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Capitolo IV
Una ‘nuova’ filosofia
La peculiare concezione
dell’idealismo è vagliata da de Gaultier anche dal punto di vista della
possibilità della scienza; la possibilità, cioè, di comprendere il mondo
secondo un’interpretazione sistematica (coerente) ed armoniosa, ancorché
costitutivamente incompleta. La scienza, secondo l’autore, ha un preciso valore
“positivo”. Il suo proprio dominio è quello del “relativo”; essa si muove in
questo ambito ed è in grado di proporre tutto un apparato di leggi evidenti
all’osservazione di uno spirito ragionevole. Ma, la scienza non si muove in
direzione di una spiegazione di tipo assoluto dei fenomeni, anche perché non
esiste una verità “oggettiva che sia indipendente dall’arbitrario mentale”.1
Alla luce della tesi idealista,
secondo la quale il pensiero è la realtà unica (che, però, esiste solo alla
condizione di porsi davanti a sé come un oggetto per un soggetto), possiamo
ipotizzare che le relazioni intercorrenti tra le migliaia di oggetti e le
migliaia di soggetti che popolano il mondo possano essere diversificate
all’infinito. La sola necessità, la circostanza unica, comune che caratterizza
tutti i possibili aspetti delle relazioni è il fatto che in esse l’esistenza
del soggetto condiziona sempre l’esistenza dell’oggetto. Il pensiero non è,
secondo de Gaultier, un principio ordinatore: ordine e razionalità sono forme
preziose del pensiero, ma in esso sono presenti innumerevoli altre forme che
sono “azzardate”. La realtà essenziale del pensiero si manifesta come una
relazione indefinita tra oggetto e soggetto.
Nella pur numerosissima varietà
dei rapporti (generati dal gesto di frammentazione del pensiero) non è,
tuttavia, escluso che possano formarsi dei rapporti costanti, ovvero che si
costituiscano serie fenomeniche le quali, presentando legami di dipendenza
interna sufficientemente rigidi, siano da considerarsi durature. Non si
intende, quindi, una sistematizzazione esaustiva, ma una “riuscita” (réussite)
che interessa un numero assai vasto di fenomeni. Certi fenomeni, più costanti
di altri, sono riusciti, durando e presentandosi costantemente simili a se
stessi, ad apparire su un piano comune, a manifestarsi su una base che li
aggrega e li sottomette alle medesime condizioni. Sussistono, del resto, serie
fenomeniche meno coordinate nelle quali è, ancora, evidente l’opera di
“improvvisazione (improvisation) e di fantasia del pensiero.
La scienza, con i propri
metodi, si rivolge verso questa parte che è “riuscita”. Permane, però,
un’incertezza circa la genesi dei mezzi di una razionalità scientifica; ovvero,
rimane insoluta la questione dell’origine a priori o empirica dei mezzi della
ricerca scientifica;resta, cioè, irrisolta la vertenza sulla origine dei
concetti di spazio, tempo e causa. Secondo de Gaultier, sono, in entrambi i
casi, possibili due ipotesi. La prima, accettata dall’autore, nell’opera De
Kant à Nietzsche, ammette che spazio, tempo e causa siano conseguenze
strettamente necessarie del gesto di frammentazione del pensiero; tali esiti
vengono denominati, dall’autore, come un “razionalismo delle forme della
conoscenza”.2 Questo
razionalismo “trascendentale” della forma implicava, nell’opera del 1900, il
necessario irrazionalismo del contenuto della stessa conoscenza; decretava un
dogmatismo “del relativo e dell’indefinito” (du relatif et de l’indéfini).
Nella seconda ipotesi, invece, spazio, tempo e causa sono già costruzioni del
pensiero, sono invenzioni, atto di “improvvisazione” perché il pensiero poteva
scegliere altre condizioni, altre modalità. De Gaultier, in effetti, ritiene
che la soluzione di questo problema sia limitatamente importante: la sua
concezione di idealismo non viene scalfita in nessuna delle due ipotesi. Nel
primo caso, il controllo della “ragion pura” è più rigoroso; nel secondo, esso
si delimita alla verifica della divisione tra soggetto ed oggetto, lasciando
maggiore spazio all’ “arbitrario” mentale. In effetti, la questione si risolve
nel decidere se questo “arbitrario” mentale (che, comunque, c’è ed è
indispensabile) cominci prima o dopo l’apparizione delle forme della
conoscenza.
Quello che interessa l’autore è
il fatto di capire il meccanismo attraverso cui il pensiero si dà come
“spettacolo” a se stesso e come questo meccanismo possa sostenere una
conoscenza scientifica. La materia della scienza va ricercata nella
“persistenza”, nella costanza e nei ritmi del pensiero. Negli oggetti che ci si
presentano dotati di proprietà fisse e caratteri distinti è possibile astrarre
queste proprietà formando delle leggi. Queste parteciperanno di quel minimum
di costanza che sola (e pur nella differenziazione indefinita) è in grado di
generare l’esistenza e la conoscenza. L’attività scientifica si dovrà rivolgere
a questa parte del mondo che presenta un certo grado di necessità, non a tutta
quella parte in cui, invece, il pensiero continua ad improvvisare per produrre
lo “spettacolo” imprescindibile alla vita. La prima categoria di necessità
indispensabile per la scienza è, dunque, il movimento di divisione del pensiero
in soggetto ed oggetto: questa esigenza condiziona l’esistenza medesima.
Dal punto di vista del “razionalismo
delle forme della conoscenza”, i movimenti successivi al primo gesto (quello di
frammentazione elementare tra soggetto ed oggetto) sono le strutture
fondamentali della conoscenza; spazio, tempo causa e presentano lo stesso grado
di necessità dell’atto primordiale. Nell’ipotesi generale dell’empirismo (che
de Gaultier sembra in qualche modo preferire), il primo gesto irrazionale del
pensiero si esplica proprio nella formazione dei concetti di tempo, spazio e
causa. Essi, come abbiamo visto, potevano essere anche diversi; ma, una volta
che l’ “arbitrario” mentale li ha inventati, essi devono esibire, comunque, una
necessità sufficiente per la scienza. “Essi fondano la loro necessità sul
carattere di utilità essenziale che presentano al riguardo di tutte le
categorie di fenomeni seguenti, categorie delle quali condizionano l’esistenza
dopo che essi stessi le hanno adottate come basi del loro sviluppo”.3
La seconda categoria della necessità viene creata, quindi, dai movimenti
successivi attraverso cui il pensiero si frammenta: se questi movimenti sono
arbitrari, perché arbitrario è l’atto del pensiero, non di meno essi sono la
base costante per altri movimenti i quali, essendo ormai stati canalizzati
nelle strutture di spazio, tempo e causa, rendono questi stessi necessari.
Questa necessità è, per altro,
di tipo relativo: essa condiziona non l’esistenza, piuttosto, la nostra
conoscenza del mondo fenomenico. La prima serie del movimento del pensiero
genera l’esistenza ma, avendo la forma della divisione soggetto/oggetto, genera
anche la conoscenza. La seconda serie, sempre nell’ipotesi empirica, è di
natura irrazionale: il pensiero ‘inventa’ tempo, spazio e causa, ma aveva la
facoltà di concepire modalità diverse. Con la terza serie il pensiero, che continua
a muoversi, produce, entro la cornice di spazio, tempo e causa, relazioni
particolari tra oggetto e soggetto. Questa terza serie si esprime con le
proprietà della materia; meglio, essa dà vita (con la sensazione) alla
percezione attraverso cui si manifestano le apparenze e le proprietà della
materia. Se questa terza serie è meno rigida rispetto a quelle che la
precedono, essa ha bisogno, per sopravvivere, della costanza dei movimenti
della seconda serie sulla cui base essa stessa è stata generata. “La sua
esistenza è subordinata a questa costanza.”4
E’ questo il carattere di
necessità sufficiente perché si dia scienza. Esistono tre serie di movimenti
l’una legata all’altra e, anche se la seconda serie (tempo, spazio, causa)
poteva essere diversa, ormai l’apparizione della terza serie la rende
necessaria; si tratta di una sorta di necessità indiretta o indotta. “Ormai,
nessun oggetto potrà esistere per alcun soggetto al di fuori dello spazio e del
tempo, perché le percezioni e le qualità della materia in cui il movimento di
divisione del pensiero si è espresso richiedono espressamente l’esistenza di
queste forme.”5 La prima
serie è, dunque, assolutamente chiusa; la seconda serie, aperta all’inizio,
produce la terza e, attraverso questa operazione, si chiude. La terza serie è
aperta perché la percezione si muove secondo i casi più differenti; appena essa
avrà optato, in vista del proprio sviluppo, per un modo della seconda serie,
l’elemento scelto diventerà chiuso, quindi, non suscettibile di cambiare e rientrerà
nella seconda serie. Ogni nuovo movimento del pensiero, preferendo modalità
della serie precedente sotto la cui dipendenza progredire, chiuderà il nodo che
era rimasto aperto, così in modo indefinito. Il gesto di improvvisazione
incalcolabile del pensiero si trova, dunque, davanti all’apertura della serie,
tende ad entrare e, di nuovo, chiuderla.
Questo gesto fantasioso del
pensiero potrà, però, formularsi solo in seguito ad uno scontro tra
numerosissimi altri gesti della medesima natura ma in lotta per sopraffare gli
altri. I personaggi di questo scontro sono, nel mondo concreto, passioni,
istinti, il desiderio, in tutte le sue forme; la posta in palio è la
possibilità di “invadere” (de Gaultier usa il termine invasion) l’ultimo
elemento formatosi e, quindi, ancora aperto tra gli anelli della serie
fenomenica. La legge che governa questi elementi è il “determinismo della
forza”, la manifestazione di essi si attua attraverso le “incarnazioni”(avatars)
della morale. La morale è competizione, è il campo, instabile proprio per
questo, in cui forme diverse (ma, ricordiamo, generate da un’unica, identica φυσις)
si affrontano per far prevalere un particolare stato di pensiero; essa
“appassiona” (passionne). La morale ha una valenza creatrice: in essa il
pensiero, che improvvisa ancora i propri gesti, è caratterizzato dall’azzardo
in cui si muovono le divisioni che alimentano lo “spettacolo”. L’attività
scientifica è, al contrario, del tutto “spettacolare”; il pensiero, attraverso
essa, prende “coscienza analitica” (conscience analytique) di ognuna
delle serie di rapporti immutabili che hanno legato tra di loro gruppi di
soggetti e di oggetti. Essa nasce da un’ “attività visuale” (activité
visuelle), ne è il prolungamento. L’attività scientifica non ha alcun
potere di aggiungere (o cambiare) niente in quei rapporti fissati dal pensiero
in precedenza ed ai quali altri rapporti, sorti su di essi, hanno conferito un
carattere di necessità. Il pensiero, agendo come attività scientifica, perde la
libertà di creare nuove tipologie di rapporti, nuovi oggetti rispetto a quelli
che esso stesso ha delimitato secondo una rigida necessità.
