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Capitolo II

 

La realtà: bovarismo, finzione ed errore

 

 

 

II .1. Le fondamenta dell’edificio bovaristico: “istinto vitale” e “istinto di conoscenza”

 

Sembra opportuno, dopo aver passato in rassegna gli articoli di critica letteraria, e prima di trattare la teoria del “bovarismo” nelle sue più ampie applicazioni, compiere alcune osservazioni di carattere prettamente storiografico. In effetti, la filosofia di Jules de Gaultier trova le sue fondamenta in una serie di articoli pubblicati dal 1895 al 1897 nella “Revue blanche”, con il titolo di Introduction à la vie Intellectuelle. La tesi che emerge in questi articoli, evidenziata anche nell’importante lavoro di Georges Palante,1 tesi essenziale nella costruzione della realtà fenomenica secondo le leggi del “bovarismo”, è quella di un’antitesi tra “istinto vitale” ed “istinto di conoscenza”. Cercheremo di comprendere l’essenza specifica di queste due forze servendoci del primo effettivo libro pubblicato da de Gaultier, De Kant à Nietzsche2del 1900. Notiamo, inoltre, che Palante non solo insiste sull’importanza di questa serie di saggi in cui si esprime già il pensiero filosofico di de Gaultier, ma precisa anche come l’Introduction sia stata redatta quasi interamente prima della conoscenza di Nietzsche. Prova di ciò è un articolo apparso sulla “Revue blanche”, con il titolo di Frédéric Nietzsche, nel numero del I dicembre 1898 (quindi in data posteriore rispetto alla stesura ed alla edizione dell’Introduction), pubblicato in occasione della traduzione di Also sprach Zarathustra a cura di H. Albert e dell’apparizione sul “Mercure de France” di Jenseits von Gut und Böse.3   

Questa specificazione pareva doverosa, anche perché l’opera del 1900, oltre al diretto riferimento contenuto nel titolo, si apre proprio con una serie di citazioni da Nietzsche,4autore col quale de Gaultier si confronterà a più riprese nella propria produzione filosofica. L’ipotesi nietzscheana, presa come punto di partenza, è quella secondo cui condizione della vita non è ciò che è vero, quanto piuttosto l’apparenza, la volontà di “illusione”. De Gaultier non si pronuncia in modo positivo nei confronti della vita, del sì alla vita di Nietzsche, o a favore della condanna e del pessimismo di Schopenhauer, i quali rappresenterebbero esclusivamente diversi rapporti verso il vitale generati da differenti percezioni del fenomeno in questione, l’una gioiosa e l’altra dolorosa. L’autore, piuttosto, ricava da entrambi i filosofi la convinzione di un’antinomia fondamentale tra esistenza e conoscenza: la vigoria della vita risiede precisamente nella solidità della menzogna da cui è sostenuta, laddove la conoscenza, volendo entrare in possesso del meccanismo vitale, tende a sottrarre autorità all’inganno stesso.

Nell’ottica di de Gaultier, dunque, a quanto detto da Nietzsche sul valore vitale dell’“illusione” va aggiunto un corollario secondo cui lo stato di conoscenza tende a distruggere il fenomeno vita. In effetti, l’“istinto di conoscenza”, tra tutti gli altri istinti che a turno arrivano a filosofare, occupa un posto del tutto peculiare: da una parte stanno tutti gli istinti il cui compito è quello di servire e fortificare la menzogna vitale; dall’altra, sta, solitario, l’“istinto di conoscenza”, minaccia per la vita ed istanza essenzialmente nichilista.5 L’interrogativo più urgente, dunque, appare essere quello riguardante il perché ed il come la vita possa lasciare spazio al proprio contrario, ben sapendo come questo sia foriero di un pericolo assoluto essendo sua naturale tendenza lo scioglimento dell’“illusione” che mantiene la vita.6 Si tanterà, quindi, di seguire il discorso di de Gaultier sulla formazione dei due opposti istinti, sulle rispettive funzioni e sul rapporto intercorrente tra essi nella “narrazione leggendaria” (récit légendaire), ora tragica ora comica, che li vede protagonisti da sempre.

Il primo a formularsi in una razza è l’“istinto vitale” (Istint Vital); la questione di base alla sua origine è quella dell’utilità o meno per questa stessa razza. Un insieme di uomini, un gruppo, è, ai propri primordi, simile ad un corpo naturale il quale obbedisce ciecamente alle condizioni esterne; caratteristica peculiare è quella di essere un elemento distinto dagli altri, con proprietà particolari e speciali capacità di azione e reazione. Accade, però, che tale gruppo nel prendere esso stesso coscienza di se stesso acquisisca anche la coscienza di ciò che è utile e di ciò che è dannoso alla propria sopravvivenza. Da questo momento saranno adottate, nei confronti dell’ambiente circostante, delle misure di difesa: ciò che si è rivelato utile sarà prescritto, ciò che, al contrario, può nuocere sarà interdetto. In questa epoca di fondazione, figura insostituibile è quella di un uomo, di un grand homme, in cui l’ “istinto della razza” sia riuscito a prendere compiutamente coscienza di sé e dei propri bisogni vitali. Costui, che opera in qualità di sacerdote e legislatore, in nome dell’“istinto vitale”, formula una vera e propria “igiene fisica e morale”,7 fatta di tutte le regole atte ad assicurare e mantenere il più a lungo possibile il grado di forza in gioco nel momento fondativo. Tali formule vengono presentate sotto forma di precetti, di leggi esteriori la cui osservanza è garantita da tutto un sistema di pene e ricompense immediate e da tutto un edificio di “finzioni” (fictions) portatrici di promesse, o di minacce, in vista di una sicura presa sugli spiriti degli uomini.

In questa fase primordiale, l’“istinto vitale” è nel pieno della propria forza ma, prevedendo il proprio progressivo esaurimento, si cautela conferendo alla menzogna fondante e conservatrice un carattere di autorità e di sovranità. Scopo di questo istinto e dell’“illusione” che lo sostiene è quello di vivere ed il più a lungo possibile; di conseguenza, ogni elemento che può rivelarsi utile in questo senso viene dotato di un’esistenza reale. Le morali non sono, dunque, altro che sistemi ordinati di modi di essere opportuni (per la conservazione dell’“istinto vitale”); “paradisi”, “teogonie” e “religioni” non sono che ‘invenzioni’ in grado di fortificare suddetti sistemi.

Possiamo notare come la genealogia di queste nozioni sia al di là di ogni controllo intellettuale e sperimentale; tuttavia proprio tale situazione indica come siano in gioco le migliori energie e le forze più robuste di un particolare gruppo. Ogni nozione che da questo discende in questo momento assicurerà, per un tempo lunghissimo, il maximum di felicità e di vigore per il gruppo umano.  

La forma primigenia della finzione è, dunque, quella del “dogma”8e tale rimane finché non muta il grado di forza del gruppo umano. Quando questo decresce (facendo così diminuire la capacità di creare l’“illusione” necessaria alla vita), ecco allora che alle finzioni verrà richiesta (dal gruppo medesimo) una giustificazione circa la loro realtà. Non sarà più sufficiente che esse siano state utili, dovranno avere un argomento, dovranno sopperire all’indebolimento dimostrando di essere vere.   

In questa epoca, l’“istinto di conoscenza” entra in scena; esso è già dotato del potere di distruggere ma si trova ancora in uno stato di totale sottomissione all’“istinto vitale”. In effetti, se, come è stato detto, lo scopo della conoscenza, cioè la verità, rappresenta un pericolo per la vita, risulta comprensibile che il desiderio di conoscere appaia in coloro in cui la vita tende a scemare. Tutto ciò, in realtà, accade, viene accettato, perché ancora utilizzabile per gli scopi della vita. Anche se la verità non è un traguardo interamente raggiungibile, tuttavia, la semplice ricerca risulta sufficiente ed in grado di assolvere la propria funzione. Il compito di una ‘ricerca’ corretta è duplice: distruggere vecchie modalità esistenziali ormai esaurite in modo da lasciare spazio a nuovi “culti” più adatti alle mutate condizioni dello “spettacolo”; fortificare questi modelli più recenti con l’appoggio dei mezzi razionali e formali più rigorosi applicati a contenuti che, invero, non sono quelli specifici di un corretto metodo conoscitivo.

La vita è caratterizzata da un’inclinazione alla dissimulazione ininterrottamente agente, da una infinita capacità di reinventarsi, da un numero indefinito di maschere sempre diverse sotto le quali celare il proprio niente o il proprio mistero. La vita è il “trionfatore sempre eletto dalla sorte”;9 è il vincitore che riesce ad utilizzare il proprio opposto, che si presenta come una minaccia, in modo proficuo, come un “mezzo” (moyen) per nuove e più efficaci finzioni. L’“istinto vitale” tenta di ‘compromettere’, danneggiare, alla sua origine l’“istinto di conoscenza”. Prevedendone la portata distruttiva, cerca di pervertirlo, di deformarlo, di trasformarlo in una delle facciate dell’edificio illusionistico che quello dovrebbe naturalmente far crollare. La funzione che l’“istinto di conoscenza” è, così, obbligato suo malgrado ad assolvere, ai propri primordi, è quella di stabilire un’identità tra utile e vero, quella di sostituire ai dogmi religiosi, una nuova finzione, concretizzata nei dogmi filosofici e razionali.

Siamo, dunque, in presenza di due istinti dei quali l’uno, quello vitale, la cui preoccupazione è, semplicemente, quella di vivere, è pratico, interessato, cupido; l’altro, dotato di “chiaroveggenza” (clairvoyance), riflette, medita, sviscera, oltrepassando con la scaltrezza dell’analisi intellettuale ogni partito preso. L’uno e l’altro sono privi di qualsiasi scrupolo riguardo le proprie opposte esigenze. L’uno è in ogni uomo in quanto essere vivente, l’altro trova posto in poche coscienze individuali, nell’uomo in quanto soggetto della conoscenza. Infatti, se l’“istinto vitale” è il trionfatore predestinato, tuttavia l’“istinto di conoscenza” riesce, eccezionalmente e temporaneamente, a sfuggire, ergendosi in tutta la propria potenza in menti filosofiche come quella del Kant della Kritik der reinen Vernunft.10Ma, se l’“istinto vitale”, che costituisce il substratum necessario alla conoscenza, venisse completamente sopraffatto non sarebbe possibile nessun tipo di contemplazione: l’attitudine corretta del “sapiente” è, secondo de Gaultier, quella dello spettatore, ma questi ha necessariamente bisogno di uno spettacolo da guardare.

Si tratta di due istinti fratelli e, contemporaneamente, nemici mortali. Il drama fenomenico si gioca, dunque, su un equilibrio, precario, tra “istinto vitale”, quindi, tra un’incessante necessità di illusionismo, di incantesimo, di Vorstellung, (in senso strettamente schopenhaueriano) e l’“istinto di conoscenza”, ovvero, lo sforzo indefesso di alcuni spiriti che lacerano questo velo di Maia mostrando la nudità dell’ingranaggio della menzogna vitale. Alcuni, peraltro, dimostrano di non aver avuto il coraggio di andare fino in fondo e tradiscono le proprie conclusioni, come fa Kant con le opere successive alla prima Critica; altri come Schopenhauer e Nietzsche resistono fino alle estreme conseguenze alla vista bruciante di Maia squarciata. Riprenderemo in seguito questo interessante excursus degaulteriano nella storia del pensiero filosofico alla luce dei due istinti che egli postula.

Infine, elemento imprescindibile per l’una e per l’altra di queste due tendenze appare essere la forza. L’“istinto vitale”, primo a formularsi, è alla propria origine potente, capace di eludere ogni tipo di controllo razionale in vista del trionfo della vita, capace di creare idee robuste che durino nel tempo. Tuttavia, sa del proprio progressivo infiacchimento e, al primo sintomo, ricorre all’“istinto di conoscenza” che, nelle proprie fasi iniziali, è debole, lo snatura e si serve dei suoi mezzi per continuare a mantenere vigorose formule ormai affievolite. Questa forza, questa esuberanza in grado di sottomettere l’“istinto di conoscenza”, è la causa principale della genesi degli idoli del passato, come l’idea di Dio, e di quelli del presente, come le idee di verità, libertà e giustizia.

 

 

 

 

II .2. Il bovarismo e la natura delle verità

 

 

Abbiamo accennato alla formazione da parte dell’“istinto vitale”, che si serve di quello di conoscenza, di finzioni tali da permettere la propria sopravvivenza.

Una delle finzioni più antiche e più forti nella storia dell’Occidente è quella di un Dio fuori dal mondo e creatore del mondo, capace di indicare tutto il male da evitare e tutto il bene da compiere, dispensatore di pene e/o ricompense. E’ la concezione di un Dio unico quale ispiratore (nonché reggente) dell’intero edificio di regole e nozioni che fanno parte del concetto di monoteismo, soprattutto nel suo aspetto cristiano, distinto dal monoteismo islamico il quale, secondo de Gaultier, sarebbe più semplice e più completamente dogmatico. “La finzione costituita, da più di diciotto secoli, dall’istinto vitale per essere la risorsa della sua evoluzione tra le razze dell’Occidente è, in una parola, il monoteismo. Un Dio fuori dal mondo e creatore del mondo, una legge rivelata, sia miracolosamente, sia naturalmente, alla coscienza dell’uomo, che gli indichi un bene da praticare, un male da evitare, l’uomo fornito di un libero arbitrio che gli permette di osservare o di infrangere le regole imposte, dunque, responsabile dei propri atti, capace di merito e di demerito, giudicabile con pene e ricompense, concepite tanto secondo il realismo più elementare, tanto sotto delle forme più raffinate, tale è il sistema di finzioni che la concezione monoteista abbraccia nel suo aspetto cristiano.”.11  

La concezione monoteista cristiana si è rivelata, dunque, quella maggiormente adatta per uno sviluppo delle razze che l’avevano formulata, quella più capace di assolvere la funzione di utilità propria di queste razze. “Suscitare lo sforzo presso razze capaci di uno sforzo”,12 tale fu l’utilità della finzione monoteista.

De Gaultier ritiene, a questo proposito, necessario interpretare il termine effort perché, secondo lui, vocabolo illusorio. In effetti, secondo l’autore, lo “sforzo” ha il medesimo significato sia applicato alle più complesse attività psicologiche umane, sia applicato ad un’attività esclusivamente fisica. In questo senso, l’elasticità di una forza rappresenta la capacità di questa, in presenza di opportune circostanze, di tendersi da un minimo ad un massimo. In campo psicologico, ogni essere vivente dotato di una qualche energia in grado di accrescersi in un certo ambiente, si accorge di tale accrescimento se viene fornito l’ambiente favorevole. Il problema dell’essere umano è che questi, prendendo coscienza dell’aumento delle proprie energie, si illude di esserne la causa e l’autore meritorio quando, in realtà, egli non è che il soggetto di una ‘fortunata’ variazione del grado di vigore interno. L’uomo, persuaso di essere responsabile e padrone del verificato accrescimento di energia, chiama effort ciò che altro non è se non la reazione della sua elasticità interiore sollecitata dall’azione di cause esterne. La finzione monoteista cristiana si innesta, con le idee di cui è portatrice (libero arbitrio, responsabilità, etc.), in questo essere che si crede, appunto, libero e responsabile.

Qualsiasi particolare “istinto vitale” che riesca ad oggettivarsi in una forma concreta, desume la propria forza da una finzione provocata da due cause, l’una vitale, l’altra che ha a che fare con la conoscenza. Il processo, nel caso specifico del monoteismo cristiano (che è, poi, l’ambito cui si rivolge con maggiore interesse la critica degaulteriana), è il medesimo. La prima causa, originaria, scaturisce in ambito giudaico. La seconda, successiva, emerge all’interno della cultura greca. L’una, nascendo dalla Bibbia, fornirà sostegno agli elementi dogmatici, l’altra, essendosi formata entro la dialettica platonica, farà da supporto agli esiti del razionalismo. Dunque, il monoteismo cristiano è il prodotto, da una parte, di una componente essenzialmente religiosa, dall’altra, di un fattore ‘laico’, ‘profano’. Il monoteismo cristiano, dunque, presenta, all’origine, una parte ‘vitale’, cioè, un particolare istinto di sopravvivenza, qui, quello del popolo ebraico concretizzatosi nella Bibbia. Allorché ci si rende conto del diminuito potere coercitivo di questa componente (o, si prevede che ciò possa accadere) si ricorre ai mezzi razionali, usati in modo improprio. Si fa appello, in effetti, a quella parte ‘conoscitiva’, la quale porta con sé strutture e procedimenti razionali e, però, ha già subito un’alterazione: l’“istinto vitale” è già riuscito a metterla al proprio servizio.

Il monoteismo, come fenomeno generale, sboccia in seno al politeismo e, da questo, differisce di poco; determinante e comune ad entrambe le due forme religiose è considerare l’antropomorfismo come principio esplicativo dell’universo.13

Platone, dunque, si presenta come filosofo al servizio dell’“istinto vitale” ma, nondimeno, pone, anche se in modo spurio, il problema della conoscenza, la necessità di una critica preliminare della conoscenza stessa, il sospetto, per la prima volta, che un oggetto sia diverso dalla propria rappresentazione. Platone, quindi, seguendo il metodo del dubbio socratico, sembra tentare l’impresa di una critica formale della conoscenza; ma le esigenze da cui muove il suo pensiero sono, fondamentalmente, altre, diverse da quelle dell’“istinto di conoscenza”. Egli, infatti, coglie, secondo de Gaultier, il cruciale nodo epistemologico (l’irriducibile alterità tra l’oggetto e la sua rappresentazione), tuttavia, essendo filosofo dell’“istinto vitale”, non ha il coraggio di accettare le conseguenze di tale consapevolezza. Platone, cioè, da una parte, ammette che il mondo fenomenico sia “illusione”, dall’altra, però, ‘salva’ il mondo delle idee (che egli stesso crea appositamente) da ciò e, anzi, lo elegge a depositario della vera essenza del reale. Platone, per un verso, ‘obbedisce’ alla valenza ‘decostruttiva’ dell’“istinto di conoscenza” (come critica delle illusioni vitali), ma, per un altro verso, ponendo l’“istinto di conoscenza” al servizio della vita, ‘reifica’ i contenuti della conoscenza (le idee archetipiche) facendone nuove illusioni vitali.

Nell’ottica degaulteriana, la scelta di Platone risulta comprensibile anche in considerazione del significato profondo della fine di Socrate.

Una razza, dotata del proprio “istinto vitale”, il desiderio del quale è quello di vivere, sa, quasi presente, il pericolo che il procedimento dialettico ed il dubbio possono arrecare a tutto quel sistema di illusioni indispensabili alla vita. Tali illusioni sono, da un corretto punto di vista conoscitivo, appunto false, sono finzioni; del resto, essendo la loro presenza essenziale al mantenimento della vita, esse vengono fissate come verità e, quindi, sacralizzate per assicurare loro maggiore forza. Socrate, con la propria speculazione, rischiava di rivelare agli ateniesi tutto ciò e, inevitabilmente, le capacità difensive dell’“istinto vitale” si sono mosse contro di lui. Socrate è, per questo motivo, nell’interpretazione degaulteriana, un nemico di Atene, un corruttore dei giovani, un uomo sprezzante degli dei e dei costumi; perciò, l’“istinto vitale” decreta la morte di quello che è stato il suo primo mortale nemico.

Dunque, il problema della conoscenza si pone a Platone sotto un triplice aspetto: quello scientifico, concernente oggetti del mondo esterno e quelli riguardanti altre categorie già create, pur se in modo rudimentale, dall’“istinto vitale”, ossia gli oggetti del mondo morale e quelli del mondo metafisico. Si tratta, per queste categorie particolari, di creazioni dello spirito, di concetti che non si collocano né nello spazio, né nel tempo. Tuttavia, l’artificio dello spirito si applica qui per dichiarare l’esistenza reale, ed al di fuori dell’intelligenza che li ha formulati, di questi oggetti. Si tratta, insomma, di un’inversione del problema: non potendo spiegare il fenomeno della conoscenza attraverso l’esistenza, lo spirito capovolge i termini della questione dotando la conoscenza del potere di creare l’Essere.14 Tale procedimento è essenzialmente umano (e, secondo de Gaultier, anche la longevità del meccanismo in questione e della sua utilizzazione proverebbe la sua origine umana) e rivela il funzionamento stesso dell’“istinto vitale”.

Il perfetto metodo dialettico impiegato porta, effettivamente, Platone a risultati ineccepibili sotto il punto di vista della conoscenza pura. La conoscenza di un oggetto implica una definizione dell’oggetto in questione, la quale non può risiedere nell’oggetto stesso, ma deriva dagli archetipi, dalle Idee di cui l’oggetto è la manifestazione o, meglio, la deformazione. Nella critica di de Gaultier, la parte valida della filosofia platonica (corretta perché, qui, il genuino desiderio di conoscenza riesce, ancora, a sottrarsi agli interessi dell’“istinto vitale”) è quella concernente l’oggetto esterno come “fenomeno” (phénomène), lo scarto tra la nostra percezione e l’oggetto di questa, l’idea platonica considerata come “mezzo” (moyen) di conoscenza degli oggetti esterni. Inoltre, secondo l’autore, questa parte della filosofia platonica rivela in modo del tutto appropriato il senso della parola “idealismo”: la deformazione, la cui portata va valutata, che necessariamente l’oggetto, in quanto conosciuto, deve subire da parte del soggetto della conoscenza.

Il procedimento attraverso cui, invece, Platone introduce elementi estranei alla conoscenza sarebbe una indebita “realizzazione di astratti”.15 La nozione delle Idee come tipi eterni, immutabili, al di fuori dell’intelletto e del mondo come apparenza vana, dotata di realtà grazie all’‘azione’ di una ragione divina, è questo, secondo de Gaultier, il primitivo modo di procedere all’origine di ogni teologia.   

In un senso più specifico, il procedimento platonico consiste nel distaccare le idee dalle attività che le hanno prodotte, rendendole così anteriori alle attività stesse. Consiste nel fare di ciò che si presenta come termine finale e condizionato di una serie di atti precedenti, un principio legislativo immutabile, di modo che ciò che è conseguenza di un atto, giudicabile secondo il successo o meno dell’atto, diventa modello per gli atti. Tale metodo rende, peraltro, impossibile un legame causale tra l’atto e l’idea, generando la prima e fondamentale condizione nella costruzione di una “filosofia dualista”, condannata a tentare di risolvere (tentativo, del resto, chimerico) tutte le contraddizioni che derivano da questa operazione.16Da una parte, quindi, Platone utilizza metodi, come l’astrazione,17 formalmente irrefutabili per descrivere le strutture della conoscenza; dall’altra, l’astrazione stessa viene impiegata come mezzo per cogliere oggetti metafisici. Platone costituirebbe, così, un’ontologia servendosi di materiali propri di una scienza della conoscenza.

