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Jules
de Gaultier: le influene ed il confronto con i contemporanei
La figura di Spinoza è, secondo
Palante, quella che forse ha incarnato “meglio l’attitudine del contemplatore
grazie al proprio puro distacco intellettuale”;1
in questo senso, il pensiero spinoziano è una delle influenze più nette
rilevabili nell’opera di de Gaultier. L’autore francese accetta, in effetti, la
dottrina di un’unica sostanza, non limitata da altro ed in contrapposizione
alle divisioni cartesiane tra res divina, res cogitans e res
extensa. Nell’ottica degaulteriana, il grande merito di Spinoza è stato
quello di sostituire al dualismo che, da sempre, opponeva Dio al mondo e la
materia allo spirito una concezione panteista simile a quella che gli Induisti
sembrano aver fatto propria per primi e nel modo più puro. Spinoza, attraverso
il rifiuto di ogni dualismo, ha restituito alla filosofia il suo oggetto
adeguato.2
Inoltre, anche nell’ottica degaulteriana, l’universo fisico è composto di parti
che si compongono e si scompongono (nel lessico degaulteriano, si associano e
si dissociano) all’infinito. In una tale concezione dell’universo non vi è
spazio alcuno per il finalismo; non è neanche possibile, del resto, fornire
un’interpretazione antropomorfica del mondo dei fenomeni.
Per Spinoza, nell’universo,
l’uomo deve essere inteso come un fenomeno meramente naturale: egli non gode di
nessun privilegio; l’uomo, per altro, è un essere non buono, fondamentalmente
amorale; la sua natura è intimamente desiderante. De Gaultier concorda, al
riguardo, anche sul fatto che bene e male non indicano nessuna realtà
oggettiva; essi, sono, a ben vedere, costruzioni umane: è buono ciò che l’uomo
desidera, è il desiderio che rende buono l’oggetto del desiderio stesso.
A livello conoscitivo, de
Gaultier sembra accettare un tipo di morale descrittiva, mai prescrittiva;
ammette la reciproca indipendenza di ragione e religione; conviene con un tipo
di conoscenza come consapevolezza di un ordine presente nella struttura
dell’universo.
De Gaultier concorda, infine,
con Spinoza anche sui sentimenti di calma e di serenità che questo tipo di
consapevolezza provoca nell’uomo, nell’uomo che sia puramente filosofo e
artista, nell’uomo contemplativo. Nell’opposizione spinoziana tra la schiavitù
delle passioni e la serenità della conoscenza è implicita, secondo de Gaultier,
anche una diversa concezione della necessità. Essa è al servizio di una
attività più elevata, l’attività estetica. La necessità è in funzione di un
sentimento estetico che solo è in grado di giustificare l’esistenza e di
liberare dal giogo del dolore e delle passioni. Questo significa che l’uomo,
esercitando il proprio senso estetico, è capace di superare il determinismo che
governa la realtà fenomenica e di vedere questa come rappresentazione. L’“uomo
estetico” riesce, inoltre, a distaccarsi dalle sensazioni di gioia e di dolore
che i fenomeni generano e, quindi, è in grado di comprendere che la sensazione
più essenziale è quella della bellezza. Il significato profondo dell’esistenza
risiede nella bellezza; essa è, infatti, il fine in vista del quale il mondo
delle sensazioni, degli oggetti ed il mondo retto dal determinismo ricoprono il
ruolo di mezzi. La conseguenza di questo tratto del pensiero di Spinoza (uno
dei più notevoli nell’ottica degaulteriana) è che l’etica si rivela una derivazione
dell’estetica, la quale appare l’“istigatrice” (instigatrice) di tutta
la realtà fenomenica.3
Spinoza è il filosofo che,
secondo de Gaultier, ha riassunto nella formula più completa l’attitudine
“dell’artista”, estendendola, inoltre, sia al mondo metafisico, sia all’ambito
morale: “ogni realtà è perfezione”.4
Probabilmente, però, rimane in
Spinoza un interesse “eudemonistico” (eudémoniste); egli sembra, cioè,
aspirare “come lo stoico alla saggezza ed alla felicità grazie al regno della
Ragione”.5
De Gaultier, invece, adotta un’ottica puramente artistica, il suo interesse è
quello di eliminare da una tale visione artistico-filosofica ogni possibile
residuo derivante dalla tradizione della speculazione occidentale. Egli, in
effetti, tenta di liberare la filosofia-arte da ogni impurità (causata dagli
interessi dell’“istinto vitale”) di tipo “eudemonista, etico o ascetico”.6
Il giudizio negativo di de
Gaultier su Kant (come abbiamo già rilevato) riguarda la produzione kantiana
successiva alla Kritik der Reinen Vernunft.7Uno
dei principali referenti della filosofia degaulteriana è, infatti, il Kant
della prima Critica: egli è, insieme a Nietzsche, la figura filosofica più
presente nell’opera dell’autore francese.
De Gaultier concorda, innanzi
tutto, sulla istanza di partenza della Kritik der Reinen Vernunft. Essa
pone una questione della massima rilevanza: il problema, cioè, del fondamento
generale della scienza. Essa si interroga, infatti, sulle condizioni generali
di possibilità, di giustificazione e di fondazione di un sapere valido e
rigoroso. La grandezza di Kant risiede, secondo de Gaultier, nell’aver risolto
queste istanze (del tutto condivisibili secondo l’autore francese) attraverso
un’analisi guidata da un puro “istinto di conoscenza”.
De Gaultier, inoltre, accetta
il fatto che la conoscenza sia prodotta, in modo unitario, da una forma
razionale e da un contenuto empirico. Egli ammette, del resto, anche che il
cardine dell’impresa conoscitiva sia il soggetto: il sapere si basa (e ne è
pure delimitato) su determinati poteri propri del soggetto umano; è illegittimo
spingersi oltre questi poteri validi. La ragione, senza connotati ontologici,
ha un carattere universale, “ecumenico” (œcuménique); essa, cioè,
designa determinate serie di fenomeni che sono desumibili attraverso categorie
come spazio, tempo, principio di identità e di non contraddizione.
L’interpretazione della ragione che, secondo de Gaultier, è possibile rilevare
nel pensiero kantiano è quella per cui la “ragione è solo la parte costante
dell’esperienza, è l’insieme degli elementi che ritroviamo nell’analisi di ogni
esperienza.”8
L’ipotesi kantiana per cui
tempo e spazio appartengano al soggetto ed alla sua esperienza soggettiva dei
fenomeni, l’ipotesi che tempo e spazio siano forme pure, a priori e
trascendentali è, come abbiamo visto, una delle due possibilità interpretative
circa l’azione del pensiero nella sua opera di invenzione della realtà. De
Gaultier sembra approvare la concezione kantiana delle categorie in quanto esse
non hanno un valore ontologico, ma esclusivamente gnoseologico. Esse sono
principi del pensiero, principi di organizzazione dei fenomeni, sono le
condizioni e le regole che rendono la realtà fenomenica pensabile. Per lo
stesso motivo (la legittimità gnoseologica-formale delle categorie) de Gaultier
riconosce la validità dell’“io penso” kantiano, in netta contrapposizione con
la res cogitans cartesiana che risulta dotata di un significato
ontologico.
I
punti di somiglianza tra Kant e de Gaultier sono, dunque, quelli riguardanti la
precisazione delle possibilità e dei limiti di una conoscenza valida. Essi sono
così riassumibili. E’ possibile fondare e giustificare un tipo di conoscenza
rigorosa, universale e necessaria, ancorché, per de Gaultier, mai assolutamente
compiuta. Questa conoscenza si basa su precise funzioni del soggetto: le forme
spazio-temporali della sensibilità (il cui apriorismo è, secondo de Gaultier,
una valida ipotesi interpretativa); le categorie formali dell’intelletto; l’io
penso (in quanto, secondo l’autore francese, la realtà è produzione del
pensiero). Il sapere valido è quello che riguarda solo la dimensione
dell’esperienza, la dimensione costituita dai fenomeni che risulta
raggiungibile (pur, secondo de Gaultier, mantenendo una base di “mistero” al
fondo dei fenomeni medesimi) ed organizzabile in virtù delle funzioni del
soggetto sopra menzionate.
Alla luce di ciò, inoltre, la
metafisica, in quanto scienza, in quanto, cioè, ambito eccedente la dimensione
dell’esperienza, appare infondata ed illegittima. Nell’interpretazione
degaulteriana, queste conclusioni kantiane sono perfettamente in linea con una
ricerca improntata ad un “istinto di conoscenza” compiutamente maturo.
Ma, Kant, forse presentendo il
pericolo che le sue analisi potevano procurare all’“istinto vitale”, decide, in
opere come la Kritik der praktischen Vernunft, di recedere dalle proprie
tesi e, secondo de Gaultier, di ritrattare in blocco la propria filosofia. I
due “usi” (quello teoretico e quello pratico) che, secondo Kant, si possono
fare della ragione sono inconciliabili tra di loro nell’ottica degaulteriana.
In effetti, non può esistere nessuna distinzione tra una “ragione pura
teoretica” ed una “ragione pura pratica” proprio perché la pratica è, sempre
secondo de Gaultier, l’ambito in cui la vita continua ad inventare,
arbitrariamente, lo spettacolo fenomenico grazie alla permanenza di un fondo di
“mistero”. “Kant ha preteso di scoprire la ragione pratica con gli stessi
procedimenti di analisi usati per scoprire la ragione teorica.”9
La ragione, quando si presenta
come veramente pura, non può sostenere nessuna costruzione pratica, essa è, in
questo senso, un organo di contemplazione dello spettacolo in cui si risolve il
reale. Inoltre, ad “una facoltà che ha come funzione di rendere oggetti di
conoscenza i modi dell’azione” Kant “attribuisce un potere nuovo (totalmente
estraneo alle proprietà di cui egli lo aveva dotato) di decidere, tra la
diversità dei modi in cui si manifesta l’azione, quali siano legittimi e quali
siano illeciti.”10 L’ambito
morale, l’ambito pratico non si può fondare razionalmente. Esso è generato da
una scelta della sensibilità, dal fatto fisico del “gusto”, ovvero da un fatto
eminentemente irrazionale che, cristallizzandosi grazie alla propria “durata”
nel tempo, diviene un fatto religioso ed un fatto di aggregazione sociale.
L’ipotesi per cui l’uomo sia un ente libero in grado di perseguire fini
indipendenti dalle leggi relative agli enti naturali è, da de Gaultier, rigettata.
L’uomo non è libero. Egli cerca, piuttosto, di raggiungere fini particolari; è
determinato da leggi fisiche poiché l’ambito pratico è una derivazione di
quello fisico, essendo un prodotto del fatto fisico del “gusto”. La morale,
l’agire pratico dell’uomo è definito dalla relazione di causa ed effetto.
I tre “postulati” della morale
kantiana non sono affatto delle supposizioni ragionevoli: in questo, secondo de
Gaultier, sta l’errore fondamentale di Kant. Egli ha utilizzato la ragione in
modo del tutto inappropriato applicandola ad una dimensione per la quale essa
non può essere adottata. Soprattutto, l’immortalità dell’anima, l’esistenza di
Dio si rivelano ambiti al di là della dimensione fenomenica; i nostri mezzi
razionali sono strutturati in modo tale da poter cogliere solo la realtà
fenomenica, mentre i “postulati” kantiani” sono al di là di questa realtà e dei
meccanismi adeguati a conoscerla.
Il rapporto de Gaultier-Hegel
risulta assai complesso da precisare. Infatti, il filosofo francese, nonostante
la vasta conoscenza della filosofia tedesca dimostrata, non si confronta mai
direttamente con le opere di Hegel che, però, possiamo ipotizzare egli conosca.
Abbiamo notato alcune assonanze tra i concetti degaulteriani di “Genio della
Specie” e “Genio della Conoscenza” con la figura hegeliana di “astuzia della
Ragione”.11 Questa
affinità si esplica, soprattutto, nel rapporto che la “legge di ironia”
istituisce, secondo de Gaultier, tra “Genio della Specie” e “Genio della
Conoscenza”. La “legge di ironia” è essenziale affinché gli uomini compiano
degli atti (e, quindi, degaulterianamente, si muovano e, muovendosi,
costruiscano le “finzioni” utili alla vita). Essa propone all’umanità scopi da
raggiungere sempre differenti e mai rigidamente determinabili. In virtù di
essa, l’uomo e qualsiasi creazione umana hanno mete stimate convenienti,
quando, al contrario, i medesimi scopi sono inaccessibili, al di là delle
possibilità umane.
L’idealismo
di de Gaultier (tema centrale, insieme a quello del “bovarismo”, del suo
sistema) si manifesta come una particolare forma di idealismo: in esso è
possibile riscontrare sia echi della dottrina hegeliana sia elementi di
irriducibile differenza. Le istanze e gli assunti di Hegel sono la necessità di
superare qualsiasi forma di dualismo tra uomo e mondo, tra soggettività ed
oggettività; l’esigenza di affermare che il mondo costituisce un sistema
dinamico in cui il divenire è in grado di mostrare e giustificare l’evoluzione
attraverso cui il principio fondante organizza le determinazioni del reale.
Nell’ottica
degaulteriana, è di primaria importanza il superamento di ogni tipo di
dualismo: la sostanza dell’universo è unica, essa è pensiero. Del resto, perché
si dia una qualche forma di esistenza, è indispensabile che una sorta di
dualismo, di contraddizione, di inconciliabilità assoluta permanga e
caratterizzi il rapporto tra l’oggetto ed il soggetto. Il sistema deve, anche
per de Gaultier, essere connotato dal dinamismo; ma il divenire, il “movimento”
non legittima alcunché, l’esistenza è, infatti, già giustificata e redenta dal
fatto di essere una rappresentazione estetica. Il divenire è, semplicemente,
gioco, improvvisazione, mantiene la vita creando continuamente ed
arbitrariamente il reale.
Il pensiero muovendosi
abbandona l’iniziale situazione di stabilità, si scinde in oggetto e soggetto e
crea le forme del reale. Questo atto primordiale è, però, caratterizzato da ciò
che de Gaultier chiama “arbitrario mentale”, da un “gesto di improvvisazione”
del pensiero; esso è, perciò, causa della permanenza di un fondo irrazionale
nell’esistenza. La frattura che il gesto metafisico produce tra oggetto e
soggetto è insanabile, da quel momento diventa impossibile che il soggetto
pervenga ad una conoscenza pienamente adeguata dell’oggetto. Una tale ipotesi,
qualora potesse essere attuata, getterebbe l’esistenza in una totale
inconsapevolezza.
Per Hegel il reale è razionale
poiché è ciò che può essere pensato come totalità autocreatrice; il reale è ciò
che sistematicamente e dinamicamente (storicamente) si realizza; l’esistenza è,
contrariamente, ciò che appare, ciò che è “accidentale”.12
Per de Gaultier, invece, i due termini sono simili, essi indicano tutto ciò che
è, allo stesso tempo, contrapposto ed indispensabile alla conoscenza, essi
designano lo spettacolo fenomenico, essi significano l’illusione e la finzione
necessarie alla vita.
Il metodo hegeliano della
dialettica è considerato, come si è notato,13
da de Gaultier come la parte più originale della speculazione filosofica di
Hegel.14
De Gaultier ammette, peraltro, soprattutto la valenza negativa del processo
dialettico, l’attestazione chiara della presenza del “diverso” in ogni
componente del reale. Anche circa il momento della sintesi l’autore conserva
questa valutazione. La sintesi viene, in effetti, intesa da de Gaultier come
uno stato di movimento rallentato, costante; come quello stato, cioè, che rende
un fenomeno percepibile. Alla radice di questa “percettibilità” rimane, però,
un movimento continuo, una fuga non mediabile in cui il “diverso” agisce. Una
delle maggiori differenze riscontrabili tra il pensiero di Hegel e quello di de
Gaultier è l’impossibilità, secondo l’autore francese, che si possa pervenire
ad un sapere assoluto, completamente adeguato al proprio oggetto e
perfettamente chiaro a se stesso.
Un altro punto di distacco
sembra essere la riflessione sulla coscienza. Nell’ottica degaulteriana,
infatti, la coscienza è, a livello psicologico, uno stato di momentanea
stabilità tra i numerosi elementi che compongono l’io i quali, peraltro, sono
spesso in contrasto tra loro. Non è possibile raggiungere una chiara
autocoscienza anche perché la situazione di equilibrio dell’io è, come si è
detto, provvisoria: un desiderio, un istinto può spezzarla e riaprire una lotta
per la supremazia su altri istinti e desideri concorrenti.
