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Capitolo III

 

Emergenza di tre ‘problemi’: metafisico, morale e filosofico

 

 

 

III.1. Morali e metafisiche

 

Le questioni che risultano pressanti, per de Gaultier e per quanto abbiamo in precedenza detto, sono essenzialmente due. La prima riguarda la possibilità di una spiegazione dell’universo che possa placare, o, comunque, calmare “l’inquietudine metafisica” umana; la seconda concerne, d’altra parte, il come vivere, la costituzione di una morale ed i dati su cui questa possa poggiare.1 La risposta dell’autore passa attraverso una distinzione essenziale tra la conoscenza che “apprende se stessa” e quella, invece, rivolta ad una esplicazione dell’Essere. La prima è una conoscenza eminentemente formale, si presta ad essere definita in un sistema di leggi articolato in un meccanismo, appunto, formale e capace di dar conto dei modi, indefiniti, secondo i quali essa apprende l’essere. Peculiarità di questa tipologia di conoscenza è il carattere armonico delle leggi con se stesse. Esse, cioè, non possono essere concepite diversamente da come sono, risultano identiche tra loro; a motivo di tale identità universale e del loro carattere di necessità vengono considerate vere, per questo, ogni scienza così fondata ha come criterio quello della verità.2 La conoscenza che si riferisce all’Essere ha, come possiamo del resto già intuire dal precedente capitolo, uno statuto completamente diverso. L’Essere, in effetti, si svela solo parzialmente; le sue origini ed i suoi fini rimangono celati, avvolti nel mistero. L’Essere si lascia intravedere nella sensazione, la quale è la “penombra” (pénombre) attraverso cui il mondo esterno sorge; nietzscheanamente, la sensazione ed il desiderio si configurano come le poids, la balance et le peseur3.

La conoscenza, a tale riguardo, può solo interpretare ciò che attraverso sensazione e desiderio l’Essere lascia ‘passare’ di sé. Tale interpretazione si attua secondo quelle leggi formali della conoscenza che pongono l’oggetto nelle prospettive del tempo e dello spazio, sottoponendolo, quindi, al meccanismo causale. Del resto, queste leggi hanno come effetto quello di sottrarre l’oggetto ad una spiegazione definitiva della sua interezza, delle sue origini e delle sue finalità. La conoscenza, intesa nel suo senso più appropriato, rispetta il mistero dell’Essere, è incapace di coglierne esaustivamente la struttura profonda così come l’essenza. Essa non è, inoltre, in grado di provocare una qualsiasi azione imperativa sull’Essere: non ha, infatti, alcun tipo di potere sulla sensazione nella quale, solamente, l’Essere si lascia “intravedere” (entrevoir).

L’Essere, dunque, sfugge al criterio adeguato della conoscenza, cioè, al criterio della verità; il non-vero come condizione dell’Essere espressa da Nietzsche è da interpretare in questo senso. Il non-vero è tutto ciò che non è passibile di una spiegazione integrale, che rifiuta qualunque riduzione all’identità, che si sottrae a qualsiasi perché definitivo. Il non-vero è la realtà, la sensazione, intoccabile nella sua essenza, è il desiderio generato da questa, è l’oggetto, il gusto, tutto ciò, insomma, che è causa di lotta e conflitto, giudizio e costituzione di valori. Il non-vero è, infine, il contenuto della conoscenza opposto alla forma di questa. Gli errori, i malintesi, involontari o premeditati, di cui è costellata la storia della filosofia, dipendono, secondo l’autore, da una fondamentale confusione: l’applicazione ad una delle due categorie, essere e conoscenza, del principio che governa l’altra. Succede, così, che metafisica e morale, classi appartenenti alla categoria dell’Essere, vengano poste sotto la categoria della conoscenza; esse, in questo modo, vengono vagliate secondo un criterio di verità che, invece, non sopportano. Responsabile di questo fraintendimento è stato, secondo de Gaultier, il razionalismo deviato dal proprio veritiero campo, che è, correttamente, quello di un sistema di leggi formali atti a dar conto della natura del conoscere e non dell’Essere.

Metafisiche e morali si costituiscono ovunque si presenti la vita umana, ne sono, dunque, degli attributi sostanziali, realtà che appaiono legate ad una precisa energia “fisiologica”.4 La domanda sulla loro verità non ha alcun senso; la ricerca deve volgersi a determinare la loro natura e le condizioni del loro manifestarsi. Al di fuori dell’energia “fisiologica”, metafisiche e morali di ogni sorta non hanno alcuna esistenza; all’interno di questa energia, unica realtà verosimile, esse possono essere definite finzioni alla stregua di qualsiasi altra rappresentazione, la quale non può mai essere adaequatio veritativa dell’oggetto che rappresenta. Metafisiche e morali si evidenziano, dunque, quali ombre che derivano dal potere dell’energia “fisiologica”, a livello mentale e motivazionale, di produrre degli effetti. Metafisiche e morali devono essere valutate, per un verso, secondo un criterio di armonia interna: il maggiore o minore loro equilibrio logico attesterà la maggiore o minore robustezza della particolare energia “fisiologica” che le produce e le sostiene. Per un altro verso, un differente criterio di giudizio circa esse andrà ricercato nel loro potere di “illusione”, vale a dire di generare credenze e determinare azioni. La salute e la forza dell’energia che tali mitologie esprimono saranno tanto più vigorose quanto più queste stesse finzioni saranno efficaci nel provocare una “credenza”.

Le leggi della conoscenza, dunque, possono essere esclusivamente formali, non hanno in questo senso alcuna possibilità di costituire né metafisiche né morali. Tuttavia, nel corso della vicenda storica e psicologica umana, riscontriamo l’esistenza delle une e delle altre. La necessità, il tentativo di fornire una esplicazione dell’universo, la fede che tale spiegazione dovrebbe portare seco, quale soddisfacimento dell’inquietudine umana, sono elementi presenti in ogni epoca storica, in ogni attività umana, in ogni gruppo umano. La forza generativa di tali esegesi sta nell’intensità del bisogno di queste, sta nel potere di allucinazione in grado di farle sorgere, costituire ed accettare. Il fenomeno della fede nei confronti di tali soluzioni all’inquietudine umana si presenta, dapprima, sotto forme cruente come sacrifici, martiri e guerre sante, per poi trasformarsi (in spiriti più attenti e sotto l’influsso delle leggi della conoscenza) in una sorta di fede logica. L’elemento caratterizzante di questa è l’accordo con le strutture della conoscenza il progressivo abbandono (sotto la guida dell’“istinto di conoscenza”) di pretese di verità e credenza assolute. Una seria filosofia della conoscenza (nata in seno a questa evoluzione)potrà e dovrà rispondere alla domanda sulla possibilità di un Essere in sé (nell’ipotesi che esista). Questo, per altro, dovrà essere connotato come inconoscibile per se stesso e, dunque, al di fuori della portata della conoscenza. Tale interpretazione è l’unica in grado di rassicurare coloro in cui l’aspirazione metafisica si presenta alla luce e sotto il controllo dell’intelletto.5 La consapevolezza che essa genera è quella di una indefinitezza dello sforzo cognitivo, quella della necessità di sottrarre ogni costruzione metafisica (nel senso ‘vitale’ del termine) al campo conoscitivo, a cui non appartiene, per evitare errori e ingenuità grossolani. La filosofia della conoscenza ha, quale proprio ed imprescindibile compito, quello di cautelare lo spirito da possibili confusioni di origine teologica. La filosofia della conoscenza deve, per tanto, mostrare che le fonti del reale non derivano dalla facoltà di conoscere; che il principio delle diverse morali non è razionale e che, infine, la causa della realtà non risiede nella verità.6

La questione circa la morale va, anch’essa, posta alla luce di queste precisazioni. I fenomeni morali, del resto, esistono, sono dei fatti osservabili nella vita umana, sono realtà alla stregua delle specie animali e vegetali. In questo senso, possono essere suscettibili di osservazione e di interpretazione circa la loro origine, le loro finalità, la loro essenza e la loro evoluzione. Tale processo inizia, secondo de Gaultier, nel momento in cui, dopo una primordiale fase di sostanziale spontaneità, la società umana (ogni società umana) si dà regole e prescrizioni in grado di mantenerne forza e salute. Nonostante il differente contenuto delle norme che ciascuna diversa società crea, il fenomeno è riscontrabile ovunque ed è, anzi, la prima apparizione del fatto morale. Una morale è, dunque, “una attitudine di utilità particolare per una data fisiologia”.7 Sia essa individuale o etnica, si tratta, comunque, di un’origine “fisiologica”. La costituzione di ogni morale particolare suppone la capacità di generare menzogne in grado di garantire un successo al sistema di regole adottato. Le menzogne più frequenti, storicamente più rilevanti, sono la fiducia nella superiorità della propria morale, la fede in un bene supremo, la credenza nel libero arbitrio e nella responsabilità che questo genera. Sono, a ben vedere, tutti quegli elementi che, pur in varie sfumature e molteplici forme (il che dimostrerebbe ancora di più la natura fondamentalmente “fisiologica” del fenomeno: ogni energia “fisiologica” si è creata la propria morale particolare), confluiscono, in una determinata epoca ed in un preciso punto, come ogni altro processo naturale, nei sistemi religiosi.

La religione, dunque, appare in un momento preciso dell’evoluzione umana e nel prosieguo di questa tende a perdere la propria forza vincolante. Nelle società ormai lontane dalla data di fondazione della propria religione, le leggi di questa hanno in gran parte esaurito il loro potere di ‘illusionare’ e quello di dirigere le volontà individuali. Le attitudini prescritte da tali leggi, del resto, sono state così completamente assorbite, “interiorizzate”, dai componenti di quelle società da essere percepite come originarie, ataviche, come disposizioni naturali che, nel momento presente, potrebbe risultare pericoloso ordinare con la rigidità di un tempo. La funzione della religione è quella di essere un freno; come tale deve essere proporzionata agli impulsi della forza da regolare; come tale deve tendere a svanire quando la forza da incanalare si ordina e si adatta alle esigenze del freno stesso. Va, comunque, mantenuto un costante rapporto di equilibrio, l’azione deve essere rivolta verso una sorta di continua compensazione. Il principio morale dell’antica religione si oggettiva, secondo de Gaultier (che si riconnette al pensiero di Carlyle), in un’epoca posteriore, nel costume e nell’opera letteraria. La morale è una realtà vivente perciò vale, anche per essa, quel principio di aléa che caratterizza i fenomeni naturali; la morale, cioè, è spontanea, il suo sviluppo è al di fuori di ogni possibilità di intervento premeditato da parte dell’uomo.8   

Il discorso sul fenomeno morale percorre gran parte dell’opera di de Gaultier. Uno studio cha dà il titolo ad un lavoro già, in parte, analizzato, la Dépendance de la morale et l’Indépendance des moeurs è, in questo senso, emblematico. Il saggio si apre con importanti constatazioni riguardo la natura delle leggi, in modo particolare quelle fisiche. Esse esistono esclusivamente nel nostro spirito, non reggono i fenomeni. Esprimono, piuttosto, ciò che è, sperimentalmente, osservabile nelle varie manifestazioni dei fenomeni stessi, tanto che, in caso di discordanza tra un fatto studiato ed una legge, viene messa in discussione la legge medesima, non il fatto in questione. “Le leggi fisiche sono derivazioni dei fenomeni fisici”.9

Il primo problema da affrontare è, dunque, il rapporto tra leggi fisiche e leggi morali. Si suppone, generalmente, che le leggi che reggono il secondo ordine si erigano sulla base di un principio differente e del tutto peculiare. Questo può risiedere (a seconda dallo sviluppo storico, della psicologia del gruppo o di quella individuale) ora nella divinità, ora nella ragione; essa, in questo suo improprio uso ontologico, viene interpretata come dono divino agli uomini. I fenomeni morali, quindi, in questa loro interpretazione, sarebbero deduzioni di leggi morali. Allorché venisse riscontrato un disaccordo tra leggi e fatti morali, sarebbero questi ultimi a dover essere dichiarati errati, dunque, immorali; le leggi rimarrebbero, al contrario, perfettamente valide. Questa operazione, non legittima entro i limiti di una conoscenza pura, è, del resto, necessaria per la sopravvivenza della morale. Dal momento che un fatto morale discordante con la legge morale potrebbe causare l’impaccio di questa, la difformità viene, in qualche modo, camuffata, presentata come apparente. Il fatto morale, ad una seria indagine razionale, apparirebbe ‘indipendente’ da una legge morale assoluta. La costituzione di concetti come giustizia immanente, premi e/o punizioni futuri è il mezzo per riaffermare, al contrario, la stretta subordinazione del fatto morale dalla legge morale.

La morale si trova, così, a godere di uno statuto del tutto particolare; esso apre, del resto, diverse questioni. Innanzitutto, riscontriamo tra elementi della conoscenza che, pur nella propria individuale diversità, sono suscettibili di osservazione nell’esperienza ed elementi, invece, reputati del tutto differenti, come i fatti morali, una incommensurabilità di fondo. Risulta, perciò, impossibile una rappresentazione su un piano comune dei fenomeni componenti la realtà. Il principio di causalità (che è, allo stesso tempo, una metafora e l’unico mezzo adeguato per la nostra conoscenza), nel caso dei fenomeni morali, viene sostituito da un principio arbitrario, non verificabile ed indeterminabile. Tuttavia, ci adoperiamo in vista di una esplicazione di tale classe di fenomeni; da quanto precede, è possibile, però, asserire che l’interpretazione non poggia su alcun atto di conoscenza, bensì, su un atto di fede. Le varie tipologie di dogmatiche morali, dunque, sembrano inattaccabili da parte dei mezzi intellettuali poiché non ne riconoscono il valore.

E’, del resto, riscontrabile come ogni sistema morale si rivolga (in un determinato periodo della propria evoluzione) all’intelletto per essere fortificato anche da un punto di vista razionale.     

Si tratta, in realtà, di una falsificazione basata sulla confusione tra la conoscenza (al servizio delle finzioni vitali come la morale) e la conoscenza pura di cui si è trattato sopra. L’ultima grandiosa falsificazione teologico-filosofica avviene, secondo de Gaultier, con la Kritik der praktischen Vernunft10 e con la Metaphysik der Sitten11 di Kant. Egli, nella prima Critica, si muove sul terreno dell’esperienza; l’esperienza più accessibile all’analisi è la nostra esperienza psicologica. Nell’interpretazione degaulteriana, Kant desume dall’osservazione dell’esperienza psicologica la comune genesi di forma e contenuto. Le nozioni di tempo e spazio, senza il cui intervento non è possibile, appunto, alcuna esperienza, sono (proprio per tale motivo) forme a priori. Esse sono, semplicemente, elementi osservabili in ogni stato di conoscenza; rappresentano la misura stabile attraverso cui ogni fatto entra in relazione con un altro, grazie al piano comune e costante formato da queste nozioni; esse risultano formali perché sono fenomeni caratteristici di qualsiasi esperienza. Lo iato insuperabile tra forma e contenuto deve essere considerato solo un fatto di comodità logica, non ha nulla a che vedere con pretese differenze di natura. L’attività che genera la forma è, in effetti, la medesima che dà vita al contenuto: tanto la parte stabile, ordinatrice, formale, quanto quella instabile, sfuggente, derivano dalla sola categoria dell’esperienza. L’inutilità di introdurre un qualche significato altro rispetto all’esperienza vale, quindi, per le forme a priori (spazio e tempo), ma anche per le categorie kantiane.