L’ipotesi idealista, perciò,
giustifica il rigore della scienza. Essa è possibile non perché esista una
realtà oggettiva e assoluta da cogliere, bensì perché è in grado di considerare
una serie di rapporti costanti generati da altrettanto costanti movimenti del
pensiero.6
Se questa parte fissa non sussistesse, non solo non si darebbe scienza ma non
avremmo, neanche, tutto il paesaggio composito e multiforme che la vita offre
ai nostri occhi.
In un opera assai più tarda, La
sensibilité métaphysique,7
de Gaultier affronta un nodo, anch’esso, cruciale circa la ricerca scientifica:
il principio di identità. L’analisi degaulteriana entra, in modo specifico,
anche nel merito dell’evoluzione mentale umana. Essa si è svolta al di fuori di
un severo controllo razionale, poiché la ragione, con le proprie nozioni, è, in
realtà, la conseguenza dell’evoluzione; questa, inoltre, è avvenuta attraverso
scelte arbitrarie dettate da stati di sensibilità estranei, perché anteriori,
alla logica. Ciò di cui necessita l’uomo, all’inizio della propria avventura, è
che si producano degli impulsi tanto forti da poter essere considerati veri, da
ispirare una fede assoluta. Questa apparizione, che permette all’uomo di
iniziare a muoversi attraverso la ridda di fenomeni oscuri che lo circondano, è
originata da un’“improvvisazione”; questo stesso primo (rudimentale) movimento
mentale umano si basa su finzioni. Tutto ciò che, di nuovo, entrerà nella
ragione sarà opera di tali forze impulsive, azzardate del pensiero; anche quando
la ragione avrà raggiunto un grado di evoluzione raffinatissimo il suo ruolo
specifico sarà quello di controllare, accettare o respingere i prodotti di un
atto di improvvisazione. “E’, dunque, l’irrazionale, è l’illogico che genera e
produce questa materia prima in cui i gruppi umani, destinati alla civiltà,
formarono, poco a poco, i contorni rigidi della logica. L’irrazionale è al
principio della ragione.”8
All’origine della conoscenza
razionale vi è, dunque, un’ipotesi arbitraria; così, il principio di identità,
che fa parte della conoscenza, affonda le proprie radici in un fatto tutt’altro
che logico. Secondo de Gaultier, sulla scorta di Lévy-Brühl (e sempre
mantenendo la teoria dell’unità della ragione umana), il principio di identità
ha la propria genesi nel “principio di partecipazione” (principe de
participation).9 La prima
caratteristica dell’uomo primitivo è quella di possedere il desiderio e la
curiosità di conoscere senza, per altro, avere i mezzi per soddisfare questo
desiderio. Spinto da questo intento di comprendere cause e relazioni che
intercorrono tra i fenomeni, egli immagina, arbitrariamente, cause e relazioni
fittizie. Si persuade che queste siano vere poiché il processo che trasforma un
desiderio assai intenso in una “credenza” è inesorabile, a dispetto di tutti
gli elementi intellettuali che tendono, contrariamente, a convertirlo in
sapere. Il “principio di partecipazione”, forma di una “credenza collettiva”(croyance
collective), ha un’autorità assoluta; è considerato vero; assembla, unifica
e crea una realtà sociale.
In un dato momento
dell’evoluzione umana, si sviluppa nel gruppo un nuovo particolare stato che
dota la ragione di un potere assai disinibito rispetto alle suggestioni della
finzione. Questa, in effetti, si dimostra in contraddizione con un tale nuovo
stato. Il “principio di partecipazione”, il cui interesse è quello di mantenere
il proprio potere, cerca di sopravvivere e, grazie ad un “istinto mistico” (instinct
mystique) che è presente in ogni individuo del gruppo, si difende
attraverso due procedimenti. Il primo è di natura “casistica” (casuistique).
L’esempio è tratto dall’opera di Lévy-Brühl. All’esploratore che manca per due
volte di seguito l’uccello cui sta mirando, l’appartenente ad una tribù spiega
che non potrà mai colpire quell’uccello in quanto esso è un feticcio. Tuttavia,
durante questa spiegazione, l’uccello cade sotto il colpo del fucile. A
dispetto della smentita dell’illusione proveniente dalla realtà, l’uomo della
tribù argomenta che le leggi del feticcio non valgono per l’esploratore poiché
egli è bianco. In un caso siffatto, la parte soggettiva del fenomeno sottomette
in modo definitivo la parte oggettiva di esso.
Il secondo tipo di procedimento
non solo, per de Gaultier, è esemplare circa l’analogia tra le modalità della
mentalità prelogica e quelle della mentalità religiosa, ma anche della
similitudine tra prelogico e modus scientifico. La prova di ciò è, di
nuovo, tratta da Lévy-Brühl e concerne il rapporto tra i Bororo del Brasile ed
il loro totem, l’ara. La credenza nel totem ha i connotati di una “identità
assoluta A=A” (identité absolue A=A); i Bororo si concepiscono come un
ara, essi sono attualmente degli ara. Un secondo caso riguarda il comportamento
di una tribù della Colombia britannica, i Thompson, i quali hanno un grado di
evoluzione mentale leggermente più alto rispetto a quello dei Bororo. Il loro
totem è la lontra; non c’è più, però, identità immediata tra ogni singolo
individuo e l’animale totemico. Questo, del resto, è dotato di un potere
eccezionale: il totem è un uomo lontra, ovvero un essere capace di assumere sia
le sembianze di un uomo sia quelle di una lontra.10
Ancora, in questo progressivo allontanamento dalla finzione primordiale,
all’esploratore che domanda se i Thompson si identifichino veramente con il
loro totem, la guida sorride. Nell’ottica di de Gaultier, questo sorriso
sarebbe emblematico circa i diversi stadi che si susseguono nello spirito
umano. Il sorriso apparterrebbe, dunque, ad un momento ambiguo dell’evoluzione,
un momento di passaggio in cui si comincia a delineare una contraddizione; si
tratta di una sorta di soglia in cui si inizia a supporre che le finzioni
siano, in effetti, tali senza, per altro, riuscire (almeno per il momento) a
liberarsi dal loro potere. E’ il momento in cui le illusioni più antiche
tentato di trasformarsi in qualcosa di altro proprio per mantenere la loro
forza.
Il “principio di
partecipazione” presenta, dunque, un elemento “mistico” (nel senso che è di
natura irrazionale); esso è, inoltre, “plastico” (plastique), dotato di
un’ “attitudine proteiforme” (aptitude protéique). E’ grazie a questa
capacità che esso riesce a conciliarsi (mantenendo, così, la propria forza nei
confronti della maggioranza degli uomini) con i progressi di una ragione
critica.
Queste testimonianze
etnografiche sono sostenute e sostengono, a loro volta, le considerazioni
epistemologiche di Meyerson che de Gaultier fa proprie. La teoria di Meyerson
(del quale de Gaultier prende in considerazione due opere11)
prevede che solo un’identità dell’essere con se stesso, sul modello dell’Uno di
Parmenide, sia perfettamente ‘omogenea’ alla ragione e chiara per quest’ultima.
Conseguentemente, ogni spiegazione razionale e, più specificatamente,
scientifica implica un processo di identificazione che riporti la molteplicità
dei fenomeni sui quali speculiamo all’unità. Tuttavia, in questo processo (che
è quello tipico di cui fa uso la ragione, tanto nel senso comune, quanto nella
ricerca scientifica e filosofica) qualcosa rimane irriducibile. Alcuni
elementi, tra i quali la sensazione, oppongono alla identificazione un ostacolo
insormontabile.
In effetti, alcune parti della
realtà, permanendo al di fuori della identità, si configurano come irrazionali
laddove la razionalità della scienza è costituita da una tendenza
all’identificazione. Del resto, l’esistenza degli irrazionali è tanto
necessaria alla scienza così come la parte razionale la quale, consistendo in
un’identificazione, è, in realtà, una identità sintetica non analitica. De Gaultier
accetta la persistenza di un irrazionale al fondo (anzi, all’origine stessa)
della ragione e, dunque, di tutte le ricerche che utilizzino i mezzi della
ragione. Per l’autore, infatti, conoscere un certo numero (per quanto elevato)
di rapporti costanti tra i fenomeni, riassumere modi di essere stabili in leggi
non significa automaticamente cogliere la verità assoluta o assorbire ogni
particella del reale in un’unità la quale, ricordiamolo, sarebbe mortale per la
vita e, di conseguenza, per la conoscenza stessa.
Il “principio di
partecipazione”, irrazionale, si scontra con la ragione che inizia a
perfezionarsi. Il “principio di partecipazione”, per sopravvivere, cerca di
conciliarsi con la situazione in cui la ragione tenta di svincolarsi dal potere
delle finzioni. Questo duello produce il principio di identità le cui
caratteristiche sono la “credenza” ad un’identità assoluta; la capacità di
assorbire, in modo totale, il diverso nell’unità, l’imperfetto nella
perfezione, il male nel bene. Questo è il procedimento di tutta la “filosofia
ufficiale”. Al contrario, l’assioma idealista e la massima del “bovarismo”
prevedono come connotato essenziale dell’esistenza una relazione indefinita,
ovvero uno stato fondamentalmente instabile. De Gaultier riabilita il “Diverso”
(Divers) come elemento primo e ultimo, del tutto irriducibile.