La coscienza, inoltre, non
sembra, sempre nell’ottica dell’autore, poter raggiungere nessun tipo di
libertà pratico-spirituale. Essa, ad un certo livello conoscitivo (di cui non
tutti gli uomini sono, però, capaci), raggiunge la consapevolezza che il mondo
non sia un’alterità del tutto estranea rispetto all’attività del pensiero (sia
esso individuale o sovra-individuale); non di meno tale consapevolezza, a causa
del “mistero” e del “diverso” che si trovano nell’intimo del reale, non
fornisce nessuna certezza in grado di cogliere la verità dell’essenza del
mondo.
De Gaultier è, anche, critico
circa la possibilità dell’esistenza della verità: essa, ricordiamolo, è un
“idolo logico”, un’ennesima potentissima maschera, una nuova illusione utile
alla vita; del resto, la verità non esiste. Se il processo verso la verità si
realizza mediante un momento di “eticità” in cui la Vernunft è incarnata
nelle istituzioni di una comunità storico-sociale, de Gaultier non può che
criticare una tale ipotesi. Tutto ciò che compone l’ethos è, per
l’autore, frutto di scelte non razionali, ma legate al “gusto”. Si tratta di
valutazioni compiute da uomini e fortificate dall’appello all’autorità della
divinità o della Ragione. In questo senso, la Vernunft hegeliana sembra
rientrare in quegli “idoli logici” di cui de Gaultier disapprova l’uso in un
corretto sistema di conoscenza.
La teorizzazione dello “Spirito assoluto” risulta anch’essa difficilmente conciliabile con le posizioni degaulteriane. Innanzi tutto per la connotazione di “assoluto” che, proprio in quanto tale, rimane per de Gaultier al di sopra delle nostre capacità. Se lo “Spirito assoluto” ha, in Hegel, una valenza teoretica-speculativa, probabilmente, il termine adeguato (per esprimere la legittimità conoscitiva dello “Spirito” e la sua illegalità come principio ontologico assoluto) sarebbe stato “coerente”. Nell’interpretazione dell’autore, in effetti, le strutture della conoscenza sono essenzialmente legate all’esperienza, non possono mai essere assolutizzate. Un processo del genere rientrerebbe nell’ordine dell’“istinto vitale”, il quale per sopravvivere ha bisogno di sottrarre le proprie finzioni al controllo dell’esperienza. Per Hegel lo “Spirito assoluto” si articola nelle forme dell’arte, della religione e della filosofia. De Gaultier, invece, rifiuta decisamente il momento della religione; egli, piuttosto, tende ad identificare il momento dell’arte con quello della filosofia. La religione non è che una menzogna utile alla vita, gli oggetti della religione non esistono al di là dell’uomo, o del popolo che li ha immaginati e dotati di esistenza. Essa non ha alcun valore epistemologico e, se all’inizio dell’avventura umana, poteva essere utile per la costituzione di una società, di una vita associata, è piuttosto dubbio, invece, che essa possa continuare ad essere di una qualche utilità anche oggi. Alla luce della “filosofia dello spettacolo” degaulteriana, inoltre, i momenti dell’arte e della filosofia possono essere considerati come coincidenti.
Nonostante i recuperi che de Gaultier compie di alcune specifiche parti del pensiero hegeliano e nonostante le valutazioni positive di alcune peculiari parti di esso, la critica maggiore rivolta dall’autore al filosofo tedesco è concerne il “finalismo” (finalisme) di Hegel. Tale “finalismo” è riscontrabile nel processo teleologico della storia, nella concezione di una conciliazione assoluta, compiuta e trasparente delle ragioni del particolare e di quelle dell’universale, del finito e dell’infinito, del pensiero e dell’essere.
L’intima teleologia del sistema hegeliano ha, secondo de Gaultier, una base fondamentalmente platonica. La concezione platonica dello “Spirito” e del bene in sé sono, in effetti, all’origine di ogni filosofia “ufficiale”, di una filosofia, cioè, che tenda (più o meno esplicitamente ad un assoluto). Per de Gaultier, dunque, sia il noumeno kantiano sia le derive finalistiche dell’impianto hegeliano si riconnettono alla filosofia ‘vitale’ di Platone; il tratto comune è rappresentato da un’“immaginazione filosofica”(imagination philosophique) che Platone, per primo, ha dotato di dignità e che è stata il punto di partenza di ogni speculazione filosofica successiva.15
“Schopenhauer è il solo
filosofo che abbia profondamente influenzato il mio pensiero. Egli mi ha
iniziato alla concezione induista e panteista del mondo. Il suo inestimabile
servizio, nei miei confronti, è stato quello di affrancarmi da ogni tipo di
filosofia dualistica, deistica e creazionistica occidentale,
che è per me tanto inintelligibile quanto una fantasioso.”16
Il nesso tra Schopenhauer e la filosofia orientale risulta, quindi, assai
profondo nell’interpretazione di de Gaultier; è, inoltre, importante
l’influenza del filosofo tedesco nell’opera dell’autore.
Il rimando alla metafisica
shopenhaueriana, fondata sulla nozione del velo di Maia, è, in effetti,
evidente nella teoria illusionistica di de Gaultier. Il mondo è
“rappresentazione”, i fenomeni che riteniamo (erroneamente) concreti cono, in
realtà, apparenze, figure di sogno: il mondo è abitato (in ogni suo elemento)
dalla “menzogna”. Nell’interpretazione dell’autore, per altro, Schopenhauer
sembra lasciare spazio a due differenti alternative. Coloro che sentono la vita
come dolore, non potendo cambiare la struttura e l’essenza del mondo, piegano
la propria volontà, la negano. L’abolizione del desiderio provoca la
soppressione dei fenomeni, perciò gli uomini che non riescono a realizzare i
propri desideri, “li rimuoveranno dalle cose”.17
Esiste, però, una diversa
categoria di esseri umani che sfruttano la propria energia per asservire le
cose ai loro desideri. La coscienza dell’illusione dell’apparenza fenomenica
non è, in ogni individuo, causa di una rinuncia al desiderio. In effetti,
coloro in cui la wille continui ad affermare la propria forza, la
coscienza dell’irrealtà di sensazioni come gioia e dolore si interesseranno (da
un punto di vista estetico) allo spettacolo composto dalla gioia e dal dolore
umani. Questa categoria di individui è descritta, con un esempio concreto,
riportato da Schopenhauer in Die Welt als Wille und Vorstellung
e citato da de Gaultier.18 Si tratta del passo, nel poema Bhagavadgītā, in cui Arjuna esita davanti ai due eserciti consanguinei
(i Panduidi, alla cui gente appartiene Arjuna stesso, ed i Kuruidi erano
cugini) schierati per la battaglia decisiva. L’eroe indugia perché preso da un
sentimento di dolore causato dalla riflessione sulle morti che quello scontro
sta per provocare. Arjuna viene, però, convinto a dare il segnale di battaglia
dall’intervento di Krishna. Egli svela all’eroe la vera conoscenza: vita e
morte sono, alla stregua di ogni altro fenomeno della rappresentazione,
inconsistenti. L’effetto di questa rivelazione è la caduta del velo di Maia,
tuttavia, Arjuna, non rinuncia al proprio volere: egli, nella lettura
degaulteriana, dà, infine, il segnale di inizio dello scontro perché la sua wille continua ad affermare le proprie esigenze, anche una volta
che il velo di Maia è stato lacerato. Arjuna (e la categoria umana che egli
rappresenta) è, peraltro, un caso isolato nella filosofia di Schopenhauer.
Per de
Gaultier ogni sistema morale è, in fondo, la formulazione (sotto forma di
precetti che pretendono di essere universali ed assoluti) del complesso di modi
di essere, di atteggiamenti, di accorgimenti che una sensibilità individuale e
particolare adotta per la propria utilità. La sensibilità di Schpenhauer è
caratterizzata da una volontà che tende a negarsi e da un’attività che
percepisce la vita solo come sofferenza. La disposizione necessaria a questo
tipo di sensibilità è quella della rinuncia al mondo come “rappresentazione” ai
desideri lo sostengono. Il precetto più importante è quello di sfuggire
all’illusione che il mondo porta in sé; un essere che sarebbe destinato a
soccombere nel conflitto che caratterizza la vita fenomenica trova la propria
superiorità in questa attitudine di rinuncia. La metafisica e la morale di
Schopenhauer si rivelano così, per tutte le sensibilità di questo tipo,
“un’attitudine di utilità, un’interpretazione efficace dell’universo.” Esse
sono in grado di fornire “la giustificazione motivata di una tendenza
fisiologica.”19
Schopenhauer,
nell’interpretazione degaulteriana, ha compreso che una contemplazione
puramente estetica, figlia di una “sensibilità spettacolare”, è la
giustificazione dell’esistenza; ma ha poi cercato di ricusarla sotto
l’influenza della cultura buddhista.20 La concezione buddhista, di cui de Gaultier vede
un’importante Renaissance in Occidente nell’opera poetica di Jean Lahor,21 è penetrata in modo considerevole nell’area culturale
occidentale grazie all’opera filosofica di Schopenhauer ed a quella letteraria
di Tolstoj. Secondo l’autore, questa introduzione era stata in qualche modo già
preparato dal panteismo di Spinoza, in parte dalla filosofia di Hegel, da
quelle di Fichte e di Schelling, e da quella che avrebbe dovuto essere
riconosciuta come la conclusione più notevole della Kritik
der Reinen Vernunft, “il punto
di vista dell’illusionismo”.22 Schopenhauer ha fatto rivivere la tendenza morale ed il
pessimismo induista nella loro effettiva portata; Tolstoj si mostra, sin
dall’inizio della propria opera, come “un’anima puramente induista reincarnata
in un cervello geniale.”23 Nonostante la produzione letteraria di Tolstoj successiva
al 189724 (che, come si è detto, è caratterizzata da un interesse
militante che sottrae una considerevole energia alla contemplazione in vista
dell’applicazione pratica di una teoria: l’attività pratica equivale, infatti,
ad una riduzione della teoria ed è, secondo de Gaultier, costretta a stipulare
“dei compromessi con la Vita”),25 sia Tolstoj che Schopenhauer hanno espresso, per primi,
l’essenza profonda del messaggio orientale e le loro opere hanno avuto
un’influenza grandiosa entro la civiltà europea. Tolstoj e Schopenhauer ci
hanno fatto scoprire la nostra discendenza dagli antichi aria; grazie alle opere dei due autori ed attraverso esse
abbiamo, quindi, tentato di recuperare il patrimonio che ci appartiene,
l’eredità, cioè, “della saggezza induista.”26
Nonostante
la fondamentale tendenza verso la soppressione della volontà e del mondo insita
nell’insegnamento buddhista, esso è stato recepito proprio dalle razze
maggiormente dotate di vitalità tra quelle occidentali. Esiste una parentela
tra l’antica razza degli aria e le razze europee. Esse, però, in antagonismo con lo
spirito di rinuncia e con il pessimismo orientale, hanno sviluppato una civiltà
diversissima, dominata dall’ottimismo nei confronti della vita e da un
individualismo marcato. La dissonanza va ricercata nei differenti ambienti
geografici e climatici in cui le due razze si sono sviluppate l’una
indipendentemente dall’altra.
Nonostante,
quindi, l’affinità di fondo tra le razze europee e quella degli aria, questa Renassaince buddhista potrebbe costituire, per una “fisiologia” vitale
come quella europea, un “veleno violento” (poison
violent). La cultura induista è stata,
però, scelta, in modo sotterraneo o, come preferisce esprimersi de Gaultier, in
modo “spontaneo”. Essa è stata “scelta dall’istinto divinatorio di un organismo
sano e attrezzato per vivere.”27 Questa Renaissance induista ha, dunque, un preciso ruolo da giocare
nell’ambito dell’evoluzione dell’Occidente. Essa è una misura adottata da un
istinto avveduto in vista di ottenere un fine, o di evitare dei pericoli; essa
è un mezzo, un espediente provvisorio. In questo modo il veleno, bevuto a
piccole dosi, si rivelerà essere un rimedio e la cultura induista apparirà per
quello che è: un “fenomeno di utilità” (phénomène
d’utilité).
In
effetti, ogni religione è un “fenomeno di utilità”: il popolo giudaico, ai
tempi della propria forza, crea Jehova, Dio delle armate, caratterizzato dalla
potenza. Ma questa speranza di potenza non si realizza, il popolo ebraico cade
in schiavitù e, quindi, cambia anche la rappresentazione della figura divina.
Al termine di questo processo, all’epoca della conquista romana, Dio, con la
concezione cristiana, onora gli umili ed i vinti. Secondo la stessa linea
evolutiva, il Buddhismo succede al Brahmanesimo: ad una religione, cioè, che
con il proprio sistema di caste e di gerarchie affermava l’amore di un popolo
verso la forza, quindi, verso la vita. Quando l’energia va diminuendo, il
Buddhismo, religione adeguata ad un popolo stanco, si insinua al posto del
Brahamanesimo. Il popolo non è più in grado di sostenere la lotta per la vita e
la potenza, per cui la scelta, “divinatoria”, si rivolge verso un sistema
metafisico e morale che proclama la malvagità della vita ed il suo dolore,
l’“illusione” del desiderio e del velo di Maia, l’armonia (per de Gaultier,
l’indistinzione tra soggetto ed oggetto) del néant e la perfezione del Nirvana.
Ciò
considerato, il cristianesimo è, per motivi di vicinanza geografica e per
motivi di impostazione, profondamente, essenzialmente, nel suo messaggio
morale, “buddhista” (bouddhique). Esso insegna, infatti, la “santità della rinuncia” (sainteté
du renoncement). Il cristianesimo, in quanto
filiazione del Buddhismo, ha trovato modo di introdursi in Occidente nei popoli
barbari come un “fenomeno di utilità”. Le popolazioni barbariche erano dotate di
una forza smodata che poteva rivelarsi pericolosa per la loro stessa civiltà,
il cristianesimo (di cui i barbari accolsero gli elementi convenienti e
rigettarono il resto) è servito a moderare la loro aggressività e a canalizzare
energie troppo violente. Gli esseri in armonia con sé stessi riescono ad
amalgamare gli elementi contrari, attraverso un gioco di combinazioni, in una
unità. I barbari, scegliendo il cristianesimo, fecero esattamente questo,
scelsero la misura adatta ai loro fini. E’ prova di ciò, secondo de Gaultier,
il fatto che il messaggio di rinuncia, di eguaglianza, di disinteresse
predicato dal cristianesimo sia stato utile per costituire gerarchie e per
creare una società regolata da strutture rigidissime.
Allo
stato attuale, de Gaultier ipotizza che i motivi per cui ha avuto luogo una Renaissance buddhista debbano essere ricercati in una fase di
indebolimento delle razze occidentali, nell’avvento di un periodo in cui
contrasti sociali, conflitti economici e culturali stanno attraversando l’Europa.
L’europeo si avvicina così, come aveva fatto il barbaro con il cristianesimo,
alla concezione buddhista, beve il sorso di “veleno” necessario alla propria
guarigione e ritrova il proprio ottimismo nei confronti della vita. “La foga
della sua attività si spezzava dolorosamente contro l’orrore della morte; egli
si è inebriato alla sorgente buddhista della gloria della morte. L’energia
della sua attività ha ricreato un’illusione nuova della quale egli non riesce
più a scorgere la vanità: l’illusione del progresso umano garante della
felicità futura e capace di sostituire la giustizia alla fatalità.”28
L’occidentale,
dunque, usa il Buddhismo in modo strumentale, mentre in Oriente esso giunge
alle proprie conseguenze perché viene adottato “con serietà” e “viene assorbito
con avidità”.29 In Occidente, invece, l’attitudine buddhista non perviene
mai alle proprie conclusioni, essa è più un motivo estetico. In effetti, una
volta lacerato il velo di Maia, una volta compresa l’illusione il mondo appare
così come esso è: un meccanismo di rappresentazione formidabile, in cui evolve
un intrico straordinario da contemplare e di cui gioire.30 L’influenza orientale sull’Occidente si rivela, dunque, di
natura essenzialmente estetica. Infatti, non solo de Gaultier si riconnette
all’opera di un poeta per descrivere la Renaissance buddhista e induista (come si è chiarito, per de Gaultier
il Buddhisno è un’evoluzione dell’antico Induismo) in Europa, ma egli stesso è
attratto dalla visione illusionista delle filosofie orientali, dal loro
panteismo, dal loro monismo. La “fisiologia” di de Gaultier è, però,
particolare e individuale; per questo motivo egli non può accettare quelle
regole morali che, invece, buddhisti ed induisti accettano perché espressioni
della loro specifica “fisiologia”,
dei loro desideri, delle loro necessità.
