso innestati a futura memoria ma che rischiano
di sbocciare in un mondo non più umano, quello prefigurato già ai tempi di Vocativo
quando un poeta non più uomo immaginava di insegnare alla selva attonita
«la vicenda non umana / del mio fuisse umano» (Fuisse) – se si vuol
avere un’idea dell’integrazione fra uomo e natura per via di mediazione
poetica, si raffronti il passo appena citato con i versi introduttivi dell’Egloga
I di Virgilio, così cari a Zanzotto. La dialettica caos-cosmos, che
si regge solo nella misura in cui un’intenzione di senso, linguistica, la
rivela, adombra la questione più urgente di un umanesimo minacciato per
vocazione autodistruttiva, situazione a cui la poesia, la poesia di Zanzotto
per prima, reagisce con ostinate donazioni di senso.
[Marco Manotta]
ENRICA SALVANESCHI, La vergine donnola. Prima e dopo Lorenzo
Lotto: una sfida, Castel Maggiore (Bo), Book Editore 2002, 2 voll. (88 + 64
pp.), € 15,00.
Con la consueta finezza e profondità di pensiero (che si traduce
in altrettale raffinata e penetrante scrittura) Enrica Salvaneschi torna, con
inesausta curiositas, sul tema della donna-donnola, cui Maurizio Bettini
ha dedicato qualche anno fa un ponderoso saggio (Nascere, Torino,
Einaudi 1998). Proprio da questo volume l’autrice dichiara di prendere le
mosse, in un «tentativo di risposta e di rivalsa allo stimolo tentatore»: con
tipico abbrivo di filologica acribia cerca infatti di rispondere alle
perplessità suscitate da una breve annotazione di Bettini riguardo alla
possibilità che la donnola sia divenuta simbolo della Vergine (giusta il comune
carattere della conceptio per aurem). Per il tramite di una lettura in
filigrana del Pasticciaccio di Gadda viene affrontata la peculiare
(talora giudicata scioccante) testura dell’Annunciazione di Recanati di
Lorenzo Lotto (intorno al 1530), di cui Salvaneschi propone una interpretazione
affascinante per consapevolezza dei problemi e verisimiglianza delle
conclusioni. L’Annunciazione lottiana fra le tante peculiarità
iconografiche (la Vergine che volge le spalle all’Angelo, il gesto delle mani,
il vigoroso «angelaccio rurale») presenta infatti al centro della scena un
gatto scattante, che non ha mancato di stupire e di far interrogare i critici:
con persuasiva e serrata argomentazione l’autrice propone di vedere in questo
gatto (o gatta) un «succedaneo domestico della donnola, in creaturale figura e
controfigura (concetto duplicemente auerbachiano!) dell’atterrita Virginia»
(p. 18). Nei quadri di Lotto Salvaneschi ricostruisce una ossessiva e
ricorrente presenza del gatto/ donnola in allusività materna, e mariana in
particolare: concedo ailettori il gusto della scoperta, non senza però accennare
almeno alla bella lettura del ritratto di Lucina Brembate, accostato in
fulminea synkrisis con l’Annunciazione recanatese (p. 24), con
beneficio ermeneutico per entrambi. La corrispondenza felino-Vergine riceve
piena illuminazione nell’analisi del riadattamento che Lotto compie della
struttura narrativa del rilievo dell’Annunciazione di Andrea Sansovino:
la struttura tripartita che trova la sua summa nel terzo pannello,
dominato dal felino, viene stravolta da Lotto, che trasforma il felino in asse
portante della scena, a conferire nuova vitalità ed evidenza al simbolo