L’errore di Kant è stato quello, allorché si è rivolto alla determinazione delle forme della pratica, di intendere la forma secondo un significato del tutto differente ed arbitrario. Spinto da un rinnovato “istinto vitale” e teologico, egli ha concepito l’imperativo categorico come fondato sull’ipotesi di una universalità desunta dalla possibilità di determinare un ordine noumenico. In questo modo, Kant ha ritrattato le proprie tesi sul valore di un tipo di universalità basata, esclusivamente, su un fatto di costanza presente nell’esperienza. Kant va definito, in questo senso, filosofo dell’“istinto vitale”. La rettifica delle sue precedenti convinzioni e l’affermazione di un principio formale pratico sono motivate dalla necessità di giustificare, in modo rigoroso, nella prassi concetti come dovere, libero arbitrio, responsabilità. Egli ha, cioè, applicato alla prassi argomentazioni valide solo nell’ambito di una conoscenza formale. Un principio adeguato a questa non avrebbe potuto determinare il modello di etica kantiana (che, secondo de Gaultier è, fondamentalemente, cristiana). Si sarebbe, invece, mostrato indifferente verso i vari aspetti del proprio contenuto. Non avrebbe potuto essere una fonte di causalità, piuttosto, la sua funzione sarebbe stata quella di far emergere le strutture (formali) affini osservabili nei diversi fenomeni rientranti nell’ordine morale.12

Un principio puramente e correttamente formale della morale va, tuttavia, ricercato nelle condizioni che accompagnano sempre l’atto morale, che lo caratterizzano necessariamente al di là del contenuto variabile dell’azione. Secondo de Gaultier, l’elemento comune ad ogni atto reputato morale è il “giudizio” (jugement) positivo o negativo, qualificante, che si presenta senza eccezione nello spirito che agisce. Tale elemento è formale poiché è riscontrabile in ogni atto morale, è la struttura in cui si collocano i diversi contenuti di un atto morale. Il “giudizio” implica nient’altro che “un fatto di non indifferenza” verso l’atto, implica, inoltre, un giudizio da parte di un soggetto volontario su un atto che diventerà, così, buono o cattivo. Secondo l’autore, la differenza tra un atto morale ed uno fisico è data dal “giudizio”. L’atto fisico ha la propria fonte in un’attività estranea al soggetto cosciente, ha la forma di un riflesso automatico. Kant ha sostituito al fatto di “non indifferenza”, di parzialità, di partecipazione che caratterizza l’atto morale un principio dogmatico, arbitrario. Qualificare un atto come buono o cattivo non può equivalere in nessun modo a dire che l’atto in questione sia, in realtà, buono o cattivo; si tratta solo di un “giudizio”. Con l’introduzione dell’imperativo categorico, Kant si è allontanato dall’unico campo in cui può nascere un fatto di conoscenza, ossia quello dell’analisi dell’esperienza psicologica, riducendo, così, la sua teoria della morale ad una costruzione teologica che, dal punto di vista cognitivo, non ha alcuna esistenza.

Il principio di “non indifferenza”, dunque, permette di essere relazionato ai diversi aspetti dell’attività pratica: in tale modo, esso li rende conoscibili. E’ in grado, innanzitutto, di presentare una chiara differenza tra fenomeni morali e fenomeni fisici. Questi hanno un solo ordine di cause, fisiche appunto, che ne determina la produzione, quelli hanno, invece, due ordini di cause: l’uno fisico, per quanto concerne l’atto, l’altro intellettuale riguardante il giudizio sull’atto. Sebbene il rapporto tra questi due tipi di causalità non sia sempre pacifico la loro origine è comune. La causa intellettuale, come fatto complesso, viene, infatti, derivato, da de Gaultier, dal fatto fisico semplice e primitivo. Le serie causali, come le intende l’autore e almeno per quello che ci è possibile sapere, si costruiscono su un fatto fisico, non metafisico; attraverso intermezzi causali più o meno controllabili producono degli effetti, più o meno imprevisti e sempre in movimento. All’autore interessa segnalare come il fatto morale non sia originario ma, al contrario, sia subordinato ad altro.         

Alla base della serie causale (alla cui estremità possiamo osservare il fatto complesso del “giudizio”) sta un fattore di ordine puramente fisico che si manifesta con la sensibilità, con il “gusto”, con la capacità, cioè, di scegliere tra sensazioni fisiche di dolore o piacere.13 Il “gusto” soddisfa il carattere formale (comune, sempre osservabile) poiché accompagna senza eccezione il giudizio sull’atto. E’ l’intervento del “gusto” che riempie la struttura vuota del suo contenuto; questo intervento di un fatto fisico determina il giudizio su cose ed atti, quindi il complesso dei fenomeni che costituiscono la morale. Risulta buono quell’atto che soddisfi il gusto di un certo individuo, ogni azione contraria sarà, invece, cattiva. Un’enunciazione del genere sostituisce ai concetti di bene e male, come termini oggettivi, le rispettive qualificazioni soggettive e concrete. Secondo de Gaultier, è questa sostituzione che costituisce (alla luce di una corretta applicazione della conoscenza) il fatto etico fondamentale, l’“atomo”, attraverso le cui combinazioni è possibile spiegare i fenomeni morali complessi.

Nell’individuo si riscontra ciò che avviene, ad un livello macroscopico, nell’ambito sociale. I fenomeni morali più raffinati sorgono, effettivamente, dall’intervento, da una parte, della capacità individuale di immaginare, prevedere e riflettere, dall’altra, dall’intervento dell’elemento sociale inteso come insieme di parti in necessaria relazione tra di loro. Nell’individuo, dunque, istinti e gusti riescono ad ordinarsi, in modo più o meno armonico, solo in seguito ad un lungo scontro che vede vincitori gli elementi più vigorosi.

Questo tipo di conflitto, con la seguente gerarchizzazione, secondo l’energia di ogni parte in campo, con il compromesso più o meno stabile, avviene anche in ambito sociale. I più forti (siano essi una élite o una maggioranza) sono in grado di soddisfare meglio i propri gusti; i più deboli, per cercare di mantenere gli istinti più importanti, sacrificano ai dominatori quelli più marginali: per essi istinto fondamentale è quello di continuare a vivere, perciò, per paura di perdere la vita, rinunciano ad ogni altro istinto e gusto. Tale timore (che è il gusto dominante della sopravvivenza) porta i più deboli a classificare come male tutta una serie di atti portatori di soddisfacimento immediato di un gusto particolare; inversamente, è bene tutta la gamma di azioni contrarie a questo stesso gusto ma in grado di soddisfare, nel futuro, il gusto di vivere.14 Si tratta già di una forma di “bovarismo”, di una finzione. L’uomo forte (non solo ed esclusivamente in senso fisico) presenterà gli atti che sono per lui di utilità positiva ed immediata come prescrizioni divine o razionali, convincendo l’uomo debole che l’osservanza di queste leggi gli assicurerà la felicità. Si tratta della finzione attraverso cui un’utilità particolare, reale, viene sacralizzata ed universalizzata, laddove la medesima utilità risulta, per l’uomo debole, solo immaginaria o, comunque, futuribile: egli obbedisce alla forza ma tende a persuadersi di obbedire veramente a Dio (o alla Ragione). Lo stesso uomo forte è, del resto, prigioniero della propria “illusione” perché questa possa irrobustirsi e durare. Tali accorgimenti sono, per il vincitore del conflitto, della massima utilità; essi, in effetti, permettono un importante risparmio di energia. Grazie ad essi l’uomo forte non sarà costretto, in ogni momento, a riaffermare la bontà delle proprie scelte. L’uomo debole accetta la finzione per una sorta di fierezza, l’uomo forte per comodità ed interesse.     

Il meccanismo risulta identico anche se lo si impiega nell’analisi dei fenomeni sociali complessi e dei loro sottoinsiemi (classi, professioni e categorie). Nelle parole bene e male risulta essere contenuto, anche in questo caso, il desiderio di soddisfare determinati appetiti. Nelle società altamente organizzate coesistono, da una parte, i desideri propri di una “fisiologia” individuale (spesso in contrasto con altri e differenti desideri del medesimo individuo), dall’altra, diverse “fisiologie” (riunite in gruppi, classi e categorie) che tentano di soddisfare uno stesso gusto a detrimento le une delle altre. Il punto di equilibrio di tutte queste energie in conflitto è quella formula, “pressione sociale” (pression sociale), che de Gaultier riprende da Durkheim senza, per altro, specificare oltre. Leggi, costumi, pregiudizi, consenso, tutta la codificazione delle “etichette” di bene e male (esercitando, appunto, la propria pressione su ogni coscienza individuale) costituiscono la morale intesa come istinto del gregge (senza, per altro, nessuna accezione negativa) teorizzata da Nietzsche. Alla luce di tale conclusione il fenomeno morale rientra nell’empirismo: la sua origine va, infatti, individuata in un fatto meramente fisico come quello del gusto. La via kantiana che oppone simmetricamente l’ordine morale alla generalità caratteristica delle forme della conoscenza, è, così inficiata. Secondo l’autore, quindi, la morale dipende, in modo rigoroso, dalla “fisiologia” o, meglio, dai costumi e dallo stato “fisiologico” che genera i costumi.15

Sorge, a questo punto, il bisogno di alcune precisazioni: innanzitutto, non solo i “costumi” (mœurs) sono indipendenti dalla morale, ma sono indipendenti anche dalla logica. Nell’ottica di de Gaultier (che si riconnette all’opera di Lévy-Bruhl, La morale et la science des mœurs, del 1903) è possibile una scienza dei costumi che studi la particolare realtà morale data in un preciso momento storico, la quale, proprio in quanto fatto concreto, risulta osservabile. I costumi risultano, quindi, esaminabili; tuttavia, essi si rivelano anche indipendenti dall’ambito logico: ciò impedisce la possibilità di una loro definitiva deduzione da un a priori dogmatico di qualunque tipo. Gli sforzi teologici in vista di una costituzione logica di una morale universale sono vani. Del resto, anche una certa sociologia che tenta, utilizzando in modo improprio mezzi scientifici, di stabilire i contorni precisi e definitivi di bene e male, è destinata al fallimento. I metodi scientifici differiscono, in realtà, da quelli dell’attività religiosa (e sono, quindi, inappropriati a dimostrarne i fini); inoltre, l’attività scientifica ha propri scopi, o per lo meno intenzioni, riferibili esclusivamente ad un’osservazione, anticipando, del mondo così come esso è e così come funziona.

L’osservazione delle serie causali porta de Gaultier ad affermare l’indipendenza dei costumi rispetto alla logica. Le serie causali sono caratterizzate, come abbiamo visto, dal più ferreo principio di causalità; è, secondo de Gaultier, proprio il principio di causalità a dimostrare, nella struttura delle serie causali, l’impossibilità di idee come inizio e fine. Il principio di causa che le regge comporta, piuttosto, un fatto di continuità. Le ipotesi inizio e fine sono in contraddizione con questo fatto di continuità ininterrotta.

In tale prospettiva, anche il concetto di infinito risulta non suscettibile di una definizione positiva. Essa procederebbe attraverso l’opposizione tra la coppia concepire/immaginare e quella fatti concreti/concetti astratti. Secondo de Gaultier l’astratto è, in realtà, una manipolazione del concreto, il concetto astratto è il risultato di uno sforzo intellettuale: rendere, impropriamente, concreto ciò che è, invero, frutto della capacità umana di immaginare. Questo sforzo, peraltro, non produce, secondo de Gaultier, alcun esito valido: ogni immagine ha in sé tutte le componenti di un concetto; se un concetto non rimanda a nessuna immagine allora esso è vuoto, oppure è la semplice negazione di qualcosa. Il concetto di infinito si rivela, perciò, un termine che significa esclusivamente la nostra impotenza nell’assegnare dei limiti fissi e non valicabili.     

Quanto detto vale, anche, per il concetto di causa prima, la quale, pertanto, è un concetto puramente negativo, addirittura nientificante. Il discorso di de Gaultier passa per l’ipotesi che sia possibile porre una causa prima, immaginabile, dunque, concepibile. Il mondo diventerebbe, così, un tutto conoscibile, governato da un principio/fine capace di far convergere ogni elemento che ne fa parte verso un medesimo scopo. Tali postulati hanno, però, per l’autore, la propria origine in una condizione di scontento rispetto alla vita (per questo, di solito, si tratta di un sentimento che cerca conforto in una speranza di tipo religioso) anche quando essa si presenta sotto forme laiche, scientifiche. In apparenza una sensibilità di questo genere ricerca una perfezione assoluta, in realtà, rimprovera di continuo l’esistenza e, di continuo, tende ad abolirla. La valutazione negativa delle antinomie, la tendenza verso la perfetta unità del sistema, verso il riassorbimento dell’inizio e della fine nello scopo, non fa altro che annientare tutta la sostanza del reale. Questo è, secondo de Gaultier, il verbo della morte, al quale va opposta, con forza, la vera parola di vita: “le antinomie sono inviolabili”.16 Il sentimento di angoscia creato dalla presenza costante delle antinomie è caratteristico di uno spirito fondamentalmente malato, la cui segreta aspirazione è l’annullamento della vita considerata un male. In realtà, per una sensibilità correttamente intellettuale, le antinomie sono rassicuranti, esse costituiscono dei veri e propri garde-fous . Esse garantiscono la indefinita perpetuazione della vita e del mondo, impediscono la convergenza in una unità assoluta di tutti gli elementi dell’esistenza e difendono le irriducibili differenze fenomeniche. Le antinomie, inoltre, segnano il limite invalicabile al di là del quale sta il vuoto, al di là del quale l’attività intellettuale cede il passo al misticismo e la sensibilità scientifica a quella religiosa. Dichiarano, infine, suicidio metafisico una conoscenza che tenti di superare le sue proprie forme (spazio, tempo ed il continuo flusso causale) in vista di un termine assoluto; indicano incessantemente la natura di compromesso del reale tra una parte di caos ed una parte di sistematizzazione.      