Schopenhauer,
al contrario, è, per de Gaultier, criticabile perché si è spinto oltre gli
esiti validi della sua speculazione filosofica. Secondo l’autore, infatti, la
conclusione del pensiero schopenhaueriano va ben “al di là della quadruplice
radice del principio della ragion sufficiente.” Essa deriva, piuttosto, “dal
miracolo e dalla fede.”31 Questo epilogo è, perciò, di natura religiosa; le
argomentazioni schopenhaueriane valgono nel mondo dei fenomeni ed è indebito
uscire da esso attraverso un salto nel “miracolo”. Affermare che l’arte sia una
tappa nel cammino verso la santità equivale, infatti, ad un atto di fede
scaturito da un fondamentale pessimismo e da un’inclinazione irresistibile
verso l’“annientamento” (anéantissement). Il filosofo tedesco non ha compreso o, guidato da una
sensibilità che sentiva il mondo solo come dolore e disordine, non ha voluto
capire che il sentimento estetico giustifica il mondo come fenomeno illusorio
caratterizzato dalla bellezza. Il sentimento estetico salva da solo il mondo.
Esso non è strumentale, non è una fase intermedia della liberazione, non è uno
stadio verso la salvezza o una tappa nel processo verso il Nirvana. Il
sentimento estetico, per de Gaultier, non necessita di un’ulteriore evoluzione,
esso non deve sfociare nella santità come, invece, pretende Schopenhauer: esso
è fine a se stesso.
La
formula che Schopenhauer adotta per far risaltare i due aspetti dell’esistenza
ovvero, “il mondo come volontà e rappresentazione”, prevede la soppressione
della volontà; per de Gaultier, invece, i due termini dell’enunciato possono
essere congiunti. La formula schopenhaueriana lascia intatte le possibilità di
un “misticismo di ordine morale”,32 laddove la sua riformulazione degaulteriana deriva da una
pura “sensibilità spettacolare”: la vita è, in realtà, “volontà di
rappresentazione” (volonté de représentation).
Il
pensiero di Nietzsche è presente in maniera considerevole nell’opera di de
Gaultier. Si è, del resto, già visto come l’autore francese si riconnetta molto
frequentemente al filosofo tedesco: i riferimenti nietzscheani sono, nelle
opere di de Gaultier, molteplici. La loro interpretazione risulta, inoltre,
ricca di spunti interessanti ed assai acuta. Nella necessaria cernita dei testi
degaulteriani più significativi, si distingue un articolo intitolato Frederich
Nietzsche33 riprodotto
successivamente in De Kant à Nietzsche L’opera, come detto, è del 1900.
Essa contiene interpretazioni di Nietzsche che de Gaultier non muterà neanche
dopo la pubblicazione della traduzione francese di Der Wille zur Macht.
Il punto di partenza delle
analisi degaulteriane è il convincimento che la fonte di ogni pensiero
filosofico sia uno “disposizione di temperamento” (état de tempérament)
divenuto predominante nell’uomo. Questa idea non solo regge ed illumina la
filosofia nietzscheana, ma è anche la migliore chiave interpretativa di essa.34
La situazione della sensibilità ( il complesso, cioè, dei desideri, dei modi di
essere, delle avversioni individuali) è l’origine anche di ogni filosofia che
sia guidata da un puro “istinto di conoscenza”.
La differenza tra filosofi come
Kant e Nietzsche sta nelle diverse sensibilità che si sono “oggettivate” nei
rispettivi pensieri filosofici. Kant nella Kritik der reinen Vernunft ha
servito l’“istinto di conoscenza” suo malgrado. Egli cioè, in preda ad una
sorta di “sonnambulismo” (somnambulisme), ha immaginato un sistema
filosofico a cui, non solo la sua sensibilità non aveva partecipato ma che era,
anche, nelle sue conclusioni, completamente in antagonismo con essa, con
l’istinto prevalente in Kant. Con la Kritik der praktischen Vernunft,
Kant, “ritornato in sé” (rendu à soi-même) riprende le proprie vere inclinazioni,
il vero istinto dominante che lo guida: l’“istinto vitale”.35
La “filosofia ufficiale” (nell’accezione di de Gaultier) è, in massima parte,
l’“oggettivazione” dell’“istinto vitale”, laddove la filosofia, la filosofia
della conoscenza è l’“oggettivazione” dell’“istinto di conoscenza.”
Quanto detto significa che i
principi della filosofia della conoscenza diventano “visibili” solo quando una
sensibilità, interessata ad indagarli per il semplice piacere di farlo, li
concretizza. Se Kant, nella prima Critica, ha dedotto i principi
adeguati di una valida conoscenza, la grandezza di Nietzsche è stata quella di
immettere nelle elaborazioni kantiane (frutto di uno sforzo meramente
cerebrale) tutto un insieme di elementi appartenenti alla sensibilità, alle
intuizioni ed agli istinti dell’uomo Nietzsche.36
In effetti, i “professionisti
della filosofia” (professionnels de la philosophie) contestano a
Nietzsche lo stesso titolo di filosofo poiché egli non utilizza i tradizionali
procedimenti dialettici tipici del filosofare “ufficiale”. Nietzsche è,
tuttavia, un filosofo. Confrontando la sua impostazione con quella di Kant, si
scopre, in effetti, che se questi “deduce, Nietzsche contempla con uno sguardo
diretto; laddove Kant fa dell’algebra, Nietzsche tratta delle realtà. Il suo
dono filosofico e geniale si manifesta nella scelta dei concetti in base a cui
egli avanza le proprie affermazioni e le proprie negazioni, nell’angolazione
che egli apre alla vista, inondando le idee di una luce istantanea. La filosofia,
in Nietzsche, esiste allo stato di anatomia perfetta.”37
Nell’interpretazione
nietzscheana, l’universo è dotato di una energia unica che evolve da un suo
modo, l’atto, verso un altro suo modo, la conoscenza. Nessuna porzione di tale
energia va dispersa: piuttosto, ogni sua più piccola parte viene recuperata,
integralmente, nel corso dell’evoluzione che si muove dall’atto alla
conoscenza. Il principio che guida questa trasformazione da un energia volta
all’atto in un’energia “spettatrice” è l’istinto che guida la Vita, cioè
l’“istinto di potenza” (instinct de puissance): la Vita vuole
continuamente ed eternamente superare se stessa. Le nozioni di “istinto di
potenza”, di “istinto di grandezza”, nell’interpretazione degaulteriana (alla
luce della pubblicazione francese di Der Wille zur Macht) si manifestano
come specificazioni del concetto di “volontà di potenza”. Esse si connettono,
parimenti, all’elemento che, secondo l’autore, è più originale nella filosofia
nietzscheana: “non esiste forza al di sopra della forza”.38
Inoltre, secondo il filosofo francese, questa espressione non è che l’enunciato
dettagliato e completo del principio nietzscheano della “volontà di potenza”.39
Se ogni filosofia equivale ad
una sorta di “confessione” del proprio autore, questa interpretazione
dell’“istinto di potenza” svela quale sia stata la tendenza dominante nel
pensiero di Nietzsche. “Nietzsche stesso è un’incarnazione dell’istinto di
potenza, dell’istinto di grandezza, è colui che trova la propria gioia nella
coscienza della propria forza e che vuole senza tregua elevarsi al di sopra di
se stesso.”40 In questa
continua tensione verso l’autosuperamento la “crudeltà verso se stessi” (cruauté
envers soi-même) è una nozione fondamentale. Si può aumentare la propria
forza solo mettendola a confronto con ciò che, di più potente, conosciamo;
cioè, con l’istinto che domina ogni uomo. Tale istinto, dunque, è messo in
condizione di misurarsi con la contraddizione di se stesso per vincere e creare
una realtà più alta di se medesimo: esso tende a “martirizzarsi (se
martyriser).41
La “crudeltà verso sé” appare
simile all’ascetismo cristiano. Tuttavia, il cristianesimo essendo una
religione d’Oriente, come il Buddhismo, incarna un’“attitudine a morire” (attitude
pour mourir);42
il tipo di rinuncia cristiana è mezzo per uno scopo. Ma, a ben vedere, in
questa sua forma pura il cristianesimo è scopo a se stesso; alla luce di queste
considerazioni, la “crudeltà verso sé” risulta assai simile alla rinuncia
cristiana: la “crudeltà” è, cioè, è il “mezzo” specifico dell’ideale adeguato,
la “Volontà di potenza”.
L’incontro con le popolazione
barbariche produce, tuttavia, un’importante cambiamento: il cristianesimo non è
più scopo a sé, ma diviene un mezzo dell’“istinto di grandezza”. Il barbaro è
dotato di forze vive, fresche, intense pronte a prorompere all’esterno. Egli,
tuttavia, sceglie (anche se in modo “divinatorio”) la “crudeltà verso se
stesso”: il barbaro, per aumentare la propria forza va contro essa stessa. Il
cristianesimo è l’espediente di questo fine, esso crea nell’io del barbaro un
“potere di inibizione” (pouvoir d’inhibition). Ma sotto quella che è
solo l’apparenza del cristiano, è necessario scoprire il barbaro, la sua
“crudeltà verso di sé”, il suo orgoglio e l’amore della forza per la forza. Il
cristianesimo diventa, così, un mezzo di grandezza. La rinuncia comandata dai
precetti cristiani non presenta, in realtà, un valore in sé per il barbaro;
essa è stata adottata come mezzo solo perché, in un preciso momento storico, è
apparsa come l’impresa più faticosa. Se il cristianesimo “cessa di essere la
cosa più difficile, esso perde il proprio valore, e se, grazie all’esercizio, è
divenuto un istinto naturale, se è divenuto la cosa più facile, esso diviene
subito odioso e nemico.” 43
Nell’evoluzione del pensiero
nietzscheano, sarebbe questa l’eredità del cristianesimo ricevuta dal filosofo
stesso. Nietzsche, sotto la guida dell’“istinto di grandezza”, a motivo della
“crudeltà verso sé”, accetta il Dio cristiano; così facendo, egli accetta quanto
di più contrario, rispetto al suo temperamento, esista. L’“attitudine eroica” (attitude
heroïque) che lo porta ad amare il Dio e le verità cristiane si trova,
però, ben presto ad esercitarsi su un terreno divenuto troppo semplice da
realizzare.44 Lo stesso
“istinto di potenza” si applica, perciò, a provocare, nell’animo del filosofo,
una tendenza contraria, portatrice di un nuovo ostacolo difficile da superare
e, dunque, doloroso. L’“istinto di conoscenza”, così risvegliato, spinge
Nietzsche ad abbandonare l’attitudine alla “rinuncia” prevista dal
cristianesimo (ormai, trasformatosi in lui in una joie) e ad “istituire
un Dio nuovo più alto di quello antico: la verità. Nietzsche ormai andrà
sottoponendo alla prova della verità tutte le sue antiche credenze, poiché solo
questo nuovo Dio è abbastanza forte per fargli provare del dolore. Egli si
eleverà da una concezione utilitaria,45
in morale ed in metafisica, verso una concezione puramente intellettuale.”46
Il periodo del Nietzsche ‘genealogista’, ‘illuminista’, la fase della
‘filosofia del mattino’ manifesta la tensione verso questo “Dio nuovo”.
Nell’ottica degaulteriana,
Nietzsche è stato il primo pensatore ad aver avuto il coraggio di guardare,
senza reticenze, la realtà così come essa è. Il panorama che apparso al suo
sguardo è causa, sino al 1881, in particolare nell’opera Menschliches,
Allzumenschliches, di dolore e di ciò che l’autore chiama “pessimismo
eroico” (pessimisme heroïque). Tuttavia, la grandezza del filosofo
tedesco consiste nel non essersi fermato a questo stato di “depressione
patologica” (dépression pathologique), ma di averlo superato fino
ad essersi abituato all’intensità (ed alla crudeltà) del paesaggio rischiarato
dell’“istinto di conoscenza”: Nietzsche è riuscito a trovare in esso la propria
gioia.
Nietzsche è il primo filosofo
della tradizione occidentale ad avere la fermezza di andare fino in fondo:
ovvero, di distruggere radicalmente le antiche illusioni. Questa rovina di
idoli illusori è, secondo de Gaultier, simbolizzata dalla morte di Dio. Dio,
sintesi (più o meno velata) di ogni metafisica ufficiale (teologica o
razionale)47 è morto, ma
nessuno se ne rende conto. In effetti, l’avvenimento è ancora “in cammino” e
potrà essere compreso in tutta la propria tremenda portata solo da uomini
diversi rispetto a quelli cui era rivolto il primo annuncio di Zarathustra.
“Dio, alla luce della Conoscenza, è davvero morto.”48
Ed il lamento di Zarathustra circa l’impossibilità di non poter essere una
divinità (qualora queste esistessero) racchiude in sé tutta la “saggezza
panteista” (sagesse panthéiste): alla luce di qualsiasi ipotesi dualista
risulta irrealizzabile una identificazione, una ‘coestensività’ tra uomo e Dio,
tra finito ed infinito.
Dio è morto, dunque. Ma il
concetto divino non è, in realtà, che l’espressione più ingenua e
“sentimentale” dell’idea metafisica di “cosa in sé” (chose en soi).
Nell’interpretazione degaulteriana, Nietzsche non pare aver trovato, sino alla
formulazione della concezione dell’“eterno ritorno”, argomenti validi che
potessero confutare il concetto di “cosa in sé”. A ben vedere, anche la
dottrina dell’“eterno ritorno” piuttosto che dar conto conclusivamente
dell’inammissibilità della “cosa in sé”, provoca in Nietzsche una “presunzione
molto forte contro la possibilità di questa esistenza.”49
Si tratta, in altri termini, di una petizione di principio che Nietzsche fa
contro l’esistenza della “cosa in sé” e contro tutti i filosofi che non solo ne
ammettono l’esistenza ma pretendono anche di definirla e di conoscerla. Il
pensiero nietzscheano appare, a de Gaultier, fondato su di una irriducibilità
tra il fenomeno dell’esistenza e quello della conoscenza, che rende vana ogni
speranza ed ogni ricerca volte a cogliere (ammesso che esista) la “cosa in sé”.50
La negazione dell’esistenza della “cosa in sé” coincide con il fatto di
situarla al di là della conoscenza; inoltre, ciò produce il dissolvimento di
concetti come causa prima e finalità. In questo modo ciò che resta è il mondo
dei fenomeni.
La figura del fanciullo, simbolo
del “creatore di valori”, è, inoltre, emblematica dei processi della vita. Come
abbiamo detto, nel mondo dei fenomeni vige il più rigoroso principio di
causalità ed il più ferreo determinismo; è in virtù dell’azione di tali
principi che i fenomeni diventano oggetti della sola conoscenza valida.
Tuttavia, il principio di causalità medesimo è responsabile della condizione di
ignoranza rispetto alle cose in cui lo spirito è destinato a rimanere. Ad una
conoscenza integrale sfuggono, in virtù del principio di causalità, le
estremità delle serie causali: il nesso causale iniziale e quello che chiude la
catena delle cause di una serie fenomenica rimangono sconosciuti; le serie
causali sono aperte (cioè, ricche di “virtualità” imprevedibili) a parte
post e a parte ante.51
Il principio di causalità manifesta, dunque, allo spirito l’impossibilità delle
sue leggi nel raggiungere la totalità e la realtà dell’Essere. “Così il
fenomeno, unica realtà che ci è data, appare in modo chiaro nella propria
diversità, nella propria molteplicità, scaturito da una regione interdetta alla
conoscenza. Scoprire, al principio delle cose, questa regione circa cui
l’ignoranza è la sola legge della conoscenza, confessare che le leggi razionali
non sono applicabili all’universo nella sua totalità, è l’unica saggezza dello
spirito che, nel corso della ricerca filosofica, esplora e fissa i propri
limiti. Questa saggezza in Nietzsche abbonda.”52
Questa saggezza è la saggezza
di Zarathustra che ritrova in ogni cosa il “cielo azzardo, il cielo innocenza”.