donnola-Vergine (pp. 27-50). Attraverso un reagente d’elezione come Iacopone da
Todi, la ricerca del simbolo felino in altri documenti figurativi e l’analisi
della dottrina della conceptio per aurem (non senza un densissimo corpo
minore sul prologo giovanneo e sul concetto di corpo-tenda), Salvaneschi
perviene alla conclusione che il gatto/donnola sia il sinonimo iconografico
della parola del Padre che scende nell’orecchio della Vergine (p. 50), grazie
anche alla bivalenza del simbolo che permette al gatto di essere corrispettivo
ma anche nemico (in quanto figura del Nemico) della Vergine. La riprova di tale
feconda ambivalenza è offerta attraverso l’analisi dell’ossessione mustelide
che traspare nell’Amleto, in cui l’autrice riconosce ambigui
rovesciamenti dello schema annunciatorio (pp. 53-57). Chiude un ultimo,
vertiginoso, capitolo, che da Friedrich Overbeck per Paul Signac e Max Ernst
arriva sino alle poesie di Carol Ann Duffy e Giusi Quarenghi. Tale, a un
dipresso, la materia del libro (accompagnato da un bel volume di tavole). Ma
questo è solo un aspetto del volume, per quanto importante e ricco di
risultati. In questa rubrica appare urgente però evidenziare anche l’altro, di
medesima rilevanza: La Vergine donnola è un ulteriore esempio del
peculiare metodo comparatistico dell’autrice (di cui i nostri lettori hanno già
potuto leggere un mirabile esempio in «Semicerchio» 19, 1998, pp. 16-26), che
compara i testi letterari, iconografici, musicali partendo da quella rigorosa
(e indispensabile) acribia filologica già menzionata (Salvaneschi del resto è
acuta filologa e fine linguista), ma facendoli reagire con la «fantasia» (ma si
legga phantasía), una capacità di lettura che si insinua fra le pieghe
dei testi, che vede nelle zone oscure, che sente il pulsare delle vene
sotterranee. Val al pena di chiudere con l’icastica definizione che l’autrice
dà di questo metodo: «il nostro, ahimè, sarà solo un metodo folle; non più,
amleticamente, una follia con metodo. Ma abbiamo voluto rischiare perché
crediamo che la fantasia comparativa, che come ogni fantasia si basa sui dati
dei sensi (nel nostro caso, dei documenti), possa offrire il proprio ausilio
alla filologia tradizionale, docta et laboriosa, ma talora
necessariamente trattenuta, catafratta, dalla sua stessa, pur mirabile, lorica»
(p. 61).
[Gianfranco Agosti]
ANISE KOLTZ, Il paradiso brucia, a cura di Elio Pecora,
Roma, Empirìa 2001, pp. 155, € 12,50.
ANISE KOLTZ, Le porteur d’ombre, poèmes; Collection
Graphiti des éditions Phi, décembre 2001, pp 117, € 12,00.
Elio Pecora, curatore per Empirìa dell’antologia Il paradiso
brucia, ha acutamente sottolineato il carattere precipuo del fare poetico
di Anise Koltz (1928), la quale – attraverso l’estraneità della visione – si
situa, fra ragione e sogno, in un grado di consapevolezza e lucidità che
scarnifica e pone di fronte alla nudità della parola, al silenzio. I
componimenti, tratti dagli ultimi libri, sono stati composti dalla poetessa, in
francese, nell’arco degli ultimi dieci anni, e significativa appare la scelta
di intitolare la prima raccolta Chants de refus. Chi scrive nega e
sottrae, innanzitutto, ai carnefici la duplice e ambigua valenza della parola.