Abbiamo parlato, nel precedente capitolo, del principio di aléa, incluso nel concetto di causalità, di una parte dell’esistenza che rimane avvolta nel mistero, di un elemento di avventura, di “romanzesco”.17 Adesso tale nozione si delinea in modo ancora più chiaro. Le serie causali che abbiamo preso in considerazione si sono rivelate aperte proprio in base al principio di causa. In ogni istante, all’estremità del fenomeno generale esistenza (sulla base più o meno stabile formata dai fenomeni fisici), appare un gruppo di fenomeni in conflitto. L’esito di tale conflitto è assolutamente incerto e non prevedibile: solo il “determinismo della forza” sarà capace di dare gerarchie e relazioni fisse. L’esistenza, cioè, presenta una stabilità primitiva su cui si innesta tutto un susseguirsi sempre più ricco di fatti azzardati: da una parte, dunque, l’ordine che rende conoscibile la struttura dell’esistenza, dall’altra, l’aléa, l’avventura che ci appassiona ad essa.18

La categoria di fenomeni concreti in cui si presenta l’elemento irrazionale è, secondo de Gaultier, quella dei fenomeni morali.19 L’instabilità dei fenomeni morali è attestata dalle diverse concezioni etiche (sia storiche sia, per così dire, geografiche) così come dalle differenti interpretazioni individuali di bene e male e dei relativi premi e sanzioni. Inoltre, il tentativo di rompere la catena causale con l’intervento del libero arbitrio per dotare i concetti morali di una origine particolare, sarebbe, secondo l’autore, una nuova testimonianza della loro natura aleatoria, azzardata. Il fenomeno morale, in realtà, appare, secondo de Gaultier, all’estremità di una catena causale unica. I fenomeni fisici e quelli morali appartengono entrambi ad una identica φύσις. Il fenomeno morale è, però, apparso alla fine della catena causale; esso, cioè, poggia e si è sviluppato sulla base dei fenomeni fisici che presentano un maggiore grado di stabilità poiché di essi sono noti cause ed effetti. Il fenomeno morale non presenta nessuna regolarità perché non c’è, ancora, nessun fenomeno ad esso conseguente per il quale il fenomeno morale sia base.20 I costumi risultano essere, così, indipendenti da una legge morale assoluta ed universale; anzi, la legge morale è, a ben vedere, una derivazione di atti morali particolari e caratterizzati dall’intervento di un fatto fisico come il gusto.

 

 

 

 
III.2. La metafisica

 

 

Le metafisiche ‘storiche’, secondo de Gaultier, devono essere vagliate secondo il grado di efficacia e coerenza che esse (in quanto ipotesi esplicative) presentano. Secondo l’autore, in effetti, esistenza e conoscenza si trovano in un rapporto di legame strettissimo. Dunque, bisognerà valutare l’ipotesi più capace di formare un sistema di conoscenza non vero (la verità intesa come assoluto cui tendere rimane al di là della nostra portata), ma, piuttosto, armonioso. Un’ipotesi, ed il sistema che essa sostiene, risulterà apprezzabile allorché in esso tutte le parti dell’esistenza appariranno legate fra loro da rapporti logici.21

La prima analisi degaulteriana si rivolge all’ipotesi che sta alla base di tutti i sistemi dualisti. Il sistema dualista più tipico e, allo stesso tempo, più ingenuo apparso nel corso dell’evoluzione umana poggia sul concetto di creazione: a causa della impossibilità di spiegare la genesi del mondo si pone questo nella categoria delle “cose create”, la quale richiede, necessariamente, l’idea di un principio creatore. Secondo de Gaultier, si manifesta, qui, innanzitutto, una sorta di “onnipotenza del verbo”.22 Il linguaggio, cioè, sarebbe capace di fornire un’esistenza ontologica ad affermazioni; una cosa sarebbe esistente solo perché ‘detta’. Si tratta, semplicemente, di una “virtù grammaticale del linguaggio” (vertu grammaticale du langage) che pretende di spiegare il conosciuto attraverso lo sconosciuto, ciò che è creato attraverso ciò che crea (senza rendersi conto, peraltro, che alla fine di un siffatto processo dialettico rimarrebbe, comunque, da dare conto del creatore). L’autore, perciò, ritiene più interessante studiare quali siano i moventi che generano tali sistemi e considera, inoltre, che la loro esistenza potrà essere giustificata dalla loro utilità pratica. In questa ipotesi, la cosa più importante è vivere, organizzare la vita sociale; è un interesse che non ha niente a che fare con tentativi di esplicazione logica dell’esistenza; è un interesse politico.23       

L’ipotesi della creazione è, secondo de Gaultier, il mezzo da sempre adottato dai detentori del potere per dominare gli altri uomini. Il Creatore avrebbe creato il mondo fisico e, dopo questo, avrebbe elargito tutto il sistema delle leggi morali. In realtà, i “capi” (maîtres) mascherano i loro voleri sotto la finzione del principio creatore: esso è, perciò, un mezzo di governo. Le scelte compiute da uomini valenti sono, prima o poi, divinizzate nei sistemi religiosi, o razionalizzate in quelli filosofici. Questa menzogna è, del resto, essenziale nel processo di costituzione di una realtà sociale: essa opera come cemento tra gli elementi che compongono il complesso sociale. L’autore, in effetti, non dubita dell’utilità di un tale artificio nelle epoche primitive; piuttosto, egli si chiede se, nel presente, non sia possibile sostituirlo con differenti mezzi di persuasione, anche perché quelli del passato sembrano aver esaurito la propria forza.

La ricerca di de Gaultier tenta di istituire categorie logiche in grado di esplicare efficacemente il fenomeno esistenza. L’ipotesi dualista, nella sua forma teologica, come in quella razionalista, non sembra poter sostenere tale esplicazione: il suo scopo è quello di contribuire ad un’azione politica e sociale; è perciò alle dipendenze dell’“istinto vitale”, non di quello di conoscenza. Il vizio fondamentale dei sistemi dualisti non è, però, la loro incapacità di svelare la struttura profonda dell’esistenza, il suo mistero, o lo stupore (étonnement) che essa genera. Il difetto più grave dell’ipotesi dualista è quello di porre i termini della questione esistenziale in modo tale che non sarà più possibile una conciliazione. L’oggetto che si vuole conoscere è posto al di là della normale facoltà di analisi dello spirito; nell’interpretazione dualista, anzi, le caratteristiche dei due principi primi sono tali da escluderli l’uno dall’altro. Nelle opposizioni (senza possibilità di contiguità) tra concetti come infinito/finito, tra nozioni come Creatore/creatura, materia/spirito, corpo/anima, mondo fisico/ mondo morale, essere/divenire esplode una contraddizione mai più riconciliabile, si apre un abisso insuperabile per la ricerca intellettuale.24

La formula fondamentale del dualismo è, nell’ottica degaulteriana, così esprimibile: “esiste qualcosa al di là di ciò fuori di cui niente esiste”.25 Può sembrare un paradosso, eppure a ben vedere, se il finito esistesse nell’infinito non ne sarebbe che un episodio; se la sostanza creatrice desumesse da se stessa la sostanza creata, esse sarebbero “consustanziali” (consubstantielles). Per superare una contraddizione del genere, il dualismo dovrebbe ammettere la natura identica dei suoi due principi portanti. Facendo questo, però, esso ricadrebbe in una forma di “monismo”. Secondo de Gaultier, il dualismo dovrebbe, in effetti, riconnettersi alla dottrina dell’immanenza; esso sarebbe, in realtà, una forma di panteismo, il quale, secondo l’autore, risulterebbe, in ultima analisi, una “antica denominazione” del monismo.26

Rimanendo, di necessità, fedele a tale contraddizione logica, il dualismo genera conseguenze di notevole importanza. La prima, secondo de Gaultier, è quella per cui non esiste legame di causa/effetto tra i due principi che il dualismo distingue alla base dell’universo. Questo fatto impedisce al nostro spirito di ordinare, secondo i propri rapporti (fondati sul principio di causalità), le parti componenti del mondo. Impedisce, dunque, una conoscenza del mondo stesso. Se, nell’ottica del dualismo, fosse possibile istituire, tra i fenomeni, anche uno solo di quei rapporti (quindi, se i fenomeni potessero essere valutati secondo la misura comune, secondo spazio, tempo e causa) i due principi alla base del dualismo si rivelerebbero inesistenti.

A livello pratico, l’ipotesi dualista è innegabilmente efficace. L’istinto sociale chiama “bene” ciò che sa essergli di giovamento e “male” ciò che, invece, può nuocergli; in tal senso, entità fuori dalla portata della nostra intelligenza vengono “utilizzate” (dopo essere state rese “imperiose” grazie all’appello all’autorità di una divinità o della ragione) per mantenere e propagare la vita. A livello intellettuale (al livello, cioè, di un “puro istinto di conoscenza”) l’autore constata una delle assurdità introdotte nel mondo dal dualismo: la libertà. In un sistema basato sull’unità della sostanza, sulla inflessibilità del principio di causa/effetto sarebbe improponibile tentare di ‘salvare’ l’indipendenza dell’effetto. La potenza divina introdurrebbe nel mondo che cade sotto i nostri sensi (e che ci appare dominato da una rigida causalità) un elemento come la libertà che è un concetto, secondo de Gaultier, inconcepibile. L’onnipotenza divina è del tutto incoerente con l’idea di una libertà umana: come disubbidire all’Onnipotente? L’infinita bontà divina che permette all’uomo, grazie alla libertà di cui l’Onnipotente lo ha dotato, di compiere il male non sarebbe che una tragica ironia.27 La libertà, concetti come quelli di onnipotenza e bontà divine non sono, in definitiva, che maschere, artifici, finzioni creati dall’utilitarismo dell’istinto sociale.28

Sempre rimanendo nell’ambito di un interesse correttamente conoscitivo, la maggiore critica mossa da de Gaultier al dualismo risulta essere quella per cui esso (attraverso il postulato di un’assoluta differenza di natura) rende i suoi due principi portanti inconoscibili l’uno all’altro, impedendo così una coerente spiegazione epistemologica ed una efficace descrizione metafisica dell’esistenza. In Les raisons de l’idéalisme, de Gaultier sembra cercare un tipo di sapere tendenzialmente esaustivo, onnicomprensivo, assoluto. Dobbiamo, però, ricordare che l’autore non pretende “di dimostrare che le cose accadano così, ma solamente che è possibile che esse accadano così”.29

Il dualismo è, dunque, la philosophie du miracle; esso pone i termini dell’esistenza in modo che non saranno più confrontabili tra loro; dopo ciò, però, la filosofia dualistica pretende di decifrare la questione dell’esistenza. Al contrario, l’ipotesi di una sostanza unica è coerente, ma, rimane un’ipotesi. Essa è la migliore, secondo de Gaultier, la sola che riesca a portare a compimento un valido discorso epistemologico ma, comunque, rimane un’ipotesi che non è conforme a nessuna verità oggettiva e assoluta.

Tale tipo di ipotesi è quella monista ed il nodo da sciogliere, qualora la si abbracci, è la scelta tra una concezione materialista o una idealista,30 secondo un criterio di ‘utilità epistemologica’. Tra le due soluzioni dovrà essere preferita quella capace di sostenere l’interpretazione più coerente del fenomeno esistenza.

L’analisi degaulteriana si rivolge, dapprima, verso l’ipotesi materialista la quale postula il fatto che la materia possieda un potere di evolvere (lungo una linea che va dalle forme di vita più semplici a quelle più complesse) che renderebbe conto di ogni fenomeno. Una facoltà di evoluzione che potrebbe essere esemplificata dalla trasformazione del movimento in calore: nello stesso modo il movimento, o un altro fenomeno fisico-chimico, potrebbe, in virtù del potere della materia, evolvere nella forma del pensiero.31 Ma, secondo l’autore, l’unica realtà che ci appartiene è quella psicologica, per cui la pretesa unità della sostanza materiale presupposta dal materialismo in qualche modo eccede la realtà psicologica. Si tende, in effetti, ad immaginare la materia come un ente astratto, metafisico; spesso essa è indicata come un ente al di fuori di qualsiasi sensazione in grado di afferrarlo, al di fuori del pensiero. Per de Gaultier, la materia si manifesta per lo spirito come un “mezzo di rappresentazione delle sue proprie dello spirito modalità”.32 L’ipotesi del materialismo postula che il pensiero sia la massima espressione dell’evoluzione della materia. Tale ipotesi è, tuttavia, essa stessa un prodotto del pensiero: essa discende da uno spirito che pensa, che suppone ed immagina tutta la serie di successive tappe evolutive necessarie. Il procedimento dell’ipotesi materialista ‘realizza’, dota di un’esistenza anteriore, un prodotto del pensiero (una modificazione interna allo spirito33), che è posteriore, e lo pone come principio primo della realtà.    

Per l’autore, è impossibile prescindere, trattando dell’esistenza, dalla conoscenza di essa. Tuttavia, egli segue l’argomentare della tesi materialista riguardo la transizione (attraverso un’evoluzione fisico-chimica) dalla materialità di un fenomeno alla rappresentazione cosciente di questo fenomeno stesso. Il “fatto di rappresentazione nel pensiero”, la coscienza di un fenomeno che abbiamo pensandolo ed il “fatto di adeguamento di un mezzo ad un fine” vanno preliminarmente distinti. Il “fatto di adeguamento di un mezzo ad un fine” caratterizza, secondo l’autore, l’intelligenza ed appartiene, senza dubbio, al processo fisico-chimico. Sembra, a questo punto, doveroso soffermarsi sull’interpretazione degaultieriana del “fatto dell’intelligenza”.34 Abbiamo, in precedenza, analizzato la teoria evoluzionista che l’autore fa propria. La cellula vivente (perfetta ab origine) ha il potere di mantenere le proprie migliori condizioni vitali contro il progressivo aumento di ostilità che si verifica nell’ambiente esterno in cui essa vive. A fronte del continuo peggioramento delle condizioni esterne, la cellula, per preservare la propria originaria “prosperità”, si costituisce un ambiente proprio: crea degli organismi chiusi che la contengano. Da questo momento, si avrà un ambiente vitale interno in contrapposizione ad un ambiente esterno sfavorevole. “L’evoluzione si rivela un mezzo attraverso il quale la vita, contro l’ostilità crescente dell’ambiente esterno, realizza in questi ambienti chiusi che sono gli organismi le condizioni fisse e determinate richieste in vista della propria prosperità”.35    

Il processo evolutivo è il mezzo adeguato al raggiungimento di un fine ben preciso: il mantenimento della vita e delle sue originarie condizioni favorevoli. L’organizzazione della cellula in organismi genera le varie specie animali dotate ognuna di una “facoltà di reazione” fissa, stabilita una volta per tutte rispetto alle condizioni dell’ambiente esterno. Qualora questa non fosse sufficiente, la vita dovrebbe ‘inventare’ nuove modificazioni organiche che culminerebbero nella creazione di nuove specie. L’uomo non è né l’ultimo né il più adeguato degli organismi prodotti dalla cellula: ad esempio, a fronte di un improvviso e repentino abbassamento della temperatura esterna, l’uomo non può, comunque, alzare la temperatura dell’ambiente vitale interno oltre la soglia dei 37° centigradi, laddove altri animali sono in grado di temperature ben più elevate. Tuttavia, nell’uomo “un organo si è sviluppato in modo mostruoso, l’organo intellettuale, che realizza propriamente il potere di adattare un mezzo ad un fine e di reagire all’ostilità dell’ambiente”36esterno. L’uomo, perciò, utilizza, per i suoi interessi, le proprie facoltà intellettuali: il fuoco, gli indumenti, le armi, tutto ciò gli permetterà di sopravvivere in condizioni anche estreme.