Da queste regioni scaturiscono i “creatori di valori”, coloro che non dicono il
proprio perché. Il “creatore di valori” è caratterizzato da un unico elemento
di “ripetizione” (répétition): quello, cioè, che rende possibile la
cultura (intesa da de Gaultier, come una sorta di ‘cristallizzazione’,
attraverso la durée, di alcune realtà che diventano, così, percepibili)53
e la sua trasmissione attraverso l’educazione. Tuttavia il “creatore di
valori” ha, rispetto a questo fattore
di “ripetizione”, qualcosa in più, un elemento nuovo non dato dall’educazione,
bensì del tutto imprevisto ed imprevedibile. La causa di tale novità presente
nel “creatore di valori” risiede nel fatto che egli è stato fanciullo. La
novità consiste in un “gusto” nuovo, in un nuovo modo di provare emozioni fino
a quel momento mai provate. “Questo nuovo gusto non ha un perché, sfugge ad
ogni causalità; ma, una volta manifestatosi, esso crea una causalità, si
costituisce come causa prima.”54
Ogni fenomeno sorge, così, da una regione sconosciuta, sorge in modo spontaneo
da un luogo in cui la legge suprema è quella di un “gusto” esclusivamente
individuale ma estremamente forte. Dal momento in cui questo “gusto” avrà
optato per un fenomeno, del resto, questo fenomeno sarà il punto di avvio di
una serie causale rigida e nettamente determinata, quindi conoscibile. Non
esiste quindi una causa prima assoluta, ma un numero imprecisato di cause
prime, particolari e relative a scelte precise e circostanziate. “Gusti e
colori, che sono la Vita, sorgono direttamente dalla regione sconosciuta in cui
la causalità non si esercita, di modo che la Vita, essendo senza causa, non può
avere alcun fine. Dunque, riguardo alla vita fenomenica non si dà né causa, né
fine, ma, nella cornice della vita fenomenica si dà un tessuto serrato di cause
e fini particolari.”55
Nella psicologia nietzscheana,
de Gaultier ritrova le proprie tesi circa l’io. Esso non è conoscibile come
un’unità; anzi, parlare di io come un elemento unitario equivale ad utilizzare
una “finzione” che ha il valore di un procedimento per costruire il
pensiero.
Si è rilevato come, in effetti,
per de Gaultier, come l’io, inteso in quanto unità, non sia altro, in realtà,
che uno stato di momentanea stabilità nello scontro tra gli istinti che costituiscono
la “colonia” (colonie) dell’io. Quando un istinto particolare esce
vittorioso dalla lotta con altri istinti particolari esso si appropria del nome
di io, il suo ‘regno’ non è, però, mai lungo quanto la vita di un uomo.
“Nietzsche, in Morgenröthe, ci fa assistere a questa lotta degli istinti
che si disputano la supremazia: il possesso dell’io è emblema di questa. Egli
constata che la volontà di trattenere un istinto, quello che i moralisti
chiamano dominio su sé, mostra solo l’entrata in scena di un altro istinto in
lotta contro il primo.”56
Se, quindi, nella “metafisica”
nietzscheana non c’è spazio alcuno per l’ipotesi di una “cosa in sé”, di un
mondo guidato da una “finalità universale” (finalité universelle), così,
in ambito psicologico, non sussiste una nozione tradizionale, unitaria,
dell’io.
Nel mondo umano (sia a livello
individuale che a livello di gruppi, razze) esistono, dunque, istinti sorti da
una dimensione non conoscibile, dotati, tuttavia, di una forma propria e di una
forza determinata. Essi tendono a scontrarsi per arrivare a governare la vita
psichica e giungere a formare, così, una gerarchia che durerà più o meno a
lungo. “La descrizione dei rapporti gerarchici che si sono così stabiliti tra
questi diversi istinti formula un insieme di modi di essere; è consentito
chiamare tale descrizione una morale.”57
Una morale di questo tipo è, ovviamente, limitata nel tempo e specifica di
particolari gruppi umani; essa rappresenta un equilibrio non definitivo e non
può, per tale motivo, essere considerata assoluta ed universale.
Si è detto che l’analisi
nietzscheana è diretta verso la Verità. Dobbiamo notare, però, che proprio
attraverso l’analisi ‘genealogica’ nietzscheana il concetto tradizionale di
Verità si dissolve. La “cosa in sé”, al contrario di quanto ritenuto dai
“filosofi ufficiali”, può avere conoscenza di sé solo mediante la scissione
soggetto-oggetto. Questo atto, producendo l’irriducibile diversità fenomenica,
porta la “cosa in sé” a concepirsi, secondo la formula del “bovarismo metafisico”,
diversa da quella che è. In questa prospettiva metafisica, una verità assoluta
risulta inconcepibile, perché una parte della realtà resisterà, sempre, come
oggetto, ad una sistematizzazione integrale da parte del soggetto. “Da questo
punto di vista metafisico, la menzogna di ogni rappresentazione appare inerente
alla natura delle cose.”58
La verità dovrà, perciò, essere connotata dalla coerenza, non dall’assolutezza.
In considerazione di ciò, scienze come la matematica, la logica e la geometria mostrano
ipotesi condivisibili poiché applicano le strutture conoscitive umane (tempo,
spazio e causa) all’ambito dei fenomeni senza pretese di assolutezza. Per
altro, è proprio attraverso queste strutture che le realtà si mostrano
enigmatiche, in movimento, irriducibili le une alle altre. La verità, sia da un
punto di vista correttamente metafisico sia da quello fenomenico, perde la
“divinità” (divinité) di cui era stata rivestita da tutta la tradizione
filosofica occidentale. Gli inni di Zarathustra (il Canto della danza, o
il Secondo Canto di danza), rappresentano, per de Gaultier, la
conclusione più consona alla realtà della vita fenomenica della filosofia di
Nietzsche, nonché la “parafrasi del nichilismo della Critica” (paraphrase du
nihilisme de la Critique).59
Essi sono inni alla vita gioiosi, sono inni d’amore all’evoluzione capricciosa
della vita. “Tutto ciò che appassiona, tutto ciò che è oggetto di desiderio o
di avversione, tutto ciò che vive è irriducibile alla nozione di verità proprio
in virtù delle stesse leggi della conoscenza.”60
Il Viaggiatore e la sua
ombra rappresenta, nell’ottica degaulteriana, il trionfo definitivo, in
Nietzsche, dell’“istinto di conoscenza”. E’ il sigillo dell’“illusione” che
interviene in ogni manifestazione vitale apportandovi la menzogna. Si tratta di
un’“illusione” caratterizzata dal fatto di non riconoscersi come tale ma di
ritenersi alla stregua della verità. Alla luce di ciò, quali atti dovrà
coerentemente compiere il filosofo che si sia privato del “potere” di ‘illusionarsi’
(pouvoir de s’illusionner) per farsi guidare dall’“istinto di
conoscenza”? E quale sarà la sua morale (essendo essa l’insieme degli atti
determinati da una particolare interpretazione della vita)? Dopo aver scoperto
l’origine sconosciuta ed inintelligibile dei fenomeni, essendo consapevole, del
resto, che essi una volta apparsi si ordinano secondo un rigoroso determinismo,
sapendo che l’io è uno di questi fenomeni, i metri (tradizionali) di
comparazione come verità o bontà svaniscono. Lo spirito, giunto a tale forma di
nichilismo, “ si interessa alla vita come ad uno spettacolo. La vita,
inesplicabile dal punto di vista della ragione, si giustifica attraverso il
proprio valore rappresentativo. La vita è uno spettacolo per uno spettatore,
questo in effetti può essere la chiave dell’enigma, ciò è la chiave dell’enigma
per colui in cui l’“istinto di conoscenza” ha conquistato la supremazia.”61
In questa ottica, il solo
concetto che rimane valido è quello di beau. Il sentimento della
bellezza contraddistingue un corretto esercizio dell’ “istinto di conoscenza”
puro; la bellezza è la “sensazione di gioia che rende possibile la percezione”,62è
il sentimento che, solo, può mettere in contatto l’uomo con il valore
rappresentativo dell’universo. In Nietzsche, il sentimento estetico ha il
potere di compensare l’uomo di tutto il dolore che il dramma vitale messo in
scena dagli istinti provoca. Nietzsche stesso, da uno stato di pessimismo nei
confronti della vita, e del nichilismo giunge, nell’ottica degaulteriana,
attraverso un distacco da Schopenhauer ad uno stato perfettamente estetico in
cui la caratteristica dominante è la gioia. “La bellezza è redentrice di ogni
dolore.”63
Ciononostante, secondo de
Gaultier, esiste una parte comune considerevole tra la filosofia di
Schopenhauer e quella di Nietzsche. Entrambi ritengono la volontà alla stregua
di spiegazione fondamentale del mondo: la “volontà di vivere” schopenhaueriana
e la “volontà di potenza” di Nietzsche sembrano avere lo stesso valore
esplicativo. Entrambi attribuiscono all’intelligenza un ruolo secondario,
subalterno alle esigenze della volontà. Secondo entrambi l’energia che agisce
nell’universo è unica e ritrova la propria legge in se stessa; contro ogni
pretesa di dualismo la loro concezione del mondo è rigorosamente monista.
Entrambi considerano il fatto morale come inesistente secondo le modalità
tradizionali: il libero arbitrio è una chimera, un’ “illusione”, il mondo in
realtà è retto da un “fatalismo assoluto” (fatalisme absolu).
Schopenhauer, inoltre, descrive nei termini più chiari il valore puramente
intellettuale della sua dottrina e di quella di Nietzsche in queste parole: “la
filosofia non esce mai dalla teoria, la sua essenza è di osservare ogni oggetto
che si offre ad essa mantenendo un ruolo di semplice spettatrice (volto solo
all’indagine), dare dei precetti non è suo compito.”64
Infine, entrambi riconoscono nel mondo l’esistenza del male e del dolore.
Il loro accordo termina su
questo punto: Schopenhauer, dotato di una sensibilità pessimista, condanna la
vita; Nietzsche, sotto la guida del proprio istinto dominante, assegna al
dolore il compito di essere un mezzo in vista della grandezza vitale. Gli
argomenti di Nietzsche contro le posizioni schopenhaueriane derivano,
essenzialmente, da una valutazione dei concetti di piacere e di dolore attuata
secondo un criterio diverso. Alla tradizionale idea di verità Nietzsche
sostituisce una nuova regola, un nuovo metro, quello dell’idea di potenza.65
Dolore o piacere sono, dunque, “sintomi” (symptôme) della forza o della
debolezza di un soggetto, cioè, dei suoi rapporti con la potenza. La morale di
Nietzsche si rivolge a coloro che sono forti, che riescono, cioè, ad accettare
che la vita sia lotta per la potenza; la morale di Schopenhauer è, invece, indirizzata
verso coloro che non hanno sufficiente potere di reazione nei confronti del
dolore procurato dalla vita. “Le due morali, l’una complementare all’altra,
l’una che glorifica, l’altra che biasima la vita, non sono che dei meccanismi
di suggestione.”66
I concetti nietzscheani di
apollineo e dionisiaco emergono, secondo de Gaultier, proprio da tale
convinzione. I greci hanno appreso il dolore dell’esistenza insito nella
sentenza del Sileno; essi, del resto, erano dotati di un impulso vitale assai
forte che li ha portati a superare il dolore grazie all’arte. Nella loro
concezione artistica, Apollo svela il carattere fittizio della vita fenomenica;
libera, attraverso il sogno, lo spirito dell’artista dalle illusioni. Dopo tale
tipo di liberazione, rimane solo la bellezza della rappresentazione plastica
della vita fenomenica. Questa bellezza è, inoltre, capace di emancipare l’uomo
dal dolore, essa trasforma il dolore in gioia in modo immediato non con
promesse future o con una “fuga” (fuite) dal mondo come, invece, fa la
morale cristiana. “L’arte ha, dunque, qui il ruolo che ha la morale ha nella
concezione socratica e, successivamente, nella concezione cristiana.”67
L’arte plastica è la riproduzione degli infiniti “travestimenti” (déguisements)
attraverso cui la vita si manifesta.
L’elemento dionisiaco opera
qualcosa di più importante: lacera, in modo irrimediabile, il velo di Maia. Con
questa operazione esso mostra all’uomo la fondamentale identità tra lui e tutti
i differenti aspetti dell’universo. Nella forma degli inni della tragedia greca
viene riassunta l’infinita diversità dei fenomeni: attraverso essa ogni
particella della vita viene ricondotta al soggetto. La consapevolezza che
l’uomo riesce così a raggiungere dell’identità tra se stesso e le realtà che
costituiscono la vita riesce a liberare dalla sofferenza. L’uomo comprende che
il dolore svanisce allorché la sua prospettiva cambia, allorché, cioè, da
attore della rappresentazione egli si trasforma in spettatore. “Ciò che l’arte
dionisiaca aggiunge all’arte apollinea è la coscienza dell’artista
dell’identità tra lo spettacolo e lo spettatore.”68
L’opera d’arte, il particolare esempio della tragedia greca, nell’equilibrio
tra dionisiaco ed apollineo, è capace (laddove, invece, verità e bontà
falliscono) di sciogliere l’enigma dell’esistenza. La comprensione che i mali
più orribili non sono che momenti della rappresentazione che si svolge entro il
velo di Maia porta l’uomo che è uscito dalla dimensione dell’illusione ad amare
la vita per quello che essa è. L’uomo guidato da un “istinto di conoscenza”
puro “amerà vedere la vita, e la vita umana, pungolata da più ardore, da più
vanità, da più amore di sé, da più frenesia, come un lettore di romanzi è avido
di più intrico, di più avventure si disgusta di quelle prose piatte in cui non
succede niente.”69
La vita è uno spettacolo per
uno spettatore; il filosofo al servizio dell’“istinto di conoscenza” è, dunque,
colui che sa riscoprire, interamente, questo ruolo. La massima virtù del
filosofo dovrà essere quella di ipertrofizzare, al massimo, nel suo spirito le
qualità dello spettatore. Egli chiederà alla vita solo di essere bella e di
realizzare questa bellezza con sempre maggiore intensità. La sua moralità
(l’insieme degli atti che lo portano a perfezionare il suo essere spettatore)
troverà la sua realizzazione più completa nella perfezione estetica. L’energia
di cui è dotato ogni uomo, nel caso del filosofo e dell’artista, sarà sempre
più distolta dalla realizzazione di atti (interesse primo, al contrario, della
maggioranza degli uomini e della vita stessa perché lo spettacolo continui) e
concentrata sull’“istinto di conoscenza”. Il riso e la danza di Zarathustra
insegnano a “trasformare ogni sensazione in percezione”, insegnano a divenire
uno spettatore dell’universo, insegnano ad amare la vita, insegnano, infine, l’amor
fati.
Esiste, tuttavia, un’altra
linea di sviluppo nel pensiero di Nietzsche: nella Geburt der Tragödie
aus dem Geiste der Musik l’adozione dell’“ottica dell’artista” è completa,
totale70
così come nei canti dello Zarathustra che abbiamo riportato e a cui si
riconnette de Gaultier. La scelta di Nietzsche di abbandonare questa ottica, o
di subordinarla ad un’altra appare anche in parti di Also sprach Zarathustra:
essa è, del resto, rintracciabile unitamente all’ “ottica dell’artista” in
quasi tutte le opere del filosofo tedesco. Non si tratta, secondo de Gaultier,
di una contraddizione vera e propria entro il pensiero nietzscheano: c’è, alla
base di questa scelta, un motivo ben più profondo, un parti pris di
natura “fisiologica”.
Innanzi tutto, bisogna notare
che, proprio per la sopravvivenza e l’attuazione dell’“istinto di conoscenza”,
la vittoria dell’“istinto vitale” è indispensabile. Nietzsche, consapevole di
tale necessità, evolve verso una nuova prospettiva, sceglie di schierarsi a
favore dell’“istinto vitale” che, pure, sembrava aver compromesso in modo
radicale.
La filosofia, come abbiamo
detto, è l’“oggettivazione” di un temperamento che ha preso coscienza di sé;
l’“istinto di grandezza” di Nietzsche ha la propria espressione perfetta nella
“filosofia epica” (philosophie épique) contenuta in Zarathustra.
L’uebermensch è, in questo contesto, un “simbolo” (symbole), è
l’uomo che si è proposto di sollevarsi di continuo al di sopra di sé; è l’uomo
che è “ponte e non scopo”, è l’aspirazione verso l’ hauter. Lo scopo
dell’uebermensch, del sursum, della specie superiore è quello di
spezzare le antiche tavole. Una volta raggiunto questo scopo particolare,
questo scopo “di circostanza” (de circostance) gli uomini nuovi
comprenderanno tutta la vanità della meta e, proprio in virtù dell’ “istinto di
grandezza”, aspireranno a qualcosa di ancora più elevato in una continua
tensione verso il superamento di sé. La filosofia nietzscheana appare, così,
come filosofia dell’ “istinto di grandezza”, libera da “qualsiasi presunzione
di finalità. Essa è la glorificazione epica di uno dei modi essenziali della
vita: della modalità secondo cui la vita evolve senza sosta verso il futuro. La
vita, per Nietzsche, consiste unicamente in questo movimento senza termine, nel
fatto stesso di questa evoluzione.”71
Inoltre,
alla luce dell’ “istinto di grandezza”, risulta ridefinita anche la distinzione
tra bene e male. Il bene da ricercare è tutto ciò che è in grado di tendere la
volontà e di aumentarne la forza; il male è, invece, tutto ciò che indebolisce
la volontà; in questo contesto, la virtù più elevata è la “crudeltà verso se
stessi”. L’“istinto di grandezza” stabilisce una disposizione comune, ma esso
non specifica gli atti particolari che l’uomo deve compiere per rafforzare la
volontà. Questo significa che la responsabilità di ogni individuo è quella di
crearsi la propria moralità, di scegliere gli atti in grado di esaltare la
forza e, quindi, di produrre un innalzamento.