“L’intelligibilità è il limite che separa il mondo dei fenomeni, il mondo del
diverso, il mondo del pressappoco, il mondo sul quale possiamo speculare dal
mondo dell’identità; ogni sforzo per interpretarlo non è che un modo di
misconoscerlo e di negarlo.”12
Il principio di identità, però,
si è sviluppato lungo due linee: la prima è quella della “filosofia ufficiale”
preoccupata di immobilizzare il tutto nell’unità e di tutelare la validità
assoluta del principio di identità. La seconda direttrice è “segreta” (secrète);
il principio di identità si è evoluto congiuntamente all’istinto di conoscenza,
in uomini guidati da una pura passione di conoscere. Meyerson, nelle sue opere,
svela questo fatto; nega, cioè, che “il segno uguaglianza possa mai avere un
valore assoluto”.13
Questa constatazione, inoltre,
si avvale di importanti sostenitori. Primo fra tutti (secondo de Gaultier, per
la chiarezza estrema con cui ha affermato il valore del negativo) è Hegel. In
questa opera,14 de Gaultier
si interessa, in modo peculiare (anche sulla scia delle considerazioni di
Meyerson) alla concezione hegeliana della dialettica. L’esposizione
degaulteriana sembra, del resto, indicativa del rapporto tra Hegel e de
Gaultier. L’A. interpreta l’enunciato A=A della filosofia hegeliana (anzi, di
quella che è, secondo de Gaultier, la parte più originale del pensiero di
Hegel) come una “tautologia vuota” (tautologie vide). Sembrerebbe
evidente come la scrittura hegeliana che interessa de Gaultier è quella in cui
più accentuato è il valore del negativo. “Ma, aggiunge Hegel, il principio di
identità è in realtà ‘di essenza non solo analitica, ma ancora sintetica’. Esso
‘contiene più di ciò che sembra significare, la differenza assoluta’.”15
Per de Gaultier il fondo della filosofia hegeliana (che, per inciso,
escluderebbe il principio d’identità come mezzo in vista di un’unità assoluta16)
dimostra come il principio d’identità non faccia altro che astrarre da una
differenza precedentemente introdotta tra due fenomeni per distinguerli l’uno
dall’altro. L’identità per Hegel, secondo de Gaultier, sulla scorta di
Meyerson, non può e non deve essere concepita, a discapito della differenza,
come assoluta.17 La
contraddizione, secondo cui nel nostro spirito, differenza esige identità ed
identità esige differenza è necessaria: il “diverso”, l’altro fa parte
integrante del nostro spirito.
Queste conclusioni anticipano,
secondo de Gaultier, la logica del “bovarismo” per la quale ogni nozione (fino
a quella dello stesso “bovarismo”) è una “metafora” (métaphore) che
tenta di cogliere ciò che di costante si presenta nel mondo, ben sapendo, per
altro, di essere inadeguata (assolutamente parlando) al proprio oggetto e di
fornire una conoscenza valida solo nella relazione e nell’à peu près. Il
principio di identità si dimostra, così, impotente ad esercitare una qualsiasi
azione capace di modificare il reale; esso è (per de Gaultier anche secondo
Hegel e Meyerson) un metodo intellettuale mostratosi efficace.
E’ chiaro che qui si parla del
principio di identità che si è sviluppato lungo quella linea “segreta”, che ha
perso la valenza assoluta di cui l’aveva investito, alle sue origini,
l’“istinto vitale”. Il principio d’identità, così inteso, ha mantenuto il
proprio nome, ma è stato costretto da tutta una serie di pensatori ‘non
ufficiali’ (e dall’assioma bovaristico) a concepirsi altro, è stato
“bovarizzato” (bovarysé). Se, dunque, al livello della ricerca
speculativa come la intende de Gaultier, l’identità assoluta A=A (“analitica”, analytique)
si dimostrava inutilizzabile, grazie a questo processo di ‘bovarizzazione’,
essa è divenuta “sintetica” (synthétique). Si tratta di una forma
sintetica nel senso che invece di sopprimere la diversità essa dischiude l’
“accesso al diverso”.18
Con la formula A=A si fa astrazione dal diverso, ma si ha ben presente che al
fondo permane inalterata tutta la differenza che rende irriducibile A ad A. Si
è consapevoli che un tale modo di procedere (porre A=A) è una “violenza” (violence)
ma, anche, che esso è un “mezzo” per cogliere, in ogni serie fenomenica,
l’elemento che essa ha in comune con un’altra. L’identità è, dunque, per de
Gaultier, essenzialmente un mezzo, un processo. Essa, una volta liberata dal
carattere assoluto (che, degaulterianamente, è “volontà di suicidio”, volonté
de suicide), vale nell’ambito della relazione. La tendenza all’identità,
quindi, “interferendo con altre attitudini contribuisce alla continuità del
gioco, il quale sostiene, in virtù della rappresentazione, che l’esistenza
attua per se stessa nella conoscenza, le condizioni dell’esistenza stessa.”19
L’attività scientifica si risolve, per l’autore, proprio in questa tendenza
verso l’identità,20
ma non per questo il giudizio sulla scienza deve essere negativo. E’, infatti,
impossibile porre sia un “Diverso” assoluto, sia un “Uno” assoluto. Lo spirito
scientifico è ‘posseduto’ da un desiderio d’identità (che è la parte soggettiva
in cui l’esistenza prende coscienza di se stessa) ma questo desiderio si
scontra con un’altra parte del fenomeno in cui l’esistenza si oggettiva in una
diversità irriducibile. “La realtà scientifica si mostra…come un compromesso
tra la tendenza dello spirito all’identità e la tendenza delle cose alla
diversità. La resistenza di questa seconda tendenza condiziona, con il gioco
della prima, la stessa esistenza di una realtà scientifica.”21
La scienza esclude l’idea di una finalità metafisica (nel senso “ufficiale” del
termine); essa è, invece, un’attività estetica pura e semplice. Il suo ruolo è
quella di interessare, di incuriosire il pensiero rispetto a finalità che
stanno solo nell’ambito della relazione e sono, dunque, particolari.
“L’attività scientifica non fa che distinguere secondo quali categorie
successive, secondo quale gerarchia di generalità e di importanza i movimenti
sistematizzati del pensiero impongono alla libera improvvisazione del pensiero
limiti e contorni precisi.”22
La concezione degaulteriana di
storia si esplicita in alcuni capitoli di Le Bovarysme e della Fiction
Universelle come risposta ad una precisa domanda: in quale misura, cioè,
sia conveniente, per un popolo, concepirsi secondo l’immagine, il ricordo del
proprio passato storico e a quella del passato dell’umanità. In un articolo del
1908,23
riprodotto in Comment naissent les dogmes, de Gaultier amplia questo
discorso seguendo le analisi della seconda delle Unzeitgemässe Betrachtungen,
Von Nutzen und Nachteil der Historie für das Leben24
di Nietzsche.
Il punto di partenza di questo
articolo è quello del “bovarismo” secondo cui la realtà (ogni realtà, quindi,
anche quella storica) è un compromesso tra un movimento di divisione (che rende
possibile la conoscenza, condizione essenziale dell’esistenza, distinguendo
soggetto ed oggetto) ed un movimento di arresto (indispensabile anch’esso
perché la conoscenza possa cogliere delle relazioni). Secondo de Gaultier,
nonostante il fatto che Nietzsche non tratti in modo sistematico la questione e
nonostante il fatto che la soluzione non derivi, come conseguenza, da una
teoria generale, tuttavia le considerazioni esposte in Von Nutzen und
Nachteil der Historie für das Leben sono un esempio concreto,
“sperimentale” della nozione del “bovarismo”.
Esisterebbe, nel pensiero di
Nietzsche presentato in Von Nutzen und Nachteil der Historie für das Leben,
la concezione di una realtà sociale come frutto di un compromesso tra passato e
presente. L’errore di alcuni critici sarebbe quello di cogliere, nelle
argomentazioni nietzscheane, una contraddizione interna tra due attitudini. Una
è quella per cui Nietzsche valuta negativamente la tendenza dell’uomo di
distruggere il passato; l’altra, invece, apparirebbe laddove il filosofo
tedesco si oppone alla tendenza umana di distruggere quello stesso passato. In
realtà, secondo de Gaultier, Nietzsche avrebbe adottato entrambe queste
posizioni: in effetti, parteggia per gli aristocratici i quali, soddisfatti
della propria riuscita, provano gioia nel ripetere il loro tipo umano, cercano
di affermarlo e di farlo “durare”; ma, allo stesso tempo, sostiene la necessità
del fenomeno diametralmente opposto.25
Le due tendenze implicite nel
pensiero di Nietzsche sarebbero, del resto, riscontrabili in numerose opere. Also
Sprach Zarathustra sarebbe connotato da una sorta di frenesia circa il
sacrificio di una gioia presente per il continuo superamento di esso in vista
di una felicità più grande.26
La stessa teoria dell’uebermensch è concepita, da de Gaultier, solo
secondo la nozione del sursum. Il superamento deve essere costante,
incessante, mai definitivo. Nell’interpretazione degaulteriana, una volta che
l’uomo avesse raggiunto la condizione di uebermensch, Nietzsche
proporrebbe ancora, di nuovo, un ulteriore superamento di questo stadio. Il
significato profondo della dottrina dell’uebermensch che de Gaultier
(citando dallo Zarathustra luoghi da Delle tavole antiche e nuove,27
Della vittoria su se stessi e da Sulle Isole Felici) scopre
è quello di una indefinita tendenza verso il superamento. L’ impazienza del cambiamento si esprimerebbe anche nel finale lirico
di Jenseits von Gut und Böse citato da de Gaultier.28
In Von Nutzen und Nachteil
der Historie für das Leben Nietzsche ha, come riferimento il popolo tedesco,
la sua attualità nazionale, il suo specifico rapporto con la storia e con la
cultura. La storia viene avvertita da Nietzsche come un pericolo per il popolo
tedesco perché esso sta, ancora, vivendo il periodo della propria infanzia. Il
popolo tedesco sta, cioè, attraversando una fase in cui deve creare la propria
realtà specifica; il passato della nazione tedesca che non è, ancora,
originale, coerente, intimamente suo.29
La nazione tedesca è, dunque, nella condizione del “fanciullo” (enfant)
che Nietzsche descrive, in modo simbolico, nel brano Delle tre metamorfosi
di Also Sprach Zarathustra. In questa narrazione, il cammello
rappresenta l’uomo che, possedendo un ideale, tenta di mantenerlo, di resistere
al fatto della divisione; il leone, invece, appare come la “forza audace” (force
audacieuse) che spezza le catene e rende, di nuovo, possibile il flusso di
quegli elementi incatenati, fino ad ora, in una quasi immobilità. Infine, il
fanciullo si manifesta come figura insostituibile nell’opera di creazione di
nuovi stati percettibili. L’intervento del fanciullo nella corsa della realtà
(resa possibile dall’azione del leone) è necessario. Il fanciullo, “innocenza e
dimenticanza” dei vecchi legami, seguendo il proprio gioco assembla gli
elementi in movimento secondo nuove combinazioni. L’oggetto siffatto, essendo in
grado di affascinare l’uomo, si cristallizzerà in una nuova realtà percettibile
rinnovando, così, il ciclo della vita come movimento e rallentamento.30
Il popolo tedesco si trova,
dunque, in questa situazione: esso dovrebbe crearsi una propria cultura. Secondo
l’interpretazione degaulteriana, Nietzsche reputa la cultura alla stregua di un
insieme di reazioni comuni ad un gruppo umano. Queste reazioni riguardano il
giudizio, le “cose dello spirito” (choses de l’esprit) ma, poiché il
giudizio si fonda sul “gusto” (che è un elemento fisico) esse sono, allo stesso
tempo, sono insite nella “fisiologia” di un particolare gruppo umano. Tali
reazioni che, durando nel tempo, si cristallizzano non devono far supporre che
il popolo che ne è in possesso non possa più evolvere. In effetti, perché ci
sia un cambiamento, è necessario che la cosa che muta rimanga simile a qualcuna
delle sue parti più importanti; è necessario che queste parti permangano in uno
stato di rallentamento.31
Esemplare di questa concezione della cultura è la reazione del popolo greco di
fronte a tutte le diverse forme di civiltà con cui esso è via via entrato in
contatto. La grandezza del popolo greco è stata la capacità di ritrovare se
stesso, di scegliere in modo critico tutti quegli elementi (del passato e/o
estranei) che, essendo in armonia con esso, non facevano altro che arricchirlo.