L’intelligenza è, dunque, un mezzo di lotta per mantenere la prosperità della vita (quindi, un mezzo per un fine chiaro e conosciuto); essa ha una specifica dipendenza dal ‘fisico’, ha come la cellula un potere di ‘resistenza’ fisso del quale, per altro, ignoriamo i limiti e l’ampiezza; è, infine, composta di due parti. La prima parte (la struttura vuota, formale della conoscenza) è, secondo la definizione di de Gourmont, “una spugna, o piena d’acqua, o vuota, secca, senza che la sua capacità sia aumentata o diminuita”.37 La seconda parte è quella del contenuto dell’intelligenza, è il “fatto di rappresentazione nel pensiero”. E’ la capacità di accumulare e trasmettere esperienze; è la capacità di riunire tali esperienze in “nozioni” che possano essere tramandate.     

L’intelligenza sembra possedere un doppio status. Da un lato, il fatto intellettuale fa parte del ‘biologico’, in quanto mezzo per mantenere la vita; dall’altro, però, esso viene inteso, da de Gaultier, come una realtà che, nel proprio funzionamento, rimane fortemente legata al processo fisico-chimico. In questo senso, l’introduzione del concetto di ‘coscienza’ pare all’autore del tutto impropria. L’intelligenza presenta una misura comune con i fatti fisico-chimici corrispondente al “movimento molecolare cerebrale”. La coscienza (intesa, nell’accezione tradizionale, attribuita secondo gli interessi dell’“istinto vitale”, come dipendenza di un’anima) non ha, invece, alcun tipo di ‘commensurabilità’ con i fenomeni fisici che, pure, dovrebbe poter afferrare. E’ impossibile stabilire una affinità di natura tra un “fatto di coscienza” e un “fatto di movimento”. La coscienza è un “ pregiudizio”; di più, nella comprensione dei fenomeni fisico-chimici essa appare inutile. L’autore si rivolge, a supporto di questa tesi, agli esiti della ricerca “fisiologica” (a lui contemporanea) riguardo i centri cerebrali ed il fenomeno dell’intelligenza. Tali risultati gli sembrano confermare la sua teoria.

Una volta “tolto il fatto di coscienza, le cose accadrebbero nell’ordine di attività adattate ad un fine, unite tra loro dal legame di causa/effetto, nello stesso modo in cui accadono quando sembra intervenire il fatto di coscienza. Una crescita della complessità del meccanismo cerebrale sarebbe sufficiente a spiegare tutto in puri termini di movimento”.38

Del resto, l’autore non condanna in blocco il “materialismo”. Lo ritiene, anzi, utile nell’ambito di una seria ricerca scientifica ed ammette la possibilità di una sorta di ‘assorbimento’ dell’ipotesi materialistica in un più vasto e complesso sistema idealista. In effetti, l’obiezione più importante che il “materialismo” solleva è quella riguardante la fede nell’esistenza di un mondo esterno, l’accettazione di ciò che, per la realtà psicologica (l’unica che possiamo esperire), non è che un’“illusione”. La differenza fondamentale tra “idealismo” e “materialismo” è quella esistente tra due “tendenze cerebrali”. “L’una tende ad accettare come reale l’apparenza oggettiva creata dalla sensazione, l’altra tende a considerare come reale solo il fatto stesso della sensazione e a fondare ogni conoscenza sull’analisi di questo fatto”.39

 

 

 

 

 
 
III. 2. 1. L’idealismo di Berkeley e di de Gaultier

 

 

L’aspetto fondamentale del “materialismo” è l’“estensione” (étendue), laddove per l’ “idealismo” è, invece, il “pensiero” (pensée). Il pensiero è, secondo de Gaultier, il dato immediato, l’unica realtà che ci è propria; “estensione” e materia non sarebbero, al contrario, che elementi a posteriori, legittimati dall’attività del pensiero. Essendo questi i termini della questione, essa si risolve analizzando due ipotesi. La prima concerne la possibilità dell’esistenza di una realtà altra (rispetto a quella del pensiero) che le nostre sensazioni registrerebbero e dalla quale sarebbero “suscitate” (suscitées). La seconda, invece, postula una diversa natura delle sensazioni umane: esse non sarebbero che modi, modificazioni del pensiero stesso. Il presupposto teorico di de Gaultier è, però, come risulta ormai chiaro, che il pensiero sia la realtà immediata; che, anzi, al di fuori del pensiero e dello spirito che conosce le proprie modificazioni niente altro esista. Da tali premesse, ammettere l’esistenza di una realtà diversa dal pensiero significherebbe ricadere in una forma di “dualismo”.40

De Gaultier, qui, si accosta all’opera di Berkeley. In particolare, secondo l’autore, è di primaria importanza la critica che Berkeley rivolge all’ipotesi di un’esistenza materiale scissa dai dati della percezione.41 Seguendo il filosofo irlandese, l’autore afferma che “ciò che lo spirito percepisce nel fenomeno, è ciò che esso vi apporta”.42 Nel caso in cui l’attività del pensiero (solo la quale produce la “percettibilità”, perceptibilité, dei fenomeni) si interrompesse nulla potrebbe più garantire che un dato fenomeno continui ad esistere. Le cose, i fatti, considerati esterni, vengono così ridotti al percipi il quale, necessariamente, richiama un percipere. Tra percipi e percipere non sussiste spazio per nessun altro tipo di realtà dotata di diversa origine e costituzione.

Le opere di Berkeley cui de Gaultier si riferisce sono An Essay Towards a New Theory of Vision (1709), A Treatise concerning the Principles of Knowledge (1710) e, soprattutto, Three Dialogues between Hylas and Philonus (1713). Da un punto di vista generale, ciò che interessa de Gaultier è la petizione di principio che Berkeley fa sua: non esiste nessuna realtà al di là del pensiero, nessuna cosa esiste se non viene percepita o concepita. La realtà di un oggetto risiede, esclusivamente, nel fatto di essere percepito, attraverso la continua azione dello spirito che lo percepisce; fino alla logica estrema per la quale, secondo un “monismo” rigoroso, il pensiero non conosce che se stesso e i propri atti. Circa l’opera del 1713 l’autore non si ripropone di seguirne in modo minuzioso gli sviluppi e le analisi. De Gaultier si preoccupa, piuttosto, di indicare il metodo principale attraverso cui vengono demolite le argomentazioni di Hylas riguardo un substratum non intellettuale delle cose. Si tratta, per Berkeley, di ridurre ogni qualità sensibile, in cui Hylas riconosce quella realtà oggettiva indipendente dal pensiero, ad una sensazione che può trovarsi (ed essere generata) solo nello spirito stesso.43 Il procedimento consiste nello scoprire, in ogni singola qualità, il contenuto di una “percezione” e nel ritrovare nella “sensazione” le radici di essa.44 La veridicità di un tale procedere sarà attestata dalle contraddizioni di cui sarebbe portatrice un’ipotesi contraria, così come dimostra la confutazione di Philonous circa i diversi gradi di calore. Il grado più intenso, confondendosi con il dolore, sembrerebbe percepibile solo dallo spirito; secondo Hylas, però, la realtà ‘calore’ coincide con un grado moderato del calore stesso. Il ragionamento (in questo caso specifico come in ogni altro) cui si affida Philonous è quello secondo il quale è impossibile “accordare un’esistenza a modalità indipendenti dal pensiero che presentano aspetti differenti e contradditori che variano secondo lo spirito che le sostiene”.45 Così, ad esempio, uno stesso oggetto visto da lontano o meno, ad occhi nudi o al microscopio avrà dimensioni e aspetto diversi a seconda delle condizioni in cui si trova il soggetto; così, ancora, il particolare movimento di un oggetto potrà essere considerato, dalle diverse sensibilità che lo percepiscono, lento o veloce.

De Gaultier, inoltre, utilizza le tesi berkleyane riguardanti le qualità primarie di Locke, le trasforma, anzi, a sostegno della propria teoria e le porta alla loro logica estrema.46 L’analisi di Berkeley individua il procedimento che causa, nelle argomentazioni lockiane, l’errore per cui le qualità primarie sono ritenute “oggettive”. Il procedimento che genera l’equivoco è quello di valutare ciò che è il risultato di un’operazione dello spirito, in senso degaulteriano (quindi, come l’operazione strutturata secondo associazioni e combinazioni, nonché dissociazioni tra i dati elementari della sensazione) alla stregua di una realtà indipendente dalla sensazione. In realtà, i dati elementari della sensazione, le qualità secondarie di Locke, sono la vera sostanza degli oggetti: solo attraverso le combinazioni di elementi come sapore, gusto, colore, suono, etc., è possibile costituire (per mezzo di operazioni strettamente intellettuali) le qualità cosiddette primarie. Anche accettando l’ipotesi di una realtà materiale (di tali qualità secondarie) esterna al pensiero, sarebbe possibile giungere, “per via deduttiva”, a descrivere le qualità primarie come complicazioni delle qualità secondarie e, quindi, come realtà intellettuali.47 Le qualità secondarie sono i materiali componenti dei differenti oggetti. Il procedimento attraverso il quale gli oggetti si formeranno e modelleranno nella loro specificità dovrà, dunque, essere un procedimento di combinazione, di complicazione e di frammentazione delle sensazioni, secondo un indefinito numero di “ritmi e rapporti”. Le “apparenze sensibili” (apparences sensibles), le quali, per de Gaultier, sono “sintesi di sensazioni” (synthèses de sensations) e sono capaci (per la loro forza) di dare l’illusione di una loro esistenza reale, sono, in effetti, riconducibili a produzioni del pensiero. Più complesso è il meccanismo intellettuale che ‘affina’ la sensazione, più l’illusione di un’esistenza indipendente delle cose è intensa.48

Una delle illusioni più forti è quella dell’esistenza di un “in-sé materiale” (en-soi matériel ). De Gaultier segue il ragionamento formulato da Berkeley nel saggio An Essay Towards a New Theory of Vision. Concetti come quello di “estensione” non sono né dati immediati né contenuti della percezione. Essi sono piuttosto il risultato di un articolato processo di associazione tra i dati della vista (che vede colori, tenendo però conto della condizione in cui si trova l’occhio, della distanza del soggetto dall’oggetto, etc.) ed i dati del tatto. L’“estensione” sarebbe, dunque, il risultato di una siffatta operazione intellettuale, nonché, quindi, essa stessa un dato intellettuale. Lo spazio ha un’origine empirica. Esso è un’idea che nasce in occasione di un movimento che non si presenti ostacolato da alcunché; è un mezzo attraverso cui lo spirito si rappresenta degli oggetti. Il tempo ha la medesima origine empirica. Esso è il risultato del cambiamento delle nostre idee; è l’idea di successione. Entrambi i concetti (spazio e tempo, così come “estensione”), dunque, non hanno un carattere a priori; sono, contemporaneamente, creazioni dell’attività intellettuale e (quando essa si volge ad immaginare le forme dell’esistenza) potentissimi “mezzi” di questa stessa attività.

Lo stesso tipo di analisi viene condotta da de Gaultier, sulla scia di Berkeley, riguardo altri concetti come “pesantezza” e “solidità”. Si tratta di “dipendenze dello spirito” (dépendences de l’esprit). La materia si rivela così come un “semplice segno”. Ogni oggetto viene privato delle proprie caratteristiche peculiari per trattenere solo l’elemento che esso ha in comune con gli altri oggetti. La materia (che secondo de Gaultier è l’idea più astratta di tutte) non è altro che un “nome utile” per conservare ciò che esiste di comune tra gli oggetti: cioè, esso corrisponde a quel generalissimo “fatto di sintesi” che fa apparire i fenomeni dinanzi al (o, meglio, all’interno del) soggetto. Ogni altro uso di tale nome sarebbe illegittimo e infondato. Il vocabolo (il “segno”) materia non corrisponde a nessun contenuto particolare di alcuna percezione; non esiste, in altri termini, al di sotto delle qualità sensibili delle cose, nessun tipo di substratum indipendente diverso da quell’unica realtà che è il pensiero.49 La sostanza dell’universo è il pensiero, il resto è una realtà derivata da esso. I concetti sono, così, “le sintesi permanenti di idee concepite dai sensi”. E “la materia è la sintesi di queste sintesi”.50

“Quindi il de Gaultier accetta interamente il concetto berkeleyano, che cioè le qualità secondarie dei corpi, colore, sapore, odore, ecc., non esistono in essi, ma in noi, e sono soltanto nostre sensazioni, così come sono soltanto nostre sensazioni anche le qualità primarie dei corpi stessi, solidità, estensione, resistenza, massa, ecc., e l’intero mondo esterno è una costruzione del nostro spirito.”51

Una tale analisi regge, come si è detto, se si accetta, quale sua premessa, il principio che l’esistenza sia riducibile ad un sistema coerente (ma non assoluto) di conoscenza; tuttavia, essa cadrebbe se nell’esistenza ci fosse qualcosa la cui natura è talmente differente da ciò che è proprio dell’esistenza da essere ad essa irriducibile. La realtà sembra compromettere l’idealismo degaulteriano: gli oggetti sensibili, in effetti, sembrano presentare una concretezza indiscutibile. Il luogo in cui de Gaultier si allontana da Berkeley è rappresentato dalla diversa soluzione di questo problema. Berkeley, infatti, spiega la realtà degli oggetti che si presentano al soggetto in virtù dell’opera intellettuale dello spirito divino: essi esistono perché Dio li percepisce, continuamente, rendendoli, così, reali alla visione umana, anzi, rendendone possibile una visione costante, persistente.52 De Gaultier ammira una tale soluzione, definendola l’unica prova attendibile dell’esistenza divina; nondimeno, si discosta da essa. “Il de Gaultier respinge questa di Berkeley soluzione deistica, e la respinge a beneficio dell’idealismo assoluto, al quale così l’idealismo soggettivo berkeleyano lo aiuta a passare.”53

De Gaultier rigetta l’ipotesi divina di Berkeley su due livelli. Il primo è di natura prettamente logica. Dopo aver superato ogni forma di dualismo intercorrente tra concetti come spirito/materia, Berkeley vi ricade, nell’ordine della grandezza, istituendo un nuovo dualismo tra finito e infinito, vale a dire, “opponendo l’infinito divino al mondo e agli essere finiti”.54 Il secondo livello della critica degaulteriana è, per così dire, di tipo ‘regolativo’, normativo. Gli esseri finiti non sono in grado di cogliere idee come giustizia, bontà, perfezione divine e, quindi, assolute; essi hanno di tali concetti nozioni del tutto umane e finite. L’osservazione empirica dimostra, altresì, come questo mondo non sia né buono né giusto; di conseguenza, per ‘salvare’ l’ipotesi divina, deve essere postulata l’esistenza di un mondo strutturato in modo completamente differente. Anche se una realtà del genere esistesse, gli uomini non avrebbero a loro disposizione i mezzi adatti a cogliere le leggi che la ordinano. I concetti assoluti non rientrano nelle possibilità umane; i concetti divini sono incommensurabili con quelli umani, finiti e particolari. A motivo di questa sproporzione tra uomo e Dio, Egli non può essere misura, funzione regolatrice e garanzia della nostra conoscenza.