Nietzsche formula anch’egli la
propria morale. Si tratta di una morale basata sulla “crudeltà verso se stessi”
e sulla continua tensione verso l’auto-superamento, risulta, perciò, complesso
precisarne dettagliatamente i contorni. “All’inizio della propria vita morale”
(au début de sa vie morale), il filosofo tedesco ha realizzato la
perfezione dell’ideale cristiano di rinuncia e di abnegazione: esso è, ormai,
per lui l’impresa più semplice. Questa fase di transizione è caratterizzata dal
‘risveglio’ dell’“istinto di conoscenza” ( ricordiamo che, data la sua
attitudine contemplativa, esso è simile, per molti versi, all’ideale cristiano
di rinuncia al mondo) e da una condizione fisica “patologica”(état
pathologique)72
che riduce la vitalità di Nietzsche al minimo. La filosofia che emerge da
questa condizione fisica ed intellettuale è una filosofia che rinuncia alla
vita e che, quindi, distrugge gli idoli necessari alla vita; essa è, cioè, in
grado di giustificare ed interpretare l’incapacità di vivere in cui si dibatte
Nietzsche. “Tutto ciò che rovina e disprezza la vita, la quale è in lui
diminuita e sentita come dolore, deve essere per lui causa di gioia.”73
In questa prima fase74,
dunque, l’“istinto di conoscenza” è l’istinto guida e la morale di Nietzsche
prevede che la virtù più importante sia la “crudeltà”. La morale della
“crudeltà” stabilirà la serie di atti necessari alla sensibilità di Nietzsche
ed i mezzi utili alla nascita dell’uebermensch.
Del resto, però, se la
sensibilità sofferente di Nietzsche nega la vita, egli la pretende sempre più
intensa; perciò egli crea un nuovo tipo di morale contraria al pessimismo della
prima, obbediente all’istinto di conservazione. Nietzsche, cioè, crea in se
stesso la “volontà di amare la vita.” Egli, incapace di vivere, abbandona
l’attitudine contemplativa che aveva conquistato grazie all’ideale cristiano ed
all’ “istinto di conoscenza” e si prepara ad affrontare la lotta vitale. “Ecco,
dunque, creata una morale in assoluto antagonismo, da una parte, con la morale
estetica formulata dalla scienza della conoscenza, dall’altra con la morale
cristiana.”75
Questo tipo di morale dovrà
essere in grado di indicare le norme utili alla vita; perciò, verrà condannata
una tendenza esclusivamente contemplativa. Lo spettatore, che non compie nessun
atto conveniente alla vita, non sarà più l’ideale di uomo preferibile, così
come la “scienza della conoscenza”, che non sostiene la menzogna indispensabile
alla vita, bensì la distrugge, non sarà più l’orientamento più valido da
adottare. L’elemento insostituibile per la vita è il “non-vero”, la menzogna
che crea e modella la realtà. L’uomo utile alla vita sarà, dunque, quello
capace, attraverso i propri gusti ed i propri desideri, di creare illusioni
forti. In questa ottica, il filosofo dovrà essere un uomo di azione, in grado
di imporre all’universo, seguendo la propria volontà di potenza, dei nuovi
significati e delle nuove interpretazioni che, per quanto “fittizie”,
sosterranno il mondo come rappresentazione che interessa ed appassiona gli
uomini. Il “conoscitore” (connaisseur) non è più, dunque (in parti dello
Zarathustra come Dei dotti, o Della conoscenza immacolata),
figura speculare del filosofo. Il “conoscitore” è colui per il quale la vita è
uno spettacolo per uno spettatore e secondo il quale la massima virtù consiste
nella contemplazione estetica della realtà intesa come rappresentazione; il
filosofo, al contrario, amando la vita, non può sottrarsi a quell’agire grazie
a cui la vita, sostenuta da menzogne sempre nuove, si perpetua.
Alla luce di questo interesse
vitale di Nietzsche, si spiega anche l’accanimento del filosofo tedesco nei
confronti del cristianesimo stigmatizzato come fattore distruttivo della
potenza della vita. In Nietzsche76
sono esposte, nel modo più ampio, le argomentazioni filosofiche della
“condanna” nietzscheana del cristianesimo. Le critica degaulteriana del
fenomeno religioso, della specifica forma storica del cristianesimo e del
cattolicesimo e degli idoli teologici risente delle tesi nietzscheane, anche se
il tono è assai meno violento rispetto a quello del filosofo tedesco.
Considerando l’impostazione di questa lettura nietzscheana (e per non ripetere
quanto già detto) si rimanda, per un approfondimento di questa tematica, alle
considerazioni precedentemente esposte.77
La feroce critica del
cristianesimo è determinata, in Nietzsche, dalla sua volontà di vivere e di
volere con sempre più intensità la vita. La caratteristica del fenomeno vita,
al livello del mondo umano, è quella di essere scontro continuo, duro e senza
concessioni tra i desideri e gli istinti degli uomini. In questo senso, la
condanna della nozione di uguaglianza tra gli uomini e di quella di pietà non
può essere più decisa. La disapprovazione da parte di Nietzsche del precetto
della pietà ha, nell’ottica interpretativa degaulteriana, un’origine quasi
“fisiologica”. Si può ipotizzare, seguendo de Gaultier, che Nietzsche abbia
provato in modo troppo profondo la pietà una volta realizzato alla perfezione
l’ideale cristiano. Grazie alla “crudeltà verso di sé” egli giunge a vincere la
propria sofferenza, ma rimane senza forze nei confronti della sofferenza
altrui. Egli ha vinto il dolore che il suo sentimento di pietà gli procurava,
ma esso si è, in qualche modo, esteriorizzato, trasferito negli altri. La virtù
della morale nietzscheana, la “crudeltà”, prevede adesso che lo stesso
sentimento sia vinto anche negli altri, senza possibilità che gli uomini si
sottraggano a ciò. “E’, dunque, una necessità, in qualche modo fisiologica, che
trasforma la crudeltà verso se stessi in una crudeltà verso agli altri.”78
Nietzsche condanna, inoltre,
anche altri precetti della cultura cristiana: l’aspirazione alla felicità la
quale risulta incompatibile con “crudeltà” (che, come si è chiarito è il mezzo
proprio dell’ “istinto di grandezza”), così come ogni tipo di eudemonismo
presente nel cristianesimo. L’eudemonismo, sia nella sua forma più rozza,
quella della morale degli schiavi, con la speranza in una felicità
oltremondana, sia nella rinuncia alla vita professata dall’asceta, si risolve
in una “fuga” fuori dalla vita, contro la vita. Nietzsche tenta di istituire in
legge per l’umanità l’ “istinto di grandezza” e, di conseguenza, definisce
“malvagia” ogni inclinazione contraria a questo istinto. Questa dottrina di
Nietzsche è rivolta verso una “terapeutica” (thérapeutique) capace di
fomentare le energie vitali fino a portarle ad un vero e proprio “parossismo” (paroxisme).
Il dolore non va fuggito; esso è, anzi, necessario perché obbliga l’uomo ad
aumentare la propria forza per vincere il male ed il dolore; il dolore è
indispensabile: esso è mezzo dell’uebermensch. Per questa ragione,
perché la presenza del dolore non solo sia costante ma anche in continua
crescita è necessaria la malvagità dell’uomo: essa è strumentale al dolore.
L’uomo deve essere pronto a diventare “più forte, più malvagio e più profondo,
e anche più bello”,79
secondo il volere del dio greco. Il senso delle parole di Dioniso è, dunque,
questo: se l’uomo vuole raggiungere l’uebermensch, egli deve essere in
grado di sopportare e dominare ogni tipo di dolore. L’uomo deve essere malvagio
perché la sua malvagità è l’origine del dolore: solo la fermezza di fronte al
dolore conduce alla realizzazione dell’uebermensch.
In questo sistema valutativo,
la più alta virtù è la “crudeltà”, i vizi più meschini sono la pietà e le virtù
egalitarie proclamate dal cristianesimo. Dio stesso non è sopravvissuto agli
uomini a causa del suo sentimento di pietà verso essi. La vita, la lotta, la
disuguaglianza, la guerra, prevedono che “muoiano coloro che devono morire, che
coloro che soffrono e che riducono la vita scompaiano dalla vita, cosicché,
almeno, si compia il loro destino.”80
Tutto ciò in vista di quel superamento incessante indispensabile alla vita e
all’uomo nuovo. La distinzione nietzscheana tra la morale dei “padroni” e la
morale degli “schiavi” acquista senso in questa prospettiva. I “padroni” sono
gli uomini che lottano in vista della potenza che la vita mette in palio; sono
gli uomini consapevoli che al di sopra della forza non esiste altro e che la
forza deciderà i valori e i disvalori. Essi sono gli uomini che accettano la
guerra come mezzo di conclusione del conflitto tra i loro desideri e i desideri
di altri uomini. La morale degli “schiavi” è, invece, originata da un
sentimento di debolezza. Gli “schiavi” sanno, più o meno consapevolmente, di
essere deboli e cercano, comunque, di vivere contro la legge della vita che è
dettata dall’ “istinto di grandezza”. Essi tentano di sovvertire il
procedimento attraverso cui la vita stabilisce i propri valori. Se, per i
“padroni” è la forza che decide cosa sia il bene, per gli “schiavi” il bene
consiste in qualcosa di diametralmente opposto alla forza.
E’ necessario, comunque,
ricordare che questo tipo di morale è, alla luce della filosofia dell’ “istinto
di grandezza”, una morale “di circostanza”. Una volta che sia stata domata la
“crudeltà verso di sé”, una volta che sia stata realizzata nella propria
perfezione la “durezza” (dureté) nei confronti degli altri, la tensione
al superamento stabilisce un nuovo tipo di moralità, del tutto contraria
rispetto a quella appena realizzata. La bontà, nelle parole di Zarathustra,
deve essere l’ultima vittoria su se stessi: da parte di coloro che sono capaci
di ogni malvagità deve essere, infine, preteso il bene. “A colui che non è più
frenato, nel suo slancio verso la potenza, dalla considerazione del dolore
altrui, la contraddizione di se stesso, mezzo della grandezza, ordina la
bontà.”81
La peculiarità dell’“istinto di grandezza” è quella di prevedere (a seconda
delle circostanze, del grado di civilizzazione, di cultura e di evoluzione
individuale) sia la morale della “durezza”, sia la morale della “rinuncia” che
genera un sistema di valori molto simile a quello cristiano. La critica di
Nietzsche al cristianesimo occidentale è motivata, nell’interpretazione di de
Gaultier, dal giudizio che il filosofo tedesco deduce dall’osservazione
dell’umanità europea del XIX secolo. Questa appare originata non da una forza
esuberante, fresca, eccessiva (come quella del barbaro per il quale la morale
della rinuncia cristiana rappresentava un mezzo della “grandezza”), quanto
piuttosto da una debolezza, pronta ad umiliarsi pur di sottrarsi alle lotte
troppo dure. Nietzsche scopre un’umanità caratterizzata da un’ “anemia”(anémie).
La bontà, la pietà potrebbero elementi integranti della morale dei “padroni” se
gli europei fossero, al contrario, un popolo sano, vigoroso. In questo caso,
infatti, la loro genealogia non sarebbe individuata nell’inversione dei valori
attuata dalla morale degli “schiavi”, del gregge. Piuttosto, pietà e bontà
potrebbero essere momenti importanti del processo di indefinito
auto-superamento che gli uomini forti affrontano.
Il pericolo più grande è
rappresentato dall’uniformità di trattamento previsto dalla morale cristiana.
La realtà umana è, infatti, refrattaria a processi di uniformazione. Ogni
individuo, ogni gruppo umano ed ogni razza sono caratterizzati, in effetti, da
una forza particolare, da un peculiare grado di energia vitale, da un egoismo
specifico. L’“inconscio” (incoscient) di ogni razza, gruppo o uomo,
nell’epoca della propria “pubertà”, sceglie le misure più idonee a trattenere
l’energia (se essa è troppo esuberante) o ad aumentarla (se essa è minima). La
scelta è compiuta nell’ “inconscio”, ma esiste, in qualche modo, anche una
conoscenza delle virtualità della razza o del gruppo; i provvedimenti, quindi,
sono adeguati alla particolare situazione.
In effetti, l’inversione dei
valori affermatasi originariamente nell’ambito giudaico è del tutto
comprensibile perché adeguata alle necessità del popolo ebraico. Un piccolo
popolo sottomesso dall’esercito assiro82
(utilizzando la facoltà del “bovarismo”) situa la realizzazione della propria
volontà di potenza al di là della vita terrestre dove questa volontà non ha,
evidentemente, modo di soddisfarsi, ma è, anzi, frustrata. Il movente
psicologico è, dunque, il “bovarismo” al servizio dell’“amor di sé” con il
quale il popolo giudaico riesce ad opporsi alla causalità che vige nel mondo e
ad inserire nella realtà la “finzione”. L’illusione “bovaristica” creata dal
popolo giudaico (quella che, secondo de Gaultier che interpreta Nietzsche ha
avuto le conseguenze più considerevoli in tutta la storia dell’umanità) è
grandiosa, è figlia di un atto di immaginazione supremo. Essa è il prodotto
della incrollabile “volontà di accecamento” (volonté d’aveuglement)
attraverso cui un popolo vinto rifiuta di riconoscersi come tale. La disfatta è
la punizione dell’offesa recata a Dio; non gli uomini hanno vinto Israele, ma
Dio ha voluto punire il proprio popolo. “L’inversione dei valori che seguirà e
che rovescerà tutto il mondo riposa completamente sull’invenzione di questa
falsa causalità, sul lavorio sotterraneo attraverso cui un piccolo popolo
orgoglioso proietta e trattiene nella propria coscienza le immagini capaci di
esaltarlo.”83
La genialità del popolo
giudaico va ammirata, laddove il cristianesimo di Paolo di Tarso (nonostante i
recuperi dalla filosofia platonica84)non
è che la “consacrazione” dell’inversione ebraica, l’universalizzazione senza
confini della morale propria della “fisiologia” di un popolo. L’impulso che ha
guidato il popolo giudaico a concepirsi diverso da quello che era è, inoltre,
“volontà di potenza”,85
aspirazione a vivere e ad immaginarsi secondo l’immagine più affascinante.
Paolo di Tarso, primo responsabile di questa seconda inversione, ha trasformato
questa religione particolare e generata da urgenze specifiche in una promessa
rivolta a tutta l’umanità. Egli, tuttavia, non ha tenuto conto delle energie,
dei desideri, delle “fisiologie” delle razze e dei gruppi che costituiscono
l’umanità stessa. La critica al cristianesimo è, perciò, innanzi tutto, rifiuto
della sua opera. Infatti, il pericolo più grande, per gli uomini, è quello di
“sostituire con un freno religioso costruito per un altro organismo quello che
una razza ha scelto per sé nel periodo divinatorio dell’istinto”.86
L’errore di Nietzsche è stato,
secondo de Gaultier, quello di non essersi fermato alla teorizzazione del
“bello” come concetto in grado di giustificare l’esistenza contenuta in Geburt
der Tragödie aus dem Geiste der Musik. Il superamento della nozione di
“bello” è, del resto, rivelatrice della tendenza dominante del pensiero
nietzscheano. L’interesse fondamentale di Nietzsche rifiuta con risolutezza
l’ipotesi che un qualsiasi elemento possa essere sottratto alla lotta per la
potenza: ogni fenomeno della vita deve partecipare allo scontro in cui le diverse
volontà si contendono la supremazia. Nietzsche sbaglia, però, perché l’idea del
“bello” non è corrotta, alterata come gli altri idoli teologici. Lo spirito
teologico, in effetti, temendone le manifestazioni concrete nell’opera d’arte
(troppo vicina ad ambiti come quello della sensazione o della volupté),
ha ridotto il “bello” ad un concetto accessorio, ad un attributo di secondo
piano delle idee di bene e verità.
La Geburt der Tragödie
dimostra, in termini chiari, la consapevolezza di Nietzsche che la vita,
ingiustificabile da un punto di vista etico tradizionale, trova la propria
ragion d’essere e la propria giustificazione nel sentimento estetico che “sorge
nello spirito umano come ultima filiazione e che oppone ai pesi del dolore i
valori più profondi della bellezza.”87
Solo portando alle estreme conseguenze questo tipo di concezione Nietzsche
avrebbe potuto fondare, in modo adeguato, la teoria dell’ “eterno ritorno”;
egli avrebbe, cioè, legittimato la volontà che tutto ritorni eternamente.