La cultura è, dunque, un “potere di reazione proprio in virtù del quale un
organismo riporta a sé tutte le cose dalle quali si è lasciato, in precedenza,
invadere.”32
Secondo de Gaultier, Nietzsche
ritiene il popolo tedesco sprovvisto di una cultura intimamente propria perché
troppo composito a livello “fisiologico”, oppure perché troppo spesso
rinnovatosi essendo la Germania un luogo di passaggio obbligato per tutti i
popoli che sono penetrati in Occidente. Per questo motivo l’azione del clima,
l’influenza del tipo di ambiente geografico non avrebbero potuto esercitarsi in
modo costante sulle differenti collettività; di conseguenza, non si sarebbe
potuto produrre uno “stato di convergenza” (état de convergence
che, per de Gaultier, sintetizza la personalità stessa di un popolo) tra le
diverse etnie presenti sul suolo tedesco. La storia è un pericolo per i
Tedeschi perché essi non possiedono, all’epoca in cui Nietzsche scrive, questa
personalità originale in grado di costituire una peculiare forma culturale. Una
coscienza storica che si introduca nello spirito di un popolo, per così dire,
ancora in formazione può essere estremamente dannosa. Alla luce del “bovarismo
della storia” (bovarysme de l’histoire), un gruppo umano si concepisce
all’immagine di epoche passate e/o estranee senza, però, essere munito di un
“potere di deformazione personale capace di piegare queste immagini secondo la
propria utilità ed i propri bisogni”.33
Secondo de Gaultier, è in
questo senso che bisogna intendere la frase di Nietzsche: “la storia viene
sopportata solo dalle personalità forti, quelle deboli essa le cancella
completamente”.34
La storia deve rimanere al
servizio della vita in quanto essa è la capacità di discernere ciò che (in una
cultura passata o estranea) può risultare utile per le proprie necessità. Lo
stesso Nietzsche afferma che “solo con la massima forza del presente voi potete
interpretare il passato.”35
I tedeschi sono come i
personaggi di Flaubert, sono degli Homais posseduti dal male di conoscere
l’immagine della realtà prima della realtà effettiva. Essi considerano loro
cultura originale ciò che, invece, è un insieme di nozioni tratte da tutte le
civiltà umane ed assemblate in un sistema di educazione che dovrebbe fornire a
tale insieme una solida stabilità.36
Questo tentativo è, per altro, chimerico perché il popolo tedesco non possiede
la propria realtà distinta (con cui confrontare criticamente realtà diverse);
il popolo tedesco “non è, esso diviene, si sviluppa.”37
Il rischio cui vanno incontro i tedeschi ( e tutti i popoli che si trovano
nelle loro medesime condizioni) è quello di trasformarsi in commedianti che
compiono dei gesti in perenne disaccordo con le intime intenzioni a cui questi
gesti dovrebbero essere legati.
L’appunto che fa de Gaultier al
Nietzsche di Unzeitgemässe Betrachtungen, I, in cui la figura di
David Strass è rappresentativa della situazione del rapporto tra Tedeschi e
storia/cultura, concerna la forma letteraria utilizzata. Il tono di Nietzsche,
quello del pamphlet polemico, allontana, infatti, le argomentazioni del
filosofo tedesco dall’obiettività che, invece, una sobria scrittura artistica
dà all’opera di un Flaubert o di un Carlyle. Del resto, però, si tratta di
mancanze superficiali laddove il genio filosofico di Nietzsche compone un’
“opera filosofica vivente” (œuvre philosophique vivante) che, libera
dalla pesantezza delle astrusità tecniche, si rivela di gran lunga superiore
della maggior parte della produzione filosofica a lui contemporanea.38
La storia, dunque, rientra nel
fenomeno generale del “bovarismo della civiltà”.39
Essa è un caso di quella sproporzione tra la personalità di un essere (e di un
popolo), cioè, tra la capacità di “inventare” la propria realtà ed il fascino
che il passato (la conoscenza storica del passato) gli trasmette. Il pericolo
della storia risiede nel potere critico dell’uomo. Genuinamente ‘storico’ è,
secondo de Gaultier, l’uomo in grado di distinguere criticamente, in questo amas
del passato, ciò che può essere utilizzato in vista di un arricchimento da ciò
che, non solo è inutile, ma che, a ben vedere, è soprattutto un pericolo per la
propria formazione culturale. La confusione in cui si trova l’uomo moderno è
quella per la quale egli crede di potersi creare dei metodi, delle nozioni
quando, invece, l’elevato numero di metodi e nozioni che possiede gli sono
stati consegnati da uomini del passato. Si tratta di modi particolari che sono
stati, in realtà, utili per altri uomini, per altre specifiche necessità, non
si tratta di regole efficaci per tutti gli uomini ed in ogni tempo. Esse non
vanno accettate in modo scriteriato; risulta, piuttosto, necessario
trasformarle, adattarle di continuo alle mutate condizioni degli uomini.
La storia ha, dunque, per de
Gaultier (e secondo la sua interpretazione di Von Nutzen und Nachteil der
Historie für das Leben), un’importanza innegabile: essa è un fenomeno
proprio dell’umanità. Essa narra il susseguirsi delle finzioni che la vita inventa
per durare ma, allo stesso modo, essa è anche la narrazione dell’evoluzione
della conoscenza. La “lotta tra l’“istinto vitale” e l’ “istinto di conoscenza”
riempie il campo della storia.”40
Essa dona allo spirito, al soggetto conoscente un panorama ricchissimo,
multiforme, uno spettacolo infinito e sempre in mutamento. “La Storia è la
strada in cui l’umanità conduce il proprio inquieto cammino; l’origine ed il
termine di questo viaggio si perdono nelle nubi.”41
La storia ha, dunque, anch’essa
una valenza estetica; è una rappresentazione estetica incessante, priva di un
fine razionale (nel senso “ufficiale” del termine), di un ideale di perfezione
cui l’umanità dovrebbe tendere.42
E’, per questo motivo, che, in esseri ( o in interi popoli) privi di un proprio
originale sistema culturale, essa, introducendo elementi estranei, può
risultare pericolosa. La cultura e la storia fanno parte di un sistema vivo, in
divenire, mai del tutto fissato che, prima di tutto, deve essere vissuto. Per
de Gaultier vale l’esigenza di Nietzsche per cui l’uomo deve innanzitutto
imparare a vivere e ad usare la storia solo al servizio della vita.43
In modo particolare, la storia
della filosofia è la narrazione della “filosofia ufficiale” al servizio
dell’“istinto vitale.” Essa, però, deve essere, nell’ottica degaulteriana, il
racconto della filosofia al servizio dell’“istinto di conoscenza;” in questo
senso, non può essere una storia di tipo erudito. Essendo ogni filosofia, per
de Gaultier, l’espressione del peculiare carattere, degli specifici istinti,
della particolare sensibilità dell’intellettuale, il valore di una storia della
filosofia erudita sarebbe meramente psicologico.44
La storia, come fenomeno
generale, deve essere, dunque, anch’essa lotta e compromesso (perché la vittoria
di una tendenza provocherebbe, oltre alla fine di quella opposta, anche la
propria) tra un “tradizionalismo assoluto” (traditionalisme absolu) ed
un “cambiamento incessante” (changement incessant).45
La storia della filosofia, come ambito specifico, sarà anch’essa lotta e
compromesso tra l’“istinto vitale” e quello di conoscenza. In effetti, la
storia della filosofia che noi conosciamo (ad eccezione della metafisica
indiana e delle speculazioni di alcune figure come Schopenhauer o Nietzsche)
descrive la lotta tra quella “sensibilità metafisica” cui abbiamo in precedenza
accennato ed una “logica intellettuale” (logique intellectuelle) che
smaschera costantemente la contraddizione di cui è portatrice l’antica
“sensibilità metafisica”.46
E, forse, il caso più emblematico di ciò è Kant. La Kritik der reinen
Vernunft è la rappresentazione di un “istinto di conoscenza” vigoroso,
maturo ma terrificante, devastante per le menzogne necessarie alla vita. Kant,
forse intuendo l’enorme pericolo che la Vita (le sue menzogne) poteva correva a
causa delle conclusioni della prima Critica, rinnega in qualche modo se
stesso. Egli, cioè, tenta di ripristinare tutto il sistema di illusioni e di
finzioni vitali che la sua analisi aveva messo a rischio. La paura di strappare
il velo lo fa indietreggiare sino alla redazione della Kritik der
praktischen Vernunft.