La specifica nozione umana di ordine è, secondo de Gaultier, in grado di svelarci la presenza, nel nostro mondo, di un equilibrio. Nell’universo, per de Gaultier, esiste quel minimum di ordine indispensabile alla ‘sopravvivenza’ dell’universo medesimo; vale a dire, un “istante di armonia”, un momento di associazione sono assolutamente necessari per la vita dell’universo. Tuttavia, al di là di questo breve (e ipotetico) attimo, “il disarmonico ed il pressappoco sono la regola”.55 Ad esempio, secondo l’autore, sussiste, a livello biologico, un défaut o, comunque, “un’ insufficienza di adattamento”56 degli organi alle funzioni proprio perché l’incessante movimento diversificante, di cui è preda l’universo, impedisce agli esseri viventi di raggiungere un’armonia tra organi e bisogni. In termini filosofici, per de Gaultier, è l’idea stessa di un continuo cambiamento ad escludere che il mondo possa presentare ordine e perfezione.57

La soluzione degaulteriana alla realtà che gli oggetti manifestano si sviluppa, innanzitutto, attraverso quello che l’autore chiama un “idealismo soggettivo”58. L’uomo, da un punto di vista psicologico (che, per de Gaultier, è l’insieme degli atti e delle posture del pensiero: unica realtà, unica sostanza dell’universo), rimane ‘rinchiuso’ nel proprio “io”. L’essere umano, cioè, non può sfuggire al proprio “io” ed è da esso costretto a “creare costantemente il mondo”.59 La necessità che lo spinge in questo senso è basilare: l’uomo, destinato ad essere solo con il proprio pensiero, tenta di popolare i propri sogni. L’uomo, cioè, sogna non solo gli oggetti inanimati, ma anche altri spiriti, altri “io” per i quali quegli oggetti hanno la stessa indiscutibile realtà. “E’ il nostro spirito che sostiene tutte queste esistenze fuori da lui, che sostiene l’esistenza di altri spiriti nei quali esso situa delle nozioni e dei modi di sentire analoghi a quelli che esso stesso genera e dei quali è, esso stesso, teatro”.60 Il mio pensiero è, in questa ipotesi di un soggettivismo idealistico assoluto, il fondamento solidissimo dell’esistenza dell’universo fenomenico.61 Il mondo è, dunque, una derivazione del mio pensiero, una “forma del mio sogno”.62

Dopo aver analizzato l’ipotesi di un “idealismo soggettivo”, de Gaultier si rivolge a quella di un “idealismo oggettivo”.63 Al di sotto della infinita varietà di “io” individuali viene riconosciuta la presenza di un essere unico, il pensiero: il pensiero così inteso è, dunque, l’ essere metafisico o, comunque, la prima caratteristica di un essere metafisico di cui non sappiamo niente prima di questa sua connotazione intellettuale che avviene con il gesto primordiale della scissione soggetto/oggetto. In questa congettura, il mio “io” particolare e la sua apparenza corporea non è altro che un “mezzo” attraverso il quale il pensiero si dà, si rappresenta a se stesso. “La forma individuale è propriamente la maschera sotto cui l’essere si traveste alla propria vista per darsi a se stesso come spettacolo. La forma individuale è un mezzo di conoscenza, un mezzo di rappresentazione per il pensiero”.64

Non esiste, secondo de Gaultier, contraddizione tra “idealismo soggettivo” e “idealismo oggettivo”. Il primo prevede l’esistenza di un solo “io” individuale capace di riempire il proprio “sogno cosmico” degli oggetti, dei soggetti e delle relazioni tra essi intercorrenti attraverso un atto immaginativo e intellettuale; la realtà di questo rêve è sostenuta dalla “sola volontà creatrice di questo soggetto individuale”.65 Nel secondo caso, nessun soggetto e nessun oggetto esiste se non come “mezzo di rappresentazione” del pensiero sovra-individuale (unica sostanza): soggetti, oggetti e relazioni tra questi sono dipendenze del “gioco dei movimenti e dei ritmi del pensiero”.66 De Gaultier, in queste pagine, si riconnette, in modo del tutto esplicito e diretto, alla filosofia indiana. Egli assimila, anzi, i sistemi di tipo buddhista (storicamente collocabili verso il V a.C.) a quelli, ben più antichi, di tipo brahmanico. La teoria dell’assunzione in Brahma e quella del Nirvana non sono completamente diverse. Anzi, secondo de Gaultier,: “ il principio materiale del Sankhya si confonde con il principio spirituale del Vedanta in un comune idealismo ed in una generale concezione di illusionismo di cui l’immagine di Maia è la conseguente illustrazione. Ciò che, in effetti, domina la metafisica induista è una teoria della sensazione, formulata come una psicologia dell’essere universale e che lascia spazio, nel corso dell’intera evoluzione fenomenica, solo ai gesti di un’attività unica che, di volta in volta, prende o perde coscienza di se stessa”.67

 

 

 

 

III.3. Bovarismo e idealismo
 

 

Nel tentativo di giungere ad una costruzione sistematica e coerente dell’esistenza, alla luce della sua peculiare forma di idealismo, de Gaultier esprime nei seguenti termini il fondamento su cui si basa l’esistenza medesima: percipere est percipi, percipi est percipere. Vale a dire che l’attività che percepisce è la stessa che viene percepita e viceversa. Il pensiero, fuori del quale nulla esiste, percepisce, dunque, modificazioni prodotte dal proprio movimento continuo, laddove uno stato di quiete sarebbe equivalente ad uno stato di confusione in cui non sarebbe possibile distinguere soggetto e oggetto. Il mouvement è, quindi, fondamentale nell’atto di conoscenza; il movimento primordiale è quello attraverso cui il pensiero si scinde in soggetto e oggetto prendendo, così, coscienza di sé. Il movimento è condizione imprescindibile della conoscenza; se l’essere unico è pensiero ne consegue che l’essere del pensiero, la sua essenza ed il suo specifico modo di esistere sono il movimento. Il movimento è il “fatto intellettuale” (fait intellectuel) da cui discendono le nozioni di tempo, spazio e causa che si rivelano essere categorie del movimento medesimo. Il mondo si dà, così, positivamente, come “fatto di movimento” (fait de mouvement), mentre l’ “idea di riposo assoluto” (idée du repos absolu) è un’idea negativa, un artificio del linguaggio, un’idea di cui solo il nome può essere ipotizzato e immaginato. Rimane aperta la questione circa i mezzi attraverso i quali il pensiero si rappresenta a se stesso. L’opzione è tra due differenti soluzioni: la prima (che de Gaultier accetta in De Kant à Nietzsche) è quella secondo cui le condizioni necessarie di ogni tale rappresentazione siano tempo e spazio; la seconda ipotizza la possibilità, da parte del pensiero, di creare per se stesso altre modalità di rappresentazione.  

Quello che veniva accettato dall’autore nell’opera del 1900 era l’apriorismo kantiano delle forme della conoscenza; su questa base poteva essere fondata una “concezione di illusionismo spettacolare” (conception d’illusionisme spectaculaire).68 Veniva accettata la stretta necessità di un tale apriorismo e la particolare struttura di meccanismi conoscitivi capaci di “suscitare” lo spettacolo fenomenico e di farlo comprendere. Le ragioni di questa scelta erano, allora, di vario genere. Da un punto di vista logico, concependo come puramente razionali i mezzi formali della conoscenza (e, quindi, interpretando il contenuto particolare di essa come irrazionale) l’universo si presentava, comunque, ancora conoscibile. La funzione delle leggi formali era quella di organizzare e disporre il contenuto fenomenico in modo coerente ed efficace. Inoltre, questo “dogmatismo delle forme della conoscenza”69lasciava già intravedere la possibilità di una concezione idealista ed illusionista. Infine, poiché l’apriorismo kantiano conclude, secondo de Gaultier, alla sostituzione dell’etica con l’estetica,70 esso rappresentava una critica fondamentale al moralismo kantiano della Kritik der praktischen Vernunft, critica tanto più formidabile in quanto realizzata attraverso i più eccellenti risultati raggiunti da Kant medesimo.

Senza rigettare l’apriorismo delle forme della conoscenza, de Gaultier ammette che, già, in opere come Le Bovarysme e la Fiction universelle, sulla scorta di nuovi studi riguardanti il pensiero kantiano, egli non aveva voluto escludere la possibilità che tempo e spazio potessero rivelarsi delle “invenzioni dell’arte umana, o dell’arte mentale”.71 La concezione monista ed il suo carattere specifico (quello idealista), analizzati in Les raisons de l’idéalisme, partono dall’accettazione di una sola proposizione ritenuta vera a priori, quella secondo cui non esiste una conoscenza che non dipenda dalla relazione oggetto/soggetto. La legge formale è, quindi, costituita (in quest’opera del 1906) solo dalla necessità del rapporto oggetto/soggetto. In questa prospettiva, i concetti di spazio, tempo, causa possono avere anche una genesi empirica in questa prospettiva, senza, per altro, compromettere la concezione idealistica. La loro unica conseguenza (se si ammette una loro genesi empirica) sarà che il fatto dell’esistenza esibirà una più ampia parte di irrazionale, ed una conseguente minore presenza della necessità razionale.

E’ importante, a questo punto, chiarire in che senso l’autore utilizzi i termini “razionalismo” ed “empirismo”. Notando che l’accezione rimane, fondamentalmente, quella kantiana, ci serviamo delle assai chiare parole di de Gaultier. Il “razionalismo”, il corretto uso della ragione pura, è “l’insieme di proposizioni in cui si riassumono delle leggi irriducibili, al di fuori delle quali nessuna esperienza è possibile né può essere concepita come tale. L’empirismo designa quella materia della conoscenza che ci forniscono i dati della sensazione e che noi non potremmo cogliere per via deduttiva.”72

Abbiamo però già rilevato come, nell’ipotesi idealistica di de Gaultier, la realtà degli oggetti esterni dipenda da un atto del pensiero; quindi, l’origine di oggetti empirici e quella di leggi formali è comune e risiede in un atto intellettuale.

Alla luce di questa teoria, quale dovrà essere la differenza tra conoscenza razionale e conoscenza empirica? Secondo l’autore, le leggi formali hanno un carattere necessario, esse delimitano in modo del tutto rigoroso l’azione del pensiero nel quale, per altro, evolvono; esse sono condizioni fisse dell’essere (poiché, ricordiamolo, l’essere è il pensiero e, dunque, esso è inseparabile dalla conoscenza).

La genesi degli oggetti empirici è, invece, dovuta ad un “atto di immaginazione e di improvvisazione”73del pensiero; essi sono la parte di “imprevisto” (imprevu) che entra nello spettacolo fenomenico; la loro nascita poteva anche essere diversa da quella che è stata. Il pensiero, cioè, nell’atto essenziale e primordiale della propria divisione (e della seguente creazione di trame e personaggi che rendono accattivante lo spettacolo cosmico) aveva a disposizione infinite modalità di frammentazione tra cui ‘scegliere’. Se non è possibile concepire l’esistenza al di fuori della scissione soggetto/oggetto, è, tuttavia, possibile ipotizzare un’esistenza in cui, ad esempio, non esista il senso della vista, o quello del gusto, o entrambi, così come è plausibile immaginare la presenza di sensazioni sconosciute nel modo di esistenza che noi da sempre sperimentiamo. La scelta del pensiero si mostra, ad un certo punto, arbitraria. Esso poteva optare in modo diverso da quello che ha fatto ma, questa scelta differente si sarebbe, comunque, sviluppata, con tutte le proprie componenti, secondo uno stretto determinismo; le sue conseguenze sarebbero state, ad ogni modo, rigorose nel rispetto di quello che de Gaultier chiama “razionalismo dell’empirismo”.74 La questione si risolve, dunque, nel tentativo di capire in quale momento il pensiero compia questo atto imprevisto; ovvero, se tempo, spazio e causa possano fare assegnamento sullo stesso grado di necessità (e di apriorismo) di cui gode la scissione soggetto/oggetto o se, invece, siano creazioni posteriori che potevano anche essere diverse.

De Gaultier non si pronuncia a favore di nessuna delle due ipotesi. Egli preferisce, piuttosto, notare come, in entrambi i casi, il pensiero (sottoposto alla urgente necessità di esistere e, quindi, di conoscere o, meglio, conoscersi) possa continuare ad arricchire lo spettacolo che crea e di cui si ‘nutre’. La totale rinuncia (sia la loro genesi kantiana o empirica) alle nozioni di tempo, spazio e causa produrrebbe la distruzione di ogni nostro attuale sistema conoscitivo.

La preferenza, in De Kant à Nietzsche, accordata all’apriorismo kantiano, per la costruzione di un sistema “illusionista”, il carattere di “prospettive”(perspectives) in grado di fornire una “rappresentazione panoramica” (répresentation panoramique) che le forme della conoscenza mostrano, non deve far pensare che l’ipotesi di un’origine empirica metta in scacco la teoria dell’illusionismo. Esse saranno in grado di sostenere una tale concezione accettando la divisione soggetto/oggetto come condizione sine qua non, a priori, della conoscenza; sarà, quindi, sufficiente restare nell’ambito dell’ipotesi monista. In effetti, se la sostanza è unica, in essa tutte le varie componenti devono essere continuamente in gioco, le une in qualità di soggetti, le altre in qualità di oggetti; in tale “gioco” gli unici avvenimenti potranno riguardare degli “scambi” nella disposizione soggetto/oggetto, possibili proprio in virtù della loro natura unica che permette questa ‘interscambiabilità’. Tali modificazioni, in realtà, non fanno che rinnovare e rendere più affascinante il “sogno”, lo spettacolo, ma non ne modificano l’essenza: “un tutto, al di fuori del quale niente esiste e che è animato da un movimento in cui tutte le sue parti sono impegnate”.75

Del resto, il panorama offerto dagli oggetti allo sguardo di un soggetto può essere più o meno composito, più o meno vasto e coordinato, può presentare serie fenomeniche più o meno strettamente collegate logicamente. Il raggiungimento di uno stato perfetto, del tutto strutturato, assolutamente integrale, quindi immobile, rimane, tuttavia (e anche se il sistema mostra un indubbia armonia), al di là di ogni possibilità. Alla porzione oggettiva del tutto, alla parte dell’esistenza che è diventata oggetto di conoscenza, continuerà a sfuggire la restante parte soggettiva. Essa proseguirà a porsi come spettatrice e, come tale, nello sforzo di cogliere l’oggetto, seguiterà a frammentarsi in altri soggetti (e, quindi, anche in altri oggetti), indefinitamente.