La menzogna è, in questa maniera, formata; essa consiste, come detto, nel ‘realizzare’ degli astratti (ovvero, nel conferire realtà e concretezza), in una fondamentale confusione tra la forma della conoscenza ed il suo contenuto: l’idea è una forma vuota, è un mezzo della conoscenza, non il suo contenuto.

Si tratta, a ben vedere, di un circolo vizioso. Il pensiero non è in grado di pensare ciò che non esiste; dunque, l’oggetto dell’azione del pensiero deve, necessariamente, essere dotato di esistenza. Essendo il pensiero capace di pensare i ‘generi’, essi, coerentemente, esistono. Nell’esempio dell’idea di esistenza, il genere ‘esistenza’ che accompagna la forma vuota ‘idea’, esistendo, è capace di generare il concetto di esistenza reale, in sé e assoluta. “Il pensiero crea l’essere, il concetto di Dio crea Dio”.18 L’obiezione dell’“istinto di conoscenza” alla presunzione dell’“istinto vitale”, secondo la quale tutto ciò che viene pensato esiste, è logicamente la possibilità dell’esistenza del niente. Qualora, cioè, (conformemente al meccanismo che abbiamo appena precisato) il pensiero pensasse il nulla, questo nulla dovrebbe, di necessità, esistere. Secondo de Gaultier, tale contestazione è, epistemologicamente, ineccepibile, ma, di fronte alla potenza dell’“illusione” teologica creata da Platone (e, riguardo, le esigenze vitali fortissime che questa dissimula), essa si rivela inadeguata. E’ una questione di forze e l’“istinto vitale”, con le sue ‘armi’, risulta, comunque, più vigoroso dell’“istinto di conoscenza”.

Dunque, secondo de Gaultier, il concetto di Dio tenderà a diventare (grazie al decisivo apporto di Platone che, quindi, è, per l’autore, il precursore della menzogna monoteista) il depositario di concetti quali perfezione morale ed intellettuale, le idee astratte dei fenomeni sia naturali sia morali, dell’idea di potenza. “Con Platone, tutte le idee di perfezione morale ed intellettuale, astratte dei fenomeni del mondo visibile e del mondo morale divengono prerogativa di Dio, del Νούς,”19 Aristotele non farebbe altro che formulare come dottrina il principio della menzogna qui in gioco con la nozione di identità tra essere ed essere conosciuto. “Essere ed essere conosciuto è la medesima cosa, formula Aristotele ergendo a dottrina il principio stesso dell’illusione”.20

Da qui germoglierà l’Ens realissimum della Scolastica, la quale, tuttavia, soprattutto nella disputa nominalismo/realismo, nello scontro tra Anselmo e Roscellino, mostra la lotta drammatica che continua a svolgersi in profondità tra dogmi filosofici e religiosi e l’intelligenza intesa nel suo aspetto, per così dire, puro, disinteressato, senza “partiti presi” (al servizio dell’“istinto vitale”) o doppi fini.

Nell’interpretazione di de Gaultier, il primo a scardinare il concetto divino formulato da Platone, è Plotino. Egli, al contrario del filosofo ateniese, impiega l’astrazione in modo del tutto logico e senza reticenze. Priva, perciò, il concetto divino di attributi quali intelligenza, bontà e potenza; ammette, solamente, l’unità, come termine negativo, come ‘luogo’ del “niente” (néant). Nonostante Plotino mantenga un concetto, nominale, di trinità,21 è la definizione medesima di Uno che, secondo de Gaultier, può dimostrarsi fatale per l’“istinto vitale”. Una divinità razionalmente inafferrabile, ineffabile, indifferente alle urgenze umane, risulta del tutto inutile per le umane esigenze pratiche e, a livello speculativo, descrive, in maniera netta e precisa, i limiti invalicabili della facoltà di conoscere.22

Ma, Plotino, Roscellino ed ogni spirito al servizio dell’“istinto di conoscenza” rappresentano un pericolo costante per le mire dell’“istinto vitale”, il quale ha anch’esso i propri servitori, figure comiche che, appropriandosi dei mezzi formali della ragione, ne ricavano contenuti impropri atti a mantenere la menzogna vitale.

Personaggi come Victor Cousin, nella propria Histoire gènérale de la philosophie,23 assolvono il compito di difensori dell’“istinto vitale”, quindi, della menzogna monoteista. Cousin, in particolare, tenta di rigettare ogni tipo di sistema metafisico che possa rivelarsi minaccioso e, conseguentemente, cerca di ridurre la peculiare nozione plotiniana di uno ad una semplicistica urgenza ascetica. Evita, inoltre, che le opere concepite secondo un autentico “istinto di conoscenza” siano troppo ‘vicine’ (si tratta di una vicinanza quasi fisica nell’architettura del libro di Cousin) alle opere in cui, invece, esso viene utilizzato in modo inappropriato e per gli scopi dell’“istinto vitale”. Una tale prossimità rischierebbe di innescare un paragone tra le produzioni dei rappresentanti dei due opposti istinti che potrebbe costituire un pericolo enorme per la robustezza della finzione vitale; non solo, potrebbe eliminare, o, comunque, ridimensionare la fiducia dei lettori nella menzogna vitale. Non solo, potrebbe, anche, minare la stessa convinzione nel “servitore” (serviteur) stesso di questa.

Dunque, questi ed altri tentativi di strenua protezione non fanno che dimostrare, secondo de Gaultier, l’essenzialità del monoteismo per il fenomeno della vita. D’altro canto, l’idea di Dio è “filosoficamente, il luogo stesso dell’assurdo”,24 si tratta di un concetto realizzato attraverso un’appropriazione, avvenuta ai primordi delle società, da parte dell’“istinto vitale”, delle nozioni metafisiche in possesso dell’“istinto di conoscenza”, successivamente deformate e manipolate per uno scopo ben preciso.  

Prova dell’assurdo implicito nell’idea di Dio, dal punto di vista della conoscenza, sarebbe il numero imprecisato di “antinomie”(antinomies) che tale concetto presenta. Fondamentale fra tutte, iniziata dal sistema platonico, è la possibilità di una coesistenza tra finito ed infinito, il problema della creazione compiuta grazie alla bontà divina e la contraddizione tra questo “antropomorfismo morale” (anthropomorphisme morale), introdotto da Platone, ed il dolore. “Platone si è già chiesto perché Dio, infinitamente perfetto, infinitamente potente, infinitamente felice, abbia creato il mondo ed ha risposto senza imbarazzo: per bontà, introducendo così un antropomorfismo morale”25.

La soluzione teologica, il dogma del peccato, il principio del libero arbitrio per giustificare il dolore, legando a questo la colpa in modo indissolubile, non fanno che idealizzare e perfezionare l’assurdo. Se l’uomo sceglie il male, sapendo di sceglierlo, è necessario comprendere il perché di una scelta che porta inevitabilmente al dolore. Se, invece, l’uomo decide in uno stato di ignoranza, rientra necessariamente in causa quel concetto di un Dio benevolo, il quale, però, sembrerebbe (in una ipotesi del genere) tutt’altro che amorevole: il creatore buono, il padre affettuoso non dovrebbe poter permettere che una tale sventura si abbatta sulle sue amate creature.

Abbiamo parlato dell’interpretazione degaulteriana della “filosofia deista”26 di Platone e, sempre seguendo l’autore, abbiamo notato la frequenza di argomentazioni ‘teologiche’ nel suo sistema. In effetti, il monoteismo in quanto, appunto, filosofia non avrebbe potuto, autonomamente, evolvere in una forma religiosa capace di svolgere un’importante ed autoritaria azione sociale;27 per tale motivo, secondo l’autore, il cristianesimo data l’incontro tra il razionalismo greco ed il dogma giudaico.28 In effetti, sia le città greche sia Roma mantennero i propri culti i quali servivano benissimo alle necessità del momento, molto più che una filosofia erudita ed altezzosa. L’apporto fondamentale è, come detto, quello giudaico, il messaggio biblico che, lungi dal rifarsi ad una razionalità esplicativa, ordina e diffonde una chiara e precisa idea monoteista.   

Tappa basilare in questo percorso, è la progressiva distruzione di qualsiasi analogia tra i procedimenti mentali umani ed i decreti divini; il tutto reso possibile dalla potenza ancora intatta dell’“istinto vitale”. Il popolo ebraico, creando Dio, lo rende rappresentante della propria volontà di potenza; ciò che è approvato, o consigliato, da Dio è ciò che appare utile allo stesso popolo ebraico. Nel periodo della cattività, ai nemici viene orgogliosamente negato l’onore della vittoria: è il popolo che, avendo peccato, deve espiare per essere riabilitato agli occhi di Dio. Solamente in epoca assai remota, nella concezione ebraica si ritrovano tratti che potrebbero far credere ad una sorta di commensurabilità tra Dio e l’uomo.

Nel libro di Giobbe, soprattutto nei dialoghi tra Giobbe e gli amici (i quali non vogliono credere al fatto che Giobbe sia punito pur essendo innocente), sembrerebbe ancora prevalente un’idea di giustizia anteriore che potrebbe sembrare basata su una affinità tra Dio e uomo. Tra le altre, de Gaultier cita le frasi di Baldad: Forse che Dio falsa il diritto, ovvero l’Onnipotente devia la giustizia? (Giob 8, 3). E, ancora, Dio non rigetta l’uomo perfetto né sorregge la mano dei malvagi (Giob 8, 20). In realtà, il libro, pur nella confusione delle idee ivi espresse29 (perché, comunque, la formazione del concetto divino è ancora recente), esprime, secondo de Gaultier, una nozione di giustizia divina del tutto incomprensibile alla mente umana. La svolta decisiva del libro di Giobbe (che rende manifesta la compiuta costituzione della persona divina ed il progressivo distacco da una dimensione di commensurabilità uomo/Dio) sta, secondo l’interpretazione degaultieriana, nell’accettare una sproporzione, non solo di potenza, ma assoluta, tra Dio e l’uomo. L’uomo non è regola della giustizia divina, la quale colpisce indistintamente il reo e l’innocente. Dio stesso, pur dimostrando con le sue parole, che questa tipologia di giustizia è ancora in corso di formazione, non parla della propria giustizia, mostra solo la propria potenza. Dio si placa soltanto quando Giobbe accetta le tribolazioni cui Egli lo sottopone.30 Sono prova, secondo de Gaultier, di tale accettazione le frasi finali del libro pronunciate da Giobbe: “Perciò ho parlato, senza discernimento di cose troppo mirabili per me, senza che le capissi” (Giob 42, 3), e, “perciò io ora mi ritratto, e faccio penitenza in polvere e cenere” (Giob 42,6).     

E’, comunque, posta da questo momento la difformità assoluta tra Dio e uomo, l’idea divina è ormai privata, dal punto di vista morale, di ogni tipo di antropomorfismo. Il male morale, così come il male fisico, non sarà più un argomento contro Dio perché il concetto stesso di Dio fuori dal mondo va a trasformarsi nella nozione di un Dio fuori dalla ragione: Dio è completamente sottratto alle prese della ragione.

Il popolo ebraico sembra, dunque, essere il campione dell’“istinto vitale”, proponendosi quale popolo eletto di Dio, il quale, secondo de Gaultier, rappresenta una delle idee più false dal punto di vista della conoscenza, agli antipodi stessi della ragione, anche perché, a livello biblico, tale concetto si fonda esclusivamente sulla rivelazione. Emblematico, in questo senso, il fatto che, ai primordi medesimi della vita, l’unico divieto riguardi i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male, poiché “se tu ne mangerai, di certo morrai” (Gn. 2, 15 ss): viene, in questo modo, stabilita l’antinomia essenziale tra essere e conoscenza.31 E’ l’antinomia che l’“istinto vitale”, resosi conto del pericolo di uno smascheramento così esplicito della sua vera natura, tenta di nascondere dietro l’idea di Dio, con la contraffazione ed il seguente discredito dei mezzi razionali. È per celare questa originaria contrapposizione che, in un periodo di minore potenza vitale, gli spiriti più debilitati, quindi incapaci di una fede basata esclusivamente sulla rivelazione, ricorrono alle costruzioni, splendide quanto contraddittorie, della filosofia platonica.

L’unione del “dogma” e della filosofia genera due attitudini contrastanti, eppure coesistenti, in seno alla chiesa. Il dogmatismo giudaico il cui compito di proteggere la rivelazione, quindi l’“istinto vitale”, dalla conoscenza è confermato dal credo quia absurdum cristiano e dalla concezione del mistero; dall’altra parte, invece, una teologia razionale la quale vuole mettere al servizio della vita, dopo averli deformati, i mezzi della conoscenza. Una teologia siffatta deriva, sì, dal “dogma”, in cui si rifugia in caso di argomenti troppo insidiosi, ma risulta maggiormente debitrice verso l’idea teista. E’ essa che frastorna gli spiriti: laddove il “dogma”, semplicemente, nega l’efficacia della ragione, essa tende ad alterarla; è questa falsificazione che ha permesso la sopravvivenza della “menzogna teista”32 al “dogma” che pure l’ha creata.

Il “dogma”, secondo de Gaultier, si sarebbe già esaurito se una schiera di spiriti al servizio dell’“istinto vitale” non avesse continuato a promuovere un tipo di filosofia platonica e deista. Nell’elencazione dell’autore, si va naturalmente da Agostino ed i filosofi del Medioevo, a Cartesio e Leibniz, fino a Voltaire e gli enciclopedisti. Altri pensatori, rifacendosi in modo sincero alla Bibbia ed all’assurdo elevato a credo, non fidando nella ragione e consapevoli dell’antinomia, si schierano in favore della vita. Rigettano, cioè, la ragione quale base di fondazione della vita a motivo della sua contraddittorietà. Ma questa opera negativa, senza snaturare la ragione, fa sì che, in qualche modo, la ragione pervenga a perfezionarsi grazie, soprattutto, all’azione critica di queste correnti di pensiero e al disinteresse (essenza stessa della conoscenza) che le guidò.33 In questo senso, secondo de Gaultier, dobbiamo essere grati alle speculazioni di dogmatici puri come Roscellino, Lutero (solo nel suo aspetto polemico, critico), al Giansenismo di Port-Royal, a Pascal. Altri, invece, decisero di immolarsi in nome dell’“istinto di conoscenza”, ma la scelta di Bruno, Vanini, Galileo infrange un fondamentale consiglio di Nietzsche : “Guardatevi dal martirio, dalla sofferenza in nome della verità!”. Essi, più che alla perfezione dell’“istinto di conoscenza”, hanno contribuito a quella di un ascetismo che, invece, secondo de Gaultier, andrebbe superato in quanto interessato, orgoglioso, bellicosamente gioioso (e, quindi, funzionale all’“istinto vitale” ma contrario ad un “puro istinto di conoscenza”).

 

 

 

 

 
 

 

II. 2. 1. Gli idoli “vitali”: la verità

 

 

Per il momento basti questa breve sequenza di pensatori. In uno specifico capitolo ritorneremo diffusamente sulle meditazioni di de Gaultier riguardo la storia del pensiero filosofico. Torniamo, piuttosto, ad analizzare i concetti utili alla finzione che regge il fenomeno vitale.    

L’evoluzione dal dogma alla sua esplicazione razionale porta con sé la sostituzione della finzione unica Dio con un insieme di finzioni astratte. I filosofi che “commisero l’attentato definitivo della divinità”34 si impadronirono, tuttavia, degli attributi divini assegnandoli a queste nuove menzogne che pretendevano di derivare la propria potenza da leggi razionali. In questo senso, le idee di libertà e verità affondano le proprie origini nel terreno della teologia: si danno come entità reali, avendo fatti propri i procedimenti del Dio antico, ma, allo stesso tempo, esse fingono di essere generate dal suolo della ragione. In realtà, per esse, vale lo stesso ragionamento fatto in precedenza riguardo il concetto di divinità. Si tratta, infatti, di finzioni naturali (nel senso che la vita le genera in modo quasi spontaneo, primordiale, dal momento che essa muovendosi, mente) che sono utili all’instaurazione e al mantenimento della vita. Nondimeno, alla luce della scienza della conoscenza, la quale ricerca come la vita sia strutturata e come si organizzi, de Gaultier le ritiene, alla stregua dell’idea di Dio, delle finzioni.35

Dunque, la “mitologia razionalista” (mythologie rationaliste) corrisponde alla “mitologia teologica” (mythologie théologique) di origine platonica. In entrambi i casi, c’è una fondamentale confusione tra la forma ed il contenuto della conoscenza che produce, nella prima, idoli logici, nella seconda, idoli teologici. La forma dell’atto intellettuale è identica per ogni uomo; l’intelligenza, apprendendo se stessa, si descrive, al contempo, come un meccanismo di illusioni; tale sistema rispecchia, in modo preciso, il dispositivo attraverso cui “l’Essere, distinguendosi in oggetto e soggetto, si deforma”.36 Le modalità della ragione, le leggi razionali, tempo, spazio, causalità non sono che le “prospettive” (perspectives) attraverso cui l’Essere si pone come oggetto per un soggetto. Si tratta, quindi, delle medesime regole del “gioco intellettuale” (jeu de l’intellect), accettate da ogni individuo; loro peculiarità è quella di essere “ciò attraverso cui” (ce à travers quoi) la menzogna fenomenale prende origine; esse, inoltre, sono tali prima di ogni apparizione e sono comuni a tutti.

La confusione tra forma e contenuto avviene nel momento in cui, invece di accettare queste leggi quali prospettive fisse che “falsificano l’essenza” dell’Essere37 e creano la visione del “non-vero” (non-vrai), gli uomini, essendo rimasti colpiti dal fatto della concordanza assoluta e dal carattere definitivo di queste regole, hanno loro imposto il nome di verità. Sarebbe ancora un’operazione lecita, un nome particolare per descrivere appunto l’universalità e l’immutabilità delle forme dell’intelligenza in quanto fenomeno necessariamente sottomesso a spazio, tempo e causalità. La maggior parte degli uomini, tuttavia, non si accontenta di godere di una mera contemplazione di verità logiche, piuttosto, prova il bisogno di interessi appassionanti radicati nella vita, di scopi in grado di suscitare aspirazioni capitali. L’operazione degli esseri umani è, allora, quella di prendere a modello le proprietà delle leggi formali, le quali, da questo punto di vista, sono in perfetta armonia con se stesse, ed applicarle, dopo averle snaturate, al contenuto che l’intelletto, nella sua corretta funzione, non fa altro che rendere inintelligibile attraverso un’indefinita diversificazione nelle prospettive dello spazio. 

Il meccanismo della scienza (la cui attività propria è, semplicemente, quella di descrivere relazioni indefinite) viene impropriamente trasformato dall’“istinto vitale” in uno strumento capace di produrre la verità, intesa, per gli scopi della vita, come uno stato di quiete e di completa soddisfazione dell’intelligenza da raggiungere. Cause prime, leggi morali universali vengono a configurarsi, in questo modo, come idoli collocati indebitamente nel luogo che spetta di diritto ad una semplice verità logica. Le leggi formali (i meccanismi, le forme del conoscere) rilevabili attraverso un’attenta osservazione del funzionamento dello spirito, sono, dunque, i limiti netti e definiti dell’ambito della verità, di una verità ovviamente ‘vuota’, di tipo specificamente logico-formale.

Lo studio di un tale concetto di verità risulta, così, ad esclusivo appannaggio di una pura e semplice scienza delle forme della conoscenza. La conoscenza, dunque, è, in modo appropriato, rispetto alla vita e alle sue finzioni, ‘nichilizzante’. Eppure, secondo una ‘filosofia del paradosso’, che sembra essere peculiare di de Gaultier, la ‘nichilizzazione conoscitiva’ avviene mediante forme costitutive, metodologiche del conoscere (le “verità logiche”); in effetti, l’autore non nasconde il suo debito nei confronti delle teorie kantiane espresse nella prima Critica. Solo il meccanismo di questa può renderci nota l’alterazione dell’Essere lungo prospettive indefinite e, conseguentemente a ciò, dimostrare la ragione per cui l’Essere stesso appare incomprensibile e non suscettibile di una costruzione sistematica.

Una corretta scienza della conoscenza è puramente formale e, dunque, anche verosimile. La scienza (la scienza distorta, la scienza tradizionale e la maggioranza dei suoi protagonisti, la scienza al servizio della vita) non ha più a che fare con la verità di tipo logico-formale, ma, piuttosto, con i fenomeni che appaiono, secondo le leggi dell’“illusione”, grazie alla distinzione dell’Essere in oggetto ed in soggetto, gesto primordiale nell’“ipotesi metafisica” postulata da de Gaultier.38 Ma una tale forma di ricerca scientifica non sarà neanche in grado di conoscere in modo appropriato i vari fenomeni finché non riuscirà ad isolarli dal loro contenuto e interpretarli per quello che intimamente essi sono: illusioni, appunto, deformazioni generate dalla divisione fondamentale dell’Essere in un oggetto per un soggetto.

L’oggetto della scienza (della scienza che, al contrario di quella tradizionale, è ispirata ai principi puri dell’“istinto di conoscenza”) dovrà essere, quindi, in modo appropriato, la “nozione del mistero” (notion du mystère). Infatti, il fatto stesso della distinzione dell’Essere (la scissione in un soggetto ed in un oggetto, attraverso cui si rompe l’unità dell’Essere ed ha inizio la vita come noi la percepiamo) rimane, comunque, al di là di ogni aspirazione della conoscenza. Per questa ragione, la comprensione scientifica deve risolversi in una capacità indefinita di “stupore” (étonnement). Lo scienziato degno di questo nome farà propria una costante professione di agnosticismo; vale a dire che si renderà perfettamente conto che il progresso scientifico non si dirige verso la verità, ma verso una “veduta più diretta ed una sensazione più intensa del mistero”.39 Sarà al servizio di una curiosità e di una tensione ben consce di non poter mai essere completamente soddisfatte. Saprà accettare il fatto che ogni suo sforzo per esplicare l’enigma e svelare del tutto l’ “illusione”, non farà che renderli più oscuri e più densi; accoglierà, infine, l’inesorabile concetto dell’amor fati.