Abbiamo parlato dell’esistenza
di una “sensibilità metafisica” in quanto fenomeno generale. Essa è un
sentimento antichissimo, primordiale; è la predilezione di determinate
soluzioni relative a problemi umani;47
si tratta, per altro, di una predilezione arbitraria, precedente allo sviluppo
di una logica intellettuale. La “sensibilità metafisica” sceglie alcune idee
non perché queste siano in accordo con i principi della logica ed i dati
dell’esperienza, piuttosto perché la semplice esposizione di tali idee provoca
una sensazione di piacere o di dolore.48
La ragione, come la intende qui
de Gaultier (la ragione pura in senso kantiano) non è ciò che distingue,
immediatamente l’uomo. Essa sembra (almeno a livello virtuale) accomunare gli
esseri umani agli animali: questi ultimi agiscono come se il principio di
contraddizione fosse, per loro, una regola rigidissima, i loro gesti paiono
dimostrare il possesso dei sentimenti di spazio e tempo. Sono altre le facoltà
intellettuali che caratterizzano in modo peculiare l’uomo; soprattutto il
potere di immaginare e di astrarre e la possibilità del linguaggio.49
La nostra “logica razionale” (logique rationelle) è un’acquisizione
piuttosto recente dell’evoluzione mentale; essa è posteriore alla formazione,
in ambito biologico, di impulsi e tendenze ben diversi. “La ragione è solo uno
stato del gioco unico dell’esperienza che si sviluppa attivamente nel mondo e
che, attraverso il conflitto tra i gesti in cui essa si produce in ogni
istante, decide nei fatti le condizioni sotto cui questi ultimi si escludono o
possono conciliarsi.”50
Il tipo di “sensibilità
metafisica” contro cui si rivolge la critica degaulteriana è quella che
mantiene, in ambito filosofico, la “credenza” che l’esistenza imperfetta e
parziale debba e possa evolvere necessariamente verso uno stato di perfezione,
armonia e giustizia assolute. La natura di questa “sensibilità metafisica”
arcaica è doppia: “essa è di natura morale e messianica”.51
Sotto l’aspetto morale, la sua soddisfazione risiede nella trasformazione dei
termini della vita: tende, cioè, verso la progressiva abolizione della
sensazione di dolore, ingiustizia e male per conservare solo la condizione in
cui si danno bene, perfezione e gioia. E’ una “sensibilità messianica” perché
attende speranzosa ed ostinata un avvenimento (di natura divina, o immanente al
fatto dell’esistenza) capace di produrre, nel futuro, la sospirata trasformazione.
Il messianismo ha tre forme
principali, due di tipo religioso, teologico, una di tipo laico. Il messianismo
della Bibbia (soprattutto, dell’Antico Testamento) ha un carattere preciso:
esso è nazionale e ristretto; il suo interesse riguarda il destino del solo
popolo ebraico ed è, perciò, prodotto specifico della struttura “fisiologica”
(dal “gusto”, dagli istinti e dalle necessità, prima di tutto, fisiche) del
popolo in questione. Il cristianesimo genera due importanti cambiamenti. Da una
parte, il messianismo viene universalizzato, applicato al destino dell’umanità
intero. Dall’altra parte, con un vero e proprio “colpo di genio” (coup de
génie) i fondatori del cristianesimo hanno spostato nell’aldilà, nel regno
di Dio la speranza della trasformazione. Essi, cioè, hanno sottratto il
messianismo a qualsiasi tipo di verifica sperimentale laddove il messianismo
ebraico prometteva di mutare lo stato di schiavitù (storico) in uno di
dominazione (altrettanto storico).
La terza forma del
“messianismo” è, secondo de Gaultier, il “messianismo del progresso” (messianisme
du progrès). Si tratta della convinzione secondo cui l’evoluzione
umana si muove verso la trasformazione della realtà del male in bene,
dell’ingiustizia in giustizia, guidata da un “messianismo” segreto ma
infallibile. Non c’è, in realtà, una differenza radicale tra queste diverse
forme di “messianismo”; il loro carattere comune è la credenza in un’evoluzione
verso la perfezione. Il loro carattere è, essenzialmente, quello di una
“trasposizione” (transposition). Nell’ambito della relazione, esiste un
“istinto di finalità” (instinct de finalité) in virtù del quale lo
sforzo umano è guidato dal desiderio verso il soddisfacimento dell’oggetto di
tale brama. Con il “messianismo” questo “istinto di finalità” (finalità,
ricordiamo, particolari e determinate che, sole, valgono nell’ambito della
relazione) viene “trasposto” in un assoluto. Nel campo della relazione, questo
sforzo in vista di un fine è la sola realtà; esso è causa del movimento umano.
“Il valore del fine, nel gioco fenomenico, è quello di essere un’illusione
prodotta dal desiderio; è quello di lasciar distinguere, una volta raggiunto
quel fine particolare, il suo carattere illusorio, mentre il desiderio liberato
dalla sua realizzazione fa apparire altri scopi e nuovi fini.”52
Quindi, nel mondo umano, ci sono oggetti di desiderio che sono particolari ma
che sono avvertiti dall’uomo come necessari ed assoluti. La tendenza dell’uomo
verso il soddisfacimento di tale desiderio produce un movimento incessante. Per
altro, una volta raggiunto l’oggetto del proprio desiderio, l’uomo si rende
conto di aver desiderato un fine circoscritto, contingente; la natura
desiderante dell’uomo si volge allora verso altri oggetti particolari,
ritenendoli, però, necessari.
Il “messianismo”, istituendo
quello che de Gaultier chiama “realismo del fine” (réalisme de la fin),
distacca il concetto di finalità dall’ambito della relazione, lo rende
arbitrariamente indipendente, deforma in modo radicale il suo significato appropriato
(quello di essere, cioè, mezzo del movimento). “Il concetto di finalità
adeguato al mondo della relazione in cui viviamo significava un potere di
attrazione, esso, invece, con la trasposizione in un assoluto, acquisisce il
significato del nulla.”53
Gli uomini sottoposti alla
fascinzaione della “sensibilità messianica” si muovono per raggiungere lo scopo
che considerano assoluto. Il desiderio di questa finalità assoluta li spinge a
mantenere il movimento necessario alla vita; la loro brama di un riposo
assoluto condiziona il movimento. In questo senso il “messianismo” è una della
“illusioni maggiori” (illusions majeures), è una forza invincibile,
indispensabile e, a ben vedere, ripropone quella “legge di ironia” che spinge
l’umanità (a sua insaputa) lungo prospettive sempre diverse e mai rigorosamente
definibili.
La “sensibilità metafisica”
arcaica è riuscita a sopravvivere, ripresentandosi come caratteristica della
“filosofia ufficiale” occidentale.54
La “filosofia ufficiale”, infatti, è imprigionata in una forma di “messianismo”
laico; non esiste, secondo de Gaultier, un mutamento radicale rispetto al
“messianismo” di tipo religioso. Se in quest’ultimo l’avvenimento che avrebbe
dovuto salvare il mondo apparteneva ad un intervento divino, nell’epoca moderna
questo potere è stato devoluto all’umanità. Così anche la filosofia, la
promessa filosofica “situa l’avvenimento, il fatto messianico nell’ambito
proprio della fede, al di là dei limiti di ogni possibile verifica”.55
La promessa escatologica religiosa è posta in un futuro imprecisato,
indeterminato; se le prime comunità cristiane attendevano la venuta di Cristo
come imminente, questo ritorno è stato, in seguito, procrastinato
indefinitamente. La promessa religiosa si situa al di là di ogni possibile controllo
umano sulla sua realizzazione o, meno; si tratta di un atto di fede: la
“sensibilità messianica” prevede che l’uomo attenda una realizzazione di un
modno libero dal male, anche se tutto nel mondo in cui egli vive sembra
dimostrare l’impossibilità di un tale evento.
La “sensibilità metafisica”, ha un’origine religiosa: essa
rispondeva, con i suoi postulati e con la “credenza” mitica che produceva, ad
una propria logica di tipo religioso. Essa, attraverso le religioni istituzionali,
ha saputo insinuarsi all’interno della speculazione occidentale. E’, cioè,
sopravvissuta allorché una nuova logica (non più mistica, ma intellettuale) si
è presentata. E’ sopravvissuta nella Kritik der praktischen Vernunft e
nel neocriticismo di Renouvier.56
Essa sopravvive, fondamentalmente, in ogni filosofia che affermi,
esplicitamente o implicitamente, il primato della morale, il fine morale della
ragione; essa è presente in ogni tentativo di sostituire o, per lo meno, di
affiancare il raionalismo alla fede.57
La fede religiosa attende la redenzione del mondo per opera di Gesù, la fede
razionalista, invece, si applica affinchè la Ragione (nuovo Dio dell’epoca
moderna) e la morale assoluta e razionale liberino il mondo dal male, dal
peccato e dall’ingiustizia.
Esiste, però, una nuova logica.
Essa deriva da una diversa “sensibilità metafisica” che è nata in un modo quasi
‘clandestino’ e si è sviluppata insieme all’ “istinto di conoscenza”. Questa
nuova logica è una “forma spettacolare” (forme spectaculaire).58
Essa si riconnette al tema dell’idealismo degaulteriano per il quale
l’intelletto è una creazione ed un aspetto del movimento di divisione così come
lo è ogni altro fenomeno. Per questo motivo non possono sussistere,
nell’intelletto, gradi di ordine e di armonia maggiori rispetto a quelli di cui
il medesimo movimento di divisione del pensiero non abbia dotato i fenomeni.