Lo sforzo del soggetto in vista di una completa oggettivazione (come si è già detto) si risolverebbe in una indistinzione tra oggetto e soggetto. La scissione soggetto/oggetto è indispensabile per la vita e per la conoscenza; quindi, se l’esistenza è conoscenza, un tale sforzo di completa appropriazione causerebbe (una volta compiuto) la soppressione di ogni condizione di esistenza. L’incessante tensione del soggetto a pervenire ad una conoscenza assolutamente esaustiva è sottomessa, in effetti, ad una necessità autocontraddittoria: quella di non giungere mai allo scopo prefissatosi. Il senso di una tale inquietante attività è che “questo sforzo, il cui trionfo assoluto distruggerebbe lo scopo che esso persegue, questo sforzo, invertendo incessantemente la relazione del soggetto e dell’oggetto, è la fonte stessa del movimento che anima l’insieme cosmico, che ne fa uno spettacolo panoramico e cangiante, un fenomeno illusorio”.76

Risulta del tutto vana, alla luce di una tale teoria di ‘idealismo illusionista’, la ricerca del senso della vita (nel significato che questa ricerca ha, da sempre, avuto nel fenomeno generale della filosofia dell’“istinto vitale”). Vana è anche l’ipotesi di un cammino dal “relativo” all’assoluto, dall’imperfetto al perfetto, dall’instabile verso l’immutabile. Questi processi di ‘innalzamento’ sono tipici, per de Gaultier, delle filosofie morali, etiche, vitali (in quanto esse si pongono, appunto, al servizio dell’“istinto vitale”). Questi, tuttavia, mantengono una loro utilità specifica ed innegabile. L’illusione di una perfezione etica da conquistare è, infatti, il motore del movimento necessario all’esistenza, è la causa del gioco scambievole tra soggetto ed oggetto; è, quindi, insostituibile nella composizione, e nel mantenimento, dello spettacolo in cui la vita si risolve. “L’illusione etica si mostra, così, un mezzo per il fine estetico”.77

L’esistenza ha un’unica giustificazione accettabile: il desiderio di una “contemplazione spettacolare”(contemplation spectaculaire). Le due conseguenze logiche dell’idealismo e del monismo di de Gaultier sono, dunque, un “bisogno di rappresentazione spettacolare”,78e la sostituzione del punto di vista estetico a quello morale. “L’intellectualisme79 comporta una estetica rigorosa, ma non comporta un’etica”.80

I capisaldi dell’idealismo degaulteriano prevedono: in primo luogo, che una concezione coerente dell’universo sia possibile solo in base ad un’ipotesi monistica; in secondo luogo, che questo monismo ponga una sostanza unica di natura intellettuale. La realtà che ci è immediatamente data è, infatti, il pensiero; grazie alla sua azione comprendiamo tutti i fenomeni, i quali, del resto, sono inclusi e prodotti dal pensiero stesso. In terzo luogo, un essere siffatto (al di fuori di cui nulla può esistere) non può, di necessità, evolvere da uno stato di imperfezione ad uno di perfezione poiché niente può essere aggiunto a qualcosa fuori di cui nulla esiste. L’ipotesi monista, così intesa, lascia sussistere, come principio esplicativo dell’esistenza, solo un movente psicologico: “un desiderio di rappresentazione di se stesso alla propria vista”.81 Meccanismi conoscitivi come spazio, tempo, causa hanno il compito, in una interpretazione secondo la quale l’esistenza è in ragione di una “curiosità spettacolare” (curiosité spectaculaire), quindi estetica, di istituire la messa in scena dello spettacolo. Sono dei “mezzi di rappresentazione adatti a suscitare uno spettacolo davanti ad uno spettatore”, sono “le prospettive in cui l’universo, in un movimento senza fine, prende conoscenza di se stesso”.82

Secondo la concezione estetica dell’autore, tempo, spazio e causa ‘costruiscono’ questa realtà “spettacolare” in modo rigoroso: “i mezzi primordiali della nostra conoscenza sono fatti per rapire chi si pone sotto il punto di vista dello spettacolo, chi considera la conoscenza come un fatto di visione, chi gusta, all’apparizione dei fenomeni incatenati secondo leggi ritmiche, una gioia estetica ed immediata”.83 Del resto, essi devono anche assicurare il perpetuarsi dello spettacolo in questione, per cui “sono disposti in modo tale che lo spettatore metafisico, per il quale questo spettacolo è istituito, sia assicurato del fatto che esso non cesserà mai, poiché esso porta dentro di sé il principio del suo rinnovamento indefinito”.84 Infine, grazie al loro intervento, è possibile cogliere il “gioco” dell’essere: “il gioco di rendersi misconoscibile alla sua propria vista sotto un’infinità di travestimenti, di mascherare la sua unità essenziale sotto l’apparenza di una illimitata diversità”.85

Nell’ottica degaultieriana, la sostituzione dell’etica con l’estetica soddisfa due tipi di sensibilità: la “sensibilità metafisica” e la “sensibilità estetica”. 86 A ben vedere, comunque, secondo un punto di vista morale, anche le esigenze della “sensibilità metafisica” vengono frustrate. Il motivo principale dell’affermarsi di una “sensibilità metafisica” è l’orrore istintivo che l’uomo prova nei confronti dell’idea di una morte fisica e spirituale. I desideri più intimi dell’essere umano possono, così, essere sintetizzati dalla speranza di sottrarre alla morte gli oggetti più cari, dalla credenza che la propria personalità possa essere imperitura, dalla fede in un mondo imperituro in cui questi oggetti possano essere ‘salvati’.

In ciò, però, si cela per de Gaultier quel che egli chiama una forma della “legge di ironia”. In effetti, questo mondo imperituro viene creato dalle religioni parallelamente ad un mondo connotato dal fatto della morte. A ben vedere, però, quest’ultimo è la sola dimensione in cui i desideri umani possano avere origine, svilupparsi ed essere soddisfatti. Inoltre, il ragionamento filosofico sotteso ad ogni promessa di una vita oltre la morte, portato alle sue logiche conseguenze, è destinato a cadere nel nulla. I diversi sistemi religiosi hanno dei tratti comuni: il procedere da uno stato di imperfezione ad uno di perfezione, l’evoluzione dal finito verso l’infinito, il movimento dall’accidente verso la legge. Ma, concepire ciò equivale ad ammettere due fatti estremamente gravi per la vita umana. Si può, per un verso, pensare che questo ‘cammino’(che dovrebbe giungere all’infinito, alla legge, alla perfezione) non raggiunga mai il proprio scopo. Oppure, nel caso questa meta fosse realizzabile, si può ipotizzare che una volta raggiunto lo scopo, tutte queste forme diverse ed imperfette (in cui hanno origine i desideri) non esisterebbero più; esse sarebbero riassorbite nell’assoluto. Tale assoluto, in cui non potrebbe più esistere alcun tipo di distinzione, di personalità o di desiderio particolare, sarebbe “in modo appropriato il niente”.87

Lo sforzo compiuto per raggiungere la perfezione assoluta non può, secondo de Gaultier, esercitarsi in un senso positivo; esso può solo distruggere, progressivamente, sia le radici del desiderio, sia la realtà di questo desiderio. “L’impossibilità reale che c’è nel concepire questo stato di felicità perfetta è la conseguenza necessaria delle condizioni dell’esistenza. In quanto fatto di conoscenza, l’esistenza è, in effetti, possibile solo nella divisione in oggetto e soggetto, vale a dire in un fatto di movimento al quale ogni equilibrio perfetto, ogni adeguazione assoluta metterebbe fine”.88 De Gaultier rigetta, del resto, la filosofia etica su cui si basa una parte della “sensibilità metafisica”. Accettando il sostegno della morale, la “sensibilità metafisica” entra in contraddizione, come abbiamo visto, con la stessa sensibilità che la genera. La “sensibilità metafisica”, dunque, per prolungare la vita degli oggetti che le stanno a cuore non può affidarsi ad una concezione dell’esistenza di tipo etico e finalistico. Essa ha, invece, bisogno, per soddisfare le proprie esigenze, “dell’illusione come mezzo di legare e di conservare l’intrico dello spettacolo”;89 la sua è una “utilità sentimentale”.

Al contrario, la “sensibilità estetica” regge una costruzione logica. Abbiamo visto come, nella concezione monistica degaultieriana, sia impossibile (essendo l’essere e la sua attività unitarie) immaginare che questo essere possa aggiungere alcunché a se stesso in vista della propria perfezione. L’essere è caratterizzato, nel proprio movimento, da un unico movente: “la gioia di darsi a se stesso come spettacolo, una sorta di Narcisismo metafisico, secondo cui l’esistenza si contempla in uno specchio in cui l’infinità delle sue forme si riflettono in incessanti metamorfosi”.90 Lo stesso movente è riscontrabile in tutti gli esseri secondo diverse gradazioni: le più diverse forme di questa sorta di “curiosità” derivano ognuna da una “sensibilità estetica”, per la quale ciò che, in una visione etica, è male, causa di dolore o di gioia è, invece, per essa, “un alimento, ugualmente, indifferentemente appropriato”.91 Ogni aspetto dell’esistenza, fatti comici o drammatici, diventa un “mezzo” della messa in scena teatrale e, in tale spettacolo, il dolore stesso trova la propria piena giustificazione. Secondo de Gaultier, anzi, dolore e gioia sono inseparabili, correlati; sono la duplice fonte cui si alimenta la “sensibilità estetica” grazie a quell’“arte metafisica” che ha disposto le cose proprio in vista di ciò. L’Essere, come primum metafisico non può, per di più, secondo l’autore, andare incontro all’accusa di “crudeltà” nella quale, invece, incappa necessariamente l’ipotesi di un Dio creatore. In base alla tesi degaulteriana, anche il dolore e la sofferenza, così come il piacere e la gioia non sono che “mezzi” indispensabili perché lo spettacolo continui a procedere e ad appassionare la moltitudine degli uomini i quali “sono collocati nella vita esattamente come degli spettatori in un teatro”.92

Del resto, perché la rappresentazione sia perfetta ed affascinante è necessario che lo spettatore (il quale, ricordiamolo, è anche attore e partecipe di questa messa in scena) si dimentichi del fatto che questo drama è una finzione, scordi che il nodo metafisico essenziale è effetto del sortilegio di Maia. Il mito che de Gaultier utilizza per chiarire tale “peripezia metafisica” (peripetié métaphysique) è quello di un patto avvenuto sulla riva del Lete. La vita, con il proprio gesto primordiale si diversifica, si dà sotto forma di molteplici esseri, di infinite e sempre differenti maschere. Dopo aver fatto ciò (atto essenziale perché la vita fenomenica si costituisca), l’esistenza giura a se stessa di lasciarsi ingannare, di rispettare le finzioni che essa stessa ha generato, di non tentare mai di riconoscersi al di sotto delle illusioni che la rappresentano per non privarsi dello stupore, della gioia dell’imprevisto e del gioco. Si vieta, inoltre, qualsiasi tipo di intervento circa le conseguenze delle rigide leggi fisiche che essa stessa ha inventato: rimane spettatrice (autoingannata, impassibile e soddisfatta) di sé e della propria opera.

Una tale concezione idealistica dell’esistenza si riconnette, inevitabilmente, al tema del “bovarismo” (vale a dire, alla facoltà di concepirsi diversi da quello che si è) nella sua portata metafisica. La sostanza dell’universo è unica, ma se tale sostanza (come pensiero, essere) non si concepisse in modo differente da quello che è, se essa, quindi, non si distinguesse, non si dividesse, non entrasse “in contraddizione con sé”, l’esistenza (indissolubilmente legata al fenomeno della conoscenza di sé) non avrebbe origine.93 Il primitivo fatto della differenziazione (anima del pensiero) si complica poi, in un ambito che è già pratico, di un altro elemento: l’imitazione. L’imitazione (per cui le varie forme del reale si concepiscono più o meno simili le une alle altre, le più deboli rivolgendosi verso le più forti) introduce nel sistema quella parte minima di stabilità necessaria al pensiero per la propria conoscenza (più o meno sistematica).94

Il gesto primitivo rimane, però, quello di scissione. Il “bovarismo” è, nel suo meccanismo elementare, l’atto di differenziazione che dà origine alle svariate forme del reale; ha, perciò, un potere creativo fondamentale. “L’esistenza è conoscenza, la conoscenza è differenziazione. Il bovarismo, come fatto di concepirsi altri, come atto di differenziarsi da sé nell’opposizione dell’oggetto al soggetto, è la relazione feconda che scolpisce indefinitamente tutte le forme del reale ”.95

Nell’ipotesi degaulteriana, dunque, idealismo e “bovarismo” sembrano quasi confondersi l’un l’altro, essere l’uno il diverso, ma similissimo, volto dell’altro. I loro contorni tendono a sfumare nella comune opera creatrice dell’universo: il reale, l’esistenza trovano la propria genesi in un atto di immaginazione, in un gesto del pensiero, secondo le prospettive di un ‘idealismo bovaristico’.