Secondo de Gaultier, infatti, la nozione dell’ “eterno ritorno” richiede, di
necessità, il riferimento alla gioia dello spettatore, ad una gioia estetica
che sia più profonda della sofferenza che l’uomo prova in quanto attore della
rappresentazione, una gioia che gli faccia esclamare “orsù, di nuovo”.88
Nietzsche, tuttavia, non ha introdotto nel suo pensiero “questo intervento del
senso estetico che avrebbe giustificato la teoria del Ritorno.”89
Per de Gaultier la concezione
dell’ “eterno ritorno” non può, da un punto di vista logico, essere
coerentemente inserita nel sistema della filosofia nietzscheana; “essa è
eccentrica”.90 Del resto,
tale concezione è legata alla sensibilità dell’uomo Nietzsche e,
inconciliabile, a livello logico, con la possibilità dell’uebermensch:91
essa trova la sua spiegazione unicamente alla luce di una “logica della
sensibilità” (logique de la sensibilité) individuale. Per Nietzsche,
cioè, la vita tende, indefinitamente, verso l’hauteur e questa “altezza”
è conquistata attraverso la lotta dell’uomo (generata dalla “crudeltà verso se
stessi”) con ciò che egli ha di più caro. La teoria dell’ “eterno ritorno”
rappresenta, in questo scontro mai concluso, lo sforzo supremo che l’uomo deve
compiere in vista della potenza. “Nietzsche, in ragione di un amore della
grandezza spinto fino al parossismo, inventa, dunque, la concezione del
cerchio, la concezione dell’eterno ritorno di tutte le cose che esclude la
possibilità di un progresso senza fine.”92
Zarathustra dovrà, quindi, ergersi, alla fine dello scontro, vincitore
dell’“eterno ritorno”, dovrà rendersi padrone del cerchio ed il suo rire
dovrà essere capace di sollevarsi al di sopra del ritorno di tutte le cose.
Inoltre, Nietzsche con la
figura dell’uebermensch esalterebbe una delle due tendenze che, secondo
de Gaultier, dominano l’esistenza: il principio di accelerazione. La concezione
dell’ “eterno ritorno”, che rappresenta il secondo principio del movimento
vitale, quello di arresto, potrebbe essere accettabile se essa, nell’ottica
nietzscheana, avesse la stessa portata del primo. L’uebermensch e
l’eterno ritorno dovrebbero, quindi, essere interpretati, per de Gaultier, come
delle rappresentazioni “mitologiche” (mythologique) delle due tendenze
che, a seguito di un compromesso tra di loro, agiscono nella vita, come due
concezioni che, attraverso un compromesso, sono in grado di spiegare la
formazione del reale, come due artifici del pensiero. Nietzsche tende, però, ad
assolutizzare queste due linee. Solo attraverso il loro compromesso esse
possono governare il fluire degli elementi che compongono la rappresentazione
vitale. Al contrario, “le due concezioni del superuomo e del ritorno, prese
l’una e l’altra come realtà assolute, si escludono.”93
Nondimeno, de Gaultier
legittima l’esistenza, nella filosofia di Nietzsche, di questa contraddizione
presentandola come il prodotto di una sensibilità specifica. Inoltre, per
l’autore, questo contrasto interno al pensiero nietzscheano risulta assai
fecondo: esistono, infatti, alcuni “errori” che sono “più belli delle verità”.94
Tuttavia, a livello filosofico, de Gaultier non questa antinomia: le nozioni di
uebermensch e di “eterno ritorno”, intese come assolute, sono
contraddittorie da un punto di vista puramente logico. Esse, peraltro, sono
discutibili anche in considerazione delle leggi della vita: essa si dà,
infatti, mediante un movimento indefinito in cui i rapporti tra i fenomeni
sono, spesso, incalcolabili. Infine, come si è detto,95
la vita è caratterizzata dalle “novità” che provengono da regioni sconosciute
in cui regna il “mistero”.
Nietzsche ha constatato che il
sentimento della gioia è più profondo di quello del dolore, nonostante ciò, a
causa del timore di una costruzione troppo logica e definitiva della vita, non
ha precisato né la natura, né il “mistero” di questa gioia che, pure, è tale da
far desiderare che, di nuovo, ogni istante si ripresenti. Nietzsche si è
astenuto perché ha avvertito queste conclusioni come delle certezze. Egli segue
fino in fondo i dettami della “crudeltà verso sé”: poiché questo atteggiamento
è, ormai, per lui il più semplice, Nietzsche si schiera per il parti pris
in favore della vita (contro, quindi, l’“istinto di conoscenza”) e sceglie,
nella Der Wille zur Macht, di misurare “il valore di un uomo dal suo
potere di sostenere l’incertezza e di amarla.”96
La maggiore preoccupazione di
Nietzsche è che un qualsiasi valore possa essere posto al di sopra della forza.
Nell’ottica degaulteriana, però, questo pericolo non esiste perché la
genealogia del sentimento estetico va riscoperta nel processo evolutivo della
forza stessa. Una prima fase, di questo processo, è quella in cui l’attività
umana, suscitata dal desiderio, crea degli scopi che divengono così dei bisogni
umani. In questa fase viene istituita la lotta attraverso cui l’attività dà un
valore agli oggetti e cerca di impadronirsene; si tratta di una fase in cui
l’attività è strettamente delimitata dalle mete che si è data. Una volta che
questi scopi siano stati raggiunti, qualora l’energia dell’atto non si sia
completamente esaurita nello sforzo verso l’oggetto essa tende a rivolgersi
verso “la contemplazione pura e semplice del proprio impiego”.97
L’origine del “sentimento estetico” va ritrovata, secondo de Gaultier, in
questa energia non utilizzata nell’atto.98
Il “sentimeno estetico” è, cioè, di natura secondaria, perché esso si dia è
necessario che, precedentemente, si sia sviluppata un’energia volta al
soddisfacimento di desideri e bisogni. Esso ha, come propria condizione un’
“eccedenza della forza” (excédent de force); esso è vincolato
all’esistenza di un surcroît della forza. Il senso estetico “fiorisce
sulla forza e si manifesta, così, come una condizione di esuberanza
dell’attività. Ma constatare che deriva dalla forza non significa affatto
differenziarlo dalle altre categorie di atti che hanno tutte la medesima
origine.”99
Nietzsche, invece, nelle sue
ultime opere non ha voluto seguire questo tipo di genealogia, anzi, nel Götzendämmerung,
egli ha riportato i concetti di beau e di laid all’idea di ciò
che, a livello psicologico, esalta o indebolisce l’uomo. In questo modo,
secondo de Gaultier, la categoria degli atti guidati dal senso estetico si
confonde, in modo irrimediabile, con quella degli atti etici; “l’estetica
viene”, così, “negata.”100
Secondo de Gaultier, dunque,
Nietzsche è giustificabile perché, spinto da un’istanza critica contro ogni
forma ideologica, è pervenuto alle conclusioni adeguate a tale preoccupazione.
Egli ha, però, finito per oltrepassare la meta della sua vocazione filosofica.
Sarebbe stato necessario, contro ogni idea di assoluto o, di esistenza “in sé”,
ammettere che al di sopra della forza non esiste altro e che l’idea del
“bello”, come quella del bene, sorge dalla forza stessa, da un “eccesso di
forza”. In base all’interpretazione degaulteriana, si rivela del tutto inutile
affermare che il sentimento estetico e le produzioni artistiche siano ennesimi
mezzi per stimolare la vita ed esaltare le forze presenti nella disputa per la
potenza. Infatti, come si è detto, il “sentimento estetico” non aggiunge nessun
grado di energia in più alla forza, bensì esso nasce da una sovrabbondanza
della forza. A ben vedere, il sentimento estetico non è un potenziante degli
atti, esso è, anzi, “tutto il contrario: è un peso per l’atto.”101
La critica di de Gaultier si
rivolge anche a ciò che egli chiama “spirito di pesantezza” (esprit de
pesanteur). Esso, infatti, è, secondo l’autore, un “regime morale” (moral
regimen),102dunque,
criticabile come qualsiasi altra forma etica. Peraltro, lo “spirito di
pesantezza” ricopre un ruolo positivo nell’ambito della rappresentazione
cosmica. Nonostante Nietzsche, come detto, esalti la tendenza per cui la vita
vuole continuamente superare se stessa, nell’universo vige un’altra attitudine
a questa contraria. L’esistenza, per poter divenire percepibile, per poter
essere necessita, infatti, anche di un potere di arresto. Lo “spirito di
pesantezza” (che de Gaultier interpreta come un’ulteriore definizione del
potere di arresto) trova una sua utile applicazione come mezzo per rallentare
la fuga incessante, la frenesia senza tregua del principio di accelerazione. Lo
“spirito di pesantezza” può essere accettato, quindi, come un mezzo di
comprensione del reale; ma non può essere ammesso diviene un sistema di leggi
morali universale. Nondimeno, è indubbio, per de Gaultier, che, a livello
umano, esso può essere utile, quale insieme di atti da compiere, per coloro che
sono troppo “leggeri, come nel suo di Nietzschecaso.”103
De Gaultier, comunque, è,
secondo le sue stesse parole, un “ammiratore” del pensiero nietzscheano. Dal
suo punto di vista, anzi, è più importante un’ammirazione, perché prodotta
dall’attività del sentimento estetico, di un semplice accordo logico. Tuttavia,
l’autore si riserva di precisare come la sua idea filosofica fosse già matura
quando egli ha conosciuto l’opera di Nietzsche. “Nietzsche è stato uno dei più
bei contatti della mia vita. Ma egli, come me, è in debito nei confronti di
Schopenhauer per l’orientamento iniziale del suo pensiero. Anche se la
filosofia di Nietzsche e la mia possono differire da quella di Schopenhauer,
egli è il nostro comune predecessore. Le mie concezioni filosofiche erano,
comunque, già definitivamente formate (quando l’ho conosciuto) perché Nietzsche
potesse esercitare su di esse un’influenza considerevole. Ma nessuna mente è
mai stata più genuinamente consanguinea della mia; egli ha fatto finire la mia
solitudine.”104
Per Bergson le azioni “libere”
sono spesso quelle in cui: “troviamo che ci siamo decisi senza ragione, forse
anche contro ogni ragione. Ma, in certi casi, è questa precisamente la miglior
ragione.”105 Secondo
Parodi, de Gaultier si inserisce nel movimento culturale francese che dei
filosofi francesi che hanno portato alle estreme conseguenze questa
affermazione di Bergson, rifacendosi anche al pensiero di Nietzsche. Figure
come Rauh, Belot e de Gaultier fanno parte di quella filosofia che Parodi
chiama “amoralismo individualista” (amoralisme individualiste). Essa,
nella sua interpretazione, si riconnette alla filosofia bergsoniana come pure
fanno il “modernismo cattolico” (modernisme catholique) ed il
“sindacalismo rivoluzionario” (syndicalisme révolutionnaire).106
L’opera di de Gaultier, pur non mancando né di originalità né di vigore,
porterebbe le concezioni bergsoniane alle loro conclusioni estreme. Le tesi
morali, l’ipotesi metafisica, la concezione della vita come spettacolo di de
Gaultier sono, secondo Parodi, molto vicine alle teorie metafisiche bergsoniane
e, in particolare, con la concezione dell’élan vital. Per Parodi, però,
se Bergson tende a restaurare una forma di realismo, la specifica concezione
idealistica di de Gaultier risulta assai criticabile. Porre all’origine del
reale un principio irrazionale è, infatti, secondo Parodi, un’operazione
essenziale ad ogni forma di realismo “poiché significa porre qualcosa
di fondamentalmente irriducibile e inassimilabile all’idea”.107
De Gaultier appare, però,
piuttosto critico nei confronti di tutta una serie di affermazioni della
filosofia bergsoniana. Esiste, nel pensiero di Bergson, una parte assai valida
ma, d’altra canto, diverse conclusioni rientrano, per de Gaultier, nell’ambito
della “filosofia ufficiale” guidata dallo spirito teologico.
De Gaultier concorda con alcune
dichiarazioni contenute nell’Évolution créatrice.108
In particolare l’autore rileva come alcune notazioni circa il “carattere
cinematografico” (caractère cinématographique) del meccanismo della
conoscenza scientifica e circa l’impossibilità di una spiegazione del
“continuo” in termini di “discontinuo” gli erano apparsi come illustrazioni
perfette della forma di “bovarismo” che egli chiama “della conoscenza”. Secondo
questa nozione, una valida conoscenza è realizzabile solo secondo una
connotazione approssimativa, solo nell’à peu près. In tale contesto, i
concetti di “continuo” e “discontinuo” rappresentano le prospettive entro le
quali, solamente, si può conoscere la realtà (che, secondo de Gaultier, non è
né continua né discontinua). La concezione bergsoniana prevede, invece, che la
realtà stia nel “continuo”. La critica di de Gaultier si rivolge contro questa
concezione ed in particolar modo contro un’operazione che ricorda quelle dei
realisti del Medioevo. Essi, come Bergson, tendono ad attribuire ad idee
astratte una realtà concreta, ad idee generali, che sono “mezzi” interpretativi
del meccanismo di formazione della realtà, una esistenza concreta.
Bergson esegue la stessa,
illegittima, operazione quando fa del “continuo” (mezzo per comprendere la
realtà) la realtà stessa; egli non fa che compiere, come Platone (e come tutti
i filosofi dell’“istinto vitale”), una “realizzazione di astratti”. In effetti,
nell’ottica degaulteriana, una simile concezione della realtà, ridotta alla
“durata” pura, alla qualità ed al continuo, significa concepire la realtà alla
stregua di un “fantasma” (fantôme).109
Bergson ha “ipostatizzato” (hypostasié), dei due mezzi (il “continuo” ed
il “discontinuo”) che lo spirito adotta per conoscere la realtà così come essa
va correttamente conosciuta, cioè nell’à peu près, solo il “continuo”.
Egli ne ha fatto una realtà assoluta come, del resto, ha fatto con il concetto
di “durata”.110
Bergson ha “inventato”
l’intuizione proprio per comprendere questa realtà ‘simulacro’ concepita al di
fuori delle prospettive dello spazio e della quantità. L’“intuizione” è, nel
linguaggio bergsoniano, il mezzo in grado di penetrare quella conoscenza che,
invece, per de Gaultier rimane inaccessibile. Attraverso l’“intuizione” Bergson
tenta, cioè, di giungere alla conoscenza assoluta. Egli, servendosi
dell’intuizione, tende a realizzare l’adæquatio rei et intellectus. Egli
cerca di rimuovere dalla conoscenza ogni carattere “relativo” (relatif):
il suo tentativo è quello di fondare una conoscenza che, a ben vedere, va oltre
l’indefinita relazione tra un oggetto ad un soggetto. Bergson sottrae ai “dati
immediati della coscienza” lo spazio (ed i concetti quantitativi insiti entro
la nozione di spazio). In questo modo, però, l’atto conoscitivo viene, per de
Gaultier, privato della relazione soggetto/oggetto. Ma, ciò provoca uno stato
di confusione tale per cui oggetto e soggetto non sono più distinguibili ed una
condizione in cui, quindi, non è più possibile alcun tipo di conoscenza valida.
Significa, inoltre, che Bergson ha creato una modalità nuova della realtà
privandola dei concetti di quantità, di “tempo spaziale” (temps spatial:
elemento anch’esso indispensabile nella peculiare concezione degaulteriana di
“durata”) e di “discontinuo”, mediante un utilizzo improprio della ragione.111
In effetti, secondo de
Gaultier, risulta impossibile concepire una realtà che sia caratterizzata
solamente dalla qualità, dalla durata temporale e dal “continuo”. La realtà,
infatti, sussiste, per de Gaultier, esclusivamente nella contemporanea
relazione tra “continuo” e “discontinuo”. La realtà è, nella parte valida della
filosofia bergsoniana, caratterizzata dall’élan vital: da uno slancio,
cioè, orientato verso un’altezza indefinita. Giunto ad un determinato livello
di altezza, la realtà si divide da se stessa; una parte di essa continua ad
elevarsi, un’altra parte, invece, ricade verso il basso; questa seconda parte
si ferma, nella sua caduta, solo incontrando lo “slancio” che resiste alla
forza diretta verso il basso. La realtà che noi conosciamo si forma negli stadi
in cui la tendenza verso l’alto riesce a sollevare di nuovo le parti
distaccatesi oppure a rallentare la loro discesa.112
L’errore di Bergson è stato
quello di considerare la realtà così prodotta come una realtà inferiore. Egli,
riproducendo in termini scientifici il messaggio della Bibbia, la “sensibilità
messianica”, ritiene che questa realtà sia corrotta, sia una deformazione di
una realtà più vera, sia “simbolo”(symbole) di una “caduta” (chute).