Inoltre, in questo movimento, il pensiero appare alla propria osservazione come
mutilato, alterato e non può “sfuggire a questo carattere approssimativo e
fortemente inadeguato della rappresentazione se non rischiando di svanire
nell’unità dell’assoluto o del nulla”.59
Il pensiero, irrimediabilmente distinto in un oggetto per un soggetto, non può
possedersi in modo integrale. E’ impossibile ottenere dall’osservazione
dell’universo un’intelligibilità assoluta. Un eventuale (quanto, nell’ottica
degaulteriana, chimerico) possesso totale provocherebbe l’indistinzione tra
soggetto ed oggetto, sopprimerebbe le condizioni della conoscenza e sarebbe,
anzi, equivalente all’inintelligibile e al nulla.
Nelle prospettive
dell’idealismo, del “bovarismo” e della nuova “sensibilità metafisica
spettacolare” la stessa aspirazione alla conoscenza introduce (essendo il
processo conoscitivo connotato da un’indefinita serie di ulteriori
frammentazioni del soggetto in oggetto) uno “scarto” (écart). Esso
separa la rappresentazione necessariamente parziale dell’universo (che la
conoscenza valida fornisce) da un’attitudine contraria in cui si immagina un
“in-sé” (en-soi) noumenico. Secondo questa supposizione l’esistenza
avrebbe la possibilità di conoscere se stessa in un’identità assoluta;60
per de Gaultier, invece, questa eventualità va negata poiché essa segnerebbe la
fine per l’esistenza stessa e per la conoscenza di essa.
La “sensibilità metafisica”
arcaica e messianica è connotata da una tendenza affettiva: la “sensibilità
metafisica spettacolare” si formula attraverso attitudini intellettuali ed
estetiche. Nell’ambito della “sensibilità metafisica”, la sensibilità, che è un
fatto primordiale, crea una propria logica; in questa operazione l’intelligenza
è determinata dalla sensibilità (cioè, dalle sensazioni di gioia e di dolore).
La morale che viene edificata su questo tipo di intelligenza e su questo tipo
di logica è una morale caratterizzata dalla sensazione, secondo quello che de
Gaultier chiama il “realismo della sensazione” (réalisme de la sensation).
La “sensibilità metafisica spettacolare” è, invece, assoggettata da una logica
intellettuale, implica la concezione idealista e, quindi, una interpretazione
relativista del reale. Essa priva la sensazione del carattere di realtà
definita e intangibile che questa aveva nell’ambito della “sensibilità
metafisica”.61 L’unica
realtà propria della sensazione (e dei suoi oggetti, dolore, piacere) risulta
da un fatto di relazione interiore intercorrente tra l’ “io” e se stesso. Alla
luce della “sensibilità metafisica spettacolare”, la disposizione di questa
relazione interiore cambia. In questa relazione le cose accadono come se la
parte soggettiva del fenomeno si intensificasse a detrimento della parte
oggettiva. Nel caso della “sensibilità morale” la parte oggettiva suscita uno
stato di coscienza nella parte soggettiva attraverso le sensazione di gioia o
dolore. Nella “sensibilità metafisica spettacolare”, invece, le cose accadono
come se questa parte oggettiva fosse attenuata in favore della parte
soggettiva. In questo modo, la parte oggettiva trasmette al soggetto delle
impressioni più deboli che non sono più frutto della forza della sensazione, ma
di stati in cui predomina l’azione del soggetto, quindi, della parte
intellettuale. La sensazione si rivela come mezzo, come parte di un processo in
cui le sensazioni di gioia e dolore tendono a trasformarsi in percezioni, in
nozioni, in immagini, in rappresentazioni. La sensazione, cioè, fornisce la
materia per la “sensibilità spettacolare”. In questo modo, inoltre, l’esistenza
che, alla luce delle sensazioni di gioia e dolore, necessitava di una
giustificazione morale in grado di promettere una progressiva e futura
eliminazione del dolore, l’esistenza si manifesta, invece, come uno spettacolo
colto da una “sensibilità spettacolare” e giustificato in quanto spettacolo.
“Non bisogna più convertire il male in bene né il dolore in gioia perché dolore
e piacere sono solo delle prospettive di primo piano, dei mezzi panoramici.
L’opposizione, nel mondo, di bene e male, di piacere e dolore, si presenta
dunque, per la sensibilità spettacolare, come un mezzo di composizione del
reale.”62
La “sensibilità spettacolare”,
inoltre, smaschera un carattere particolare della “filosofia ufficiale.”
Quest’ultima si è posta, come un problema da risolvere, la presenza nel reale
dell’antinomia che sussiste nell’opposizione tra tesi ed antitesi. Alla luce
della “sensibilità spettacolare”, invece, la questione delle antinomie appare
risolta. La nuova forma di sensibilità è consapevole di un conflitto al fondo
della realtà ed è altrettanto consapevole del fatto che questo conflitto è
essenziale, indispensabile per l’esistenza. La realtà immediata si presenta,
così, perfetta, non suscettibile di alcun tipo di perfezionamento o redenzione;
l’interesse della “sensibilità spettacolare” è quello che la realtà continui a s’écouler,
indefinitamente, davanti allo spirito dello spettatore. La sensazione, secondo
l’ottica “illusionista” di de Gaultier, è composta della “sostanza del sogno” (substance
du rêve) e, nell’immensa rappresentazione teatrale che è l’esistenza, la
sensazione fa parte, anch’essa, di un atto arbitrario, irrazionale: essa “non
si deduce”63. Il picere
estetico di questo spettacolo teatrale (piacere che è, allo stesso tempo, causa
prima ed ultima della “sensibilità spettacolare”) “è della stessa natura
irrazionale della sensanzione”.64
Entrambi appaiono all’improvviso, le loro rispettive origini rimangono avvolte
nel mistero, sono prodotti di un fatto di improvvisazione che rimane
irriducibile.
Da un punto di vista meramente
psicologico, la capcità di provare piacere rispetto ad avvenimenti composti da
sensazioni di gioia e dolore appare legata al fenomeno della curiosità la quale
nasce laddove “inizia lo spettatore” (s’ébauche le spectateur).
L’individuo assiste alle svariate composizioni di gioia e dolore e vi si
appassiona poiché trova, in questo rapporto, la materia per il proprio
soddisfacimento.
La curiosità genera due fatti
della massima importanza. La sensazione non è solo un fine in sé, ma diventa
anche mezzo di uno spettacolo. Dal punto di vista della curiosità non interessa
che la sensazione sia di dolore o di gioia, poiché in entrambi i casi
l’essenziale è la capacità delle sensazioni di dolore e di gioia di far
apparire uno spettacolo il quale diventerà, sempre più, l’unica “ragion
d’essere”(raison d’être). Inoltre, la realtà tende a divenire
rappresentazione, tende ad assumere il carattere di un’immagine; il reale,
attraverso la curiosità, viene privato delle proprie maschere provvisorie (le
sensazioni di gioia e dolore) e rivela il proprio carattere essenziale: la
realtà definitiva è una “realtà spettacolare” (réalité spectaculaire).
Essendo la sensazione una “forma etica dell’agire”65,
risulta indifferente (una volta concepita la realtà come rappresentazione) che
la sensazione sia di dolore o di gioia. La sensazione e la “sensibilità morale”
che da essa deriva sono una sorta di primo stadio del reale, sono forme
elementari, sono stati affettivi e forniscono la materia prima dell’esistenza.66
La “sensibilita spettacolare” nasce in questo terreno, sembra essersi
“sviluppata nelle regioni del subcosciente”67
della “sensibilità messianica” e, superata la sensazione come primo stadio del
reale, si presenta caratterizzata dalla formula percipi e percipere;
la percezione appare, dunque, come una forma estetica, intellettuale (termini
per de Gaultier molto simili) e più raffinata rispetto alla sensazione.68
De Gaultier sembra, dunque, mantenere, all’interno dell’esistenza, un rapporto
tra “sensibilità messianica” e “sensibilità spettacolare”. Quest’ultima non ha,
perciò, nessuna intenzione di distruggere la “sensibilità morale”, anzi, questa
non fa che complicare ed arricchire il panorama su cui specula l’altra.
La “sensibilità morale” è,
inoltre, in grado di soddisfare la “sensibilita spettacolare”. Quest’ultima,
infatti, si appassiona nel trasformare gli elementi della “sensibilità morale e
messianica”: ovvero, li priva di ogni caratteristica sentimentale, ne mostra,
al contrario, il carattere fictif ed attribuisce loro un valore
semplicemente estetico, rappresentativo. “E’, dunque, la stessa sostanza del
dolore e del piacere che la sensibilità spettacolare metamorfizza in seguito in
bellezza. Gli elementi del dolore e del piacere, non giustificabili finché si
trova in loro il fine, divengono indispensabili come mezzi del fine estetico.”69
Il punto di vista estetico,
dunque, non sopprime la morale, piuttosto la pone alla propia dipendenza e ne
utilizza gli elementi. Il mondo morale che, nella prospettiva della “sensazione
messianica”, era uno scopo diviene moyen ed in questo nuovo senso il suo
ruolo “nel gioco dell’esistenza è di una importanza di primo ordine.”70
La vita vuole mantenersi ed un tale scopo implica, in fin dei conti, una
valutazione del bene e del male. Nell’interpretazione degaulteriana, tutto ciò
che favorisce la vita costituirà il bene, tutto ciò che rischia di distruggerla
dovrà essere considerato male. “In questo senso, per incontrare una nozione
valida di bene e di male dobbiamo andare, con Zarathustra, al di là del bene e
del male.”71 E’ chiaro
che una tale valutazione ha senso nell’ottica estetica, nell’ottica di una
“sensibilità spettacolare” che ha trasformato la vita in un’opera d’arte. Ma la
vita mente, i suoi procedimenti sono misteriosi: essa, per mantenere le proprie
condizioni essenziali “stordisce e vince i suoi attori così come fa un liquore
perchè essi interpretino in modo naturale i ruoli che spettano loro, perchè
essi creino, in modo sincero, ed ignari del proprio delirio, le realtà morale,
perché essi versino lacrime e, a volta, sangue veri e perché, infine, la loro
follia collettiva falsifichi la realtà.”72
L’esistenza, nella concezione
degaulteriana, è connotata, in modo assolutamente determinante, da un desiderio
di conoscenza di sé. Nell’ambito dell’ipotesi metafisica enunciata da de
Gaultier, l’esistenza, che ha origine dalla divisione di una “sostanza” in
soggetto ed oggetto, “non ha altro desiderio e altro fine che la conoscenza e
la contemplazione”.73
Il punto di partenza, il
movente psicologico delle prime espressioni del desiderio di conoscere (e,
quindi, della scienza) è uno stato di curiosità e di étonnement verso lo
spettacolo del mondo. Ma, perché questo spettacolo si dia, perché la conoscenza
abbia un oggetto, è necessario che, secondo il “monismo idealista” proprio
dell’autore, l’attività unica che agisce nell’universo improvvisi lo stesso
spettacolo che, successivamente, essa osserverà in qualità di spettatrice. “Se
l’esistenza si realizza solo attraverso l’intervento della conoscenza conoscere
è un atto di recettività e di riflesso e, allo stesso tempo, un’attività
creatrice, conoscere è l’atto per eccellenza al quale tutti gli altri devono
giungere, in vista del quale tutti gli altri devono essere improvvisati”.74
La creazione dello spettacolo e
la “contemplazione” di esso si condizionano, dunque, in modo vicendevole, sono
due momenti (entrambi necessari) di un unico movimento che anima il reale. Alla
luce di tali constatazioni diviene ancora più chiaro perché, comunque, le
nozioni scientifiche non possano mai essere completamente adeguate al loro
oggetto. L’atto di conoscenza implica, in effetti, due momenti. Esso si forma
quando la parte soggettiva del movimento di relazione soggetto/oggetto aumenta;
ma, in un sistema di rapporti, l’ ampliamento del soggetto comporta una
compensazione per cui, nel momento in cui agisce l’atto soggettivo, la parte
dello spettacolo oggettivo tende ad indebolirsi, ad impoverirsi. Ogni qualvolta
ci poniamo a conoscere una porzione della realtà essa diminuisce come oggetto,
cambia. La riduzione della realtà avviene a livello quantitativo: de Gaultier
parla di una parte dell’energia unica agente nella realtà che viene trasferita
verso il soggetto conoscitivo a detrimento dell’oggetto conosciuto. Una realtà,
una volta conosciuta non è più, esattamente, quella che era in precedenza; essa
“si concepisce diversa da sé” secondo il più ferreo “bovarismo”. In questo
senso, la diminuzione è, anche, a livello qualitativo: la realtà risulta, in
effetti trasfigurata, deformata.