 

 

 

 

 
III. 4. Una teoria della conoscenza

 

 

“Che cosa è la Filosofia?”96Uno degli interessi fondamentali di de Gaultier è rispondere a questa domanda, tracciando, inoltre, una chiara e netta distinzione tra la “filosofia ufficiale” e, appunto, la “Filosofia”. La soluzione di questo interrogativo è, del resto, implicita già nell’opera De Kant à Nietzsche. L’“istinto vitale” genera una “filosofia ufficiale”: esso (il quale, per istituire la vita, costringe l’“istinto di conoscenza” ad essere un “mezzo” della propria rappresentazione) deve trasformarsi, ad un certo momento della sua evoluzione, in “Istinto sociale”. Questa nuova forma dell’“istinto vitale” ha, in ogni società, un organo privilegiato : lo Stato; l’ “insegnamento” (Enseignement) sarebbe, secondo l’autore, una funzione di tale organismo. Compito dell’Università, dell’“insegnamento” che qui si divulga, è quello di perpetuare dottrine utili alla vita. Scrive de Gaultier: “filosofia dell’istinto vitale, filosofia di stato, filosofia ufficiale, filosofia universitaria sono termini non sinonimi, ma vicini ed è nella filosofia universitaria che devono essere ritrovate queste vestigia delle antiche finzioni composte dall’istinto di conoscenza quando, sotto il dominio dell’istinto vitale, esso era costretto ad inventare delle giustificazioni favolose ai decreti di quello, a far credere invece di far vedere, secondo la propria corretta funzione”.97

La morale, come creazione necessaria all’esistenza, inventata dall’ “istinto vitale” (creazione in cui l’“istinto di conoscenza” è stato “collaboratore involontario ed obbligato”), è stata generata, ora dalla teologia appellantesi ad un decreto divino, ora da certa “ideologia razionalista” come emanazione della ragione. Si è ricorso a tali procedimenti, in realtà, per dotare la morale di un potere di coercizione e di persuasione, perché essa risultasse, per il maggior tempo possibile e per il maggior numero possibile di uomini, degna di rispetto, oggetto di devozione. La critica degaulteriana si rivolge verso questi stratagemmi, verso questa deduzione a priori senza, per altro, avere nulla da obiettare circa l’utilità, per la vita, della morale stessa. La legittimità del fatto etico risiede nella sua efficacia in quanto condizione dell’esistenza, nel suo essere un mezzo dell’esistenza che, alla luce dell’osservazione empirica, ha dimostrato di essere “riuscito” (reussi).98 Ad un certo punto, però, quello che era unicamente un mezzo provvisorio (per quanto efficace) è stato considerato, indebitamente, alla stregua di un mezzo insostituibile ed indispensabile alla vita il cui superamento o meglio, il cui smascheramento avrebbe potuto far crollare l’intero edificio dell’esistenza. L’Università ha, in particolare, il compito di mantenere questa credenza e di fortificarla attraverso un insieme di finzioni che de Gaultier riassume con il nome di “razionalismo spiritualista” (rationalisme spiritualiste).

Possiamo notare che i due livelli della critica degaulteriana (quella contro il razionalismo e quella contro lo spiritualismo) sono condotti l’uno “in favore della ragione” e l’altro “nel nome di una pura dottrina dello spirito”.99 Il “razionalismo” è una usurpazione del nome della ragione; esso lo usa per fortificare, come si è detto, le “finzioni”, le “illusioni” generate dalla vita per la vita stessa. La “Ragione” è, nel suo significato più appropriato, un cadre attraverso il quale scorre la totalità dell’esperienza, la quale, del resto, conserva inalterato il mistero impenetrabile della propria genesi. I principi della ragione sono la parte fissa, i ritmi che si ripetono simili a se stessi ed in modo costante: in questa ‘trama’ stabile si sposta la parte instabile, dinamica dell’esperienza.100 “La ragione non è che uno stato stabile del gioco unico dell’esperienza la quale si sviluppa attivamente nel mondo”.101  Lo “spiritualismo” universitario viene rigettato poiché introducendo il problema della materia dimostra, anch’esso, di essere una contraffazione. Il significato etimologico del termine “spiritualismo” è quello di essere una “dottrina dello spirito”; dunque, se esso fosse adeguato e coerente, secondo l’autore, sulla scorta dell’idealismo di Berkeley, esso dovrebbe essere “una dottrina secondo la quale nel mondo c’è solo il pensiero”.102 Lo “spiritualismo” ufficiale ripropone, invece, la possibilità di concepire il pensiero come un prodotto raffinatissimo dell’evoluzione della materia; al contario, per de Gaultier, è la materia a dover essere considerata come insieme delle modalità per mezzo delle quali il pensiero si dà a se stesso, alla propria vista, dunque, come realtà derivante dall’attività del pensiero.103

La questione fondamentale concerne che cosa sia la filosofia ed in cosa essa si distingua dalla “filosofia ufficiale”. “La filosofia è l’espressione medesima dell’istinto di conoscenza. Si tratta di conoscere per conoscere. Lo scopo di questa filosofia si confonde con la stessa attività che vi si esercita”.104 La soluzione degaulteriana è l’idealismo, la cui formula generale, ricordiamolo, è che “ non può essere concepita una esistenza che non abbia coscienza di se stessa”.105 In questa formulazione il “bovarismo” si inserisce come indispensabile corollario. “L’esistenza condizionata dalla conoscenza di se stessa, traendo da se stessa l’oggetto ed il soggetto di questa conoscenza, si concepisce necessariamente diversa da quella che è, nell’indefinito e nell’inadeguato della relazione”.106

La conoscenza si pone, dunque, come fenomeno indissolubile dall’esistenza. Ma, alla luce dell’idealismo che de Gaultier propugna, vi è spazio ad una possibilità di conoscere, oppure sarebbe consigliabile una professione di “agnosticismo” assoluto? Per de Gaultier, l’ “agnosticismo” è la conclusione logica cui perviene ogni tipo di filosofia dualista. La differenza di natura incolmabile che essa postula tra i due principi che reggono l’universo, il disaccordo che esplode, eclatante, tra i mezzi della conoscenza e gli scopi a questa assegnati, tutto ciò genera, forzatamente, una presa di posizione agnostica.   

Lo stesso autore ammette di aver accettato tale conclusione in De Kant à Nietzsche. Questo avveniva, nell’opera del 1900, per una precisa ragione. De Gaultier lamenta, a quell’epoca, la mancanza di un sistema filosofico in cui il termine “conoscere” abbia un’accezione diversa da quella tradizionale e propria delle filosofie dualiste. Nel timore di essere frainteso, dunque, egli si era risolto ad analizzare il vocabolo secondo il suo significato conforme alla tradizione. Lo scopo che le Les raisons de l’idéalisme conseguono, secondo l’autore, è, invece, proprio quello di costruire un sistema filosofico capace di superare le basilari contraddizioni del dualismo e, di conseguenza, capace di attribuire un senso del tutto nuovo ai termini “conoscenza” e “agnosticismo”. L’unità della sostanza, affermata per mezzo dell’ipotesi di un principio intellettuale unico, è la chiave in grado di risolvere le contraddizioni dualiste. Circa la seconda obiezione in cui incorrono i sistemi dualisti, quello idealista è in grado di superarla definendo in modo del tutto peculiare il fenomeno della conoscenza. I filosofi dualisti hanno fatto della conoscenza stessa un fenomeno derivato, hanno supposto, cioè, che degli oggetti di conoscenza (bene, male, mondo morale) esistessero anteriormente al fatto della conoscenza che li dovrebbe comprendere; la conoscenza, dunque, diveniva un mezzo in vista della comprensione di tali oggetti. L’idealismo, al contrario, afferma che niente di conosciuto esiste anteriormente all’uso della facoltà conoscitiva; in questo modo, la conoscenza non può più essere definita in relazione ad un fatto ad essa antecedente; viene, invece, specificata in considerazione delle sue forme e dei suoi modi.

Il significato profondo della conoscenza è, in base a questa concezione, quello di essere un atto puramente spettacolare; in questo senso, essa è anche realizzata in ogni istante. “Essa si mostra animata da un desiderio puramente estetico. La sua funzione consiste nel vedere, e questa funzione visuale si estende a tutti gli oggetti dell’universo. Essa richiede che le cose appaiano, con contorni limitati nello spazio e secondo un ordine di successione nel tempo (poiché è sotto queste condizioni che le cose sono distinte le une dalle altre e idonee a formare uno spettacolo). Richiede, infine, che le cose siano legate tra loro per mezzo di relazioni che le obblighino le une con le altre al fine che lo spettacolo comporti un intrico”.107

La conoscenza fa parte del meccanismo di illusione, è, anch’essa, causa e nutrimento dello spettacolo; essa, perseguendo il proprio scopo (comunque, privo di fine) di conoscere, arricchisce lo spettacolo fenomenico. In effetti, ogni nuova conquista conoscitiva è, secondo l’autore, un approfondimento rispetto a ciò che la precede, non rispetto ad una verità assoluta da conquistare. De Gaultier si esprime nietzscheanamente quando afferma l’inutilità di una verità assoluta e, allo stesso tempo, la necessità che l’uomo (per vivere) creda nell’esistenza della verità. Da una concezione della conoscenza di tipo etico si passa ad una in cui essa è un atto di “visione spettacolare” (vision spectaculaire). In questa nuova interpretazione, “tutto esiste in vista della conoscenza e la soddisfa; l’esistenza stessa, nella sua totalità, si definisce come conoscenza in atto”.108

Esiste un tipo di sensibilità umana che cerca certezze, che tenta di speigare l’insieme degli elementi componenti dell’universo secondo un “teorema meccanico” (théorème mécanique); essa è una sensibilità di tipo profondamente morale. Alla luce dell’idealismo degaulteriano, si manifesta, però, una sensibilità del tutto diversa che l’autore chiama “sensibilità intellettuale” (sensibilité intellecuelle). Essa è caratterizzata dalla curiosità nei confronti del gioco, della componente di aléa che regge il mondo, delle decisioni dell’imprevu; essa non ha preoccupazioni morali, non cerca certezze; ha, piuttosto, come suo principale interesse quello della continua messa in scena della rappresentazione teatrale. La “sensibilità intellettuale” verifica che questo spettacolo sia ben congegnato, che l’ “illusione” sia abbastanza forte da continuare a sostenere la propria menzogna e, con essa, la vita fenomenica. Essa vigila affinchè l’instabilità non si cristallizzi, non si immobilizzi condannando, così, la “sensibilità intellettuale” ad uno stato di incoscienza che equivarrebbe al nulla e l’esistenza alla propria soppressione.

La caratteristica principale dell’uomo rigorosamente agnostico sarà il possesso di questa “sensibilità intellettuale”. Il tipo di “agnosticismo” di cui tratta de Gaultier è, in effetti, un “agnosticismo” “gioioso e, allo stesso tempo, senza riserve”.109 L’agnostico scevro dai condizionamenti della filosofia tradizionale e delle religioni sarà, dunque, un essere in grado di sopportare e di amare l’incertezza (e, qui, de Gaultier cita, espressamente, la nietzscheana Der Wille zur Macht). Sarà un essere che, avendo compreso il significato spettacolare della conoscenza, rigetterà tutte le soluzioni definitive poiché esse coinciderebbero con il nulla, con la soppressione del movimento e con la distruzione di “questa immagine cinematografica la sola ragione del cui prolungarsi nel tempo e nel dedalo della causalità è l’impossibilità di trovare in una perfetta armonia una immobilità mortale”.110

In modo più preciso, la “filosofia”, in senso autentico, ha caratteristiche precise rispetto alla “filosofia ufficiale”. Innanzitutto, scopo e funzione di essa è quello della determinazione dei poteri e dei limiti della nostra facoltà conoscitiva. Essa è fondata sull’esperienza psicologica la quale ci rende immediatamente consci solo della realtà del pensiero. La filosofia si configura, dunque, per de Gaultier, come puro idealismo, come un monismo del pensiero, la cui attività di scissione genera esistenza e conoscenza ma è, anche, causa (per l’impossibilità di un adaequatio totale tra soggetto ed oggetto) dell’irrealizzabilità di una conoscenza interamente compiuta. “L’esistenza condizionata dalla conoscenza di sé si manifesta come il movimento stesso attraverso il quale il pensiero, traendo da sé i due termini della conoscenza (soggetto ed oggetto, spettacolo e spettatore) inventa, modella e fa apparire l’immagine cinematografica del reale nell’indefinito della relazione, di modo che nessun fine può essere attribuito a questo gioco metafisico, la conoscenza realizzata sul piano di queste relazioni indefinite non può mai essere adeguata all’oggetto dell’universo”.111 La ragione non è più un’entità ‘teologica’, essa ha le proprie origini nel gioco dell’esperienza ed è identificabile “con i ritmi più costanti generati dal movimento del pensiero.”112

 Questa filosofia della conoscenza, di natura puramente intellettuale, rivela un “capitolo” in cui essa ammette le leggi dello spettacolo: esse rendono possibile la filosofia puramente intellettuale, ma, allo stesso tempo, la limitano. Alla luce delle leggi dello spettacolo, ed in vista del suo perdurare, essa rispetta la ineluttabilità e l’utilità dell’ “illusione”: essa, cioè, onora quel patto indispensabile secondo il quale lo scorrere dell’esistenza deve passare attraverso una infinità di maschere. Questo accordo (tra esistenza e conoscenza) prevede l’esistenza di un certo numero di finzioni (indispensabili alla vita, ma anche per lo spettacolo su cui specula la filosofia) che l’analisi filosofica non dovrà mai vagliare o mettere in questione. All’interno della filosofia della conoscenza, sussiste, quindi, un tipo di filosofia che potrebbe sembrare contraddittoria, ma che, in realtà, condiziona l’esistenza dell’altra e di cui deve essere riconosciuta l’importanza: “questa filosofia, è la filosofia dello spettacolo”.113

 



1 De Kant à Nietzsche, cit., p. 334.

2 Ibidem.

3 Ivi, cit. p. 335.

4 Ivi, p, 337.

5 Ivi, p. 340.

6 Ivi, p. 341.

7 Ivi, p. 342: une attitude d’utilité particulière à une physiologie donnée.

8 Ivi, p. 345.

9 Ivi, p. 353.

10 I. KANT, Kritik der praktischen Vernunft, 1788 (trad. it. Roma 1993).

11 I. KANT, Metaphysik der Sitten, 1797 (trad. it. Bari 1970).

12 De Kant à Nietzsche, cit., pp. 61 – 63.

13 Ivi, p. 68.

14 Ivi, p. 71.

15 Ivi, p. 78.

16 Ivi, p. 86: les antinomies sont inviolables.

17 Ivi, p. 88. De Gaultier utilizza il termine  “romanzesco” per indicare che la vita si muove secondo sviluppi spesso non calcolabili, prodotti da scelte azzardate e secondo prospettive “avventurose”, piene di imprevisti.

18 Ivi, p. 91.

19 Ivi, p. 94.

20 Ivi, p. 96.

21 Les raisons de l’idéalisme, cit., p. 33. Cfr., inoltre, J. DE GAULTIER, Commentaires des raisons de l’idéalisme, p. 290,  in Dépendance de la morale et indépendance des mœurs, cit., pp. 271-342. Si tratta di un articolo pubblicato nella “Revue des Idées”, dicembre 1906.

22 Ivi, p. 35.

23 Ivi, p. 36.

24 Ivi, p. 41.

25 Ivi, p. 42: quelque chose existe en dehors de la chose hors de laquelle rien n’existe.

26 Ibidem: désignation ancienne. La similitudine tra sistemi panteisti e sistemi monisti si manifesta, secondo de Gaultier, nel fatto che entrambi si fondano sull’ipotesi di una sostanza unica alla base dell’esistenza. Nell’ipotesi panteista viene postulata l’unità della sostanza di Dio e del mondo; in quella monoteista, invece, la realtà ha come proprio principio la materia o lo spirito. Cfr., supra, pp. 62-63.