L’“intuizione” di cui parla Bergson ha, in questo contesto, il ruolo del
“Messia redentore”(Messie rédempteur): esiste una realtà
perfetta, un élan vital puro che, però, degenera. La realtà fenomenica è
prodotto della “caduta” dello “slancio vitale” verso il basso. La necessità da
cui l’uomo è guidato è quella di ottenere di nuovo la purezza e la perfezione
dello stato primitivo dello “slancio”; è quella di liberarlo da ogni corruzione
fenomenica. Questa purezza primitiva dell’élan va riconquistata
“nell’assoluto di una conoscenza in cui l’oggetto di questa conoscenza (in
contraddizione con ogni conoscenza possibile) si confonderebbe e si
identificherebbe con il soggetto che la sostiene.”113
La conoscenza adeguata (quella
rivolta ai fenomeni i quali sono la sola realtà che possiamo percepire) si
forma nel punto in cui lo “slancio vitale” e le particelle staccatesi da esso
stesso si incontrano. La conoscenza si dà, cioè, necessariamente nella
dimensione del “discontinuo”. Essa è integralmente ciò che deve essere poiché
“conosce nel discontinuo una realtà data nel discontinuo”.114
Bergson evoca, con
l’“intuizione”, un “esodo” (exode) del soggetto verso l’oggetto, verso
una trasposizione integrale del soggetto nell’oggetto; tuttavia egli non compie
mai “il salto nell’assoluto” che, pure, l’“intuizione”, pure, rende possibile.
Egli si ferma al limite in cui una parte del soggetto rimane irriducibile
all’oggetto, fuori di esso. Questa restrizione di Bergson è, secondo de
Gaultier, dovuta ad “un intervento soggettivo”; essa, comunque, prova, in modo
sufficiente, che la conoscenza è realizzabile solo “nella relazione
dell’oggetto con il soggetto”.115
La filosofia bergsoniana è,
dunque, per de Gaultier, accettabile, in quanto fissa i limiti della ragione,
mostra il carattere inadeguato della conoscenza legittimamente razionale (o,
per usare un termine prettamente degaulteriano, “intellettuale”).116
Esiste, però, una parte del pensiero di Bergson che va respinta. L’“intuizione”
è, infatti, un’ulteriore incarnazione di quello “spirito teologico”. Questo
tenta di cogliere l’assoluto non tenendo, peraltro, conto del fatto che la
realtà è, nella propria essenza, relazione tra un soggetto ed un oggetto senza
possibilità di un adæquatio integrale. Questo secondo versante del
sistema bergsoniano rifiuta la realtà, non accetta ciò che è, a ben vedere, la
filosofia (ossia, l’osservazione di come accadano le cose) e “vuole che le cose
siano altrimenti, diverse da quello che sono”.117
Il maggiore errore di Bergson è quello di non accettare il fatto che
l’esistenza, per conoscersi, per darsi a se stessa come conoscenza, è costretta
a rappresentarsi in una serie indefinita di stati di conoscenza. Questi si
presentano, per de Gaultier, come ressemblances, senza possibilità di
identità; questa causerebbe la soppressione delle condizioni dell’esistenza e
della conoscenza stessa.
Attraverso
il “salto verso l’assoluto” rappresentato dall’“intuizione”, Bergson fa
rientrare nel proprio sistema concetti come quello di libertà umana. Essa è,
però, come si è detto, un idolo che non può sussistere: l’uomo, infatti, fa parte
della realtà fenomenica retta dal rigoroso determinismo degaulteriano; egli non
è un’eccezione in questa realtà è, piuttosto, sottoposto alle medesime leggi di
essa.
La filosofia bergsoniana si
integra, così, nel panorama della “filosofia ufficiale”. Malgrado la differenza
dei metodi impiegati, Bergson reca alla “filosofia tradizionale” nuovi
argomenti ed originalità.118
Secondo de Gautlier, il successo del pensiero bergsoniano (a livello
universitario) è dovuto al fatto che egli, dopo aver dato un’interpretazione
adeguata della realtà e della conoscenza (come necessariamente approssimativa),
fa rientrare in questa riflessione filosofica concetti come l’“intuizione”, a
livello conoscitivo, e la libertà, in ambito morale. L’immagine del reale come
prodotto dell’incontro tra una forza che tende verso l’alto (l’élan vital)
ed una “forza” che de Gaultier chiama “della pesantezza” (force de la
pesanteur) è un’illustrazione adeguata dei mezzi di creazione della realtà
fenomenica. Ma Bergson, fedele alla “sensibilità messianica”, immagina che ci
sia uno stato di purezza da ripristinare, uno stato “paradisiaco” (paradisiaque)
da ottenere di nuovo liberandosi, attraverso l’intuizione, dal peccato e dalla
corruzione prodotti dalla caduta primordiale.119
Il ruolo dell’Università è,
nella concezione degaulteriana, quello di fornire un insegnamento filosofico e
di definirne l’oggetto; Bergson nega questa possibilità, ponendo l’oggetto
della filosofia al di là di ogni possibilità di insegnamento.120
Dopo aver concluso “in analisi sostanziali (che rimangono la parte valida della
sua opera) alla necessaria inadeguatezza di ogni conoscenza realizzata in
termini intellettuali”, 121 Bergson,
però, assicura, mediante la concezione dell’“intuizione”, la possibilità una
conoscenza assoluta. L’affermazione della libertà morale e dell’“intuizione”
come modo adeguato per la conoscenza assoluta rientrano negli interessi della
“filosofia ufficiale” e tale “comunanza nello scopo” (communauté du but)
spiega, secondo de Gaultier, l’indulgenza che rappresentanti della “filosofia
universitaria”, come Parodi, hanno testimoniato nei confronti delle analisi
bergsoniane.
In considerazione di quanto
precisato, l’interpretazione di Parodi, secondo la quale de Gaultier è un
“bergsoniano”, risulta discutibile. In effetti, sembra più corretta l’analisi
del pensiero di de Gaultier compiuta da Benrubi.122
Questi afferma che de Gaultier non è un antagonista sistematico delle teorie
bergsoniane. La concezione del “bovarismo” o il sistema generale dell’autore, denominato
“esteticismo epistemologico” (esthéticisme épistémologique), possono,
però, essere considerati quali tentativi di superare l’intuizionismo ed il
realismo di Bergson. In effetti, de Gaultier ammette un insieme di
argomentazioni bergsoniane (soprattutto, come abbiamo notato, il carattere
approssimativo della conoscenza scientifica) così come ammette il genio
filosofico di Bergson.
Alcune tesi degaulteriane,
inoltre, sembrano contenere echi della filosofia bergsoniana. La concezione
della “durata”, innanzi tutto: anche se, per de Gaultier, la durée è un
procedimento di costruzione del reale che si articola secondo una dimensione
temporale, qualitativa ma anche attraverso una dimensione spaziale,
quantitativa. L’uomo, che è un essere naturale privo di prerogative
particolari, non può sottrarsi a queste due dimensioni: solo mediante esse egli
può tentare di regolare il proprio io, di organizzare la propria coscienza e di
strutturare la propria conoscenza. Pare possibile riscontrare un ulteriore eco
bergsoniano nella concezione degaulteriana degli atti umani. La riflessione su
un atto, alla luce della teoria del “bovarismo”, appare a de Gaultier un
elemento di impoverimento, di degradazione della pienezza vitale; è, per altro,
impossibile per gli uomini sottrarsi a questo meccanismo proprio perché è
inammissibile una comprensione completo dell’oggetto da parte del soggetto che
su esso riflette.
La critica degaulteriana più
forte riguarda la pretesa di Bergson di superare la conoscenza scientifica, la
pretesa che oltre questa conoscenza se ne dia un’altra più rilevante e capace
di cogliere l’oggetto nella sua realtà adeguata. L’intuizionismo è, secondo de
Gaultier, il procedimento di tale aspirazione ma esso non fa altro che
sopprimere il fatto della conoscenza. Questo richiede, necessariamente, la
compresenza di due termini irriducibili l’uno all’altro ed è causa di una
deformazione del reale inevitabile sia in considerazione della struttura
dell’esistenza sia di quella della conoscenza. L’esistenza, connotata dal
desiderio di conoscere se stessa, è un fatto di pensiero; essa è l’aspetto
oggettivo del pensiero, la rappresentazione, mentre la conoscenza ne è
l’aspetto soggettivo.123
L’intuizionismo bergsoniano tende a riassorbire in un assoluto questi due aspetti;
ma ciò, alla luce della teoria metafisica del “bovarismo”, della “visione
spettacolare-intellettuale” equivale ad abolire non un aspetto dello spettacolo
ma l’intera rappresentazione universale per gettare l’esistenza nel nulla e la
conoscenza nell’incoscienza.
1 PALANTE, La philosophie du Bovarysme : Jules de Gaultier, cit.,
p. 77: le mieux l’attitude du contemplateur par son pur détachement
intellectuel..
2La sensibilité métaphysique, cit., p. 120.
3 Ivi, p. 121.
4 Ivi, pp. 118-119, soprattutto, p. 119 : toute réalité est
perfection.
5 G. PALANTE, La philosophie du Bovarysme, cit., p. 78: comme le stoïcien à la sagesse et à la
félicité par le règne de la Raison.
6 Ibidem: eudémoniste, éthique ou ascétique.
7 Cfr. WILMOT E. ELLIS, Bovarysm: the art-philosophy of Jules de
Gaultier, cit., pp. 14-15.
8 La philosophie officielle et la philosophie, cit.,
p. 17 : la raison n’est autre chose que la part constante de
l’expérience, la somme des éléments qu’à l’analyse on rencontre dans toute
l’expérience.
9 Ivi, p. 29: Kant a prétendu découvrir la raison pratique par les mêmes
procédés d’analyse dont il avait usé pour découvrir la raison théorique.
10 Ivi, p. 28: le nom d’une faculté qui a pour fonction de faire des modes
de l’action des objets de connaissance, il attribue le nouveau pouvoir,
totalement étranger aux propriétés dont il l’a pourvue, de décider, parmi la
diversité des modes où l’action se manifeste, lesquels sont légitimes et
lesquels illicites.
11 Cfr.,
supra, p. 101, in nota, numero 392.
12 G.W.F. HEGEL, Enzyklopaedie der philosophischen Wissenschaften im Grundrisse, 1830, introduzione (trad. it.Bari 1989).
13 Cfr. supra, p. 144. Cfr., inoltre, J. DE GAULTIER, La sensibilité
Metaphysique, cit., pp. 172-174, p. 182.
14 Cfr., supra, pp. 144-145.
15 J. DE GAULTIER, Nietzsche et la réforme philosophique, cit., p. 23.
16 W. E. ELLIS, Bovarysm, the Art-Philosophy of Jules de Gaultier,
cit., p. 37: Schopenhauer is the only philosopher that has profoundly
influenced my thought. He initiated me into the indouistic and pantheistic
conception of the world. He performed for me the inestimable service of weaning
me from all dualistic, deistic and creationistic occidental philosophy, which
to me is as unintelligible as it is fanciful. Si tratta di una sorta di
‘intervista epistolare’ che Ellis fa a de Gaultier. Il filosofo francese
risponde, attraverso una missiva, alle domande contenute in una precedente
lettera di Ellis. Quella riportata è, dunque, la
traduzione inglese (a cura di Ellis) del testo francese di de Gaultier.
17 Nietzsche et la réforme philosophique, cit.,
p. 221: ils les retireront des choses.
18 Ivi, 223.
19 Ivi, p. 226: une attitude d’utilité, une interprétation de l’univers; la
justification motivée d’une tendance physiologique.
20 La sensibilité métaphysique, cit., p. 114.
21 J. DE GAULTIER, La
fiction universelle, cit., pp. 235-277, l’articolo si intitola Le Bouddhisme
en Occident, era stato pubblicato sul “Mercure de
France” (febbraio 1898). Per la critica dell’opera di Jean Lahor
rimandiamo soprattutto alle pagine finali del saggio in cui de Gaultier mostra
la particolare interpretazione data del Buddhismo alla luce degli interesse
vitali di una particolare “fisiologia” occidentale.
22 Ivi, p. 239: le point de vue d’illusionnisme.
23 Ivi, p. 240: une âme purement hindoue réincarnée en un cerveau génial.
24 Cfr., supra, p. 30 ss.
25 Ivi, p. 243: des compromis avec la Vie.
26 Ivi, p. 245: de la sagesse hindoue. De Gaultier cita, a sostegno di tale tesi, il
testo di H.B. BREWSTER, L’âme païenne, Paris, 1902.
27 Ivi, p. 247: choisi par l’instinct divinatoire d’un organisme sain et
armé pour vivre.
28 Ivi, p. 273: la fougue de son activité se brisait douloureusement à
l’horreur de la mort; il s’est enivré à la source bouddhique de la gloire de la
mort. L’énergie de son activité lui a recrée une illusion neuve dont il ne sait
plus voir la vanité : l’illusion du progrès garant du bonheur futur et
substituant la justice à la fatalité.
29 Ivi, p. 250: avec sérieux, il est absorbé avec avidité.
30 Ivi, pp. 263-267.
31 La sensibilité métaphysique, cit., p. 114: par delà la
quadruple racine du principe de la raison suffisante; du miracle et de
la foi.
32 Ivi, pp. 122-123: un mysticisme d’ordre moral.
33 L’articolo in questione, poi
riprodotto in De Kant à Nietzsche, era apparso nella “Revue blanche” del
dicembre 1898.
34 F. NIETZSCHE, Jenseits von Gut und
Böse, cit., 6: riportato da de
Gaultier in De
Kant à Nietzsche, cit., p. 252.
35 Ivi, p. 256-257.
36 Ivi, p. 254.
37 Ivi, pp. 273-274: là où Kant déduit, Nietzsche contemple d’une vue
directe; là où Kant fait de l’algèbre, Nietzsche manie des réalités. Son don
philosophique et génial se manifeste par le choix des concepts sur lesquels il
pose ses affirmations et ses dénégations, par l’angle qu’il ouvre à la vision,
inondant les idées d’une lumière soudaine. La philosophie, chez Nietzsche,
existe à l’état d’anatomie parfaite.
38 Nietzsche et la réforme philosophique, cit., p. 22 : il n’est point de force au-dessus de la force.
39 Cfr., a proposito, J. DE
GAULTIER, Nietzsche, Paris 1926, soprattutto, p. 24 e pp. 26-29.
40 De Kant à Nietzsche, cit., p. 263: Nietzsche lui-même est une incarnation de l’instinct de puissance, de
l’instinct de grandeur, il est celui qui met sa joie dans la conscience de sa
force e qui veut sans cesse s’élever au-dessus de lui-même. Cfr. Nietzsche, cit., pp. 20- 25.
41 F. NIETZSCHE, Jenseits von Gut und
Böse, cit., 239: citato da de Gaultier ivi, p. 264.
42 Cfr., inoltre, Nietzsche,
cit., pp. 48-57.
43 De Kant à Nietzsche, p. 267: cesse d’être la chose la plus difficile, il perd sa valeur et
s’il est devenu pour l’exercice un instinct naturel, s’il est devenu la chose
la plus facile, il è aussitôt méprisable et ennemi.
44 De Gaultier non specifica
questo interessante rilievo. L’autore, probabilmente, si riferisce all’ambiente
familiare, fortemente religioso-protestante, in cui Nietzsche è cresciuto
(nella sua infanzia a Naumburg molta importanza ha avuto la lettura della
Bibbia). De Gaultier potrebbe, quindi, riferirsi a questo tipo di retroterra
culturale, biografico e situare la ‘religiosità’ di Nietzsche all’inizio
dell’impresa speculativa del filosofo. Del resto, è, per de Gaultier,
impossibile oltrepassare una realtà (in questo caso, la morale religiosa) senza
averla vissuta fino in fondo. La morale perde il proprio valore (di “mezzo”
verso la “Volontà di potenza” istigato dalla cruauté ) solo se è stata
portata sino alle sue estreme conseguenze. Anche alcune considerazioni di
Nietzsche sembrano, inoltre, sostenere la necessità dell’errore religioso e
morale. Cfr., F. NIETZSCHE, Menschliches Allzumenschliches,
1878/80, § 29, 31 (trad. it. Milano 1995); Die fröhliche Wissenschaft,
1882, 300 (trad. it. Roma 1983).