Affermare la valenza creatrice
della conoscenza significa, inoltre, ammettere il ruolo primario che l’
“errore” ricopre in quanto mezzo della composizione del reale. In effetti, se
ogni nuova teoria scientifica tende a convertire in errore le rappresentazioni
della realtà precedenti, del resto, anche i risultati di questa nuova teoria
verranno superati ( e definiti “errori”) dalle future acquisizioni
scientifiche. Questo, secondo de Gaultier, significa che (non essendo la realtà
scindibile dalle rappresentazioni in cui essa appare) ogni forma di realtà è composta
dalla serie di errori circa l’oggetto compiuti dallo spirito. L’“errore” è,
allora, quell’erreur créatrice di cui abbiamo parlato in precedenza:
“l’errore si manifesta nel cuore della conoscenza come l’elemento propriamente
creatore. Creatore a doppio titolo: compone tutta la sostanza del reale nelle
sue forme, in qualche modo, retrospettive; esso è, sotto forma di illusione, la
forza che incita costantemente lo spirito verso nuove elaborazioni.”75
Nell’interpretazione
degaulteriana, non solo la conoscenza è creatrice, lo è altrettanto l’“errore”;
ammettere, come fa l’autore, che le due affermazioni sono equivalenti sembra
paradossale. In realtà, secondo de Gaultier, per l’esistenza conoscersi e
conoscersi diversa da come essa è, conoscersi in un à peu près è il
medesimo atto. In effetti, questo accade perché una parte dell’esistenza rimane
sempre impegnata a tessere, a comporre l’intrico dello spettacolo. L’interesse
dell’altra parte, invece, è quello di occuparsi delle differenti trame della
realtà alla luce di un puro senso estetico. In una siffatta visione della
realtà, al punto più elevato dell’evoluzione dell’“istinto di conoscenza”, solo
la filosofia può, secondo l’autore, risvegliare l’uomo (una élite di
uomini, non l’umanità nella sua totalità). La “sensibilità messianica” ha
istituito , per l’essere umano, il “sogno” illusorio; la “sensibilità
metafisica spettacolare” può svelare la natura fittizia di questo stesso
“sogno”. Gli “organi” di una tale filosofia sono la percezione (modo elementare
che trasforma la materia bruta della sensazione in oggetto estetico), la
“vista” (vue, intesa come facoltà fisica del vedere) e l’intelligenza la
cui funzione è, propriamente, quella di “comprendere” (comprendre).
Ma, secondo de Gaultier, una
filosofia ‘genuina’ non è finora mai esistita: “non c’è stata, finora,
filosofia”.76 Tranne
pochissimi esempi, la maggioranza dei filosofi che hanno segnato la storia
speculativa dell’Occidente non sono stati altro che “moralisti” (moralistes).
Si sono messi al servizio della Vita, quindi, del “sogno” e dell’illusione; nel
passato attraverso le forma religiose della “sensibilità messianica”, nel
presente sotto l’apparenza, indubbiamente più raffinata e sottile, di
un’incrollabile speranza nel “Progresso” (Progrès).
La filosofia è, invece, per de
Gaultier, altro in modo radicale. “Conoscere come le cose accadono, invece che
comporre l’intrico e lo scopo della realtà, è questo ciò in cui,
propriamente, consiste l’attività filosofica”.77
La filosofia come “risveglio” (éveil), una filosofia che non predicasse
la necessità di un cambiamento della realtà immediatamente data(o non ne
promettesse una redenzione) in un’altra giudicata migliore non è, secondo
l’autore, mai comparsa. Ciò a cui abbiamo assistito finora è stato, nell’ottica
degaulteriana, il ripresentarsi di una “sensibilità messianica” sotto
l’apparenza di sistemi ognuno dei quali è, a ben vedere, una “pseudo-filosofia”
(pseudo-philosophie). Kant, Rousseau, Platone, Plotino (che propone,
quale stato di perfezione, un riassorbimento in una “unità assoluta” –unité
absolue), Parmenide (che rifiuta il mondo “della Diversità” – de la
Diversité), per fare solo alcuni nomi, hanno fatto parte dello spettacolo
teatrale, hanno contribuito ad arricchire la messa in scena. Il loro è stato,
parimenti, un “messianismo filosofico” (messianisme philosophique), non
certo filosofia. In tutta la storia della filosofia si è tentato, in estrema
analisi, di ricercare la verità intesa come una convergenza, sempre più
perfetta, di tutto ciò che è “Diverso” verso un concetto di “Uno” che è,
fondamentalmente, rimasto quello parmenideo. Questa istanza di reductio ad
unum rientra nella “sensibilità messianica” perché ritiene che il mondo
della diversità fenomenica (caratterizzato dal dolore e dal male) debba, e
possa, essere salvato solo in virtù di un riassorbimento nell’ “Uno”( in uno
stato di conoscenza perfetta, di bontà e di giustizia assolute). Essa, per
altro, rientra anche nella ‘spettacolarizzazione’ perché è causa di un
movimento: la tendenza verso la reductio spinge gli uomini a muoversi ed
essi muovendosi continuano ad arricchire di nuove illusioni. Essi pensano di
procedere verso la verità e l’unità; in realtà, essi, come la vita, muovendosi
mentono.
Nessuno si è mai reso conto, in
effetti, (almeno secondo de Gaultier) del fatto che la verità è una finzione
dell’“istinto vitale”, una finzione fondamentale, basilare per il mantenimento
della vita, ma pur sempre una finzione. Nella filosofia degaulteriana, in
effetti, l’esito del possesso della verità, quale stato di armonia assoluta di
ogni parte del reale, come riassorbimento in una unità, sarebbe catastrofica:
la dissociazione tra soggetto/oggetto (fonte della vita ma, anche,della
conoscenza) cadrebbe in una totale indistinzione, generando propriamente le
néant.78
La ‘nuova’ filosofia che de
Gaultier formula trova il proprio soddisfacimento nel “Bello” (Beau). In
modo particolare, questo fine non è rimandato in un futuro più o meno prossimo,
non è affidato a nessuna fede e a nessuna speranza: ogni tipo di relazione
dell’esistenza con se stessa che lo spirito riesce a cogliere è motivo di
realizzazione immediata. La realtà è accettata, senza ricadute, così come essa
si dà alle nostre facoltà, non c’è alcun intento riformatore, morale. L’autore,
citando Spinoza, afferma che “ogni realtà è perfezione”.79
La garanzia della serenità e della gioia della contemplazione viene a questa
filosofia dall’essere perfettamente consapevole dell’inesistenza di una ‘via’
da percorrere verso l’assoluto; essa è conscia del fatto che quella strada
porta all’annientamento dello spettacolo. Accetta, dunque, l’esistenza così
come essa è, un flusso fenomenico infinito; rifiuta qualsiasi tentativo
compiuto nell’intenzione di un’adæquatio tra soggetto ed oggetto. Fa coincidere
la perfezione della conoscenza con l’impossibilità della conoscenza stessa di
proiettarsi verso l’assoluto, verso la perfezione, verso il niente. La felicità
consiste, in questa diversa ottica, in una formula semplicissima: “vedere il
reale”,80
vale a dire, nella capacità di contemplare lo spettacolo che ci offre la realtà
senza istanze di redenzione, semplicemente godendo della bellezza (anche quando
questa ci appare nella forma più crudele) che si presenta al nostro sguardo.