In effetti, secondo de Gaultier, l’intelligenza umana è deformatrice nella sua essenza perché vale, per essa, lo stesso meccanismo che vale per l’Essere: per conoscere, essa deve dividersi, ma la divisione, una volta attuata non è più ricomponibile; inoltre, i ‘prodotti’ di tale divisione, soggetto e oggetto, sono irriducibili tra di loro. Nell’ipotesi metafisica dell’autore, il primo atto, generativo della vita, è un atto intellettuale (la divisione soggetto/oggetto); ovvero, l’esistenza, così come ci è data, sta, precisamente, in questa dicotomia. L’atto primigenio, metafisico è intellettuale, ma esso genera la vita, la quale necessita, all’inizio, di misure utili al proprio mantenimento (“teogonie”, “religioni”, “paradisi”). E’, del resto, innegabile che, ad un certo punto dell’evoluzione delle finzioni vitali primordiali, esse abbiano bisogno dell’intervento dell’“istinto di conoscenza”. Ricordiamo, comunque, che questa peculiare forma di conoscenza che si aggiunge, per sorreggerle, a queste finzioni non è quella “pura” (cioè, formale); è, in realtà, ‘usata’ dalla vita; vale a dire, le strutture vuote della conoscenza vengono indebitamente ‘riempite’ da contenuti utili alla vita.

Nell’interpretazione degaulteriana, se l’attività intellettuale sintetizza il movimento primordiale con cui l’Essere si dà a se stesso come rappresentazione, come sperare di strappare, con mezzi intellettuali, il velo di menzogna; se l’intelligenza è tale, come pretendere da essa la verità? Dunque, le teorie scientifiche, nella loro generalità, non rappresentano verità immutabili, piuttosto, si rivelano “false, assolutamente parlando”,40sono ipotesi provvisorie, sono puntelli cui appoggiarsi durante la ricerca. Scopo unico, però, di tutte le scienze, correttamente tali, è quello di conoscere delle relazioni, laddove, riguardo possibili cause prime e realtà oggettive delle cose, la scienza rimane ignorante in senso assoluto, quanto in senso relativo.      

De Gaultier si appoggia in tali conclusioni al II capitolo dell’opera di Claude Bernard, Introduction à l’ étude de la médecin expérimentale, accettando le considerazioni ivi contenute come canone valido e specifico di ogni scienza che vuole essere corretta. Questo anche perché esisterebbe, secondo de Gaultier, nei primi del ’900, in Francia,41 una sorta di superiorità degli scienziati sui filosofi. La vera filosofia risiede, infatti, secondo l’autore, nel comprendere e rispettare tanto il potere quanto i limiti dello spirito, nel non confonderne le categorie e nel non pretendere da esso ciò che lo sopravanza. Gli scienziati, anche se, in realtà, si tratterebbe di una minoranza, sembrano essere più consci di queste regole essenziali e metodologiche della ricerca. Bernard manifesterebbe, nelle proprie conclusioni, proprio tale consapevolezza.

Dunque, la conoscenza ha due aspetti: la scienza formale della conoscenza, scopo, unico, della quale è la verità (formale, appunto, logica) che, però, intesa come assoluto, rimane irraggiungibile. Inoltre, essa, ancorché, assolutamente, fuori dalla nostra portata, agisce come un ‘pungolo’ che sprona verso una ricerca continua, mai soddisfatta delle proprie conclusioni. L’altro aspetto della conoscenza è la scienza dei fenomeni, la quale (proprio perché rimane intrappolata nel mistero della divisione dell’Essere che è alla base dei fenomeni) ci svela la nostra ignoranza essenziale, ci rivela che “il mistero è la chiave di volta di tutto l’edificio fenomenico”.42 L’equivoco o, secondo de Gaultier, l’idôlatrie, consisterebbe nel fatto che (nella tradizione occidentale) troppo spesso una mera scienza dei fenomeni si è attribuita, in modo del tutto scorretto, un oggetto che, invece, appartiene, in maniera del tutto esclusiva, ad una autentica scienza delle forme della conoscenza.    

L’assoluta verità formale resta, in effetti, irraggiungibile dal momento che è sì possibile comprendere il gesto primordiale dell’Essere, ma tale comprensione ‘si riduce’, secondo de Gaultier, semplicemente, ad una ipotesi di lavoro. L’ipotesi più logica circa la struttura dell’universo rimane, comunque, un’ipotesi che non può, del resto, spiegarci il perché o, anche, il funzionamento esatto di tale atto. La conoscenza deificante/oggettivante, intesa come conoscenza dei fenomeni, è anch’essa (anzi, in modo ancora maggiore) incapace di raggiungere la verità. Si possono (avvalendosi sempre di corrette strutture logiche) conoscere i fenomeni, ma non si può assolutizzare tale sapere. La questione fondamentale sembra essere una costitutiva impossibilità di ‘riempire’ una struttura logico-formale, plausibilmente vera, con il contenuto di una scienza dei fenomeni, la quale risulta più falsa della prima perché studia, appunto, i fenomeni che, nell’interpretazione degaulteriana, sono semplici illusioni.

E’ necessario, per la correttezza di entrambi i campi scientifici presi in esame, non cedere a seduzioni assolutistiche; ricordare, sempre, che la migliore delle ipotesi, quella che sembra più vera, altro non è se non un’ipotesi. E’ necessario, infine, rammentare che una conoscenza completa, esaustiva, ‘totale’ è impossibile perché qualcosa riesce, comunque, a sfuggire, anche dal sistema conoscitivo più esemplare.

Ogni scienza particolare, dalla più semplice e perfetta, dimostra come, con l’apparizione di un qualsiasi fenomeno (quindi, con la divisione attraverso cui l’intelligenza si pone come oggetto-fenomeno davanti ad un soggetto che lo apprende), compaiono, immediatamente, anche tutte le condizioni atte a garantire il mantenimento costante del mistero, dell’ “illusione” e, quindi, della vita. In rapporto a criteri quali semplicità e perfezione, esiste una gerarchia anche tra le scienze di osservazione. L’astronomia tiene, secondo de Gaultier, il primo posto; vale a dire, è la scienza più pura poiché è quella che parte da dati quasi unicamente teorici, essendo i suoi oggetti quelli più difficilmente sperimentabili e dovendo, quindi, essa ricorrere ad ipotesi basate interamente su puri calcoli matematici. Altre scienze particolari, come, in successione, chimica, biologia, “fisiologia”, medicina, hanno uno statuto inferiore in quanto basate su un crescente numero di dati empirici, i quali introducono un essenziale elemento di incertezza.43

In questa ottica, le scienze psicologiche, sociologiche e morali sembrano essere dominate dal caos, in contrasto con l’armonia di sistemi scientifici meno legati a fattori empirici. L’ordine presente nei sistemi delle scienze fisiche potrebbe, comunque, generare una qualche “illusione” circa una verità assoluta, portatrice di un grado di certezza ai fatti studiati; al contrario, ciò appare impossibile nell’insieme delle scienze umane le quali sembrano costituire un vero e proprio “labirinto” (labyrynthe).44 In particolare, il mondo morale presenta, nella sua complessità, la perfezione dell’“illusione” vitale: qui, alle categorie di spazio e tempo, viene ad aggiungersi, nella sua più compiuta espressione, la scissione tra oggetto e soggetto come cuore del mondo morale ed in veste di magicien suprême.45 In effetti, anche studiando la morale secondo un metodo “fisiologico”, appare immediatamente come questa sia agli antipodi delle scienze fisiche.    

Innanzitutto, nessuna teoria scientifica ha dimostrato una solida struttura causale in grado di relare le scienze particolari tra di loro, rimangono divari importanti da superare che, nel caso della morale, raggiungono il numero più elevato basandosi sui dati più empirici, più numerosi e più incerti. Laddove la chimica prevede 73 corpi semplici, una morale, a cui sia stato applicato un metodo scientifico, potrebbe rifarsi ad ogni singolo carattere individuale, sconosciuto dal punto di vista delle proprie qualità chimiche, differente da ogni altro, causa prima di modi di essere singoli e specifici e della propria morale, l’unica che potrebbe avere valore per questo individuo particolare. Dunque, da un punto di vista positivo di una scienza dell’agire umano, la morale risulta essere la più complessa, quindi, la meno sicura e la più arretrata, essa è la scienza “più incerta, la più dubbiosa, quella che meno comporta una costruzione generale.”46 Tuttavia, è proprio a questo ambito (costituito, a volerlo studiare in modo severamente scientifico, di infinite verità, tutte parimenti degne perché espressioni di indoli individuali tutte rispettabili allo stesso modo) che è stata imposta, una volta formatasi, l’idea di una verità prima, assoluta, generale. All’empirismo più complesso della morale è stata attribuita, con il massimo del rigore, una legge che è al di là di ogni empirismo.    

Ai primordi delle società, interesse fondamentale è sapere su quali leggi e su quali rapporti basare la vita associata: non potendo possedere questa conoscenza immediata è stato essenziale il ricorso all’“istinto vitale”.

Si è, quindi, preferito al metodo scientifico il metodo teologico, all’osservazione scientifica la “volontà di potenza”.47 Questo significa che ogni individuo “ha eretto a legge universale la propria legge particolare”;48 significa che nella lotta sostenuta per imporre tale legge, alcune somiglianze tra caratteri specifici, alcune modalità apparse comunemente utili hanno creato delle coalizioni, delle regole morali più o meno generali per un gruppo. 

Religioni e morali hanno allargato dall’individuo a collettività più estese la lotta per la potenza e, dunque, per la supremazia. In realtà, ogni morale particolare differisce dall’altra ed è ugualmente legittima; perciò, per aumentare la propria autorità, ognuno di questi sistemi specifici si serve della menzogna, la quale è mezzo in vista della potenza e, allo stesso tempo, è segno del vigore del temperamento che la genera. 

La menzogna risiede in una confusione ed in una sostituzione delle cause all’origine del fenomeno morale. Ciò che è utile ad un singolo, quindi un principio reale, empirico e conoscibile, viene convertito in una legge universale che si riconnette alla rivelazione o alle forme a priori della ragione, che prevede un unico esemplare di morale retta da un altrettanto unico concetto di bene, derivante ora dalla divinità, ora da un imperativo categorico.49

Il ruolo vitale dell’“idolo” verità, assiso nel cuore di ogni religione, tanto rivelata, quanto laica, è quello di essere causa di differenziazione, di lotta, di antagonismo. Se, in effetti, osserviamo il fenomeno morale da un punto di vista scientifico, possiamo sostituire, rispettivamente, ai concetti di bene e male, un’attitudine di vita (le cui caratteristiche sono egoismo, individualismo e tutti quegli elementi che spingono a lottare per conquistare la potenza) ed un’attitudine di morte (in cui si distinguono gli elementi che, tendendo a riportare il singolo all’unità, negano il valore vitale delle differenze individuali).  

Il comportamento morale, che deriva, come detto, dal presupposto dell’esistenza di una verità assoluta (di tipo religioso o speculativo) e la verità morale, nel loro essere falsamente unificanti, rendono servizio alla vita perché mascherano l’intima natura della vita: quella di essere costitutivamente differenziante. Sono ulteriori finzioni apposte dall’“istinto vitale” a protezione del meccanismo vitale: evitano che questo sia smascherato perché un fatto del genere potrebbe distruggere tutto il sistema di illusioni indispensabili alla vita. Essa, perciò, usa a proprio favore tutte quelle attitudini (come quella di morte) che potrebbero nuocerle e le trasforma in nuove menzogne.     

Dal momento che la vita fenomenica è, alle proprie origini, diversità e differenziazione, possiamo comprendere come la verità possa scoprirsi “in morale, la maschera ed il sostituto del principio di differenza che genera la vita”;50 ciò che l’idolo verità maschera è “il reale ed unico motivo di avversione che esista tra gli uomini: la differenza”.51 “L’idolo verità appare, dunque, la rappresentazione mitologica, ipocrita e falsa di una causa reale, il principio di inimicizia incluso nell’idea di differenza”.52 La verità, quindi, appare come un travestimento necessario per vivere; compie, in vista della vita, il proprio obiettivo di differenziare gli uomini attraverso il potere che conferisce ad istinti particolari; infine, essa è il mezzo (per quanto menzognero) per rendere più intensa la vita. Secondo una legge di ironia (elemento, anch’esso, costitutivo della rappresentazione che è l’esistenza) l’“illusione” di una verità assoluta da conquistare spinge gli uomini a cercare di raggiungere questo stato di quiete. Questa tensione (che, nei termini conoscitivi in cui si esprime, significa ulteriori frammentazioni in soggetto e oggetto) provoca nuovi scarti, impossibili da recuperare da parte dell’attività conoscitiva; determina, quindi, un arricchimento, una complicazione dello spettacolo vitale e, allo stesso tempo, un aumento della ‘inconoscibilità’, in senso assoluto, dell’esistenza.

 

 

 
II. 2. 2. La libertà

 

 

Il concetto di libertà (un altro idolo sia religioso sia logico) risulta essere, come argomenta de Gaultier nel corso di una attenta e severa analisi, semplicemente la rappresentazione del grado di energia in gioco nell’attività umana.53 In effetti, anche la libertà è una credenza, un’idea mitologica, la quale, per un intelletto al servizio dell’“istinto di conoscenza”, si rivela un’ennesima “illusione”, una parola vuota, non suscettibile di definizione, un qualcosa di incomprensibile per l’intelletto stesso.

Il termine può, tuttavia, avere un’accezione razionalmente adeguata in relazione al concetto di forza e al comportamento fisico di questa. Una forza particolare è libera se non è ostacolata nel generare i propri effetti dalla presenza di altre forze. Nel caso di due forze contrapposte, è libera quella delle due che riesce, nel conflitto che le oppone, a sviluppare la propria tensione interna fino al suo limite rappresentato dal grado di resistenza della forza opposta, sopraffatta nello scontro. In tale prospettiva, per così dire, meccanica, il significato appropriato del concetto di libertà è quello di essere un metro di giudizio del “rapporto di dipendenza tra due o più fenomeni”.54 Esso constata una supremazia; il valore di questa definizione è, comunque, ristretto all’ambito fenomenico in cui regnano, con rigoroso determinismo, leggi logico-formali.

La costruzione mentale, nello spirito, del concetto di libertà appare in corrispondenza alla formazione del termine “maggioranza” (majorité). Laddove la maggioranza indica la superiorità, in un rapporto tra due gruppi, secondo un rapporto quantitativo, libertà significa che il rapporto è in relazione alla forza.

De Gaultier, a sostegno di questa tesi, cita la definizione VII dell’Etica di Spinoza: giacché la libertà sembra qui sottomessa alla necessità, sembra, tanto a livello metafisico, quanto fisico, un caso particolare della necessità. “Una cosa è libera quando esiste per la sola necessità della propria natura e non è determinata ad agire se non da se stessa; una cosa è necessaria, quando è determinata ad esistere da un’altra cosa e ad agire da una qualche legge determinata.”55

De Gaultier, però, non accetta che a determinare l’azione di un qualsiasi fenomeno sia esclusivamente la necessità della propria natura, dal momento che l’ignoranza riguardo le cause per cui le cose sono, si muovono e divengono è costitutiva dell’uomo. Oltre a ciò, se la libertà non è che un caso della necessità, fare dell’Essere in sé una causa libera sottomessa alla necessità della propria natura sarebbe una questione di antropomorfismo razionale; la necessità, inoltre, vale solamente nel campo fenomenale, laddove l’Essere in sé (il quale, secondo l’autore, sarebbe, kantianamente, il Dio dell’etica) è al di là e al di fuori dei fenomeni. L’Essere universale è, ancora, ciò “al di fuori di cui nulla esiste”; non lascia, così, spazio all’ipotesi di una sostanza ulteriore con cui entrare in relazione; di conseguenza, la necessità, con il caso particolare libertà, non è ad esso applicabile, appartenendo in modo esclusivo al mondo della relazione; di più, il termine libero, proprio per questa impossibilità di relazione, non può contraddistinguere l’Essere universale.    

I termini libertà e necessità nell’uso che ne fanno i metafisici risultano, dunque, inappropriati, privi di ogni contenuto; in particolare, la parola libertà indicherebbe la nostra fondamentale ignoranza. L’intelletto che, necessariamente, conosce secondo tempo, spazio e causa, giunto a stati dell’essere di cui non intende le cause antecedenti, non potendoli ridurre alla necessità (che qui diventa una sorta di unità mentale), cade nell’ignoranza.     

L’attitudine corretta sarebbe, in realtà, quella della scelta dell’ignoranza come dogma conoscitivo; sarebbe la constatazione dei propri limiti, della basilare antinomia tra esistenza in sé e conoscenza, l’accettazione dell’impossibilità di una evidenza vicendevole tra le due entità.

Gran parte dei filosofi non vuole, però, arrendersi all’evidenza di questi limiti della conoscenza, si ostina al continuo superamento di quelli, non concorda sull’illusorietà del mondo come rappresentazione; non si arrende al fatto che “la genesi dell’universo conoscibile si perda nell’Inconoscibile”.56 I filosofi metafisici tentano, perciò, di mantenere ben saldo, all’interno di un determinismo severissimo in cui l’uomo (essendo un corpo naturale come altri) fa sempre ciò che deve fare,57 il concetto di libertà. Davanti all’impossibilità di determinare le cause primitive di stati come il medesimo fatto dell’esistenza, quando non è più applicabile la necessità causale nella giustificazione dell’esistenza di un qualche fenomeno, essi mascherano la propria ignoranza con la parola libertà. Essi, del resto, adoperano lo stesso procedimento quando, incapaci di circoscrivere l’Essere secondo tempo e spazio, si appellano a termini vuoti come eternità ed infinito. Si tratta, anche in questo caso, di una sostanziale confusione. Noi comprendiamo attraverso la catena causale: quando ciò non è possibile, quando questa si interrompe, generando così la nostra ignoranza, non siamo più in grado di discernere se tale stato di oscurità sia da addebitare ad un’impotenza attuale delle nostre capacità o alla natura delle cose. Nel primo caso, la necessità causale continuerebbe a valere al di là delle possibilità della nostra intelligenza; nel secondo caso, non potremmo, comunque, pronunciarci sulla struttura operante al posto di quella.

Abbiamo chiarito il fatto che il termine libertà ha un proprio significato positivo. In relazione ad un conflitto di forze, alla supremazia di una di queste ed alle conseguenze di tale supremazia, appare, secondo de Gaultier, l’inadeguatezza assoluta di una parola come libertà per esprimere lo stato di ignoranza che si viene a produrre in entrambe le situazioni. Nonostante ciò, i filosofi che fanno parte della tradizione, della filosofia ufficiale non sono mancati al compito di fortificare la menzogna vitale. Essi hanno, perciò, tentato di introdurre la libertà nel mondo attraverso il concetto di contingenza,58 la quale sarebbe un caso in cui l’esistenza non presenta, allo stesso tempo, né contraddizione né necessità. In realtà, la contingenza ha una valenza solo nell’ambito del possibile e non è qualità intrinseca di un fenomeno. Si presenta, in effetti, come un’attitudine di uno spirito rispetto ad un fenomeno sconosciuto perché futuro, quindi lontano nel tempo, o perché già avvenuto ma non ancora noto per cause accidentali (quali, per de Gaultier, la velocità delle poste, dei corrieri o dei telegrafi), quindi distante nello spazio. In entrambe le circostanze, tuttavia, la condizione dello spirito è identica: o, il fenomeno è detto necessario dallo spirito che ne conosce tutte le cause determinanti; oppure, essendo una parte di queste cause ignote, esso azzarda opinioni avventurose riguardo la forma precisa del fenomeno in questione che, allora, viene definito contingente. La contingenza non sembra, perciò, aver attinenza con niente di reale o con le cose in se stesse.

Dunque, il concetto di contingenza può avere un senso solo relativamente ad uno stato temporaneo di ignoranza dello spirito; in effetti, essa non è ammissibile né nel caso di una conoscenza totale, né nel caso opposto di una totale ignoranza. Lo spirito che parla di contingenza è, necessariamente, quello che, conoscendo una parte delle cause ed ignorandone un’altra, esita tra differenti soluzioni.

L’uso inappropriato che i filosofi tendono a fare del termine contingenza è l’applicazione all’Essere, alle manifestazioni originarie di questo, alla differenziazione ed alla correlazione dei suoi elementi, alla legge della sua evoluzione. Tale metodo è arbitrario in quanto quello che noi non conosciamo è, per l’appunto, l’insieme delle cause antecedenti, quindi, non ci troviamo in uno stato di dubbio legittimato da una conoscenza parziale, ma di totale ignoranza nei confronti di ciò a cui solo una ubris conoscitiva può attribuire i concetti di possibile, di contingenza. Non esiste nessun altro significato per questa parola di quello positivo di cui abbiamo parlato.         

Qualsiasi sforzo creativo del nostro spirito che, non potendo più conoscere secondo le leggi della necessità, operi al di là della causalità cadrebbe nella stessa confusione di parole come verità, allorché termini che, nella relazione fenomenica hanno un significato definitivo, vengono (per i soli obiettivi della filosofia dell’“istinto vitale”) trasformati secondo le prospettive dell’assoluto mantenendone, però, il senso. 

Il procedimento è, dunque, duplice: da una parte, la parola viene privata, svuotata dell’antico significato appropriato; dall’altra, la si conserva “come etichetta dell’indefinibile”,59 giocando sull’equivoco provocato dalla persistenza della vecchia accezione. De Gaultier vuole, quindi, ribadire il fatto che nessun nuovo vocabolo utilizzato dal linguaggio filosofico può rendere comprensibile, intelligibile ciò che fino alla sua comparsa era sconosciuto, oscuro.    

La critica dell’autore si rivolge (qui in modo particolare e, allo stesso tempo, rappresentativo di una tendenza comune, quella “utilitaria di ogni filosofia di Stato”) verso il libro di Emile Boutroux, La contingence et les lois de la nature.60 Affermare che l’universo si manifesti attraverso una gerarchia, un sistema di mondi irriducibili gli uni agli altri, irrelabili e sovrapposti, tra i quali la catena causale pende interrotta; affermare l’impossibilità di spiegare i corpi esclusivamente attraverso il concetto di materia; affermare che ognuno di questi mondi sia punto di origine di una serie particolare, la cui esistenza non è spiegabile con le proprietà dei mondi inferiori è, secondo de Gaultier, pienamente condivisibile nello stato attuale della scienza della conoscenza. Inoltre, a livello metafisico, l’autore, accetta l’idea di un universo generato da più punti, accetta l’idea di un mistero fondamentale, ma rifiuta il miracolo61 tentato da Boutroux: far apparire negli intervalli tra i vari piani dell’universo, in cui la causalità non opera, il concetto di contingenza e quello di libertà. Questa operazione equivale a sottrarre al termine contingenza il proprio significato specifico senza, peraltro, sostituirlo con un qualche altro. Sostenere la contingenza delle leggi della natura dal momento che non possono essere sistematizzate in un insieme che le relazioni tutte, secondo la necessità, o riservare la contingenza al solo fatto dell’Essere (visto che non siamo in grado di attribuirgli una causa) tutto ciò corrisponde ad utilizzare il termine come l’etichetta vuota di cui si è detto.        