Il rifiuto è quello di una lingua, il tedesco, espressione massima dei mandanti
dell’«assassinio » del marito (morto all’inizio degli anni settanta a causa
delle sofferenze patite nei campi di concentramento durante l’occupazione
nazista). A ben vedere l’esperienza koltziana può essere considerata antitetica
a quella di Celan, anche se in entrambi la poesia nasce da un’insanabile
scissione psichica. Se si analizza la prima poesia, che Pecora giustamente ha
posto come incipit/manifesto dell’intero lavoro, si può ritrovare, in nuce, la
lineare poetica della Koltz: per chi sosta è necessario concedersi una pausa
non per dimenticare, bensì per trarre respiro in un mondo che al troppo
cicaleccio e a fatue immagini deve imputare la propria fine. Le forze
attinte altrove/ ci permettono di sopravvivere. Si permea la lingua e la si
porta ai confini del vuoto, dell’orrore; non si sfida la morte, ma da essa si
attinge l’energia necessaria per comprendere la vita. L’altrove nominato non è
identificabile con un’entità fisica dai contorni nitidi, è anzi il linguaggio
stesso, e come direbbe Deleuze non è «au dehors, c’est le dehors». Canti
vengono denominati i testi perché si osa, con determinazione e durezza,
affermare la propria non resa al giorno, al massacro quotidiano. Quello della
Koltz è uno sguardo neutro, che adotta le armi della pietas e della crudelitas
(da intendersi in senso artaudiano) per dialogare con la morte, per rendere
accettabile la parte di noi più radicata e temuta. È possibile ascrivere questo
tipo di scrittura alla tradizione teologica negativa del Novecento? Quando il
poeta mette in gioco il personaggio di Dio sa che, in realtà, si troverà di
fronte a un simulacro, uno dei tanti idoli della società e lo rifiuterà
distanziandolo da sé, dal suo ambiente. Lo chiama in causa – in prima persona –
affermando il proprio diritto a negarne l’esistenza sapendo, in partenza, che
non v’è risposta alcuna: Dio / ti chiamo / come se esistessi - Soffoco Dio
con i miei capelli - Io sono l’incubo di un dio folle. Lo nega tramite la
sua presenza corporea. Ed ecco, allora, che la poesia magmatica della Koltz si
svela umorale, lotta corpo a corpo con sé e con gli altri – soprattutto coi
genitori: Ogni giorno mangio / mio padre e mia madre / con pane caldo – con
chi non esiste più. Il testo, a cui si affida la chiusa dell’antologia, è
un’ancorata supplica, reiterata in due strofe, rivolta al marito: Toccami /
per verificare / se esisto / in questo corpo / [...] con i suoi seni
flaccidi / disseccati dalla luna.
I componimenti brevissimi risultano sentenze definitive,
incolmabili, lapidarie nella loro levità modulare. Il rapporto complesso con la
figura di Dio, e con quella degli angeli, può ricordare l’esperienza del
Cocteau di Cap de Bonne- Espérance e di Plain-Chant e, forse,
sarebbe utile un’indagine in tal senso. L’ultimo lavoro poetico: Le porteur
d’ombre presenta, in exergo, una dedica: Alla memoria di René
Koltz e a mia nipote Béryl. Il tu con cui il poeta dialogherà sarà il suo
sposo/amante, l’amore di un’intera vita. Anche se l’unico vero attante
(l’assunzione permette di non essere travolti dal dolore) resta la Koltz
stessa, «la portatrice d’ombra» come ha confidato a Laura Guadagnin, autrice
della versione italiana ancora inedita di questi recenti testi – di volta in
volta impersonificherà i nunzi alati dell’Apocalisse, un rapace, la
sposa/amante, il creatore di Dio – in questo libro strutturato come una pièce
da mettere in scena ogni qualvolta lo si prenda in mano, compaiono – in assenza
– le persone che hanno costellato la vita del poeta.
Il liber s’apre con un prologo: ogni mia poesia /
sotterra i vostri morti. Sotterra, non invoca né resuscita; certo non li
può salvare e nemmeno si salva rendendogli omaggio. Seguono sette stazioni
tematiche, e ad apertura di capitolo si pone una fotografia dell’autore,
paratesto fondamentale per la comprensione dell’intera opera. Nelle prime
quattro: Deserto, Sabbia, Cielo e Vento dopo un’Apocalisse
inavvertita, dopo le guerre che vomitano cadaveri, dopo città popolate da
abitanti, addossati a pareti, pieni d’angoscia, ci si confronta con la presenza
ingombrante di Dio e della sua creatura terrena: un Cristo mal digerito. Tutto
ciò avviene in un presente storicizzato capace di fagocitare il passato in luoghi
abbandonati ed è – ivi – che l’autore intesse una coralità individuale e
tenta di chiudere il cerchio, la vergogna di rimanere.
Con Chaleur, Koltz introduce un canto fermo d’amore –
pienezza e mancamento – per il marito: Da quando abito la tua assenza / i
miei giorni non sono che un vano pellegrinaggio / verso me stessa. Si
sprofonda nell’oscurità della terra e si sogna un ricongiungimento impossibile
dato dalle stagioni differenti in cui si trovano. Le poesie sono preghiere e
come tali rimarranno inascoltate: la mia pelle è minacciata / svegliami! Oltre
il nome pronunciato dello sposo v’è – solo – il silenzio.