45 De Gaultier istituisce una
differenza di fondo tra una concezione “utilitaria” ed una “intellettuale”. La
prima si inserisce nella dinamica dell’“istinto vitale” è descrive
un’attitudine interessata, pratica, attiva; la situazione “intellettuale” è,
alla luce dell’ “istinto di conoscenza”, uno stato contemplativo in cui l’uomo
non si interessa di agire nel modo corretto per raggiungere uno degli scopi
(fallaci) che la “menzogna vitale” gli propone.
46 Ivi, p. 269: instituer un Dieu nouveau plus haut que l’ancien: la vérité
Nietzsche désormais va soumettre à l’épreuve de la Vérité toutes ses croyances
anciennes, ce Dieu nouveau étant seulement assez fort pour lui faire ressentir
la douleur. Il va s’élever d’une conception utilitaire en morale et en métaphysique, à une conception
purement intellectuelle.
47 F. NIETZSCHE, Der Antichrist, 1895 (trad. it. Milano 1995), Note al testo:
Nietzsche in una lettera ad Overbeck (Nizza, 31 marzo 1885) riferendo della sua
lettura delle Confessioni di Agostino parla, esplicitamente, del
cristianesimo come “platonismo plebeizzato, cioè: un modo di pensare, inventato
per la più alta aristocrazia delle anime, accomodato a nature di schiavi.”
Cfr., inoltre, Götzendämmerung, 1896, 2 (trad. it. Roma 1994, § Quello
che debbo agli antichi); Die fröhliche Wissenschaft, 1882, cit.,
344.
48 Ivi, p. 276: Dieu est bien mort sous le regard de la Connaissance.
49 Ivi, p. 277: présomption très forte contre la possibilité de cette
existence.
50 F. NIETZSCHE, Jenseits von Gut und
Böse, cit., 19, 16: citato da de Gaultier ivi, p. 278.
51 Cfr., supra, pp. 92-94, pp. 109-111, p. 114, pp. 128-130.
52 Ivi, p. 280: ainsi le phénomène, qui seul nous est donné, nous apparaît
d’une manière soudaine dans sa diversité, dans sa multiplicité, issu d’une
région interdite à la Connaissance. Découvrir, au principe des choses, cette
région où l’ignorance est la seule loi de la Connaissance, confesser que les
lois rationnelles ne s’appliquent pas au concept de l’Univers pris dans son
ensemble, c’est l’Unique sagesse de l’esprit explorant et fixant ses limites au
cours de la recherche philosophique. Cette sagesse abonde dans Nietzsche.
53 Cfr., infra, p. 92 ss, 105 ss.
54 Ivi, p. 282: ce goût nouveau n’a pas de pourquoi, il échappe à toute
causalité ; mais dès qu’il se manifeste, il crée une causalité, se
constitue en une cause première.
55 Ivi, p. 283: gûts et couleurs, qui sont la Vie, surgissent directement
de la région inconnue où la causalité ne s’exerce pas, en sorte que la Vie
étant sans cause ne saurait avoir aucune fin. Donc à la vie phénoménale point
de cause et point de fin, mais dans le cadre de la vie phénoménale, un tissu
serré de causes et de fins particulières.
56 Ivi, p. 286: Nietzsche, dans Aurore, nous fait assister à cette lutte
des instincts, se disputant la suprématie dont la possession du moi est
l’emblème. Il constate que la volonté de refréner un instinct, que les
moralistes nomment empire sur soi-même, ne manifeste pas autre chose que
l’entrée en scène d’un autre instinct luttant contre le premier.
57 Ivi, p. 289: la déscription des rapports hiérarchiques qui se sont ainsi
établis antre ces divers instincts formule un ensemble de
manières d’être ; il est permis d’appeler cette description une morale.
58 Ivi, p. 292: de ce point de vue métaphysique, le mensonge de toute
représentation apparaît comme inhérent à la nature des
choses.
59 Il nichilismo di Nietzshe è,
secondo de Gaultier, l’approdo ultimo, la conclusione necessaria della Kritik
der reinen Vernunft. Il nichilismo consisterebbe nel dissolvimento dei
vecchi idoli tradizionali come l’idolo Dio, quello della verità, quello del
libero arbitrio. Se Kant, come abbiamo detto, non ha il coraggio di
compromettere alla radice la credenza nell’esistenza di queste realtà,
Nietzsche, al contrario, seguendo il proprio istinto dominante, annienta questa
convinzione e dimostra la natura illusoria di quei concetti tradizionali. Il
nichilismo appare, dunque, come l’estrema consapevolezza della solitudine
metafisica dell’uomo (espressa nell’annuncio della morte di Dio), del
determinismo rigoroso che dirige gli atti e le scelte umane, della mancanza di
una Verità assoluta che l’uomo dovrebbe sforzarsi di cogliere. Non si tratta di
un nichilismo vissuto come sterile atteggiamento, non si tratta neanche di una
forma di nichilismo che debba, necessariamente, gettare nella disperazione
l’uomo. Ogni individuo, a seconda dell’istinto che lo guida, sentirà questo
nichilismo come dolorosa solitudine (al modo di Schopanhauer, oppure esalterà
la vita come espressione di potenza unico concetto rimasto a Nietzsche dopo il
suo approdo nichilistico), oppure vivrà, in questo mondo privo di dei, come uno
spettatore a teatro (secondo l’atteggiamento che de Gaultier fa suo). De
Gaultier, per altro, non sembra aver compreso la polivalenza semantica che il
termine ‘nichilismo’ assume nel filosofo tedesco. Il significato profondo,
essenziale del ‘nichilismo’ è, per de Gaultier, unico: la rovina dei
tradizionali “idoli logici”, la conclusione dell’impresa “critica” kantiana.
60 Ivi, p. 294: tout ce qui passionne, tout ce qui est objet de désir ou
d’aversion, tout ce qui vit, est irréductible à la notion de
vérité par les lois même de la Connaissance.
61 Ivi, p. 296: s’intéresse à la Vie comme à un spectacle. La Vie,
inexplicable au point de vue de la raison, se justifie par sa valeur
représentative. Que la Vie soit un spectacle pour un spectateur, ceci en effet
peut être le mot de l’énigme, ceci est le mot de l’énigme pour celui en qui
l’Instinct de Connaissance a conquis la suprématie.
62 Ivi, p. 297: la sensation de joie qui rend la perception possible.
63 Ivi, p. 299: la beuté est rédemptrice de toute douleur.
64 A. SCHOPENHAUER, Die Welt als Wille und
Vorstellung, cit.,
I ; riportato da de Gaultier in Nietzsche et la réforme philosophique, cit.,
p. 190.
65 Ivi, p. 205.
66 Ivi, p. 211 : les deux morales, complémentaires l’une de l’autre,
l’une glorifiant, l’autre flétrissant la vie, ne sont rien autre
chose que des appareils de suggestion.
67 Ivi, p. 301: l’art tient donc ici la place que tient la morale dans la
conception socratique, puis dans la conception chrétienne.
68 Ivi, p. 302: ce que l’art Dionisyen ajoute à l’art Apollinien, c’est la
conscience chez l’artiste de l’identité due spectacle et du
spectateur.
69 Ivi, p. 304: aimera voir la Vie, et la vie humaine aussi, stimulée de
plus d’ardeur, de plus de vanité, de plus d’amour de soi, de plus de frénésie,
comme un lecteur de roman est avide de plus d’intrigues, de plus
d’aventures, et se dégoûte de ces proses plates où rien n’arrive.
70 G. PALANTE, La philosophie du Bovarysme, cit., p. 77.
71 De Kant à Nietzsche, cit., p. 314 : aucune
présomption de finalité. Elle est la glorification épique de l’un des
modes essentiels de la Vie : du mode selon lequel la Vie évolue sans cesse
vers le futur. La Vie, pour Nietzsche, consiste uniquement dans ce mouvement
sans terme, dans le fait même de cette évolution.
72 De Gaultier si riferisce,
molto probabilmente, alle precarie condizioni di salute di Nietzsche a partire
dal 1875.
73 Ivi, p. 317: tout ce qui ruine et déprécie la Vie, qui en lui est
amoindrée et qu’il ressent comme une douleur, doit être pour lui
cause de joie.
74 Non sembra, per altro, che
nell’interpretazione degaulteriana, si distinguano in modo chiaro e netto le
opere in cui prevale l’“istinto di conoscenza” e quelle, invece, in cui
primeggia l’interesse vitale. Si può affermare che la Geburt der Tragödie
aus dem Geiste der Musik sia il testo in cui più decisamente si impone
l’attitudine estetica; del resto, anche numerose parti di Also Sprach
Zarathustra sono inni alla conoscenza ed alla contemplazione pura. Pare,
perciò, che queste due contrapposte tendenze, questi due opposti partis pris,
in qualche modo, coesistano ed emergano alternativamente nel pensiero di
Nietzsche.
75 Ivi, p. 317: la volonté d’aimer la Vie. Voici donc aussitôt crée une
morale en antagonisme absolu avec la morale esthétique d’une part que formula
la science de la Connaissance, avec la morale chrétienne d’autre part.
76 Nietzsche, cit. : cfr., soprattutto, i capitoli I, Platon
et les idées, II, Les juifs et la première inversion, III, Saint Paul et le Christianisme.
77 Cfr., supra, pp.
65-67; II. 2. 1. Gli idoli “vitali”: la verità, II. 2. 2. La libertà,
II. 2. 3. La giustizia, III. 1. Morali e metafisiche, III. 2. La metafisica.
78 De Kant à Nietzsche, cit., p. 321: c’est donc
une nécessité, en quelque sorte physiologique, qui transforme la cruauté
envers soi-même en une cruauté à l’égard d’autrui.
79 F. NIETZSCHE, Jenseits von Gut und Böse, cit., 295: citato da de
Gaultier ivi, p. 324.
80 Ivi, p. 325: que ceux-là meurent donc qui doivent mourir, que ceux qui
souffrent et qui redoutent la Vie disparaissent de la Vie, ainsi due
moins ils accomplissent leur destinée.
81 Ivi, p. 328: à celui-là, que la considération de la douleur d’autrui ne
retient pas dans son élan vers la puissance, la contradiction de
soi-même, moyen de la grandeur, ordonne la bonté.
82 Nietzsche, cit., p. 60.
83 Ivi, p. 63: l’inversion des valeurs que va suivre et qui va bouleverser
le monde repose tout entière sur cette
invention de causalité fausse, sur ce travail souterrain par lequel un petit
peuple orgueilleux projette et entretient dans sa conscience des images
propre à l’exalter.
84 Per l’ipotesi degaulteriana
del cristianesimo come ‘derivazione’ greca e platonica si rimanda, in
particolare, supra, pp. 61-66.
85 Ivi, p. 64, p. 67.
86 De Kant à Nietzsche, cit., p. 330: substituer
dans une race un frein religieux construit pour un autre organisme à
celui qu’elle s’est choisi en la période divinatoire de l’Instinct.
87 Nietzsche et la réforme philosophique, cit.,
p. 63: surgissant dans l’esprit humain comme une ultime floraison et
opposant au poids de la douleur le poids plus lourd de la beauté. Cfr.,
inoltre, La sensibilité métaphysique, cit., p. 116.
88 Ivi, p. 63-64, cfr., anche Comment naissent les dogmes, cit., p.
201.
89 Ivi, p. 65: cette intervention du sens esthétique justifiant la théorie
due Retour.
90 Comment naissent les dogmes, cit., p. 200 e pp. 206-207.
91 L’uebermensch è,
propriamente, nell’interpretazione di de Gaultier, sursum. L’uebermensch
è, cioè, caratterizzato da una tensione indefinita verso il superamento di
ogni stato acquisito. Una volta che l’uebermensch venisse realizzato,
anch’egli dovrebbe essere, di nuovo, oltrepassato.
92 Ivi, p. 202: Nietzsche en raison d’un amour de la grandeur poussé au
paroxysme, invente donc la conception du cercle, la conception du retour
éternel de toutes les choses qui exclut la possibilité d’un progrès sans
fin. Cfr.,
inoltre, circa il besoin d’héroïsme che spinge Nietzsche a tali
conclusioni, La sensibilité métaphysique, cit., p. 117.
93 Ivi, p. 203: prise l’une et l’autre comme des réalités absolues, les
deux conceptions du Surhumain et du Retour s’excluent donc.
94 Ivi, p. 205: des erreurs plus belles que des vérités. Cfr., inoltre,
W. ELLIS , The Art-Philosophy of Jules de Gaultier, cit., p. 39.
95 Cfr, infra, pp. 27-28, p. 193.
96Nietzsche et la réforme philosophique, cit., p. 66: la valeur d’un homme à son pouvoir de supporter l’incertitude et
de l’aimer.
97 Ivi, p. 74: la contemplation pure et simple de son propre déploiement.
98 E’ interessante rilevare la
possibile presenza di un’assonanza spenceriana in questa argomentazione di de
Gaultier. Per Spencer, infatti, l’attività estetica deriva da quel surplus
di energia che resta a disposizione nella lotta evolutiva per la sopravvivenza.
99 Ivi, p. 76: il fleurit sur la force et apparaît ainsi qu’une attitude
luxueuse de l’activité. Mais constater qu’il dérive de la force, ceci n’est
point le différencier des autres catégories d’actes qui toutes reconnaissent
la même origine.
100 Ibidem: l’esthétique est niée.
101 Ivi, p. 78: il est tout le contraire : il est un poids sur l’acte.
Cfr., inoltre,
circa la critica alla concezione dell’arte come stimulant le, comunque,
scarse note contenute in G.PALANTE , La philosophie du Bovarysme,
cit., p. 77.
102 Cfr., W. ELLIS, The Art- Philosophy of Jules de Gaultier, cit.,
p. 39.
103 Ibidem: his “be hard” is a moral regimen for those who are too
“soft”- his own case.
104 Ivi, p. 38: Nietzsche has been one of the most beautiful contacts of
my life. But he, like myself, is indebted to Schopenhauer for the initial
orientation of his own thought. However Nietzsche’s philosophy and mine may
differ from that of Schopenhauer, he is our common ancestor. My philosophical
conceptions were already too definitely formed for Nietzsche –when I came to
know him- to exercise any considerable influence over them. But no mind has
been more truly akin to mine; he ended my solitude.
105 H. BERGSON, Essai sur les données immédiates de la conscience, Paris 1888 : citato da D. PARODI, Philosophie
contemporaine en France, Essai de classification des doctrines,
cit., pp. 315-316: Bergson avait écrit cette phrase: les actions libres sont
souvent celles où « nous trouvons que nous nous sommes décidés sans
raison, peut-être même contre toute raison. Mais c’est là précisément dans
certains cas, la meilleure des raisons ».
106 Ivi, p. 317.
107 Ivi, p. 319: puisque c’est poser quelque chose de foncièrement
irréductible et d’inassimilable à l’idée.
108 Cfr. J. DE GAULTIER, La
philosophie et la philosophie officielle, cit., p. 138, in cui l’autore
afferma, tra le altre cose, che il suo primo contatto con la filosofia
bergsoniana risale proprio all’epoca della pubblicazione di H. BERGSON, L’Évolution
créatrice, Paris 1907 (trad. it. Bari 1957 ). Cfr.,
inoltre, La sensibilité métaphysique, cit., p. 243.
109 Ivi, p. 139.
110 C. BOURQUIN, Julien Benda ou
le Point de vue de Sirius, Paris 1927², Introduction par Jules de Gaultier,
p. 25.
111 La philosophie officielle et la philosophie, cit.,
p. 115.
112 La sensibilité métaphysique, cit., p. 234.
113 Ivi, p. 236: dans l’absolu d’une connaissance où en contradiction avec
les conditions de toute connaissance possible l’objet de cette connaissance se
confondrait e s’identifierait avec le sujet qui la supporte.
114 Ivi, p. 235 : elle saisit dans le discontinu une réalité donnée
dans le discontinu.
115 La philosophie et la philosophie, cit., p. 140: le
saut dans l’absolu; intervention subjective suffit encore à la
détermination du fait de connaissance dans la relation de
l’objet au sujet.
116 C. BOURQUIN, Julien Benda ou le Point de vue de Sirius, cit., p. 28.
117 La philosophie officielle et la philosophie, cit.,
p. 141: il veut que les choses soient autrement qu’elles ne sont.
118 C. BOURQUIN, Julien Benda ou le Point de vue de Sirius, cit., pp.
26-27.
119 La sensibilité métaphysique, cit., p. 237.
120 La philosophie officielle et la philosophie, cit.,
p. 116.
121 Ivi, p. 118: concluait en de substantielles analyses, - et qui demeurent
la part valable de son œuvre,- à l’indéquat nécessaire de toute
connaissance réalisée en termes intellectuelles.
122 J. BENRUBI, Les sources et les courants de la philosophie contemporaine
en France, cit., pp. 934-935.