La posizione dello spirito, che conosce solo secondo il meccanismo causale, nei riguardi dell’Essere o, delle leggi attraverso cui questo si esprime, è una posizione di impotenza. Lo spirito conosce di quelle leggi solo la serie discendente degli effetti, essendo esse in se stesse senza causa conoscibile; esse sono, quindi, fuori dalla categoria del possibile: ogni tentativo di immaginarle, di descriverne la natura, di penetrarne l’enigma si risolve, appunto, nell’impotenza strutturale e nel fenomeno generale dell’irriducibile antinomia tra esistenza e comprensione.62 Il vocabolo contingenza, dunque, applicato tanto all’Essere quanto alle sue leggi, non ha un proprio senso positivo: il contingente, come il libero, si presenta come un caso della necessità, del determinismo che governa il nostro mondo.    

De Gaultier precisa, con Boutroux, che per il nostro spirito tale determinismo si schiude verso più prospettive; del resto, la scienza della conoscenza medesima prevede che l’essenza dell’universo rimanga, al di là di ogni determinazione, sfuggente. In effetti, il carattere indeterminato di un solo fenomeno, quando da questo derivi tutto il resto della serie fenomenica, provoca la relatività di tutto il rimanente. In questo senso, un fenomeno indeterminato è, semplicemente, un fenomeno indeterminato: una qualsiasi cosa che ci appare non necessaria è una cosa della quale ignoriamo la causa, qualora questa causa venga conosciuta, il fenomeno rientrerà nella categoria della necessità. Se, al contrario, considereremo la natura del fenomeno in questione al di là della causalità, saremo costretti ad un’ignoranza assoluta nei suoi confronti.        

Nell’ottica di de Gaultier, dunque, libero o contingente hanno una loro connotazione ben precisa, che non dovrebbe essere snaturata da un uso interessato: un fenomeno è contingente quando lo spirito si trova, innanzi ad esso, in una posizione di indecisione tra più definizioni. Un fenomeno potrebbe essere libero, in un senso appropriato, solo se ci si presentasse come vittorioso al termine di uno scontro con un altro fenomeno, ma ciò è contraddittorio in quanto, nell’uso inadeguato che ne viene fatto, il termine libero designa un fenomeno privo di una qualsiasi relazione con un qualsiasi altro fenomeno. L’interesse pratico e vitale che spiega lo sforzo di formare tali concetti vuoti, poggianti su costruzioni lessicali del tutto arbitrarie, è quello di generare, alla luce dell’idea di libertà metafisica, il libero arbitrio.63 Il libero arbitrio rientra, in questo modo, nell’edificazione della menzogna necessaria alla vita da parte dell’“istinto vitale”; è, anzi, uno dei meccanismi fondamentali della vita fenomenica e, dunque, argomento di grande interesse per l’“istinto di conoscenza”, che studia le modalità organizzative della vita, non già per sopprimerle (perché ciò significherebbe anche la propria soppressione), ma per “estasiarsi sul potere di illusionare” della vita.64

Abbiamo visto che le attitudini a disposizione dell’intelligenza nei confronti di ciò che esiste sono essenzialmente due: o se ne conoscono le cause ed il fenomeno rientra nella categoria della necessità; o, al contrario, si conoscono solo gli effetti di quella causa ed il fenomeno rientra nella categoria dell’ignoranza. Quello che de Gaultier si propone di fare è mostrare come ogni termine, fittizio, vuoto, creato dalla metafisica si riconnetta ad una di queste due categorie. Nel caso specifico del termine libertà e di quello di scelta, se, in una prima ipotesi, riteniamo la volontà che ha ordinato l’atto come un qualcosa di semplice e non ulteriormente scindibile, allora, non possiamo attribuirle una scelta (salvo che il vocabolo ‘scelta’ non indichi, qui, necessità di compiere proprio quel particolare atto tra tutti gli altri) poiché questa volontà, non essendo uscita vittoriosa da nessuno scontro con nessun’altra forza, non può essere ritenuta positivamente libera. Dunque, può dirsi libera qualora questa libertà sia sottomessa alla necessità della natura della volontà in questione; accade, così, che termini metafisicamente contraddittori si uniscano per caratterizzare una sola cosa finendo, in questo modo, per dimostrare la propria inanità e la nostra fondamentale ignoranza nei riguardi delle modalità di azione della volontà.65  

Secondo de Gaultier, anche ipotizzando una tensione interna a questa volontà semplice e precedente la scelta dell’atto, questa lotta si rivela un gioco della volontà medesima per esaltare, attraverso le fasi dello scontro, il trionfo, in realtà già deciso, del motivo che meglio rappresenta la legge della volontà. I filosofi dell’“istinto vitale” tentano, a questo punto, la carta della spontaneità della volontà, senza rendersi conto di quanto questo concetto sia contrario alla libertà intesa come libero arbitrio. Nella critica dell’autore, infatti, spontaneo è qualcosa di assolutamente incontrollabile, è o non è, non prevede scontro tra diverse motivazioni, scelte o esitazioni. È una sorta di legge elementare, è “la stessa forza ignota che presiede alla germinazione del grano, alla crescita della pianta”;66 quindi, le sue manifestazioni sono comprese nella categoria del necessario, laddove le sue origini misteriose fanno parte di quella dell’ignoranza.

In una seconda ipotesi, in cui la volontà sia considerata una potenza tra altre potenze tutte della stessa natura, un motivo tra altri motivi ognuno in lotta con l’altro, allora l’atto sarà sì libero, ma nel senso positivo, come supremazia di una forza, non in senso metafisico. Il volere della volontà sarà sempre stato rivolto verso un unico atto; la realizzazione -la scelta- di questo sarà dipesa dal grado di forza della volontà e dall’esito dello scontro.67 In entrambe le ipotesi, libertà e scelta non hanno un significato, un’accezione metafisica, non descrivono nulla di reale se non il nostro stato di ignoranza.

Il ruolo fondamentale nella credenza alla libertà, al libero arbitrio, spetta al fatto della coscienza individuale. Ogni essere umano rinnova in sé l’evento principale dell’Essere unico, il quale si autorappresenta in oggetto e soggetto; ciò succede anche nel fatto della coscienza, esclusiva funzione della quale è quella di spettatrice dei gesti degli attori di tale rappresentazione, essa coincide, perciò, con la facoltà di percepire i diversi momenti, le diverse attività dell’individuo. Per assolvere il proprio compito, anche la coscienza è, però, costretta ad illudersi: tenta di convincersi di essere essa a riportare all’unità una vasta molteplicità di entità in lotta. La coscienza, cioè, nomina “io” (moi) ciascuno degli svariati e differenti fattori di cui è composto ogni individuo. Quando questi elementi arrivano a scontrarsi, il ruolo della coscienza è di designare “io”, di volta in volta, ciascuno dei combattenti. Il suo ruolo è, ancora, quello di dire “io” allorché, conclusa la lotta, uno di essi ha riportato la vittoria ed ha, quindi, potuto compiere l’atto. Durante la battaglia, la coscienza non fa altro che registrare passivamente le azioni di ogni entità in gioco nel conflitto. Al termine dello scontro, invece, crede di aver ricoperto un ruolo attivo, di aver deciso quell’atto, laddove, quando essa ha chiamato “io” la forza vincente, questa aveva già deciso quell’atto. In realtà, i fatti si sono succeduti come se la coscienza non ci fosse.68 Tuttavia, proprio perché si illude di poter riportare tutti gli attori ed i combattenti ad un’unica personalità dicendo, appunto, “io”, la coscienza si convince anche di essere sola, quindi libera, quindi non soggetta a vincoli. La coscienza corrisponde, in particolare, a quel peculiare istinto, desiderio, movente che è uscito vittorioso dal conflitto e che, per un periodo di tempo più o meno lungo, a seconda della propria forza, si attribuirà il ruolo di “io”, grazie all’intervento della coscienza stessa che così lo ha nominato.

Tale personalità che è persuasa di essere unita, sebbene molteplice, attiva, sebbene possa solo registrare le fasi dello scontro che è in corso tra le varie forze, è il terreno fertile in cui germoglia la credenza nel libero arbitrio: l’“io” cosciente riassorbe in sé gli elementi in conflitto e, sebbene sopraggiunga sempre dopo all’azione, è costantemente pronto ad attribuirsene la paternità, ad assumersi la responsabilità dell’atto.

In tale modo, può dirsi formata la catena generatrice di tutta la mitologia morale: l’uomo libero è responsabile; poiché responsabile, potrà essere soggetto a ricompensa o a punizione; se ricompensato sarà giusto; proverà rimorso o soddisfazione nella misura in cui gli atti compiuti si troveranno in accordo o meno con gli atti voluti da tutti quegli elementi dell’io sostenuti dall’entità valutante. E’ qui da notare la precisazione di de Gaultier: tale entità valutante corrisponde, nella maggior parte dei casi, alla convenzione stabilita dall’interesse sociale riguardo le idee di bene e di male; tale interesse sociale avrebbe un proprio rappresentante tra i vari elementi riuniti arbitrariamente dalla coscienza nella personalità; scopo dell’educazione sarebbe, allora, quello di rendere dominante questo rappresentante dell’interesse sociale.

 

 

 

 

II. 2. 3. La giustizia

 

 

Sempre secondo i piani dell’“istinto vitale”, dunque, l’“illusione” della libertà, grazie all’azione della coscienza, fa nascere la serie dei sentimenti morali. Gli idoli verità, libertà, le idee di bene e male che da questi discendono non fanno che servire la vita, mantenerla e propagarla; esemplare, in tale ottica, l’idea connessa a queste, l’idea che, applicando ad ineguali le medesime misure, “sanziona e moltiplica l’ineguaglianza e l’ingiustizia che sono le condizioni della vita fenomenica”69, vale a dire l’idea di giustizia.

Inoltre, secondo de Gaultier, queste idee non sono affatto semplici: ridotte alla semplicità assoluta, idee ‘sacre’ come bene, verità, libertà e giustizia non manifestano alcun significato positivo, non hanno alcuna possibilità di applicazione pratica, si risolvono nel “niente” (néant), nella negazione delle condizioni della vita. Nella vita concreta, al contrario, esse appaiono composte, dotate di un senso positivo che limita o, addirittura, contraddice l’accezione che pretendono di derivare dalla propria semplicità.70

In effetti, secondo l’autore, se nella costituzione del reale, tra le due forze antagoniste che lo generano, quella di arresto appare successivamente a quella di movimento (rendendo oggetto di percezione la forma di reale su cui sta agendo) nel campo delle idee la forza conservatrice si presenta sotto la forma di un’“illusione”: l’“illusione” che esistano idee semplici e non ulteriormente scomponibili. Nel corso della nostra evoluzione, saremmo, dunque, alla mercé di un mal idéologique , quello di concepire le idee diverse da quello che sono, attribuendo loro un carattere di eternità ed immutabilità che, invece, non spetta loro. La necessità di questa finzione è quella di rendere oggetto fisso, quindi percepibile, quella porzione di realtà che può essere utile in quel particolare momento; ciò che si mostra discutibile è la sopravvivenza dell’“illusione” al proprio compito.71    

De Gaultier, a supporto della propria opinione concernente il carattere composito delle idee umane, cita Ribot, secondo il quale l’attività umana è doppia, vale a dire che ogni immagine, ogni creazione dello spirito implica sia una dissociazione, sia un’associazione.72

Da un punto di vista dell’evoluzione storica, foriera di modifiche e variazioni nell’interpretazione delle varie verità, l’autore si rifà all’analisi di alcune idee, ritenute vere, compiuta da Remy de Gourmont in vari lavori. Nell’Esthétique de la langue française,73 l’autore mostra come non esista alcun legame essenziale tra la sonorità di una parola ed il significato, diverso, che questa assume di volta in volta. Il valore fonetico è, in sé, secondo Gourmont, nullo; piuttosto, esso appare determinato da scelte arbitrarie, legge delle quali è l’imprevisto dell’associazione dell’immagine, la variabilità delle circostanze. Le verità sono, dunque, delle associazioni di idee sempre soggette al cambiamento, poiché il potere di dissociazione riconosce solo i limiti che si dà autonomamente e per un ristretto periodo di tempo.74 Nell’isolamento di un’assoluta semplicità, tali idee non hanno quasi interesse: ad esempio, l’idea di un popolo, o quella di una rosa, senza altro attributo non si riscontrano in nessun intelletto; ridotte all’essenziale, rappresentano dei fatti o delle astrazioni. Ogni idea trae la propria importanza allorché un fatto si lega ad un’astrazione, oppure questa si lega ad un’altra, fino a formare, appunto, delle associazioni di idee, le quali vengono considerate verità; il loro statuto specifico è, però, quello di verità occasionali, affatto salde.75  

In effetti, secondo de Gaultier, tra gli elementi componenti di una verità, sono riscontrabili, proprio grazie al potere di considerare semplice ciò che non lo è, fattori di due tipi, l’uno astratto, l’altro concreto (fatti o immagini). Esistono elementi in cui predomina l’astratto, altri in cui appare preponderante il dato positivo; in nessun caso, comunque, si danno idee puramente astratte o puramente concrete. Ogni astrazione ha, alla propria base, un insieme imprescindibile di fatti ed immagini; ogni immagine è il risultato di un compromesso tra dati di sensazione e dati di percezione nella quale opera in maniera determinante l’astrazione.76 Ogni realtà mentale risulta, così, composta, quindi, suscettibile di una dissociazione; dall’assenza di fatti semplici in psicologia, consegue che qualsiasi prodotto psicologico, qualsiasi idea, è altrettanto divisibile, dissociabile all’infinito nelle parti che lo compongono.

De Gaultier trova riscontro delle sue affermazioni nella descrizione dell’evoluzione storica di alcune idee ‘vere’ fatta da Gourmont, nell’opera La culture des idées.77 I due fattori più anticamente legati all’idea di amore sembrano essere l’idea di piacere carnale e quella di generazione. In epoca greca, le idee donna e generazione erano ancora unite, ma quella di piacere stava trovando forme e modalità di espressione a detrimento dell’idea di generazione. Più tardi, all’epoca delle cortigiane, il tentativo è stato quello di fornire all’amore una connotazione più espressamente estetica ed intellettuale, attraverso la dissociazione dell’idea stessa di donna da quella di generazione.

In questa evoluzione, il cristianesimo si inserisce cercando di ripristinare l’associazione primordiale generazione, piacere carnale con un ulteriore salto di qualità: arrivare a rendere il secondo termine di tale associazione indissolubilmente legato all’idea di matrimonio.78 La dissociazione più audace è quella attraverso cui i due termini originari generazione/piacere carnale, esaustivi dell’idea amore, vengono separati con la formulazione del concetto di amore platonico, creazione eminentemente cristiana e non greca. Tale invenzione si presenta come una deformazione poiché devia dal suo scopo naturale l’energia umana accumulandola in vista di una meta inconoscibile e costringendola nella propria tensione; la forma estrema è quella dell’amore divino; elemento essenziale dell’amore diviene, qui, l’assoluta castità, prodotto di una volontà onnipotente. Anche alcuni luoghi comuni, come, ad esempio, quello storiografico che vede l’idea di ‘decadenza’ indissolubilmente legata a quella dell’Impero bizantino, subiscono lo stesso processo. Le ricerche di numerosi studiosi, tra i quali de Gaultier cita Gaston Pâris, hanno dimostrato la falsità di tale associazione, scoprendo nella storia di Bisanzio una civiltà vivace, fastosa, complessa ed ingegnosa.79

Non sfuggono alla dissociazione neanche quelle verità che sembrano essere le più perfette, più sacre: nemmeno l’idea di giustizia può essere ritenuta semplice. Ridotta alla propria pretesa semplicità, infatti, essa è, secondo de Gaultier, sulla scorta di Gourmont, riconducibile all’idea di equilibrio, “ un punto morto nella serie degli atti”,80 il punto in cui non si dà più vita, essendo la vita stessa lotta tra forze e, quindi, in assoluta opposizione con il concetto di giustizia. Dello stesso avviso è, ancora, Littré, secondo il quale l’idea di giustizia è rapportabile ad una tendenza all’identità che, compiutamente realizzata, porterebbe alla cessazione della vita fenomenica. Dunque, anche questa idea, considerata sacra ed universale, si dimostra essere un’associazione di vari fattori; ci appare dipendente dalle definizioni particolari che vengono date di fas e nefas, le quali, a loro volta, dipendono dalle diverse accezioni di bene e male.81 Inoltre, da un punto di vista generale, la giustizia implica le idee di innocenza e di colpa, le quali suppongono quelle di libero arbitrio e di responsabilità.82   

Questo susseguirsi di derivazioni evidenzia la molteplicità dei fattori componenti, l’estrema instabilità, soggetta a continui cambiamenti, dell’idea generale e la non necessarietà del legame che tiene insieme quegli elementi. Dallo studio di Gourmont appare che la causa di questi mutamenti ricorrenti è, in ogni esempio, unica, vale a dire, l’utilità umana; questa va intesa secondo la sua accezione più vasta, come rispondente sia ai bisogni della sensibilità, sia a quelli dell’intelligenza, come creatrice e promotrice sia di verità morali, sia di verità in grado di soddisfare la curiosità intellettuale degli uomini.83 Tale sostituzione, nell’ottica di de Gaultier, comporta un rovesciamento della posizione che dobbiamo mantenere nei confronti di qualsiasi idea-verità; innanzitutto, il metro critico non dovrà più essere di tipo metafisico, ma di tipo positivo, pratico: la domanda essenziale riguarderà il grado di utilità che questa idea conserva o meno al presente. Infine, da un punto di vista positivo, il vero sarà “un’associazione di idee unite tra loro dal legame di un’utilità attuale.”84 Dunque, saremo in presenza di un concetto di verità in netta contrapposizione con la più vecchia definizione secondo cui essa è “un’idea semplice e non scomponibile o un’associazione di idee semplici unite tra loro da un legame necessario”.85

In questo senso, autori come Guyau, Stuart Mill, Spencer, sono arrivati a dubitare della semplicità e della solidità addirittura delle forme a priori della ragione: queste non sarebbero che regole convenzionali istituite dallo spirito umano per penetrare le leggi dell’universo, sarebbero, dunque, una creazione umana la cui stabilità e la cui persistenza deriverebbero dall’antichità di tale invenzione.

De Gaultier, quindi, restringe il campo di appartenenza delle idee a due categorie: le verità generate da una necessità intellettuale e quelle, invece, generate da un’utilità vitale o morale. Al primo gruppo appartiene l’associazione Bisanzio-decadenza, la quale, pur avendo ormai esaurito la propria utilità (infatti, è stata riconosciuta storicamente falsa), è servita quale mezzo esplicativo ai crociati che videro il crollo della capitale dell’Impero e si trovarono di fronte all’urgenza di un’interpretazione. Davanti all’incapacità di sopravvivenza della civiltà bizantina, l’idea di decadenza si presentò come risposta chiara, feconda, tanto logica da divenire una sorta di ipotesi-verità;86dello stesso tipo è l’utilità produttrice delle verità (o, meglio, delle ipotesi, degli strumenti) fisiche e chimiche. Nel secondo gruppo, caratterizzato prima di tutto da un interesse verso la propagazione della specie, troviamo il tentativo, riuscito, di riunire le idee piacere carnale/generazione, divise dalla morale pagana, attraverso il sacramento cristiano del matrimonio. Il cristianesimo è riuscito laddove leggi esplicitamente create per lo scopo avevano fallito. Ha contribuito, in maniera fondamentale, a popolare l’Europa, a generare un numero elevatissimo di uomini, alla formazione di grandi stati, mentre la dissociazione pagana, nell’estrema licenza dei costumi, otteneva risultati simili a quelli prevedibili in una situazione di estrema castità.87 Allo stesso modo, l’utilità sociale decide ciò che è giusto e ciò che è punibile, è essa che, mutando, muta la nostra concezione di giustizia.