In Froid compaiono il padre e la madre, ombre portate su
di sé con fatica tanto che Anise afferma di vivere dietro la figura materna, la
quale ha discostato la figlia apparsa come esecrabile mostro dai quattro occhi
e dai molteplici sensi. Nonostante tutto la sezione si chiude con
un’invocazione: Alix Mayrisch ma mère je t’appelle, simile a un mantra
questo verso permette di esorcizzare la paura di un rifiuto incancellabile in
una mente provata dai lutti. Nell’ultimo capitolo, Fra cane e lupo, dove
non si distingue più chi è l’uno e chi è l’altro, una notte ulteriore ci
attende, ma è – infine – la vita stessa, impossibilitata all’incontro, a
palesarsi immortale nella sua mortalità.
[Andrea Breda]
America and the Mediterranean, a cura di MASSIMO BACIGALUPO e PIERANGELO CASTAGNETO,
Atti del convegno AISNA, Torino, Otto Editore 2003, pp. 659, € 30,00.
Il volume raccoglie gli atti del convegno biennale
dell’Associazione Italiana di Studi Nord-Americani (AISNA) ospitata
dall’Università di Genova nel novembre del 2001. Come si legge nella
prefazione, l’attualità storica spinge a riconsiderare i rapporti fra il Mediterraneo
e l’America in oltre cinque secoli di scambi culturali, economici e politici, a
vederlo «non come una zona di contrasti e incompatibilità, ma come una rete di
commerci e comunicazione». L’America del resto ha spesso definito se stessa
prendendo a modello aspetti della civiltà europea o ponendosi in antitesi con
essi. Gli oltre sessanta interventi presentati nei dodici workshop ricostruiscono
nel loro insieme alcune maglie di quella fittissima rete di incontri culturali
approfondendo tematiche trasversali o inerenti a singoli autori -
dall’influenza della cultura e delle letterature classiche sul pensiero e le
arti americani, a quella esotica del Medio Oriente e della Spagna esercitata su
alcune generazioni di scrittori, agli effetti del Grand Tour in Europa sulla
formazione dell’identità culturale
americana, fino alle politiche e alle strategie militari nate sullo sfondo
mediterraneo. Il convegno mostra così che le origini della cultura americana
sono latine quanto anglo-sassoni, mediterranee come atlantiche e suggerisce
ulteriori campi di indagine interculturale. Il volume appare utile anche perché
riflette la vitalità dell’americanistica italiana, gli interessi correnti e i
progetti in corso d’opera in questo settore degli studi comparati.
[Antonella Francini]
ARMANDO GNISCI, Una storia diversa, Roma, Meltemi 2001,
pp. 119, € 12,39.