27  Ivi, p. 48

28 Notiamo che, per de Gaultier, a livello storico, tali artifici sono nati in seno alla cultura giudaico-cristiana e si sono sviluppati, nella loro forma razionale, nella kantiana Kritik der praktischen Vernunft (dove la ragione si è, infine, impossessata degli attributi divini, ivi, p. 37). Per quanto riguarda, in modo particolare, il concetto di libertà umana, contrapposto a quello di Onnipotenza del principio creatore, concetto che, secondo l’autore è il più assurdo, esso non nasce né nell’ambito del politeismo greco (dove vigeva, anzi, una “necessità fatidica”, necessité fatidique), né in ambito islamico. La fatalità, nella religione islamica, sarebbe semplicemente un modo particolare del più generale concetto orientale di fatalità. In entrambe le forme religiose, comunque, né Allah, né Zeus, o altre divinità si interessano alla casistica della libertà umana. Ivi, p. 49.

29 Commentaires des raisons de l’idéalisme, cit., p. 300: l’on ne prétend pas démontrer que les choses se passent ainsi, mais seulement qu’il est possible qu’elles se passent ainsi.

30 Ivi, p. 291.

31  Les raisons de l’idéalisme, cit, p. 53.

32  Ivi, p. 54: moyen de représentation de ses propres modalités.

33  Ibidem.

34  Ci riferiamo a J. DE GAULTIER, L’évolution biologique et l’intelligence, in Comment naissent les dogmes, cit., pp. 370-388. L’articolo era apparso nella “Revue des Idées” (ottobre 1908), con il titolo L’évolution biologique et le pouvoir intellectuel.

35  Ivi, p. 376: l’évolution s’avère un moyen par laquelle la vie, à l’encontre de l’hostilité croissante du milieu extérieur, réalise dans ces milieux clos que sont les organismes, les conditions fixes et déterminées requises en vue de sa prospérité.

36 Ivi, p. 378: un organe s’est développé d’une façon monstrueuse, l’organe intellectuelle, qui réalise proprement le pouvoir d’adapter un moyen à une fin et de faire face à l’hostilité de ce milieu.

37 Ivi, p. 383: une éponge ou pleine d’eau, ou vide, sèche, sans que sa capacité soit augmentée ou diminuée.

38 Les raisons de l’idéalisme, cit., p. 58 : le fait de conscience retiré, les choses se passeraient dans l’ordre des activités adaptées à une fin, unies entre elles par le lien de cause à effet, de la même façon dont elles se passent, le fait de conscience paraissent intervenir. Une complication du mécanisme cérébral suffirait à tout expliquer en purs termes de mouvement.

39 Ivi, p. 60: l’une va à accepter pour réelle l’apparence objective créée par la sensation, l’autre va à ne tenir pour réel que le fait lui-même de la sensation et à fonder toute connaissance sur l’analyse de ce fait..

40 Ivi, p. 63.

41 Commentaires des raisons de l’idéalisme, cit., p. 294.

42 Les raisons de l’idéalisme, cit., p. 64 : ce que l’esprit perçoit dans le phénomène, c’est ce qu’il y apporte.

43 Per de Gaultier la “sensazione” (sensation) è una “modificazione del soggetto, dello spirito” (modification du sujet, de l’esprit) al contatto con gli oggetti. L’autore francese pare concordare con Berkeley sulla distinzione sensazione/percezione secondo cui il potere della percezione, come atto della mente, è quello di cogliere gli oggetti e di dare loro esistenza. Da notare, inoltre, come, in queste pagine, il termine esprit sembra essere utilizzato in un modo del tutto equivalente al vocabolo pensée.

44 Ivi, p. 70.

45 Ivi, p. 72: accorder une existence à des modalités indépendantes de la pensée qui présentent des aspects différents et contradictoires, qui varient selon l’esprit qui les soutient.

46 Ivi, p. 74.

47 Il termine “intellettuale” (ed il corrispondente aggettivo) è utilizzato nell’accezione degaulteriana poiché l’autore non analizza le teorie berkelyane, piuttosto, è interessato ad adattarle alle proprie esigenze argomentative. Vocaboli come “intellettuale”, “spirito” sono, nel lessico degaulteriano, sinonimi tra di loro: essi indicano il fatto globale, totale dell’attività conoscitiva umana.

48 Ivi, pp. 76-77.

49  Ivi, p. 82.

50  Ivi, p. 85: les synthèses permanentes des idées perçues par les sens. La matière est la synthèse de ces synthèses.

51 NATANIO IL SAVIO (pseudonimo di Giuseppe Rensi), Il Bovarismo metafisico, in “Cœnobium”, novembre 1906, pp. 92-97, p. 95.

52 Les raisons de l’idéalisme, cit., p. 89.

53 NATANIO IL SAVIO, Il Bovarismo metafisico, cit., p. 95.

54 Les raisons de l’idéalisme, cit., p. 93: en opposant l’infini divin au monde et aux êtres finis..

55 Ivi, p. 96: l’inharmonique et l’à peu près sont la règle.

56 Ibidem: insuffisance d’adaptation .

57 Ivi, p. 98.

58 Cfr., inoltre, Commentaires des raisons de l’idéalisme, cit., pp. 323-325.

59 Les raisons de l’idéalisme, cit., p. 103: créer constamment le monde..

60 Ivi, p. 105: C’est notre esprit qui soutient toutes ces existences hors de lui, qui soutient d’autres esprits dans lesquels il situe des notions et des manières de sentir analogues à celles qu’il engendre lui-même et dont il est lui-même le théâtre.

61 Ivi, p. 107.

62 Ivi, p. 108. Cfr., inoltre, Commentaires des raisons de l’idéalisme, cit., p. 297.

63  Commentaires des raisons de l’idéalisme, cit., pp. 325-328.

64 Les raisons de l’idéalisme, cit., p. 109: la forme individuelle est proprement le masque sous lequel  l’être se déguise à sa propre vue pour se donner soi-même en spectacle. La forme individuelle est un moyen de connaissance, un moyen de représentation pour la pensée. 

65 Ivi, pp. 110-111: la seule volonté créatrice de ce sujet individuel.

66 Ivi, p. 111: jeu des mouvements et des rythmes de la pensée.

67 Ivi, p. 112: le principe matériel du Sankhya se confond avec le principe spiritual du Vedanta dans un commun idéalisme et dans la générale conception illusionnisme dont le thème de Maïa est l’illustration conséquente. Ce qui domine, en effet, dans la métaphysique hindoue, c’est une théorie de la sensation, formulée en guise de psychologie  de l’être universel et qui ne laisse place, dans la suite tout entière de l’évolution phénoménale, qu’aux gestes d’une activité unique prenant ou perdant tour à tour conscience d’elle-même.

68 Ivi, p. 116.

69 Ivi, p. 119: dogmatisme des formes de la connaissance.

70 Cfr., infra, p. 40.

71 Les raisons de l’idéalisme, cit., p. 120: inventions de l’art humaine, ou, de l’art mental.

72 Ivi, p. 122: l’ensemble des propositions où se résument des lois irréductibles, en dehors des lesquelles aucune expérience n’est saisissable ni ne peut être conçue. L’empirisme désigne cette matière de la connaissance que nous fournissent les données de la sensation et que nous ne pourrions atteindre par voie de déduction.

73 Ivi, p. 123: acte d’imagination et d’improvisation.

74 Ivi, p. 125: rationalisme de l’empirisme.

75 Ivi, p. 131: un tout, en dehors de quoi rien n’existe et qui est animé d’un mouvement où toutes ses parties sont engagées.

76 Ivi, p. 133: cet effort, dont le triomphe absolu irait à ruiner le but qu’il poursuit, cet effort, en intervertissant incessamment la relation de l’objet e du sujet, est la source même du mouvement qui anime l’ensemble cosmique, qui en fait un spectacle panoramique et changeant, un phénomène illusoire.

77  Ivi, p. 136: l’illusion éthique se montre ainsi un moyen pour la fin esthétique.

78  Ivi, p. 137: besoin de représentation spectaculaire.

79 Il termine “intellettualismo” è utilizzato da de Gaultier già in saggi giovanili. L’accezione che aveva in questi viene, per altro, mantenuta nel corso della maturazione filosofica dell’autore. In particolare, in Les raisons de l’idéalisme la nozione di “intellettualismo” equivale, nell’ottica degaulteriana, alla concezione idealistica ivi esposta. Il termine verrà, inoltre, chiarendosi nel corso della trattazione, fino a risultare uno degli attributi di primo piano della filosofia degaulteriana. In considerazione dell’accezione negativa che, in italiano, ha il vocabolo, si è deciso, anche per non tradire il pensiero di de Gaultier (ed il suo lessico) di mantenere, nel testo, l’originale francese.

80 Ivi, p. 138: l’intellectualisme comporte une esthétique rigoureuse, mais il ne comporte pas d’éthique, cfr.. inoltre, J. DE GAULTIER, Introduction à la vie intellectuelle, in “Revue blanche”, IX (secondo semestre 1895), p. 519.

81 Ivi, p. 140: un désir de représentation de soi-même à sa propre vue.

82 Ivi, p. 144: moyens de représentation propres à susciter un spectacle devant un spectateur, les perspectives où l’univers, dans un mouvement sans fin, prend connaissance de soi- même.

83 Ivi, p. 142: les moyens primordiaux de notre connaissance sont faits pour ravir qui se place au point de vue d’un spectacle, qui considère la connaissance comme un fait de vision, qui goûte, en l’apparition des phénomènes enchaînés selon des lois rythmiques, une joie esthétique et immédiate.

84 Ivi, p. 143: sont disposés de telle sorte que le spectateur métaphysique, pour qui ce spectacle est institué, est assuré qu’il ne cessera jamais, car il porte en lui le principe de son renouvellement indéfini.

85 Ivi, p. 142: le jeu de se rendre méconnaissable à sa propre vue sous une infinité de déguisements, de masquer son unité essentielle sous l’apparence de la diversité innombrable.

86 De Gaultier tratta diffusamente di questi due stati di sensibilità in un’opera tarda La sensibilité métaphysique della quale parleremo nel prossimo capitolo anche perché rappresenta un’importante sintesi della filosofia dell’autore francese.

87 Les raisons de l’idéalisme, cit., p. 147 : proprement le néant.

88 Ivi, pp. 148-149: l’impossibilité réelle qu’il y a à concevoir cet état de bonheur parfait est la conséquence nécessaire des conditions de l’existence. En tant que fait de connaissance, l’existence n’est en effet possible que dans la division en objet et en sujet, c’est-à-dire dans un fait de mouvement auquel mettrait fin tout équilibre parfait, toute adéquation absolue.

89 Ivi, p. 151 : de l’illusion comme moyen de nouer et d’entretenir l’intrigue du spectacle, utilité sentimentale.

90 Ivi, p. 152: la joie de se donner soi-même à soi- même en spectacle, une sorte de Narcissisme métaphysique, selon lequel l’existence se complaît au miroir où l’infinité de ses formes se reflètent en d’incessantes métamorphoses.

91 Ivi, p. 153 : un aliment, également, indifféremment approprié.

92 Ivi, p. 154: sont placés dans la vie exactement comme des spectateurs dans un théâtre.

93 Commentaires des raisons de l’idéalisme, cit., p. 331.

94 Ivi, p. 333.

95 Ivi, p. 286: existence est connaissance et connaissance est différenciation. Le Bovarysme, fait de se concevoir autre, acte de différer de soi-même dans l’opposition de l’objet au sujet, est la relation féconde qui sculpte indéfiniment toutes les formes du réel.

96 J. DE GAULTIER, La philosophie officielle et la philosophie, Paris 1922, pp. 153, cfr. Préface, p. I.  

97 Ivi, p. XII: philosophie de l’Instinct vital, philosophie d’état, philosophie officielle, philosophie universitaire sont des termes, non synonymes, mais voisins, et c’est bien dans la philosophie universitaire que se retrouver ces vestiges des fictions anciennes composées par l’Instinct de Connaissance, alors que, sous la domination de l’Instinct vital, il était contraint d’inventer des justifications fabuleuses à ses décrets, de faire croire au lieu de faire voir ce qui est sa fonction propre. 

98 Ivi, p. V.

99 Ivi, p. VI : en faveur de la raison, au nom d’une pure doctrine de l’esprit.

100 Ivi, p. 21.

101 J. DE GAULTIER, La sensibilité métaphysique, Paris 19286 , pp. 254, cfr. p. 27.

102 La philosophie officielle et la philosophie, cit., p. 91

103 Ivi, p. VII.

104 Ivi, p. I: la Philosophie est l’expression même de l’Instinct de Connaissance. Il s’agit de connaître pour connaître. Le but de cette philosophie se confond avec l’activité même qui s’y exerce.

105 Ivi, p. VII : une existence ne peut être conçue qui n’ait conscience d’elle- même.

106 Ivi, p. VIII: l’existence conditionnée par la connaissance d’elle-même, tirant d’elle-même l’objet et le sujet de cette connaissance, se conçoit nécessairement autre qu’elle n’est, dans l’indéfini et dans l’inadéquat de la relation.

107 Les raisons de l’idéalisme, cit., p. 168 : elle se montre animée d’un désir purement esthétique. Sa fonction consiste à voir, et cette fonction visuelle s’étend à tous les objets de l’univers. Elle requiert que les choses apparaissent, avec des contours délimités, dans l’espace, selon un ordre de succession, dans le temps – car c’est sous ces conditions qu’elles sont distinctes les unes des autres et sont propres à former un spectacle- enfin qu’elles soient liées entre elles par des relations qui les obligent les unes à l’égard des autres afin que le spectacle comporte une intrigue.

108 Ivi, p. 170: rien n’existe qui n’existe en vue de la connaissance et ne la satisfasse, l’existence tout entière se définit, la connaissance en acte.

109 Ivi, p. 172: joyeux, en même temps que sans réserves..

110 Ivi, p. 173: cette image cinématographique due monde comme représentation dont la seule raison de se prolonger dans le temps et dans le dédale de la causalité est l’impossibilité de trouver dans une harmonie parfaite une immobilité mortelle.

111 La philosophie officielle et la philosophie, cit., p. 144: l’existence conditionnée par la connaissance de soi se manifeste comme le mouvement même par lequel la pensée, tirant d’elle-même les deux termes de la connaissance, objet et sujet, spectacle et spectateur, invente, modèle et fait apparaître l’imagerie cinématographique du réel dans l’indéfini de la relation, en sorte qu’aucune fin ne peut être assignée à ce jeu métaphysique et que la connaissance réalisée sur le plan de ces relations indéfinies ne peut être jamais adéquate à l’objet de l’univers..

112 Ivi, p. 145: avec les rythmes les plus constants engendrés par le mouvement de la pensée.

113 Les raisons de l’idéalisme, cit., p. 160: cette philosophie, c’est la philosophie du spectacle.


 

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