La definizione appropriata di verità (un’associazione di idee legata ad un’utilità attuale) porta con sé alcune caratteristiche tipiche. Le verità sono dispositivi di movimento, tale movimento è comunicato agli uomini grazie alla falsa concezione che questi si formano di sé e delle cose; in ciascuna verità opera un principio menzognero, il quale fa sì che tutte raggiungano scopi diversi da quelli che l’uomo si proponeva di conseguire con esse. Nel caso, ad esempio, della morale sessuale cristiana questa incongruenza tra fini prefissati e fini ottenuti è evidente: l’uomo europeo, per adattarsi ed organizzarsi, sceglie la verità cristiana; quindi, si crede destinato, per ordine divino, alla monogamia ed alla fedeltà; l’idea di piacere si congiunge, così, al vincolo matrimoniale, restando, inoltre, imprigionata nell’idea di generazione. Il cristianesimo, che nella propria forma pura prevede la castità, propone, perciò, all’uomo uno scopo inaccessibile. L’essere umano, sforzandosi, comunque, di raggiungerlo, realizza un obiettivo non previsto, ma utile alla vita: la formazione della famiglia, cellula del gruppo occidentale, e la propagazione su grandi territori. E’ facilmente riscontrabile come, presso razze in cui la verità cristiana vacilli, nessuna misura diretta riesca a fermare il progressivo calo demografico. La legge ricavata da de Gaultier comporta il fatto che “ogni finalità destinata a realizzarsi sia servita da mezzi che si propongono essi stessi a loro proprio fine e che non si riconoscono quali servitori di un fine differente”.88

Alla luce di quanto detto, l’uomo, nel corso della propria evoluzione, si concepisce incessantemente diverso da quello che è, raggiunge mete di utilità altre rispetto ai propri obiettivi consci, segue ipotesi con la pretesa di possedere delle verità, ma, del resto telle est sa loi; legge essenziale da cui dipende ogni sviluppo, sia morale, sia intellettuale; meccanismo ironico ma insostituibile per la vita, in quanto dispositivo responsabile di continuo movimento. “Le verità sono il luogo in cui l’uomo si forma tale falsa concezione di se stesso e delle cose”;89 l’associazione Bisanzio- decadenza, l’idea cristiana, il concetto di giustizia, la “religione del progresso, che è la menzogna di domani”,90 qualsiasi altro tipo di idea- verità serve, dunque, il movimento necessario alla vita. Non è, però, la causa prima, assoluta, di un moto vitale ascendente, bensì è, principalmente, testimonianza di un moto profondamente umano: l’apparizione di una particolare verità rivela un qualche movimento, di grande importanza, avvenuto nelle profondità della nostra psicologia. A conclusione di questo articolo, la definizione più appropriata del concetto di verità appare essere, secondo de Gaultier, quella per cui essa è un fenomeno composito. Le verità sono, cioè, “degli apparati in cui il movimento si articola”, sono, in modo ancora più preciso, “le ombre in cui si riflette, per la coscienza, il meccanismo del movimento nell’evoluzione della vita”.91

 

 

 

II.3. Il bovarismo ed il reale

 

 

I casi particolari di “bovarismo” che abbiamo descritto in precedenza, non devono far credere che si tratti di una prerogativa esclusivamente letteraria ed artistica; i vari personaggi di Flaubert, in particolare, non ne sono che esempi caratteristici; ci preme ripetere che, in realtà, in ogni uomo si annida questo potere deformante di credersi diversi da quel che si è. Quello di cui abbiamo parlato è, dunque, il “bovarismo” nel suo aspetto psicologico, empirico, in un certo senso, essoterico,92 comune ad ogni individuo come ad ogni collettività. Esiste, tuttavia, un’accezione metafisica, astratta, esoterica del “bovarismo”93 secondo la quale questo potere diviene una modalità essenziale dell’Essere universale. De Gaultier, nella propria metafisica bovaristica, si serve dell’ipotesi dell’Essere come di un artificio di esposizione, di un mezzo di esplicazione, di una metafora interpretativa. In questo suo significato metafisico il “bovarismo” fa sì che l’Essere universale si concepisca necessariamente diverso da quello che è: in questo primordiale atto di “illusione” starebbe la genealogia del mondo e del reale.

Primo gradino nella costruzione di tale reale è, secondo de Gaultier, la produzione della realtà psicologica. Lo spirito,94 dotato di un potere doppio e contraddittorio, si formula, innanzitutto, attraverso una divisione nella “sostanza” del pensiero. Questo atto, isolando l’io dal mondo esterno, il quale viene concepito come un oggetto per un soggetto, istituisce, dunque, una realtà obiettiva. Ma, subito dopo, nello sforzo conoscitivo, questo tentativo di tracciare limiti precisi tra ciò che appartiene all’io e ciò che, invece, appartiene al mondo esterno appare vano; risulta, al contrario, chiaro che le divisioni prodotte dal primo movimento del potere dello spirito non esistono nella natura delle cose.

In effetti, da un punto di vista psicologico, appare impossibile isolare una percezione dalla sensazione di piacere, o di dolore, che accompagna l’immagine che si presenta all’io. Si può tentare di sopprimere la sensazione per trattenere esclusivamente il residuo e distinguere, in modo volontario, l’immagine dall’io. Tuttavia ciò che rimarrà saranno forme che l’io stesso ha contribuito a comporre: quello che rimane è, ancora, una parte dell’io, ragion per cui l’apparizione dell’immagine risulta indissolubilmente legata alla curiosità psicologica, l’oggetto presentandosi o negandosi all’io secondo che l’interesse aumenti o diminuisca. Lo spirito, dunque, può conoscersi solo nella relazione con il mondo esterno e non in modo immediato, bensì, nel passato, nelle proprie manifestazioni che sono già state e, comunque, sempre distaccato da se stesso, in una proiezione esterna sia nel tempo sia nello spazio. In un certo senso, la presa di possesso che può attuare lo spirito nei propri confronti non è nitida, netta, ma sempre confusa con il mondo esterno. L’origine di questo e dell’io è, infatti, comune; essi si presentano, alla loro fonte, intimamente legati, nonostante che l’io, nei propri procedimenti, finga un’alterità tra sé ed il mondo esterno.95      

La realtà psicologica, come ogni altra realtà, deve la sua esistenza alla persistenza dell’antagonismo tra due aspirazioni opposte di una stessa forza, laddove la vittoria dell’una significa non solo la morte dell’altra forza ma, anche, la propria. Questo vale sia nel caso che l’esistenza della realtà esterna venga negata, sia nel caso contrario. La conseguenza diretta del primo caso prevede che l’io sia l’unica sostanza, l’Essere universale, appunto; in questo modo, l’io stesso può giungere ad uno stato di conoscenza solo scindendosi in oggetto e soggetto. La tendenza soggettiva nello sforzo di perfezionarsi, si muove verso un assorbimento totale dell’oggetto; tuttavia, se questa meta venisse raggiunta, il soggetto stesso (apparendo solo nella relazione con un oggetto), avendo coscienza di sé solo come oggetto, piomberebbe nell’incoscienza. Nel caso contrario, in cui l’opposta propensione oggettiva annullasse il soggetto, l’oggetto, senza una sostanza che lo percepisse come tale, perderebbe ogni linea, ogni forma per scomparire nell’inafferrabile.96

Nell’ipotesi in cui venga accettata l’esistenza del mondo esterno, va precisato che gli oggetti diventano realtà per l’io in ragione della sensazione di gioia, o di dolore, che questo prova al loro contatto; vengono, dunque, distinti dal soggetto grazie ad un’emozione, la sostanza della quale confluisce nella rappresentazione che l’io si fa di un determinato oggetto. E’ l’emozione (una parte più o meno grande di essa) a fornire il materiale della rappresentazione allorché il soggetto conosce l’emozione stessa. Se l’attività, il desiderio di conoscenza subisce un’ipertrofia, ecco che le passioni svaniscono: appena ci poniamo a conoscere in modo completo un’emozione, le sottraiamo forza e la condanniamo a svanire come oggetto di conoscenza, come nostra attività passionale e come nostra attività spontanea.

Dunque, l’esagerazione della facoltà di conoscenza, al suo culmine, produrrebbe dei puri contemplativi i quali, nel supremo tentativo di trasformare in oggetto di conoscenza anche la gioia della curiosità (che è parte integrante del processo di conoscenza), sarebbero soppressi essi stessi in quanto soggetti che hanno esaurito ogni realtà, emozione, oggetto che li determini.97 D’altra parte, una strenua perseveranza nel compiere solo atti “perfetti”, cioè senza alcun interesse conoscitivo ma solo vitale (quindi senza sottrarre all’emozione niente della sua forza realizzativa, ma solo in vista delle conseguenze e dell’utilità) causerebbe un automatismo dell’azione che ha dell’assurdo. Solamente alcuni atti sono automatici, quelli fisiologici e quelli che diventano tali con la consuetudine, quelli cioè che, pur essendo originariamente compiuti sotto la direzione della coscienza divengono, per la forza di una ripetizione abitudinaria, incoscienti. Un totale automatismo, al posto di uno saltuario e di portata relativamente irrilevante, provocherebbe una vita impensabile. Se nell’esistenza, la quale è caratterizzata da accidenti ed imprevisti, subentrasse un perfetto calcolo degli esiti, tutto sarebbe compiuto nel nulla del soggetto98: ogni azione, cioè, avrebbe lo stesso grado di automatismo degli atti fisiologici e di quelli divenuti abitudinari.

Si può affermare che, secondo un “bovarismo essenziale”, la realtà psicologica è, in qualunque modo la si possa interpretare, un compromesso tra due forze. L’una si presenta come una tendenza ad agire; l’altra si manifesta attraverso l’opposta tendenza a prendere coscienza degli atti compiuti, trasformandoli, di fatto, in uno spettacolo nel quale il soggetto conoscente, lo spettatore, è inevitabilmente ‘invischiato’ anche nel ruolo di attore. La realtà intellettuale si configura, dunque, come il movimento secondo cui il pensiero si divide in oggetto e soggetto; la realtà di entrambi dipende, in modo completo, dalla “frammentazione” (fragmentation) del pensiero: laddove questa non si dia, non si danno né oggetto, né soggetto.99

Possiamo, altresì, notare che, essendo l’io il luogo in cui la “sostanza” (la materia prima, per così dire, dello spirito) si distingue, e prende coscienza di sé, secondo gradazioni infinite e secondo altrettanto infiniti compromessi tra una tendenza attiva ed una contemplativa, in oggetto e soggetto, l’oggetto stesso, considerato in modo isolato, appare grazie ad un compromesso tra un principio di movimento ed uno di arresto. Nell’ambito di un’osservazione strettamente empirica, la realtà fenomenica si rivela in un fluire, in un continuo divenire.

Dal punto di vista dell’ipotesi metafisica utilizzata da de Gaultier, come in campo psicologico esiste una primaria unità della sostanza che compone l’io, così tale unità primordiale si trova anche nell’Essere. Il gesto primitivo dell’Essere è, dunque, un gesto analitico (analitico, qui, nel senso del termine greco di ‘scomposizione’, di ‘divisione’); è l’atto con il quale l’Essere, ponendosi come un oggetto per un soggetto, crea la realtà fenomenica in un moto infinito. In questa ottica, l’“analisi” (analyse) non è un gesto distruttore, piuttosto, si dimostra atto eminentemente creatore; nonostante sia ostacolato dal suo opposto, il gesto sintetico (che, in questa congettura metafisica, assume il significato preciso di ‘composizione’, di ‘ordinamento’), non cessa mai di operare. Qualora non ci fosse nessun tipo di contrasto (operato dalla sintesi), la realtà diventerebbe inintelligibile nella sua frenetica corsa, in un certo senso, essa si disperderebbe nella molteplicità. Se, invece, svanisse l’influenza della facoltà analitica, allora, la vita fenomenica scomparirebbe: l’Essere rimarrebbe nello stato di unità precedente il gesto analitico creatore.100    

Le realtà attuano questo loro continuo movimento (necessario alla vita) secondo le prospettive dello spazio. Esse possono, altresì, essere collegate tra di loro secondo il meccanismo della causa e, quindi, divenire uno spettacolo per uno spettatore, solo con l’istituzione della dimensione temporale in cui tutte le cose si incontrano, si considerano, si scrutano nel sempre rinnovato (e, sempre, frustrato) desiderio di una conoscenza esaustiva. Qualora il flusso del tempo sparisse, l’universo fenomenico si ritroverebbe paralizzato in una dimensione esclusivamente spaziale in cui ogni relazione (che si attua solo grazie a quel meccanismo causale mediato dal tempo) svanirebbe; ogni stato di coscienza si dileguerebbe gettando, così, nell’inimmaginabile la totalità dell’esistenza fenomenica.101 Lo spazio, dunque, è, per de Gaultier, la dimensione in cui i fenomeni si muovono disordinatamente, senza possibilità di relazione tra di loro; il tempo (che, secondo l’autore, caratterizza il principio di causalità) crea, precisamente, una relazione tra i vari fenomeni, li lega tra di loro, li organizza. In tale interpretazione, quindi, lo spazio sembra essere il dominio proprio della vita (intesa come movimento perpetuo e inarrestabile); il tempo, invece, sembra concetto predominante nell’ottica dell’“istinto di conoscenza”, considerando il suo legame indissolubile con il principio di causalità. Bisogna, tuttavia, tenere presente che la filosofia di de Gaultier è una filosofia ‘del paradosso’; una filosofia delle antinomie nella quale i due opposti istinti non possono fare a meno l’uno dell’altro, pena la morte di entrambi e, dunque, anche di quella del fenomeno generale vita.

Senza il moto la realtà non esiste, ma questo non può, da solo, edificare la realtà in quanto non è in grado di produrre alcuna rappresentazione. C’è una fondamentale necessità di un principio di arresto, di associazione che blocchi, pur se in modo parziale, temporaneo, l’instabilità del principio di dissociazione. De Gaultier porta, come prova, la presa di coscienza dell’oggetto da parte del soggetto. Una parte di questo si ‘allontana’, nelle veci di spettatore, dal soggetto stesso e coglie l’oggetto. L’oggetto in questione viene riportato indietro, verso il soggetto, come fatto ormai compiuto nel quale è, quindi, chiaramente intervenuta una facoltà di arresto. L’oggetto, in questo modo, viene colto come fatto nel passato rispetto all’azione del soggetto. Il soggetto, in definitiva, prende coscienza grazie ad un elemento fondamentale della coscienza stessa, la memoria, la quale fissa, riporta oggetti che sono stati colti nel passato e, allo stesso tempo, sfuggono verso il futuro. Il momento in cui la coscienza possiede gli oggetti è quello in cui il moto viene rallentato, tanto maggiore è l’arresto tanto più completo è il possesso da parte della coscienza.102 

Notiamo che se i fenomeni appaiono grazie alla loro “durata”, allora è innegabile il legame essenziale che intercorre tra la facoltà di sintesi (come rilevamento di nessi causali) e la memoria (che fissa, nel ricordo, questi stessi nessi).

E’ questo stesso luogo quello in cui appare l’esistenza fenomenica, vale a dire che la realtà emerge “in uno stato di rallentamento del movimento”: la realtà fenomenica è “movimento divenuto percepibile”.103 Se il movimento di frammentazione fosse infinito, il mondo sarebbe sì popolato di fenomeni di pensiero, ma gli uni senza possibilità alcuna di relazione con gli altri. Se non esistesse una facoltà di arresto “l’universo passerebbe trascinato in una fuga vertiginosa, si sottrarrebbe ad ogni tentativo di sintesi”;104 i fenomeni stessi sarebbero connotati da una semplicità che, al contrario, è del tutto smentita dall’esperienza. 

La realtà intellettuale richiede, quindi, un fatto iniziale di divisione e un opposto fatto di arresto, di sintesi, di una ripetizione, vasta come il fatto della divisione, che sia in grado di fornire una base comune, un piano di incontro, per ogni movimento del pensiero. Tale potere di arresto, in effetti, determina, intervenendo sulla fuga del pensiero dal proprio centro, un fatto di identità che permette ai diversi frammenti (dispersi qua e là nello spazio dall’opera dell’analisi) di ritrovarsi su un piano di coesistenza,105 su una base comune fornita dalla funzione della sintesi e da quella del tempo.  

La realtà, pertanto, appare nel “punto di intersezione” (point d’intersection) di due forze antitetiche. Uno di questi luoghi è rappresentato dall’opposizione tra il continuo fluire temporale (la catena di cause anteriori ed effetti posteriori) e l’immobilità dello spazio.106 In effetti, anche se i fenomeni scorrono continuamente, se fossimo privi dei concetti di tempo e causa noi non potremmo mai percepire né questo loro movimento né, in realtà, la loro esistenza. In particolare, nella realtà intellettuale, gli oggetti concreti sono caratterizzati ora dall’analisi, primo fatto di frammentazione che genera parti distinte nella continuità del pensiero, ora dalla sintesi, grazie alla quale tali parti si assemblano secondo le più svariate combinazioni.

La realtà materiale (intesa nel senso prettamente fisico) non sfugge a queste due tendenze, consistendo anch’essa in un compromesso tra una forza di dissociazione, di disgregazione, di indefinita divisione del continuo e dell’omogeneo ed una forza di associazione, la quale, tentando di tenere uniti elementi frammentari, riesce, con un parziale trionfo, a far emergere queste parti relate nel discontinuo e nella fuga provocata dallo scontro delle due attitudini.107

Da un punto di vista strettamente biologico, in un articolo del giugno 1905,108 de Gaultier si rifà appunto ad una nuova idea di evoluzione contenuta nell’opera di René Quinton, L’eau de mer, milieu organique.109 La tesi generale del lavoro in questione è che la vita, in un’accezione puramente “fisiologica”, basti come spiegazione a se stessa, che tutti i fenomeni da essa generati siano esaustivamente esplicati da un’interpretazione biologica del mondo e non rimandino ad alcuna esegesi metafisica.110 Il tema fondamentale è la “legge di costanza marina”, secondo cui la vita animale, nata nell’ambiente marino, tende a conservare l’habitat marino originario.111 La materia vivente dell’organismo, ossia la cellula, nasce, dunque, nel mare e si sforza di mantenere attorno a sé, nelle diverse trasformazioni degli organismi da essa generati, le favorevoli condizioni primordiali.112 Il tentativo della cellula è quello di conservare, nell’ambiente in cui si trova, una costanza delle condizioni di temperatura, di composizione chimica, di concentrazione salina che l’avevano generata.113 In questo senso, esisterebbe una legge di costanza generale, il cui paradigma è fornito da leggi di costanza che valgono per i componenti dell’ambiente marino, così come per quelli chimici, in ambito termico, come pure nei fenomeni di osmosi e, probabilmente, in quelli luminosi.114 Da una parte, cioè, si trova la fissità della cellula, la quale essendo perfetta sin dalla propria apparizione, non si muove verso alcun apice evolutivo, dall’altra sta, invece, l’incessante diversità degli organismi in cui essa agisce.115     

La vita, in effetti, appare a de Gaultier, sulla scia di Quinton, in tensione tra la ineluttabile fatalità di un movimento di natura cosmica e la fondamentale necessità di mantenere condizioni propizie. La vita, per tale ragione, inventa, letteralmente, tutta la serie di forme animali, di organismi sempre più complessi, in cui cerca di ricavare dei laboratori che presentino le caratteristiche primordiali dell’ambiente in cui ha avuto inizio la cellula.116 Il significato nuovo dell’idea di evoluzione è, perciò, questo: la vita non si muove affatto in vista di un proprio progressivo perfezionamento, in realtà, la cellula vivente non fa altro che tentare di rimanere nello stato di forza e pienezza in cui si trova alla propria origine, cercando di mantenere, o ricreare, le condizioni favorevoli al proprio benessere. Nel vortice del perpetuo moto dell’universo, la cellula si isola dall’esterno, si chiude, formandoli, in organismi dall’interno dei quali essa possa compensare i cambiamenti dell’habitat esterno.117

L’evoluzione non si presenta più (come voleva, secondo de Gaultier, sulla scia di Quinton, la tradizione dei filosofi e, anche degli scienziati che rimangono sotto il giogo delle necessità dell’istinto di vita) quindi, come un’ascensione verso uno scopo sconosciuto e mai completamente raggiunto. Il processo evolutivo, piuttosto, si manifesta come lo sforzo continuo attraverso cui la vita cerca di mantenere simile a sé quello stato definito, noto e dai contorni precisi, che il continuo mutamento della situazione ambientale118 rischia di distruggere. L’evoluzione è un mezzo per assicurare uno status quo.

Tutta la storia evolutiva non è altro, pertanto, che la storia della serie di accorgimenti, misure difensive e quant’altro, presi dalla materia vivente per la propria conservazione, per il mantenimento del proprio originario stato di perfezione.119

E’, a questo punto indispensabile, introdurre o, meglio, chiarire una nozione fondamentale, secondo de Gaultier, nella genesi della realtà: il determinismo della forza. Alla teoria della forza è espressamente dedicata l’opera La réforme philosophique, ma, in realtà, essa inizia ad emergere sin da De Kant à Nietzsche, nonché dai primi articoli a carattere letterario. De Gaultier, in effetti, non pare cambiare in modo sostanziale, nel corso degli anni, la propria visione filosofica. Essa, piuttosto, sembra essere già tutta presente (anche se magari tra le righe) nei primi lavori. Ogni nuova opera dell’autore rappresenta, in questo senso, una ripresa, laddove ve ne sia necessità, una precisazione, un’esposizione più particolareggiata, più ampia, di temi in precedenza minoritari o dati per scontati.

La Réforme philosophique si apre con il richiamo alla trattazione compiuta in De Kant à Nietzsche della filosofia nietzscheana. Questa ridotta ad un’espressione sintetica si rivela, secondo de Gaultier, nella forma di una tautologia: non c’è forza al di sopra della forza. Il termine ‘forza’ è definito come l’insieme delle qualità grazie alle quali una cosa agisce su un’altra. In un sistema in cui ogni fenomeno è in rapporto ad un altro, in cui ogni fenomeno agisce e reagisce rispetto ad un altro, ogni realtà di tale sistema deriva, così, la propria esistenza ed il proprio rango (strettamente determinato) dalla forza di cui è dotata. Da un punto di vista teorico, questa affermazione appare evidentissima e, effettivamente, secondo de Gaultier, essendo antichissima, la “credenza” in un tale tipo di determinismo è “la nostra rappresentazione più oggettiva del mondo”.120

Da un punto di vista storico e concreto, come abbiamo già detto, si sono formate, sulla scia del credo ebraico e cristiano, altre concezioni del tutto contraddittorie rispetto al determinismo della forza, come ad esempio, l’idea del mondo morale. Il modello di valutazione morale, predominante in Occidente, si basa sull’accettazione di un principio esterno e superiore alla forza (il quale innalza, in modo, però, inappropriato, il fisico al metafisico) datore di senso e regista di quello. Anche nei casi in cui si sia esaurita la fede nei dogmi religiosi, l’idea di finalità (e, con essa, le virtù teologali, divenute, grazie a lievi modifiche, virtù sociali) va a confluire, ancora venerata come un tempo, in ogni tipologia di morale contemporanea.121

La confusione creata dalla mistione di queste categorie è la causa di un’impossibilità operativa della conoscenza, poiché tali realtà vengono sottratte alle comuni misure critiche della ragione. In vista di una migliore difesa dagli attacchi di un puro desiderio di conoscenza, l’“istinto vitale” rompe la relazione (che, pure, secondo corrette leggi formali, dovrebbe esistere) tra questi fenomeni e quelli di un’altra categoria la quale, invece, rimane rigorosamente dipendente alle esatte leggi della conoscenza. Tutto ciò non significa, però, che l’oggettività della valutazione determinista possa raggiungere una conoscenza adeguata. Piuttosto essa è la base di ogni possibile sistema cognitivo. Il mondo delle idee, da Platone in poi, è il tentativo (compiuto e concretizzato nelle forme più differenti) di elevare, in ambito speculativo, un principio al di sopra della forza.

L’idea nasce in seguito ad un atto, è stato, anche, notato che tra tutte le cose (a partire dell’io) esiste una lotta per emergere, per dominare; ogni cosa, quindi, implica un fatto di forza, la quale solamente è in grado di affermare la realtà (facendola prevalere) di un particolare fenomeno.122 La perfezione di una qualsiasi realtà sta in questa capacità di prevalere.