Decimo volumetto della collana «Poetiche», propone con feroce
chiarezza e insieme con ariosa varietà di toni e di tagli la concezione
ideologica della comparatistica propugnata con coraggio e coerenza da Armando
Gnisci, che si fonda sull’adozione cosciente di un punto di vista esterno
all’oggetto. Il primo capitolo, Una storia diversa, parte da una frase
di Kissinger illuminante per chiarezza contro distinzioni più o meno ipocrite
(«Globalization is only another world for US domination»), per elaborare un
invito alla decolonizzazione che faccia perno sulla letteratura, «l’unica forma
di comunicazione, democratica, paritaria, plurale, reciprocante e dotata di valore
del senso, oggi ancora possibile e che funzioni tra tutte le culture», perché
«la letterarietà è l’irriducibile qualità comunicabile dell’umano ». Per
sgombrare il campo da affinità improprie Gnisci decostruisce i precedenti di
questa posizione, la Weltliteratur goethiana, e illustra gli strumenti a
suo avviso più efficaci e aggiornati come la lettura delle «comunità
interletterarie» e i «centrismi» di urišin (che grazie a Gnisci conosciamo ora anche in italiano:
vd. Semicerchio 26), opponendo alla «global literature» soggetta alla
mercificazione la «letteratura dei mondi» della quale qui si propone una sorta
di introduzione e di manifesto. Il cortocircuito fra «il programmatico ed
eversivo valore anti-imperialista » che Gnisci attribuisce al metodo di decolonizzazione
e la sua interpretazione letteraria rischia forse di risultare da una parte
troppo ambizioso per una scienza povera come la comparatistica, e d’altra parte
riduttivo per chi, come siamo abituati a fare, collochi i risultati di un
lavoro scientifico su un piano di alterità rispetto al contingente. Ma la
ricostruzione storica dei processi di formazione della coscienza letteraria
negli imperi coloniali che Gnisci, basandosi su quest’assunto, espone nella
seconda parte di questo primo capitolo è certamente affascinante. Un Intermezzo
dialogico conduce al secondo e ultimo capitolo, Arcipelago, che
offre uno squarcio di storia prescrittiva a ritroso: dalla perdita di
elaborazione culturale dell’Occidente («Abbiamo poco di occidentale a cui far
riparo», p. 65) risale alla costruzione dell’identità europea nella
«processione» medievale che dall’innesto multiplo di Egitto e Oriente in Atene
e di Atene in Roma alla sua assimilazione nel cristianesimo alle rinascenze
neoclassiche coagula una forma nel Sacro Romano Impero per poi stravolgerla con
l’espansione coloniale. Solo l’adozione di uno stile e di una prassi
decolonizzata potrà aprire a una nuova ospitalità non più riducibile alla
solidarietà laica o cristiana. In quest’analisi, tesa e impietosa nella sua
unilateralità, si propongono anche nuovi utili ferri del mestiere, come la
definizione del concetto di sovraidentità, identità plurima e
stratificata, deriva della volontà di potenza che ha portato al colonialismo.
Questa poetica viene documentata da testi come il discorso del capo indio
Guaicaipuro Cuautemoc del marzo 2000 (che candidamente omette di ricordare
quanto anche i regni precolombiani si fossero formati grazie alla volontà di
potenza e di massacro degli «indios») e un commento a questo discorso da parte
dello scrittore brasiliano Julio Cesar Monteiro Martins. Gnisci conclude,
cambiando ancora genere, con due Atti di una sorta di confessione
dialogata, un’autoinquisizione biografica che mette alla prova la propria
coerenza intellettuale, e trova nell’emigrazione alla rovescia di Rimbaud in
Africa il modello letterario estremo della modernità europea. Le ultime pagine
si concedono un passo apparentemente più diaristico e giornalistico (Seattle/Lilliput),
ma anche il breve capitolo discorsivo sulla differenza fra multiculturalismo e
intercultura riesce a produrre una proposta nuova, la scelta della transcultura,
termine che individua un progetto creativo più che descrivere una situazione o
un processo: «la poetica nuova del liberamente umano» che crea il nuovo
mediante la cooperazione degli stranieri tra loro. «Come si fa? Come quando una
donna o un uomo nel fare il salto triplo cerca di rifare il volo della
farfalla».
Dopo la guerra in Iraq, questa farfalla assomiglia sempre più
all’allodola ottobrina di Cattafi.
[F.S.]
RIVISTE
NEOHELICON. Acta
comparationis Litterarum Universarum, XXX/1 2003,
pp. 264, Kluwer Academic Publishers, P.O. Box 17, 3300 AA Dordrecht, The
Netherlands, www.wkap.nl.