Secondo de Gaultier, in realtà, la maggior parte dei fenomeni spiegati (per le esigenze dell’“istinto vitale”) attraverso termini metafisici è facilmente riconducibile a cause fisiche; vale a dire, ogni idea si rivela essere un’attitudine utile ad una “fisiologia” umana data, la sua forza dipende dalla debolezza o meno della “fisiologia” in cui si è sviluppata.123 L’idea, dunque, non è affatto anteriore alla forza che la impone, ne è, bensì, una conseguenza, una dipendenza: allorché un’idea si afferma come legge, significa che in seguito ad un conflitto è stata stabilita una superiorità.124 La caratteristica di un’idea che si presenti nella forma di un imperativo è quella di essere secondaria e derivata, termine di un processo “fisiologico”, figlia di uno stato di belligeranza; l’idea è, insomma, “un’espressione della forza, le cose diventano buone e belle perché durano e durano perché sono forti”.125 Una razza, un gruppo sociale, un’élite, emerge da un conflitto e decide per il futuro la morale da seguire; il mondo morale è, dunque, un’invenzione arbitraria che il vincitore vuole tentare di prolungare. Il bene, la giustizia, in sé non sono niente; sono, piuttosto, delle etichette apposte sul fatto della forza in modo da risparmiare questa, cercando così di conservare il potere: una sorta di economia di forza e potere contro sprechi inutili.126 La realtà, tuttavia, è in continuo movimento.

Se il mondo morale viene creato da una vittoria per cui il vincitore può sostituire al bruto fattore della potenza (sempre a rischio di nuovi scontri) una menzogna, secondo la quale la supremazia attuale è legittimata dalla medesima natura delle cose; se, dunque, questo accordo rappresenta una pausa nello stato di guerra permanente, può, del resto, accadere che ciò che è stato forte cessi di esserlo, che il mondo morale giunga ad essere avvertito come “segno mentitore della potenza, la maschera della forza sui tratti della debolezza un’impostura un bluff ideologico”.127 In questa eventualità, sulla scia di Nietzsche, de Gaultier ritiene ineluttabile la ripresa dello scontro. Il migliore che deve governare è colui che è più forte e non colui che fu forte; si tratta di sovvertire, grazie alla veemenza di forze tenute a freno dalla venerazione che ricopre ancora la morale, uno stato di supremazia che non è più tale poiché è divenuto debole; la lotta dovrebbe pertanto concludersi con una sostituzione di un’aristocrazia, ormai solo nominale, con una di fatto.128

In ambito concreto, il determinismo (inteso come meccanicismo) della forza è la causa del fatto di costanza, di ripetizione che permette di fermare temporaneamente il continuo movimento e di far emergere una realtà. Questa realtà ha come attributo la “durata” (durée), unico criterio, sempre parlando in senso relativo, che la differenzi dall’irreale e, dunque, la definisca. In de Gaultier “durata” indica la capacità di un fenomeno di restare immobile il più a lungo possibile, di fermarsi, quindi, di riuscire ad essere percepibile. In questo senso, la “durata” implica che alcuni elementi (o alcune combinazioni di elementi) predominino su altri, quindi, un fatto di forza secondo cui quelli che riescono, si ripetono e (grazie alla costanza) danno luogo ad una realtà, altri non raggiungono, invece, il grado di stabilità e “durata” che li potrebbe rendere percepibili, dunque, non esistono.

Si è parlato, da un lato, di un universo, di un Essere, caratterizzato da una sorta di “bovarismo metafisico” per il quale esso stesso sfugge alle prese di una conoscenza esaustiva; dall’altro, però, si è anche parlato di leggi di costanza, di stretto determinismo. Sembra, dunque, interessante soffermarsi su questa apparente contraddizione, la quale si risolverebbe, peraltro, secondo Palante, in una delle più originali teorie di de Gaultier.129 In senso assoluto, tutto è incalcolabile, ma esistono dei modi e dei gradi di questo incalcolabile.130 Innanzitutto, nella prima parte della Dépendance de la morale et l’indépendance des mœur,131 l’autore stabiliva un legame indissolubile tra fenomeni morali e fenomeni fisici, in quanto la morale stessa veniva fatta dipendere dalla “fisiologia”. Si notava, infatti, come non ci fossero differenze di natura tra i fenomeni calcolabili e quelli incalcolabili, dal momento che la φυσις è unica, l’origine è altrettanto unica. I fenomeni fisici possono essere interamente definiti dalla scienza, quelli morali sfuggono a tale operazione, ma tra queste due categorie non esiste un abisso insuperabile.   

Anticipando, possiamo dire che la possibilità di calcolare i fenomeni fisici deriva dal fatto che essi sono, nella loro grande maggioranza, ormai divenuti (ossia, sono stabili, fermi); quelli morali (che non sono esito di un corretto “istinto di conoscenza”, ma dell’uso inadeguato che di questo fa l’“istinto vitale”) hanno, sì, la medesima origine fisica, ma si inseriscono al termine dello sviluppo della catena causale fisica.

I fenomeni morali risultano, quindi, non calcolabili perché sono più instabili dal momento che appaiono all’estremità (essendo i più recenti, gli ultimi emersi) di una catena che, invece, è, anche se secondo diversi gradi, ormai salda. In vista di un’utilità per la conoscenza è possibile distinguere, nella sostanza omogenea dell’universo, classi diverse di fenomeni, è possibile, senza tuttavia intaccarne la comune origine, classificare detti fenomeni discernendoli tra loro per grado di calcolabilità, cioè, per il grado di generalità, di necessità o di contingenza che essi presentano.132 Si tratta di limiti simili a quelli che separano, ad esempio, i fenomeni del mondo vegetale da quelli del mondo animale, si tratta, quindi, di limiti non rigorosissimi, anzi, la confusione a volte causata dalla contiguità di tali comparti è segnale proprio del carattere comune delle realtà osservate. Alla luce di questo criterio, a livello formale, i fenomeni morali appaiono sfuggenti ad una completa determinazione quanto al loro divenire, quelli fisici, invece, sopportano, o possono sopportare, tale determinazione.

Esiste, nondimeno, un incalcolabile che sfugge alle prese di qualsiasi intelligenza, che risulta dalla natura medesima delle cose. Le ipotesi sul tappeto al riguardo sono, nell’ottica di de Gaultier, due: secondo la prima, l’esistenza sarebbe un fenomeno completamente divenuto, statico; l’ignoranza, attuale e non inerente alla natura dell’intelligenza, sarebbe l’unico ostacolo ad una conoscenza perfetta ed integrale dell’universo. L’autore rigetta questa prima ipotesi perché un tutto sistematizzato, divenuto, organizzato, non potrebbe rendere conto dell’inquietudine morale, degli sforzi tanto filosofici quanto scientifici. La seconda ipotesi suppone che l’esistenza appartenga al divenire, implicando, così, alla estremità del proprio sviluppo, un ordine di fenomeni incalcolabili secondo un diverso grado rispetto all’incalcolabilità di altre serie fenomeniche.133

C’è da aggiungere che, in ogni momento, attraverso le prospettive della “durata”, allo sviluppo dell’esistenza si aggiungono nuove manifestazioni dell’esistenza le quali ne costituiscono il fieri. Questo qualcosa che si aggiunge (secondo il più stretto determinismo) e che rende impossibile la definizione completa del mondo, è di necessità incalcolabile. Il determinismo presuppone il principio di causalità, quale imperativo per cui ogni fenomeno, per giustificare la propria esistenza, richiede l’esistenza di un fenomeno antecedente. Il principio di causalità implica, inoltre, una catena di fenomeni che si delimitano vicendevolmente, ma non prevede la possibilità di interrompere la catena con la scoperta di un primo fenomeno all'origine della catena medesima. Inoltre, risulta impossibile distinguere la forma precisa di un fenomeno in via di formazione; ciò è impossibile in sé, proprio per il principio di causalità e perché gli effetti anteriori inconoscibili hanno un potere di determinazione di cui non possiamo prevedere gli effetti se non quando questi cadono sotto la prospettiva empirica. Prima osservazione da fare, qui, è che le due entità, quella iniziale e quella finale, sono delle x ignote; vale a dire che tutte le serie causali sono aperte a parte post e a parte ante.

De Gaultier analizza, a sostegno delle proprie tesi, una serie causale “X a b c d e f g x”. Il fenomeno ‘e’ ci è noto sia perché conosciamo la sua causa ‘d’, sia perché conosciamo i suoi effetti ‘f’; invece, il fenomeno ‘g’ presenta un grado di incalcolabilià, essendo a noi nota solo la sua causa ‘f’ ma non gli eventuali effetti ‘h’. Nonostante gli stadi intermedi noti, infatti, il fenomeno ‘h’ può derivare da una virtualità sconosciuta che ‘g’ ha ereditato da X, senza, per altro, espletarlo esso stesso. Allorché ‘g’ realizzerà in ‘h’ la virtualità di X, ‘g’ risulterà, ormai, conosciuto nella propria causa e nel proprio effetto, quindi, rientrerà nella categoria dei fenomeni fisici; ‘h’, invece, fino ad un ulteriore movimento (verso il fenomeno ‘i’), sarà classificato quale fenomeno morale.134

La differenza, derivata dalla necessità dell’incalcolabile, tra fenomeni divenuti e fenomeni che appartengono all’ordine del divenire, è la stessa per cui differiscono i fenomeni fisici da quelli morali. Fintanto che la serie fenomenale non subisce mutamenti, fintanto che le serie X manifestano la propria virtualità alla fine della catena possiamo, grazie a tale costanza, calcolare i rapporti tra i fenomeni a, b, c, ecc.; tuttavia, anche questo calcolo è possibile rispetto alla maggior parte di tali manifestazioni, non rispetto ad una determinazione completa a causa della complessità dei rapporti.

Esistono, dunque, due categorie dell’incalcolabile: nella prima rientrano i fenomeni che risultano incalcolabili per una nostra ignoranza, poiché non conosciamo alcune delle cause anteriori che li hanno generati; nella seconda, invece, stanno tutti quei fenomeni che non sono ancora divenuti. Se nel primo caso, un progresso del nostro sforzo intellettuale può aumentare il grado di calcolabilità, nel secondo, ciò potrà accadere solo grazie ad un progresso del divenire.135 L’attività intellettuale, in effetti, è anch’essa sotto la dipendenza dell’attività che crea lo spettacolo su cui speculiamo. La scoperta da parte dell’intelligenza delle leggi di una delle serie fenomeniche (la quale permette una maggiore precisione nella definizione dei fenomeni ivi compresi) non è altro che la scoperta del movimento spontaneo del divenire; è l’azione del divenire sul divenuto. E’ necessaria, quindi, l’esistenza del divenuto perché il divenire vi possa agire; è necessario, per di più, che, oltre un certo limite, l’attività del divenire sul divenuto, ossia, l’attività intellettuale, lasci il più ampio spazio alla sola attività del divenire che improvvisa il reale secondo il principio di aléa.

Ma, come è possibile l’accordo tra un principio incalcolabile, aleatorio e le leggi di costanza che de Gaultier ha accolto nella Dépendance de la morale et l’indépendance des mœurs confrontandosi con le teorie di Quinton? L’evoluzione è caratterizzata dall’invenzione, da parte della cellula vivente, di organismi in cui vivere e grazie ai quali resistere al continuo mutamento dell’ambiente.136 La crescente complessità di tali organismi aumenta a causa, appunto, di un’esigenza vitale. L’intelligenza stessa (intesa come organismo altamente complesso) appare come un mezzo individuale per resistere all’ambiente ostile e per conservarsi. Lo stesso vale, a livello, per così dire, macroscopico, per la morale che (intesa quale condizione della vita sociale) è in grado di unificare gli sforzi umani per aumentare la potenza dell’umanità. Intelligenza e morale, dunque, sono modalità dello sviluppo scientifico e del potere di agire sull’ambiente esterno.137

In questo senso, una prima ‘incarnazione’ di un principio di aléa è la figura del moralista, il quale è colui che si interessa all’universale: identifica, cioè, il proprio interesse individuale con quello del destino della vita.138 L’azione del moralista è, però, inficiata da un’ignoranza circa l’effettiva legge che governa la pratica; perciò esso determina la pratica attraverso i partis pris della propria sensibilità. Il moralista è, dunque, colui che stipula, imperativamente, regole di condotta di vita diverse dalla causalità generale (caratterizzata dal “determinismo della forza”) implicata nell’universo. Così, a fianco di questa causalità, propria della struttura del mondo, sembra essercene una ‘nuova’. L’azione del moralista necessita di un peculiare processo causale. Esso deve far interpretare la sensibilità umana in modo del tutto speciale; deve far apparire, come inclinazione dominante dell’essere umano, l’operazione per cui l’interesse particolare viene assunto ad universale. Un processo causale di questo tipo, infine, deve avere alle proprie origini delle cause sconosciute.139

L’interesse particolare assunto ad universale è una forma del desiderio e dell’istinto, è una forma del tutto personale, è una forma, dunque, di dispotismo. Tale interesse scopre, nell’evoluzione, elementi su cui poter agire, vi trova dei pretesti per formulare degli imperativi, ma è, comunque, un interesse particolare in lotta con tutte le altre specie di desiderio: il vincitore di questo scontro sarà decretato, esclusivamente, dal grado di forza di ciascuno di questi desideri. Il duello anteriore, proprio degli albori della vita, è quello tra entità biologica e forze fisico-chimiche. In questo primo ambito di aléa, il problema è l’ignoranza (visto che la serie di cause che genera le forme di desiderio ci è sconosciuta) circa la possibilità di trovare delle sensibilità che si interessino a quel conflitto primordiale, (scegliendo di parteggiare per l’entità biologica). Non solo, è problematico anche rintracciare un numero consistente di tali sensibilità che devono, inoltre, essere dotate di sufficiente forza di persuasione o di coercizione per imporre regole utili alla vita.140

La questione verte, dunque, sulla capacità, o meno, della causalità ignota di generare sensibilità che identifichino il proprio scopo con quello della vita. L’entità biologica vuole perseverare e determinate sensibilità (come quella del moralista che è, per così dire, archetipica) hanno lo stesso fine e si adoperano in vista di esso. Se, invece, la causalità ignota non fosse in grado di produrre una figura come quella del moralista, se, quindi, dovessero essere gli uomini a decidere di subordinare i propri interessi primari e di adeguarli a quello dell’ente biologico si ripresenterebbe, comunque, il principio di aléa. Non ci è noto, in effetti, il motivo della lotta tra entità biologica e forze fisico-chimiche; non conosciamo neanche il rapporto di forza che forma l’opposizione tra il ferreo meccanismo fisico-chimico e la spontaneità creatrice biologica.

Questa ignoranza originaria, che caratterizza come incalcolabile il tentativo biologico sotto ogni aspetto, basta a proporre all’intelligenza un quesito insuperabile; non conosciamo, neppure, la progressione per cui aumenta l’ostilità dell’ambiente verso il biologico. La vita è costretta ad inventare nuovi artifici e nuovi mezzi per sopravvivere, ma, in realtà, appare sconosciuto anche “il grado di potenza e di efficacia di tale ingegnosità”.141 Ogni atto intellettuale umano, ogni presa di possesso delle leggi delle cose, è inficiato dalle proprie radici sconosciute; siamo, perciò, all’oscuro del valore delle misure che adottiamo di volta in volta; esse sono, invero, un’impulsion a cui obbediamo. La loro opportunità, o meno, sarà verificabile solamente a seguito del loro avvenimento;142anche nel caso in cui tali misure adatte esistessero, perché potessero essere prese, sarebbe necessario che la causalità sconosciuta ci suggerisse queste piuttosto che altre. L’evoluzione, in quanto fenomeno generale (sia individuale, sia dell’intera razza umana), “è la conseguenza di una serie di tentennamenti”143, il potere di concepirsi diversi comporta molteplici tentativi a vuoto e molteplici avventure perigliose.

Ci troviamo, dunque, in presenza di leggi di costanza che sono gli strumenti della manifestazione dello scenario cosmico. Esse non possono, però, nulla nei confronti di una causalità ignota: questa, proprio in virtù del principio di causalità, non può generare effetti calcolabili. Le leggi di costanza biologica, dal momento che si fondano sul principio di causalità, richiederebbero addirittura la persistenza di un elemento incalcolabile.144 Tentando di riassumere, possiamo argomentare, con de Gaultier, che l’esistenza, in ogni suo aspetto, appare essere un “compromesso tra una parte di fissità e di calcolabile per mezzo della quale è conoscibile, ed una parte mobile di azzardo e di incalcolabile, grazie alla quale essa ci appassiona al suo gioco e sfugge al meccanismo del circolo”.145 Le leggi di costanza biologica, dunque, istituiscono “degli osservatori relativamente immobili”146da cui è possibile osservare dei punti fermi attraverso ciò che muta incessantemente. Il flusso del cambiamento continua, però, a scorrere intorno a questi fatti relativamente stabili, ciò che varia essendo una condizione della realtà poiché questa è, appunto, compromesso tra una parte fissa ed una instabile.

Ci sembra opportuno inserire, qui, un’altra nozione degaulteriana la quale, anche in questa circostanza, non contraddice quanto già detto dall’autore, ma, anzi, lo arricchisce: la nozione di “errore”. L’opera di riferimento è Le génie de Flaubert,147 del 1913. L’erreur créatrice sembra un concetto paradossale perché si scontra con la credenza nella verità, intesa come armonia di ogni parte dell’universo, radicata in noi dalla filosofia platonica, da quella giudaico-cristiana e da quella kantiana.148

L’“errore” è, tuttavia, elemento primo e creatore della realtà, condiziona la stessa produzione della realtà metafisica149. La verità, nel significato in cui de Gaultier usa il termine, nel senso di un’utilità per gli uomini, è l’espressione di un’armonia, implica, cioè, che alcuni fenomeni si ripetono essendo sottoposti ad una legge di costanza. Si tratta, però, di verità parziali la cui utilità è specificamente pratica; in sistemi siffatti, in sistemi, quindi, costanti, l’errore è il male, laddove la conoscenza precisa delle condizioni dei fenomeni è il bene.150 Ciò vale in ambito meccanico, biologico, medico (la vita e/o la salute di un organismo presuppongono un certo grado di armonia tra un notevole numero di elementi), nonché in quello morale, politico, sociale. Sebbene in queste particolari porzioni della vita, le forme di verità parziali siano molto più instabili, è necessario raggiungere un certo grado di costanza perché un’organizzazione sociale, una realtà sociale si costituisca.151 L’“errore” è, dunque, pragmaticamente negativo ma, a livello ontologico, dove evita che il fatto di un’armonia assoluta precipiti la realtà nell’incoscienza e, al limite, nel nulla,152esso è principio imprescindibile. Le verità parziali, a ben vedere, si producono in un mondo in cui l’armonia è spezzata.

L’ipotesi dell’errore, come sorgente del reale, è giustificata sia dalla tendenza di un mondo totalmente armonizzato verso il niente, sia dal fatto che, essendo l’esistenza legata alla conoscenza di sé, poiché il soggetto ha origine dalla stessa materia da cui sorge l’oggetto, lo sforzo del soggetto in vista di una conoscenza integrale causa una continua genesi di stati approssimativi, ma incompleti, nel possesso del sé da parte del sé. Nel corso di tale frazionamento indefinito di ciascun soggetto per autopossedersi, tutto il reale viene generato nell’indefinito della relazione: l’à peu près è la caratteristica del mondo.153 Condizioni della realtà sono l’inadeguato, il disarmonico, l’approssimazione; se, dunque, nel campo della relazione è possibile avvalersi di verità parziali, una ricerca in questo senso è, a livello metafisico, un’aspirazione al niente.154 L’ “errore creatore” si presenta, così, sotto la forma di un “errore di sé su sé”, di un “misconoscimento”.155 Secondo una definizione più positiva e generale, il “bovarismo” è “il fatto secondo cui ogni attività che ha coscienza di sé e della propria azione si concepisce necessariamente altra rispetto a quello che è”.156    

Alla radice di tale “misconoscimento” ci sono due cause. La prima, di tipo ontologico-epistemologico, è inevitabile, ha a che fare con il fatto per cui l’esistenza è costretta a conoscersi e con il meccanismo dell’atto cognitivo, secondo cui una parte dell’io sfugge (in quanto spettatore) alla possibilità di un autopossesso;157 in questo sforzo, spinto sino al limite, rimarrà sempre un residuo di “misconoscimento”. La seconda causa è di tipo psicologico e deriva in qualche modo dal fattore di instabilità insito nella prima: non esiste un io fisso, stabile con cui sia possibile comparare false concezioni che, a causa dell’amour de soi,158 possano formarsi di esso. Tra i vari moventi psicologici che possono portare alla creazione di false immagini di sé, l’amore di sé è, secondo de Gaultier, il principale. L’io, amandosi, vuole riuscire a realizzarsi secondo il migliore ideale di persona umana che ha concepito, è disposto a fare di tutto per riuscire nell’interpretazione di tale ideale.159 E’, inoltre, importante sottolineare che, in questa creazione dell’ideale, l’individuo non è assolutamente in grado di capire quanto tale ideale derivi dalle proprie inclinazioni e quanto dall’ambiente, dal non-io.160

Il “misconoscimento” ha, ancora, due modalità operative. La prima è quella aprés l’acte. L’io si rappresenta in modo positivo le realizzazioni della propria attività secondo un’illusione ottica che aiuta la sua buona coscienza. La seconda modalità è, invece, avant l’acte. La suggestione del “modello ideale” (modèle idéal) determina le azioni in modo che queste si adeguino all’attività del modello:161così, l’energia viene deviata dalle mete suggerite dai propri impulsi a quelle che derivano da una fascination esterna.162

 

 

 

 

II. 4. Il bovarismo, l’uomo, l’umanità

 

 

Le componenti essenziali della vita concretamente umana appaiono essere, dunque, i concetti di “bovarismo”, nozione originaria nel pensiero di de Gaultier e mai abbandonata né, tanto meno, ritrattata, e di “errore di sé su sé”, sorta di corollario, esplicitato nell’opera del 1913, ma già implicato nelle prime formulazioni del “bovarismo”. Molti sono, del resto, i temi che l’autore tratta senza mai discostarsi dal nucleo fondamentale della sua speculazione; il determinismo della forza, la legge dell’aléa e dell’incalcolabile, ad esempio, vengono presentati come determinazioni sempre più ampie e particolareggiate dell’idea madre: pensiamo non risulti del tutto improprio ricorrere, a scopo di chiarificazione, alla metafora dei cerchi concentrici che increspano una superficie liquida, scaturendo da un cuore centrale.