Primo di due numeri dedicati al tema Disputationes de
historia litterarum scribenda, e curato da József Pál e József Szili,
contiene i testi degli interventi a un convegno della ICLA in Canada nel 2001
sulla possibilità di una storia delle letterature dell’Europa centro-orientale,
delle letterature afroamericane e latinoamericane. Un evento che,
come sottolinea Daniel Chamberlain, «signalled a clear, international break
with Literary History’s traditional foundation in the study of national
languages, literary periods and movements as well as its earlier reliance on
philology». Si segnalano
qui in particolare il contributo di Luz Aurora Pimentel Ekphrasis and
cultural discourse, su testi di Justino Fernández e Octavio Paz, per
dimostrare come modelli descrittivi della rappresentazione verbale rivelino un
senso di identità culturale messicana, mentre Eduardo de Faria Coutinho (Rewriting
LatinAmerican History) studia l’abbandono della linearità positivistica e
il riferimento implicito al canone europeo che emerge nelle nuove storie
letterarie latino-americane, e Fernando Cabo Asenguinolaza (Geography and
Literature. On a comparative History of the Literatures in the Iberian
Peninsula) pone la questione di un recupero del metodo di Dionisotti in
riferimento al progetto di una prima storia letteraria della penisola iberica.
Nella sezione «Ergasterium» Michael Blumenthal (Culture populaires, cultures
de l’élite: gammes de voix dans la poésie americaine contemporaine) propone
un’ampia rassegna sulla questione delle culture alte e culture basse nella
poesia statunitense recente, fermandosi soprattutto su Frank O’Hara, Heather
McHugh, A.R. Ammons, Czeslaw Milosz (una lirica a Ginsberg), Stephen Dunn da Riffs & Reciprocities, 1998,
premio Pulitzer) e Michael Blumenthal.
[F.S.]
TRAME di letteratura comparata, a. III numero 5/6, 2003, red. c/o Dip. di Linguistica e
Letterature Comparate, v. Bellini 1, 03043 Cassino (FR), € 11,40.
Veste rinnnovata per questo numero doppio della rivista
cassinese, che presenta una ricca varietà di argomenti, dalla politologia medievale
(Marsilio da Padova e il rapporto Chiesa/Impero) a Mozart in Jane Austen. Il
nucleo centrale della rivista è occupato da un’ampia antologia di poetesse
angloindiane a cura di Andrea Sirotti, che aveva felicemente inaugurato questo
filone di ricerca in un «Semicerchio » del 1999, mentre nella rubrica
«Caleidoscopio I» si segnala una preziosa panoramica di Tommaso Pisanti su Mito
americano e ricezioni europee da Shakespeare a Lawrence, e nello spazio
«Agorà», riservato al dibattito, un’interessante proposta critica, da parte di
Flavio Santi e Simone Giusti, di recupero della
categoria di «ermetismo meridionale» o addirittura di «linea borbonica»
per la valorizzazione della poetica – nell’ipotesi che se ne possa ricostruire
una comune – a Bodini, Calogero, Cattafi, De Libero, Gatto, Sinisgalli, da
contrapporre allo strapotere anche editoriale della «linea lombarda».
TESTO A FRONTE, semestrale di teoria e pratica della traduzione letteraria,
28, I semestre 2003, Milano, Marcus y Marcus, pp. 281, € 13,80.
L’umanista fiorentino Giannozzo Manetti fu il primo a riunire le
vite delle ‘tre corone’ in un trittico composto in latino nel 1440, le Vitae
trium illustrium poetarum florentinorum. Le biografie manettiane di Dante,
Petrarca e Boccaccio occupano quasi la metà di questo volume di Testo a
fronte, qui riproposte in originale e nella traduzione curata da Stefano
Baldassarri. Baldassarri ci guida alla lettura di questo testo rimandando,
nelle note, alle fonti a cui Manetti attingeva, sottolineando i pregi
dell’opera in ambito umanistico ed i limiti del suo stile, sempre tendente alla
celebrazione e all’elogio, spesso altisonante e ampolloso. Nella seconda parte
del volume troviamo la traduzione di alcuni testi del poeta neolatino Domizio
Falcone a cura di Flavio Santi. Fra i saggi si segnala lo studio di Bruno Osimo
sugli aspetti psicologici della traduzione: l’interpretazione percettiva del
testo originale, gli effetti del passaggio del testo attraverso la mente del
traduttore e i meccanismi di difesa che si attivano in fase di revisione del
testo. Joseph Farrell disputa fra traduzione fedele o adattamento del testo
drammaturgico portando ad esempio, fra l’altro, il casodelle versioni inglesi
di opere di Dario Fo. I saggi si chiudono con uno scritto di Aldous Huxley
sulla diversa ricezione di Poe in Francia, dove è considerato un grande poeta,
ed in Inghilterra, dove non passano inosservate le sue ‘volgarità’ stilistiche
e la sua ipermusicalità; un intervento sulla
sordità alla poesia di Montale in area germanofona accompagnato da
traduzioni (v. a questo proposito Semicerchio, n. XVI-XVII ); e il
commento di Lawrence Venuti alla sua traduzione della poesia di Antonia Pozzi
(di cui si pubblica una breve scelta) tesa a legare la scrittrice italiana alla
tradizione delle poetesse moderniste di lingua inglese, da Mina Loy a Lorine
Niedecker. Nel quaderno di traduzioni testi di Carloyn Forché, Sigfried
Sassoon, Fernando Pessoa, C.K. Williams, David Jones, Carol Ann Duffy, E.E.
Cummings e Matthew Rohrer.
[Antonella
Francini]
MANTIS, journal
of poetry, criticism and translation, n. 2 (2001) e
n. 3 (2002), Stanford University (English Department), Usa. E-mail: mantispoetry@hotmail.com
Nata dal «desiderio di facilitare la conversazione fra scrittori
diversi impegnati nella pratica della poesia e della poetica», Mantis intende
celebrare la molteplicità di approcci e voci senza nette divisioni fra
creatività, critica e performance. Se il tema del primo numero di questa
neonata rivista era Poesia e Comunicazione, quelli del secondo e del
terzo sono rispettivamente Poesia e Traduzione e Poesia e Performance.
I numerosi contributi raccolti nel volume del 2001 sollecitano la discussione
sul tradurre da più prospettive affrontando varie problematiche,
dall’autotraduzione alla scrittura bilingue. Nella ricchezza del materiale
presentato, spesso relativo al passaggio da lingue meno note all’inglese, si segnalano due
lettere inedite di Robert Duncan sul tradurre Rilke, saggi sulle traduzioni di
poeti irlandesi (incluso il Beowulf di Heaney), sui traduttori francesi
di Hölderlin, sul rapporto fra traduzione e guerra in Cathay di Pound.
Si segnala inoltre l’autotraduzione di Lev Loseff di una sua poesia dedicata a
Brodskij, le trascrizioni di una tavola rotonda sul tema del numero (fra i
partecipanti il poeta cinese Bei Dao ed il suo traduttore) e di una
conversazione fra Robert Hass e Czeslaw Milosz. La presentazione dei due tomi di
The Encyclopedia of Literary Translation into English completa il
numero. Altrettanto interessante il volume del 2002, anche per l’originalità
della discussione in sede accademica della performance poetica qui
affrontata, oltre che in teoria, anche in pratica grazie al bellissimo CD che
correda la pubblicazione. Si leggono, oltre a diversi testi concepiti per la
rappresentazione, saggi sulla ricezione ‘attiva’ del testo da parte del
lettore-spettatore, su uno sperimentalissimo «Silent Poetry Reading» e sulla slam
poetry come fenomeno culturale che innesta dinamiche politiche
nell’incontro fra i performers in
prevalenza afro-americani e l’audience in prevalenza bianca e middle-class.
Si partecipa a stimolanti dibattiti sul tema del numero e sull’interazione fra
poesia, teatro, musica ed arti figurative (ad esempio: Joy Harjo che conversa
con la pittrice C.H. Rodriguez), ad interviste a poeti performativi e a close
readings di testi. Un’analisi della lettura nel CD di Yusef Komunyakaa e
del poeta-musicista Nathaniel MacKey accompagnati dal jazzista Hamiett Blueitt
ci introduce direttamente all’ascolto del disco
che propone un’ampia varietà di performance di altissimo livello,
mediate dalla lirica, dal rock, dalla musica elettronica, dal jazz o da
sperimentazioni vocali: un modo nuovo (o antico?) di avvicinarsi alla poesia
come interazione fra suono e senso. Mantis ci porta nel vivo della
poesia americana contemporanea, assai più articolata e problematica di quanto
appaia dalle sporadiche e fortuite pubblicazioni italiane di singoli autori.
[Antonella
Francini]