Attraverso l’esposizione dei caratteri descritti da Flaubert durante l’arco di tutta la sua produzione, abbiamo, in realtà, quasi completamente esaurito il problema del “bovarismo” a livello di psicologia umana concreta, essendo questi personaggi tipologie precise di psicologie particolari; restano da enucleare, su tale base, tre tipi generali di “bovarismo”. Il primo è quello di un “bovarismo” dell’infanzia,163 la quale è, del resto, lo stato naturale in cui la facoltà ‘bovaristica’ si presenta e si sviluppa. Tale forma di “bovarismo”, causata dal potere dello spirito del bambino di deformare la realtà (facoltà per cui lo spirito si attribuisce gusti e attitudini di un modello esterno con una semplicità impressionante), è evidente nei giochi in cui il bambino si trasforma di volta in volta in tutti i personaggi, tanto umani, quanto animali, che lo hanno affascinato. In questo stato, un’importanza fondamentale è rivestita dalla “nozione” (intesa come elemento base dell’educazione), la quale fornisce certezze che permangono tali, grazie alla fede illimitata ripostavi dal bambino, per un lungo periodo e che sono talmente inconfutabili da non poter essere contraddette neppure da un’esperienza individuale.164

Gli altri due tipi sono più particolari rispetto a questo e possono essere considerati opposti: si tratta di un “bovarismo” per eccesso di energia, quello dell’uomo geniale, e di un “bovarismo” per difetto di energia, quello dello snob. Il “bovarismo” dell’uomo di “genio” appare nell’errore di critica commesso da grandi uomini nel darsi un giudizio. Ingrés si riteneva violinista virtuoso e godeva di questo; Chateubriand si credeva politico di prima grandezza; Goethe valutava i propri lavori scientifici ben superiori rispetto all’attività di poeta. E’ vero che il “bovarismo” esiste quando l’ordine gerarchico delle energie viene invertito nel giudizio dell’individuo, quando, cioè, l’individuo affascinato da un ideale incanala verso scopi che non sono i propri tutte quelle inclinazioni che, invece, sono in lui minoritarie, debolissime. E’ anche, vero, del resto, che nel caso eccezionale del “genio” queste false vocazioni possano forse intendersi come momenti di riposo, mentre l’esagerazione della sola forza dominante potrebbe spezzarla.165

Lo snob, infine, è un debole, incapace di compiere gli atti più mediocri, che, però, conosce cosa è la forza e, quindi, sa dell’esistenza di compiti superiori. Non potendo sopportare la propria debolezza è portato, dal proprio istinto di conservazione, a nascondersela; cerca di riflettere in sé un’immagine diversa dalla sua. Evita l’azione, demandando ad un giudizio eccentrico, al gusto per il prezioso, per l’insolito, per lo stravagante il compito di innalzare il suo valore al di sopra della moltitudine,166in una solitudine che lo tenga lontano da contatti pericolosi, che potrebbero contraddirlo e smentirlo. Se, per un verso, lo snob è costretto all’isolamento per nascondere la propria impotenza, dall’altro verso, è sempre la medesima necessità che lo spinge a ricercare l’alleanza con individui soggetti allo stesso limite ed allo stesso bisogno di simulazione. Grazie al segreto accordo che nasce tra tali personaggi, gli snob sono dispensati dall’azione, si avvalgono esclusivamente della fede che si dispensano vicendevolmente attraverso quella che de Gaultier chiama “massoneria del segno”.167 Lo snobismo appare, dunque, sotto la forma di un “bovarismo trionfante”, nel quale l’uomo utilizza, in ambito conoscitivo, ogni mezzo per mascherare la propria personalità sotto le sembianze di una più bella ed interessante.168

Il meccanismo del “bovarismo” si presenta, dunque, indissolubilmente legato alle nozioni di “errore di sé su sé”,169 di “finzione bovaristica”.170 Tali concetti riguardano, a livello psicologico, individuale, la credenza nell’unità dell’io, che de Gaultier ritiene alla stregua di una “presunzione” (présomption) ed il sentimento dell’amor proprio171 che spinge gli uomini a costruirsi, o a rivolgersi verso un’immagine migliore di sé, secondo un principio di autoipnosi incosciente, un sogno sincero. Questi concetti riguardano, tanto nell’individuo, quanto nelle collettività, quanto nell’umanità medesima, le credenze nel libero arbitrio, nella responsabilità (prima conseguenza di questo), nelle forme di verità che scandiscono le tappe dello sviluppo umano.

Nell’individuo abbiamo osservato la facoltà di credersi diverso nel suo aspetto patologico, poiché l’uomo è impotente a realizzare questa diversa concezione che egli si crea di sé;172 in realtà, il “bovarismo” risulta essere un fenomeno generalissimo. Nell’ottica di de Gaultier, la causa prima dell’evoluzione va ricercata nell’individuale, nel “fisiologico”, nell’incosciente; in dimensioni, dunque, in cui, non essendo ancora comparsa la coscienza, non si dà neanche “bovarismo”.

Secondo l’autore, il mentale sorge dal biologico allorché un individuo di eccezione imita se stesso. Dapprima, si tratta di un gesto involontario, casuale; poi, attraverso un fatto di ripetizione che rafforza il primo movimento di imitazione inconscio, l’imitazione stessa diventa sempre più consapevole. E’ in questo momento che appare il fenomeno della coscienza.173 E’, dunque, un individuo di eccezione, non l’ambiente sociale, che crea, in virtù di tale primo movimento, una nuova legge o nuove regole per l’umanità.174 L’invenzione è strettamente individuale, ma si propaga per via imitativa, essendo essa stessa figlia dell’imitazione di sé da parte dell’individuo geniale, il quale, inoltre, si presenta come adattamento organico, risultato, termine di varie fasi di accrescimento ereditario.

Il passaggio dalla “fisiologia” alla psicologia è fondamentale, poiché è nella coscienza che il movimento, che è riuscito a ripetersi, diventa principio di un’ipnosi, di una suggestione. Ogni invenzione, ogni cosa, si presenta, anzitutto, allo stato di sogno;175diventa una realtà solo nel momento in cui questo sogno riesce ad esercitare su un individuo un potere totalizzante, costringendolo a mettere la sua energia al servizio di quel sogno; “l’intensità del sogno si dilata e si ferma nella sostanza del reale”.176 E’ questa concezione fittizia di se stesso che muove l’uomo e tutti i suoi sforzi; essa è sempre necessaria. E’ la concezione ipotetica del reale, che precede il reale, ad essere determinante perché il reale si attui; l’uomo costruisce il reale grazie alla “sostanza del suo desiderio”;177 del resto, il valore di una finzione consiste, innanzi tutto, nella sua corrispondenza con un desiderio profondo dell’umanità.

Il “bovarismo” si configura, dunque, anche come un apparato di movimento. L’uomo, totalmente calato nel fluire del divenire che caratterizza tutto ciò che è reale, non può sottrarsi alla legge del cambiamento. Per questo motivo diventa un altro,178 sia fisicamente sia intellettualmente sia moralmente. Il mezzo specifico di questo mutamento è la “nozione”. In virtù di essa ogni essere umano partecipa della somma delle conquiste risultanti dallo sforzo di precedenti generazioni. La “nozione” è efficace proprio perché la facoltà bovaristica permette all’individuo di appropriarsi (e di assimilare) di risultati ottenuti dall’impresa altrui. Il “bovarismo” si confonde, qui, con la facoltà di educazione;179 esso è, quindi, un progredire, una facoltà di elevazione. 

La “nozione”, la possibilità di formare immagini-nozioni in numero elevatissimo, è caratteristica, però, anche in un senso negativo del “bovarismo”; il pericolo, innanzi tutto, di un errore. La grande ricchezza delle acquisizioni passate e trasmesse via via, non richiede da parte dell’attuale fruitore lo sforzo, l’energia di coloro che le hanno inventate; il fruitore non può controllare, attraverso la propria esperienza, la mole dei dati che dovrà essere, perciò, accettata “con un atto di fede”.180 L’educazione, inoltre, ha un consistente potere di seduzione, è in grado di presentare alla coscienza, che non è una cera duttile, ma è sensibile al fascino delle immagini che le vengono presentate, mete irraggiungibili, le quali devieranno l’energia individuale dalle proprie naturali inclinazioni, generando, così, un contrasto. Il fattore della suggestione sociale (veicolato dall’educazione) incontra, a livello di gradi superiori di cultura e di civiltà, il fattore ereditario che fornisce all’individuo un’energia già specializzata. Se le mete proposte dal primo fattore si accordano con le virtualità ordinate e gerarchizzate dall’eredità, la personalità fittizia dell’individuo sarà per lui un mezzo di esaltazione ed un principio di ordine; in caso contrario, si parlerà di un mezzo di deformazione e di un principio di disordine.181

Negli individui in cui il fattore ereditario è preponderante rispetto a quello sociale, riscontriamo una sorta di autonomia: l’impotenza che costringe costoro a svilupparsi solo entro determinati limiti si dà, anche, come una potenza straordinaria che permette loro di recepire dall’ambiente sociale solo le circostanze che favoriscono la loro tendenza originaria.182 Nel caso inverso, le forze ereditarie vengono messe in secondo piano, solo alcune delle energie che compongono l’io parteciperanno al compimento dell’atto; questo, invece di essere un’addizione, una felice convergenza, si dimostrerà prodotto di una sottrazione, di un conflitto; il fatto di essere divenuto altro (come nel caso positivo) sarà stato per egli un danno piuttosto che un beneficio.183

Nell’ “errore di sé su sé” come caratteristica dell’umanità,184 possiamo scoprire altre specificazioni del concetto di “bovarismo”. Abbiamo già osservato la forma morale del “bovarismo” (con l’“illusione” del libero arbitrio e della responsabilità) e quella della personalità (con la credenza nell’unità della persona).

Due aspetti altrettanto caratterizzanti del “bovarismo” sono il “bovarismo passionale” ed il “bovarismo scientifico”, i cui due campioni sono, rispettivamente, il “genio della specie” ed il “genio della conoscenza”185. Il “genio della specie” è l’uomo che, in preda alla passione amorosa, mentre crede di perseguire interessi propri, realizza lo scopo della specie. La specie promette agli amanti una felicità smisurata per ottenere da essi il massimo della forza e della serietà; essi pensano di realizzare il loro ardente desiderio, in realtà, raggiungono un’unica meta: assicurare la perpetuazione della specie; la disillusione, peraltro, si presenta ogni qualvolta il fine è stata realizzato.186 L’inganno è, secondo de Gaultier, un ennesimo effetto di ciò che egli chiama “bovarismo della personalità”187: il ritenere, cioè, che l’io sia un’unità reale, laddove esso è “una ragione sociale”, “un’astratta rappresentazione”.188 L’io è il luogo di scontro o di associazione in cui degli istinti formano dei governi più o meno stabili: su questa situazione, solo temporaneamente in quiete, si fonda la mitologia di un io compatto. Durante il regno dell’istinto amoroso, questo (scambiato per la persona intera) utilizza, in vista dei suoi scopi, tutti gli altri istinti e le altre forze del corpo. Si sviluppa, inoltre, al di fuori dell’io individuale. Si innesta in altri istinti, in altri innumerevoli io e corpi, che, in questo modo, sono tutti al servizio degli scopi dell’istinto amoroso e che, così, dimostrano come il fine particolare per un certo io sia un fine generale per l’umanità.189 

Il “genio della conoscenza” sta di fronte al “genio della specie” come simbolo di una diversa finalità generata da una differente “illusione”. Lo scopo ed il “capriccio” del “genio della conoscenza” è quello di penetrare leggi e regole dell’universo; a ben vedere, però, anche qui è in atto un’“illusione”: l’uomo, mentre crede di aumentare il numero delle sue cognizioni, aumenta pene che non intendeva e bisogni che non immaginava. Se, del resto, questo disagio, se questa facoltà di sentire dei bisogni svanisse, la noia si impadronirebbe dell’uomo; la conoscenza si dà, così, come un mezzo per soddisfare l’interesse umano, laddove essa persegue scopi suoi propri.190

Il movente che pungola l’individuo verso lo sforzo cognitivo è doppio: uno è un movente metafisico per cui l’uomo, mortale, vuole essere immortale. Se la maggior parte dell’umanità soddisfa questa necessità per mezzo delle religioni, lo stesso bisogno spinge pochi eletti verso uno sforzo intellettuale da cui nasce “la filosofia e tutte le scienze che essa ha legato al suo servizio”.191 L’uomo, spinto a filosofare da questa leva metafisica, non riesce a raggiungere la propria meta: la ricerca intellettuale, distolta, deviata, dallo scopo iniziale è stata utilizzata in vista di una mirabile costruzione logica, strutturata in idee e concezioni astratte.192 Il secondo movente è di interesse immediato, cioè, l’uomo pretende di aumentare il proprio benessere attraverso la comprensione delle leggi della natura: tale pretesa, inoltre, genera la religione del secolo, ossia, la religione del progresso193la quale promette il miraggio della felicità. Ma ciò che veramente distingue l’uomo è, secondo de Gaultier, una facoltà di essere insoddisfatto che viene utilizzata dal “genio della conoscenza” per i propri scopi impersonali.194 Tutte le scienze particolari seguono inconsapevolmente le mire di un continuo aumento del sapere; così, anche, ad esempio, la medicina, la quale guarisce i malati ma, pur vincendo progressivamente le malattie, “fomenta sempre nuove malattie, enigmi nuovi e nuovi sproni per la curiosità degli scienziati”.195 

Dalle strutture del “genio della specie” come da quelle del “genio della conoscenza” si può evincere un’ulteriore, essenziale legge che si aggiunge ad arricchire il panorama descritto dalla facoltà del “bovarismo”: la legge ironica.196

La “legge di ironia”, interpretata sulla scia di de Maistre, Amiel, Proudhon, comporta che l’uomo, ma anche qualsiasi creazione umana, persegua scopi ritenuti propri, quando, al contrario, i medesimi scopi sono irraggiungibili (ma abbastanza lontani da non poterne scorgere l’impostura), al di fuori della portata umana. Queste mete sono, inoltre, di natura fortemente instabile, sono sempre diverse da quelle che l’uomo insegue, all’origine, attraverso tutti i suoi sforzi; tendono (grazie alla lontananza che le rende incontrollabili) a spostarsi progressivamente, fornendo, così, un continuo pungolo all’attività umana; tendono, ancora, a trasformarsi ai nostri occhi.197

Questa legge ironica vale tanto in ambito psicologico, concreto, individuale, quanto al livello delle grandi costruzioni culturali umane; é, di più, una legge insita in quel primordiale atto di scissione dell’Essere in soggetto ed oggetto, atto originariamente creativo; è un’ironia profondamente presupposta nella teoria del “bovarismo” come mezzo di produzione del reale. 

Il senso ancestrale dell’esistenza è il desiderio di un autopossesso nella conoscenza. Tale desiderio è la causa prima che spinge, come abbiamo detto, l’Essere a scindersi, a scomporsi in soggetto ed oggetto.198 La prima causa del “bovarismo” è, per de Gaultier, il fatto che l’Essere si concepisce necessariamente diverso da quello che è. In questo modo, esso spezza la fondamentale unità metafisica tra un principio di azione (implicato nell’oggetto) ed uno di contemplazione (proprio del soggetto).199 L’“io” individuale (essendo un frammento dell’entità metafisica anteriore) può conservare una reminescenza di tale atto e della precedente unità. In questo caso, ci si ricorda vagamente di essere stati (avendo partecipato, in qualità di elemento, all’atto di divisione) “impresari del proprio destino”, quindi, liberi nel solo significato positivo possibile. La realizzazione del desiderio fondativo si configura, quindi, come attitudine estetica: l’individuo, davanti allo spettacolo del proprio destino, si trova nella situazione di uno spettatore appagato e sereno.   

Potremmo dire che l’Essere, come l’“io” sono caratterizzati da una primordiale unità, in cui, però, regnano la più completa indistinzione e l’inconsapevolezza di sé e dell’altro; dove, dunque, non si dà vita fenomenica. Spinti dal desiderio di conoscenza (un desiderio indifferente verso gli interessi vitali), Essere ed “io” si concepiscono diversi da ciò che sono: si dividono, nella propria intimità, in soggetto ed oggetto (ma non riusciranno più a ricomporre, attraverso la conoscenza, l’unità precedente) e danno inizio alla vita, anche se, paradossalmente la motivazione del loro gesto risiede in un desiderio (di conoscenza) che, se correttamente applicato, potrebbe distruggere la vita stessa. 

Nella filosofia degaulteriana, del resto, solo un numero limitato di individui riesce, per mezzo di un desiderio di conoscenza “puro”, a porsi in qualità di spettatore per uno spettacolo (la vita). Se, però, questo spettacolo giungesse al termine, essi stessi svanirebbero. Per questo motivo, pur essendo degli spettatori, sono anche disposti a diventare attori dello spettacolo vita qualora questo rischi di dissolversi. Sono pronti a lasciare il ruolo di semplici contemplativi per agire, in qualche modo, in favore della vita; cercano, cioè, di portare soccorso a tutte le menzogne e le illusioni necessarie alla vita (magari, anche, creando delle finzioni utili).

Questo stato è, però, molto raro. Il desiderio della conoscenza, che è, allo stesso tempo, causa e fine dell’esistenza fenomenica, perviene assai eccezionalmente alla propria gioiosa realizzazione estetica. La maggioranza degli uomini, in effetti, si annoierebbe dell’atteggiamento semplicemente estetico, perderebbe interesse alla propria recita. Per tale motivo, nell’umanità agiscono, in maniera determinante, due finzioni basilari. La prima riguarda, come ricordato, la credenza nell’esistenza e nell’unità della personalità: è in virtù di questa “illusione” che il ricordo del gesto dell’Essere metafisico (e del legame dell’individuo con esso) svanisce. L’individuo smarrisce, così, non solo il ricordo, ma anche il reale valore dei propri atti (ossia, quello rappresentativo) e rivolge la propria attenzione solo verso la felicità, o, il dolore, che derivano dalle proprie azioni. In questo modo, però, l’essere umano si muove, agisce, si traveste e partecipa a quel drama che è essenziale per l’esistenza fenomenica. La seconda finzione (propria di spiriti, per così dire, più raffinati) è la ‘fede’ nell’esistenza del libero arbitrio; la fiducia in una possibilità, in un potere di cambiare il proprio destino spinge, anch’essa (come la prima “illusione”), l’uomo ad interessarsi allo spettacolo.

Tutte le mirabili costruzioni intellettuali, le verità, le virtù (sia teologali, sia sociali), la morale, le grandi idee che hanno segnato, e segnano, la storia dell’umanità discendono da queste due finzioni primigenie. Sono, anch’esse, dei modi, utili, instaurati da un conflitto, alla fine del quale emerge una modalità di maggiore forza, rispetto alle altre in gioco, capace, per tale motivo, di istituire una “credenza” assoluta nella menzogna necessaria alla vita. Questa, del resto, in quanto spettacolo, è affatto indispensabile per il fine di autoconoscenza dell’Essere, secondo una circolarità che appare svilupparsi lungo le prospettive dell’indefinito. Questo fine è, in effetti, del tutto fuori dalla portata dell’umanità nella sua interezza. L’eroe realizza il desiderio di conoscenza, quasi misticamente, riconoscendosi autore, anche se in modo parziale (e solo in quanto frammento), della suggestione che sostiene il suo destino. Lo scienziato trova il proprio godimento nel solo fatto di conoscere.200 L’uomo comune, infine, si affida a finzioni e menzogne.   

Si tratta, pur sempre, però, di conoscenze che rimangono nella dimensione della finzione. La realtà non è, in effetti, che un modo della finzione, dimodochè reale e fittizio non possono nettamente distinguersi tra loro: sono, in verità, due differenti stati di un medesimo fenomeno.201

A ben vedere, la vita è opera della nostra immaginazione: immaginandola, la creiamo.202 C’è, dunque, a livello conoscitivo, una parte di imprevisto, di irreale, un elemento di irrazionale e di mistero,203 attestato anche in campo biologico e fisico. Esiste, da una parte, la necessità di leggi di costanza, grazie alle quali si può parlare di determinismo, della forza utilizzata per emergere e del fatto della “durata” nel ripetersi. Sono questi i mezzi essenziali perché, nel continuo fluire, affiorino dei fenomeni relativamente stabili e, quindi, percepibili.

Tuttavia, la realtà sorge nel “punto di intersezione” tra fissità e movimento, tra associazione e dissociazione; nessuna delle due tendenze può, quindi, sopravvivere alla totale soppressione dell’altra. Esiste, infatti, un’altrettanto assoluta necessità che, al fondo di un fatto di permanenza, continui ad operare un fattore di movimento che, in questo senso, sembra essere più originario del fatto di stabilità. In questa ottica, temi fondamentali si rivelano quello dell’incalcolabile204, dell’imprevisto, dell’aléa, del rischio concernente le scelte, le misure per la vita (scelte tanto della cellula biologica, quanto dell’organismo umano); solo la loro attuazione pratica, concreta, potrà dimostrarne l’efficacia, l’opportunità o meno, avendo esse, alla propria origine, un fattore di rischio del tutto imprevedibile. Permane, insomma, al fondo della percezione del reale e, dunque, delle scienze del reale, un irriducibile elemento di incertezza; deve, in realtà, permanere una fessura attraverso la quale la vita possa sfuggire alle prese di una conoscenza esaustiva che la distruggerebbe.205

Il “bovarismo”, lo si è detto in apertura del capitolo, ha un significato psicologico, è una legge psicologica sia individuale, sia collettiva; in questo senso, ha due possibili interpretazioni: l’una oggettiva, l’altra soggettiva. Nel primo caso, sembra che la formula bovaristica, “concepirsi diversi da quel che si è”, implichi l’esistenza di una personalità veritiera, reale, su cui l’“illusione” prenda il sopravvento. L’esistenza di siffatta personalità autentica risulta, ad uno sguardo attento, molto dubbia206. Nell’interpretazione di Palante (forse non del tutto congruente con le tesi di Gabetta) il senso profondo del “bovarismo” si presenta come un prolungamento della supposta personalità reale; gli stati bovaristici apparterrebbero alla personalità così come gli stati non bovaristici.207 In questo suo utilizzo empirico, il “bovarismo” è un mezzo per conoscere, apprezzare e valutare; è, come qualsiasi altro termine che voglia immobilizzare una realtà instabile, una metafora, un à-peu-prés.208 E’ un meccanismo che non sfugge alla finzione universale, un “apparecchio” che può essere comodamente applicato ai casi particolari della vita individuale e collettiva; è, infine, un criterio di valutazione dell’importanza, del ruolo vitale di uomini, istituzioni, evoluzioni e rivoluzioni.

L’analisi di de Gaultier, del resto, comporta, anche, una sorta di metafisica bovaristica, quindi, un uso metafisico del termine in questione. Il concetto dell’Essere universale, concetto posto all’origine di quella che Palante chiama symbolique illusioniste,209è, esso stesso, nella metafisica bovaristica, un artificio espositivo, una finzione provvisoria da lasciar cadere una volta esaurito il suo compito; conseguentemente a ciò, il “bovarismo” è, nel suo uso essenziale, astratto, un principio di esplicazione universale, la primordiale menzogna. Tutto si risolve, in questo modo, in una mitologia; possiamo dare dell’universo unicamente delle “rappresentazioni simboliche”.210 Le nostre spiegazioni hanno la forma di metafore le quali sono tali solo in rapporto ad altre metafore che mostrano il carattere approssimativo delle prime. In un universo in cui la forma oggettiva del reale non esiste o sfugge indefinitamente, il “bovarismo” è la metafora più adeguata poiché in grado di abbracciare l’orizzonte più vasto e di unificare su un medesimo piano molteplici problemi. La nozione di “bovarismo” fornisce, delle numerose questioni, esplicazioni plausibili, ipotesi, ma mai verità. Il “bovarismo” come à-peu-prés è un modo, peculiare, probabilmente il migliore, di presentare le cose diversamente da come esse sono, cioè di presentarle come esclusivamente possono essere fatte apparire.211



1 G. PALANTE, La philosophie du Bovarysme : Jules de Gaultier, Paris 1924, pp. 90, p. 26.

2 J. DE GAULTIER, De Kant à Nietzsche, cit. Si tratta, anche in questo caso, di una serie di articoli pubblicati sul “Mercure de France” (aprile-dicembre 1899; gennaio-marzo 1900). Questi nove articoli entrano, a seguito di alcune modifiche, a far parte dell’opera, formandone i nove capitoli.

3  La philosophie du Bovarysme, cit. , p. 8.

4  De Kant à Nietzsche, cit, pp. 13 –14.

5 Ivi, p. 18.

6 Ivi, p. 16.

7 Ivi, p. 21: hygiène physique et morale.

8  Ivi, p. 22.

9  Ivi, p. 19: est le triomphateur toujours élu par le sort.

10 I. KANT, Kritik der reinen Vernunft, 1781, (trad. it. Roma 1976³).

11  Ivi, p. 24: la fiction instituée depuis environ dix-huit cents ans par l’Instinct vital pour être le ressort de son évolution parmi les races d’Occident est d’un mot le monothéisme. Un Dieu hors du  monde et créateur du monde, une loi révélée soit  miraculeusement, soit naturellement à la conscience de l’homme, lui signifiant un bien à pratiquer, un mal à éviter, l’homme pourvu d’un libre arbitre qui lui permet d’observer ou d’enfreindre les règles imposées, responsable donc de ses actes, capable de mérite et de démérite, justiciable de peines et de récompenses conçues tantôt selon le réalisme le plus grossier,  tantôt sous des formes plus épurées, tel est le système de fictions qu’embrasse la conception monothéiste sous son aspect chrétien.

12  Ivi, p. 24.

13  Ivi, p. 27. L’universo, la sua architettura, le sue leggi vengono desunte, rette e spiegate, dall’opera di un creatore (ovviamente, nel caso del monoteismo) o da quella di varie divinità. Ma, a ben vedere, in entrambi i casi, i concetti di Dio unico e di dei molteplici sono, secondo de Gaultier, creazioni semplicemente umane, espedienti esplicativi (inadatti, comunque, ad una conoscenza seria) e consolatori; da qui, la peculiare accezione degaulteriana di ‘antropomorfismo’ che ricorda la concezione feuerbachiana secondo cui l’antropomorfismo sarebbe la prova che la religione e Dio hanno una genesi umana.

14 Ivi, p. 30.

15 Ivi, p. 32: réalisation d’abstraits.

16 Ivi, p. 25.

17 L’astrazione, così come la intende de Gaultier, è l’operazione attraverso la quale l'intelletto ricava concetti universali dalla conoscenza di oggetti individuali, prescindendo dalle determinazioni particolari degli oggetti stessi; significa, anche, separazione, isolamento di un concetto, di una nozione da altri.

18  De Kant à Nietzsche, cit, p. 39.

19  Ivi, p. 40: avec Platon, toutes les Idées des perfections morales et intellectuelles, abstraites des phénomènes du monde visible et du monde moral, deviennent l’apanage de Dieu, du  Νούς.

20  Ibidem: être et être connu, c’est même chose, formule Aristote érigeant en doctrine le principe même de l’illusion.

21  Ivi, p. 44: bien que Plotin conserve dans son système une trinité nominale,  c’est en réalité dans l’Unité absolue qu’il situe l’idée de Dieu, en une Unité qu’aucun accident ne détermine et qui ne laisse point place au Dieu utile de Platon. 

22  Ivi, p. 45.

23 V. COUSIN, Histoire générale de la philosophie depuis les temps les plus anciens jusqu’au XIXe siècle, Paris 1872.

24 Ivi, p. 46: c’est, philosophiquement, le lieu même de l’absurde.

25 Ibidem: Platon s’est déjà demandé pourquoi Dieu, infiniment parfait, infiniment puissant, infiniment heureux, avait créé le monde, et il a répondu sans embarras : par bonté, introduisant ainsi un anthropomorphisme moral.

26 Ivi, p. 55: la philosophie déiste de Platon. De Gaultier usa frequentemente l’aggettivo ‘deista’ così come quello di ‘teista’ (cfr., infra, a p. 69). La iniziale sorpresa circa l’uso di un termine che nel lessico storico-filosofico mantiene un preciso significato è scomparsa, però, analizzando le pagine degaulteriane. In effetti, l’autore tende a riportare il significato di queste espressioni alla loro accezione strettamente etimologica. Nel caso specifico, sembrerebbe potersi riscontrare l’uso dei due termini come sinonimi recuperato, forse, da Voltaire; ma potrebbe essere ammissibile un’altra interpretazione. La filosofia platonica potrebbe, paradossalmente, essere definita ‘deista’ da de Gaultier perché antecedente alla rivelazione cristiana: la sua tendenza a trasformarsi in una religione (sempre nell’ottica degaulteriana) sarebbe perciò edificata su basi esclusivamente ‘naturali’ e ‘razionali’. Al contrario, de Gaultier sembrerebbe riservare l’appellativo di ‘teista’ alla filosofia posteriore alla rivelazione cristiana ed interessata al mantenimento di questa peculiare oggettivazione dell’“istinto vitale” (che, proprio per questo interesse non puramente conoscitivo, ma, piuttosto, vitale, sarebbe, in realtà, teologia). Cfr., anche, infra, p. 68 in nota, n. 239. 

27 Per quanto riguarda la critica ad Ebraismo e Cristianesimo, essa è presente in molte altre opere.  Rimandiamo, in particolare, a J. DE GAULTIER, Nietzsche et la réforme philosophique, Paris 1904³, pp. 100 - 114.

28 Ivi, p. 55.

29 A riprova di tale commistione di concetti arcaici con altri di più recente formazione, de Gaultier riporta le frasi estrapolate dal discorso di Giobbe (in risposta a quello di Baldad), il quale dopo aver riaffermato con forza la propria innocenza (Giob 9, 27), dichiara: “Egli lascia perire l’innocente ed il reo” (Giob 9, 22), e, ancora, “La terra è consegnata in mano al malvagio” (Giob 9, 24). Ma soprattutto, ammette: “Egli non è uomo come me, ch’io possa rispondergli, che non si venga insieme a giudizio” (Giob 9, 32).

30  Ivi, pp. 51 – 53.

31  Ivi, p. 54.

32 Cfr., ivi, p. 57, dove de Gaultier chiama, esplicitamente, la teologia una mensonge théiste. Cfr., inoltre, infra, p. 67, in nota, numero 233.

33  Ivi, p. 59.

34  Ivi, p. 116: commirent l’attentat définitif sur la divinité.

35  Ivi, pp. 116 – 117.

36  Ivi, p. 118: l’Être, se distinguant en objet et en sujet, se déforme.

37  Falsificano l’Essere perché attraverso esse l’Essere stesso si scinde come soggetto e oggetto; questa divisione, benché necessaria, è anche la causa dell’impossibilità di una conoscenza compiuta. Nella ‘dialettica’ soggetto/oggetto, il soggetto non riuscirà mai ad ‘riassorbire’ l’oggetto, pena la conclusione di ogni gioco vitale. In questo senso, spazio, tempo e causa sono i mezzi, le “prospettive” attraverso cui avviene la continua alterazione, deformazione, dell’Essere la quale solamente rende possibile la prosecuzione del gioco vitale.

38  Ivi, p. 121.

39  Ivi, p. 122: une vue plus directe et une sensation plus intense du mystère.

40  Ivi, p. 125: fausses, absolument parlant.

41  Ivi, p. 124.

42  Ivi, p. 127: le mystère est la clef de voûte de tout l’édifice phénoménal.

43  Ivi, p. 131.

44  Ivi, p. 133.

45  Ibidem.

46  Ivi, p. 135: la plus incertaine, la plus douteuse, celle qui comporte le moins une construction générale.

47  Ivi, p. 136: l’observation scientifique a cédé la place a ce que Nietzsche appelle la volonté de puissance.

48  Ibidem: a érigé en loi universelle sa loi particulière.

49  Ivi, p. 137.

50  Ivi, p. 138: en morale le masque et le substitut de ce principe de différenciation qui engendre la Vie.

51  Ivi, p. 143: le réel et seul motif d’aversion qui soit entre les hommes : la différence.

52 Ibidem: l’idole Vérité apparaît donc la représentation mythologique, hypocrite et fausse d’une cause réelle, le principe d’inimitié inclus dans l’idée de différence.

53  Ivi, p. 144.

54  Ivi, p. 145: mètre qui apprécie un rapport de dépendance entre deux ou plusieurs phénomènes.

55  B. SPINOZA, Opera, 4 voll., Heidelberg 1923 (trad. it. Firenze 1963): de Gaultier cita ivi, p. 147.

56  Ivi, p. 150: la genèse de l’Univers connaissable se perd dans l’Inconnaissable. Va rilevata, a questo proposito, l’assonanza con la tesi spenceriana dell’unknowable. H. SPENCER, First principles, London 1870 (trad. it Torino 1905), cfr., soprattutto, § 21.

57  Ivi, p. 143.

58  Ivi, p. 153.

59  Ivi, p. 157: comme étiquette de l’indéfinissable.

60  E. BOUTROUX, La contingence et les lois de la nature, Paris 1874.

61  De Kant à Nietzsche, cit. , p. 157.

62  Ivi, p. 159.

63  Ivi, p. 161.

64  Ivi, p. 163: s’extasier sur le pouvoir d’illusionner.

65  Ivi, p. 166.

66  Ivi, p. 167: la même force ignorée qui préside à la germination de la graine, à la croissance de la plante.

67  Ivi, p. 166.

68  Ivi, pp. 168-169.

69  Ivi, p. 171: sanctionne et multiplie l’inégalité et l’injustice qui sont les conditions de la vie phénoménale.

70  La fiction universelle, cit. , § La nature des vérités, pp. 355-398, pp. 371-372.

71  Ivi, pp. 362-363.

72  T. RIBOT, Essai sur l’imagination créatrice, Paris 1900.

73  R. DE GOURMONT, Esthétique de la langue française, Paris 1899.

74  Nature des Vérités, cit. , p. 366.

75  Ivi, pp. 364-365.

76  Ivi, p. 366.

77  R. DE GOURMONT, La culture des idées, Paris 1900.

78 Nature des Vérités, cit. , p. 369.

79 Ivi, p. 368.

80 Ivi, p. 372.

81 Ivi, p. 373.

82 Ivi, p. 374.

83 Ivi, p. 377.

84 Ivi, p. 376: une association d’idées unies entre elles par le lien d’une utilité actuelle.

85 Ivi, p. 384: une idée simple et indécomposable ou une association d’idées simples unies entre elles par un lien nécessaire.

86 Ivi, p. 380.

87 Ivi, p. 382.

88 Ivi, p. 387: toute finalité destinée à se réaliser est desservie par des moyens qui s’érigent eux-mêmes en leur propre fin et qui s’ignorent serviteurs d’une fin étrangère.

89 Ivi, p. 393: les vérités sont le lieu où il forme de lui-même et des choses cette fausse conception.

90 Ivi, p. 389: religion du Progrès, qui est le mensonge de demain.

91 Ivi, pp. 396-397: sont des appareils où le mouvement s’articule; les ombres où se reflète pour la conscience le mécanisme du mouvement dans l’évolution de la vie.

92 G. PALANTE, La philosophie du Bovarysme : Jules de Gaultier, cit. , p. 47.

93  Ibidem.

94 De Gaultier sembra fare del termine ‘spirito’ un duplice uso. Da una parte, con ‘spirito’ egli indica l'entità che si rivela come pensiero, sentimento e volontà, considerata in relazione al singolo individuo. In questo senso, sembra che de Gaultier non distingua, in modo netto, i termini ‘spirito’ e ‘io’, quanto, piuttosto, che se ne serva come di due sinonimi. C’è, forse, uno slittamento più specificamente psicologico nell’accezione di ‘io’, ma, alla luce dell’interpretazione degaulteriana (per cui l’‘io’ è rappresentato, di volta in volta, dall’elemento particolare che è uscito vittorioso dallo scontro tra tutte le parti – razionali, istintuali, etc.- costitutive della persona umana) pensiamo di poter confermare la valenza di sinonimi dei due termini. Del resto, come vedremo successivamente, de Gaultier critica tutte quelle ‘scuole’ filosofiche che, al posto di un tale uso corretto, includono nel concetto di ‘spirito’ qualità che non gli afferiscono affatto.

95 La fiction universelle, cit., pp. 355-357.

96 Le Bovarysme, cit., p. 165.

97  Ivi, pp. 166-167.

98  Ivi, p. 168.

99  J. DE GAULTIER, Les raisons de l’idéalisme, Paris 1906³, p. 215.

100  La fiction universelle, cit., p. 359.

101 Le Bovarysme, cit., p. 170.

102  Ivi, pp. 170-171.

103  La fiction universelle, cit., p. 360.

104 Les raisons de l’idéalisme, cit., p. 233: l’univers s’écoulerait emporté dans une fuite vertigineuse, se déroberait à toute tentative de synthèse.

105 Ivi, pp. 234 – 235.

106 Ivi, p. 236.

107 Le Bovarysme, cit., p. 172.

108 J. DE GAULTIER, Une nouvelle signification de l’idée d’évolution, in La dépendance de la morale et l’indépendance des mœurs, Paris 1907³, pp. 342, vd. pp. 199-270.

109 R. QUINTON, L’eau de mer, milieu organique, Paris 1904. 

110 Ivi, p. 206.

111 Ivi, p. 208.

112 Ivi, p. 214.

113 Ivi, p. 240.

114 Ivi, pp. 248-249; cfr., inoltre, R. QUINTON, Les deux pôles foyers d’origine. Origine australe de l’homme, Paris 1933 introduction par Jules de Gaultier, pp. 3-13, p. 8.   

115 Ivi, p. 226.

116 Ivi, p. 230.

117 Ivi, p. 251.

118 Ivi, pp. 253-254, cfr., inoltre, J. DE GAULTIER, L’évolution biologique et l’intelligence, pp. 370-388, p. 376, in Comment naissent les dogmes, Entretiens avec ceux d’hier et d’aujourd’hui, Paris 1912², pp. 412.

119 Ivi, p. 256.

120 Les raisons de l’idéalisme, cit., p. 17: notre représentation la plus objective du monde.

121 Ivi, p. 18.

122 Ivi, p. 26 e 32.

123 Ivi, p. 25.

124 Ivi, p. 27 e 33.

125 Ivi, p. 28: une expression de la force, les choses deviennent belles et bonnes parce qu’elles durent et elles durent parce qu’elles sont fortes.

126 Ivi, p. 30.

127 Ivi, p. 33: signe menteur de la puissance, le masque de la force sur les traits de la faiblesse une imposture un bluff idéologique.

128 Ivi, pp. 34-35.

129 G. PALANTE, La philosophie du Bovarysme, cit., p. 57.

130 J. DE GAULTIER, Comment naissent les dogmes, cit., La loi de la constance et l’incalculable, pp. 280 - 369, p. 287.

131 Cit., p. 97 e ss, p. 318 e ss.

132 Comment naissent les dogmes, cit., p. 292.

133 Ivi, p. 294.

134 Ivi, pp. 299-301.

135 Ivi, p. 305.

136 Ivi, p. 341.

137 Ivi, pp. 343-344.

138 De Gaultier si rifà alle teorie di A. FOUILLE’, La morale des Idées-forces, Paris 1908.

139 Ivi, p. 348.

140 Ivi, p. 351.

141 Ivi, p. 353: le degré de puissance et d’efficacité de cette ingéniosité.

142 Ivi, p. 354.

143 La fiction universelle, cit., pp. 15-69, 1903, p. 39.

144 Ivi, p. 357; cfr., inoltre, R. QUINTON, Les deux pôles foyers d’origine, cit., introduction, p. 12.

145 Ivi, p. 359: compromis entre une part de fixité et de calculable par où elle est connaissable, et une mouvante d’aléa et d’incalculable par où elle nous passionne à son jeu et échappe au mécanisme du cercle.

146 Ivi, p. 368: des observatoires relativement immobiles..

147 Cit., pp. 29-60.

148 Ivi, p. 30.

149  De Gaultier usa, come nel caso del termine ‘spirito’, il vocabolo ‘metafisica’ secondo due accezioni: la prima descrive la sua ipotesi di una “metafisica del bovarismo”, in cui, comunque, le varie componenti (in primis, l’Essere) risultano essere considerate come supposizioni conoscitive, come metafora esplicative. In un secondo caso, invece, l’autore considera, nella propria critica, ‘metafisica’ tutti quei sistemi falsamente epistemologici che, in realtà, sono funzionali all’“istinto vitale” ed usano impropriamente i mezzi adeguati ad una pura conoscenza.

150 Ivi, pp. 35 – 37.

151 Ivi, pp. 39 – 40.

152 Ivi, p. 43.

153 Ivi, p. 45.

154 Ivi, p. 46. Ricorre spesso, nella ricerca degaulteriana, il termine néant. Si è ritenuto, però, di compiere la sua analisi in un capitolo di confronto con Nietzsche per dare maggiore risalto alle ascendenze nietzscheane in de Gaultier e, relativamente al concetto degaulteriano di ‘nichilismo’, per cogliere in modo più profondo eventuali assonanze tra i due filosofi ed altrettanto eventuali divergenze.

155 Ivi, p. 47: fait de méconnaissance.

156 Ivi, p. 48: est le fait selon lequel toute activité qui a conscience de soi et de sa propre action se conçoit nécessairement autre qu’elle n’est.

157 Ibidem.

158 Ivi, p. 51.

159 Ibidem.

160 Ivi, p. 52.

161 Ibidem.

162 Ivi, p. 55.

163 Le Bovarysme, cit., p. 55.

164 Ivi, p. 57.

165 Ivi, p. 60.

166 Ivi, p. 61.

167 Ivi, p. 64. De Gaultier, per chiarire questa espressione, la descrive, concretamente, come “un certo modo di dar la mano allargando il gomito e alzando la spalla a scatti che per un certo tempo classificò un uomo come appartenente alla migliore società e che fu un brevetto di distinzione”.

168 Ivi, p. 65.

169 Le génie de Flaubert, cit., pp. 95-96, 98, 100.

170  La fiction universelle, cit., p. 17, 19-21.

171 Ivi, p. 25.

172 Le Bovarysme, cit., p. 138.

173 La fiction universelle, cit., p. 49.

174 Ivi, p. 47.

175 Ivi, p. 50.

176 Ivi, p. 51: l’intensité due rêve gonfle et durcit en la substance du réel.

177 Ivi, p. 59: la substance de son désir.

178 Le Bovarysme, cit., p. 139.

179 La fiction universelle, cit., pp. 27 - 28, pp. 37-39.

180 Le Bovarysme, cit., p. 46.

181 La fiction universelle, cit., p. 31.

182 Ivi, p. 34.

183 Ivi, p. 33.

184 Le génie de Flaubert, cit., pp. 120-123.

185 La tesi qui esposta dall’autore presenta notevoli assonanze con la figura di Hegel dell’“astuzia della Ragione”. De Gaultier non fa nessun tipo di riferimento al filosofo tedesco, ma molto ragionevolmente ne conosce l’opera. Il rapporto tra Hegel e de Gaultier è piuttosto problematico, è difficile affermare i recuperi da parte dell’autore francese, anche perché egli non cita mai espressamente Hegel. Ci ripromettiamo, perciò, di trattare il rapporto de Gaultier-Hegel in un apposito capitolo in cui verranno analizzati i diversi influssi presenti nella formazione culturale dell’autore.

186 Le Bovarysme, cit., p. 111.

187 La fiction universelle, cit., p. 23.

188 Le Bovarysme, cit., p. 113.

189 Ibidem.

190 Ivi, p. 115.

191 Ivi, p. 116.

192 Ivi, p. 117.

193 Le génie de Flaubert, cit., p. 125.

194 Ivi, p. 120.

195 Ivi, p. 121.

196 Ivi, p. 119.

197 G. PALANTE, La sensibilité individualiste, Paris 1923 (trad. it. Bergamo 1997), p. 74.

198 Le  génie de Flaubert, cit., p. 156.

199 Ivi, p. 155.

 

200 Ivi, p. 158.

201 La fiction universelle, cit., pp. 65-66.

202 Ivi, p. 68.

203 M. CHOISY, La Chirologie, Paris 1927, Preface de Jules de Gaultier, pp. VII - XV, cfr., p. VII. 

204 Ivi, p. IX.

205 Ivi, p. X.

206 Le Bovarysme, postfazione di G. Gabetta, pp. 195 - 198, p. 195 e p. 197.

207 G. PALANTE, La Philosophie du Bovarysme, cit., p. 52.

208 DE GAULTIER, La fiction universelle, cit., § Métaphore universelle (1903), pp. 401-413, p. 402.

209 G. PALANTE La philosophie du Bovarysme, cit., p. 50.

210 Métaphore universelle, cit., p. 412: représentation symbolique.

211 Ivi, p. 413.


 

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