La filosofia, così come la
intende de Gaultier, deve presentarsi come scienza del sapere, come scienza
della conoscenza in senso kantiano. La filosofia è scienza in quanto, come
abbiamo visto, la scienza stessa si rivela essere un “organo” di visione, un
mezzo di “sorprendere l’apparizione del reale in quanto spettacolo, un mezzo
che consiste nel collocare questa apparizione tra le prospettive e nel limite
della causalità, allo stesso modo di un pittore che pone un paesaggio nelle
prospettive dello spazio”.81
Se la filosofia, per de
Gaultier, è una scienza rigorosa, essa è, allo stesso tempo, un’arte. La
scienza ha il compito di privare, progressivamente, i diversi oggetti della
realtà del loro carattere etico, di trasformarne l’elemento “messianico” in un
dato semplicemente estetico. La scienza rivela che l’interpretazione dei
fenomeni è, ancora, fondata sulla “sensibilità messianica” arcaica. La scienza,
in virtù di questa sua opera di smascheramento, ha a che fare con l’arte. “Come
la stessa arte essa la scienza consacra l’inversione di un punto di vista
primitivo della struttura mentale in un punto di vista superiore”.82
Inoltre, secondo de Gaultier, l’attitudine che caratterizza in modo peculiare
gli “spettatori” rispetto ai “moralisti” è quella di valutare il reale secondo l’optique
de l’artiste.83
Questa sorta di convergenza, in
una filosofia scevra da ogni tipo di interesse morale, tra scienza ed arte è,
del resto, già presente in articoli precedenti l’anno di pubblicazione della Sensibilité
métaphysique. Se il mondo deve essere inteso come un gioco di apparenze, di
illusioni, “se non è più possibile adottare l’attitudine del moralista
aspirante alla verità, è tuttavia possibile adottare quella dello spettatore
preso dalla bellezza di uno spettacolo, l’attitudine estetica. Kant ha avuto
coscienza di questo postura? Senza dubbio, non è senza intenzione che egli
abbia nominato Estetica trascendentale la prima, e la più importante,
parte della Critica nel corso della quale presenta tempo e spazio come
proprietà dello spirito e non dell’oggetto . Senza dubbio, non è senza
intenzione che egli ha compreso, nella categoria dell’estetica, lo
studio di questi mezzi di rappresentazione (attraverso i quali non cogliamo che
un gioco di apparenze) opponendoli all’etica. Se, secondo l’indicazione
di Kant, l’idealismo determina, negli ambiti in cui esso è applicato, la
sostituzione di una conseguenza e di uno scopo estetico a conseguenze e scopi
etici; da un punto di vista di un idealismo universale, all’esistenza devono
essere attribuiti dei fini strettamente estetici e non etici”84.
L’elemento estetico, dunque, si
insinua anche in una teoria della conoscenza rigida, ‘scientifica come quella
che de Gaultier ritiene insita nella trattazione kantiana; l’estetica si
inserisce, anzi, in ogni atto dell’esistenza e, quindi, anche della conoscenza,
essendo le due realtà inscindibli l’una dall’altra. “Lo stato85
spettacolare, che trova la propria piena realizzazione nel sentimento estetico
in cui mostra la propria eccellenza, è ‘mischiato’, secondo la sua forma
elementare di percezione, poi sotto le forme della curiosità, dalle più volgari
alle più nobili, ad ogni modalità dell’esistenza.”86
Dunque, la peculiare filosofia di de Gaultier è, allo stesso tempo, scienza
(intesa come scienza della conoscenza) ed opera d’arte. La ricerca scientifica
si fonda su una visione panoramica dell’universo. La scienza non è di certo
intesa nel senso delle scienze positive particolari, ma in un’accezione che
molto ricorda la concezione di Schopenhauer.87
La filosofia, nella
speculazione degaulteriana, è congiunta all’arte poiché entrambe hanno lo
stesso oggetto: la filosofia dello spettacolo non si preoccupa del “perché”
(oggetto proprio, invece, delle scienze positive particolari) quanto,
piuttosto, del comment. Essa descrive, cioè, l’intelligenza umana come
il meccanismo che genera l’illusione cosmica; espone, oltre a ciò, la
spiegazione della natura dell’illusione medesima. La filosofia dello spettacolo
è, inoltre, realizzata in ogni momento.88
Il suo scopo è, infatti, quello di godere della contemplazione di se stessa e
della gioia che questa provoca secondo quel “narcisismo metafisico” di cui
abbiamo parlato. “La filosofia risponde alla questione che il suo oggetto
comporta assegnando, come scopo, all’esistenza l’apparizione di se stessa alla
propria vista, mostrando che ogni attività dell’esistenza (che è opera del
pensiero), si consuma nella produzione del fenomeno e si riappropria di sé
nella sua contemplazione.”89
Infine, filosofia ed arte sono accomunate dal fatto che entrambe sono attività
riservate ad una élite: la loro natura può essere compresa, sino in
fondo, da un limitato numero di individui. Se lo stato spettacolare è, in
germe, in ogni uomo, con la presenza della percezione, tuttavia solo in
pochissimi (per i quali la gioia consiste nell’atto contemplativo) la
“sensibilità spettacolare” raggiunge la propria perfezione.
De Gaultier, per un verso
(sulla scia di Schopenhauer), afferma l’originalità della filosofia rispetto
alle scienze particolari, per un altro verso, egli pone queste stesse scienze
sotto la dipendenza della filosofia dello spettacolo. Esse diventano “mezzi”
della rappresentazione, strumenti atti a provocare, in modo continuo ed
indefinito, l’arricchimento dello spettacolo e, dunque, in grado di garantire
un perpetua durata del panorama sul quale si esercita lo “stato spettacolare”;
esse, cioè, assicurano la persistenza della gioia provocata dalla
contemplazione del panorama. “la scienza che ha, come oggetto, quello di far
apparire aspetti nuovi e più precisi del fenomeno, la scienza assume un valore
indiscutibile allorché essa realizza questo compito.”90
La filosofia e, con essa, la
scienza devono porsi, per ricevere il loro proprio pieno significato, sotto l’optique
de l’artiste. “Sembra, così, che in vista del fine spettacolare, in cui
essa ha riconosciuto il fine dell’esistenza, la filosofia abbia passato la mano
alla scienza, la quale solamente è idonea a soddisfare la sua passione di
conoscere nell’ambito della relazione in cui si incontrano i suoi oggetti”.91
Gustave Flaubert è la
personalità emblematica di questa teoria, in cui filosofia dello spettacolo,
“monismo idealista”, visione intellettuale, “ottica artistica” sono termini
quasi sinonimi tra loro. Egli, e non poteva essere altrimenti, è l’artista che,
nella sua opera, ha fatto affiorare, nel modo più nitido, la filosofia intesa
come arte. Nella sua produzione Flaubert ha scoperto la vera natura della bêtise
essentielle che tende verso un assoluto. Egli ha compreso, cioè, che questo
sforzo del desiderio verso l’assoluto è, in realtà, uno sforzo verso il nulla
ed ha capito che i gesti, i desideri , le speranze, tutto ciò che è stato
prodotto dall’umanità nel corso della propria vicenda è “illusione”. Nella sua
attività artistica egli ha osservato e descritto la morale, l’illusione morale,
come un mezzo dello spettacolo; ha spogliato questo strumento di
rappresentazione delle maschere che esso aveva indossato per proteggere la
propria finzione. Flaubert invece di abbandonarsi (come in qualche modo hanno
fatto nomi di grande genialità come Schopenhauer e Leopardi92)
alla “disperazione metafisica” (désespoir métaphysique) ha trovato nella
contemplazione delle forme morali un piacere estetico. Dal momento che il
fenomeno morale è caratteristico dell’umanità, l’importanza di Flaubert è
massima: egli, nella propria opera di puro artista, ha “sostituito all’antica
interpretazione dell’esistenza una nuova interpretazione. All’interpretazione
morale e finalistica del mondo, egli ha sostiuito un’interpretazione estetica.”93
La “visione spettacolare”, dunque, è “redentrice” (rédemptrice). Proprio
per questo in Flaubert, la considerazione estetica dell’etica assume valore
etico. Si nota, infatti, che Flaubert ha scoperto in questo piacere estetico
l’adeguata realizzazione della morale stessa.
L’opera di Flaubert, per altro,
non si basa su ragionamenti, piuttosto, essa si fonda su un atto spontaneo,
“istintivo” (instinctif), su di un gesto di difesa contro uno stato di
sofferenza. Il pregio (della massima importanza anche per la vita) di Flaubert
è quello di non pretendere di rendere universale, di adottare quale ipotesi
metafisica ciò che è, a ben vedere, una risposta individuale ad un proprio,
personale stato di sofferenza. La riflessione, la coscienza della menzogna
sorge dopo che, in una sensibilità personale, si è sviluppata una sensibilità
spontanea capace di svelare la “menzogna” del senso tradizionale attribuito al
mondo.94
Probabilmente, lo stesso Flaubert non è stato cosciente della conseguenza (la
sostituzione dell’etica con l’estetica) della propria visione di artista. In
questo, del resto, sta sta tutto il valore della sua scrittura: in “questa
mancanza di premeditazione filosofica”.95
Nondimeno, egli ha avuto coscienza della “menzogna” che governa (e che deve
necessariamente governare) la maggioranza degli uomini. Per quanto concerne,
invece, l’élite in grado di accettare lo smascheramento e di
dilettarsene, Flaubert ha precisato in modo emblematico la situazione dello
spettatore. Quella di Flaubert è “una definizione che, applicandosi
all’artista, vale per ogni attitudine spettacolare ed esprime l’essenza di
questa attività estetica che permette una giustificazione dell’universo in
funzione della bellezza.”96
De Gaultier include, nella
propria “ottica di artista” anche altri notevoli personaggi della cultura
francese. Esiste un “sentimento della natura” (sentiment de la nature)97
la cui apparizione è piuttosto tarda. La formulazione di questo tipo di
sensibilità passa attraverso diverse tappe. Nella condizione primordiale, il
rapporto tra uomo e natura è ostile; l’uomo cerca (prima attraverso uno sforzo
fisico, poi intellettuale) di sottomettere la natura. L’uomo, per trionfare
sull’ambiente naturale che gli percepisce come ostile, tollera il giogo delle
regole della vita associata. Attraverso la costituzione della società, l’uomo
perde parte del proprio potere “fisiologico” individuale ma, parimenti, aumenta
la propria forza riuscendo ad asservire la natura. La sottomissione alle leggi
sociali tende, però ad essere avvertita come dolorosa mentre, di pari passo, la
natura va assumendo l’aspetto di un rifugio, di un asilo per l’uomo costretto
ad accettare le condizioni sociali.
Questo rinnovato “sentimento
della natura” nasce da un compromesso tra due atteggiamenti. Si tratta di un
accordo tra uno stato di conoscenza composto degli elementi intellettuali che
sintetizzano una serie di percezioni ed uno stato più profondo, “misterioso”
che riguarda la vita. Quest’ultimo è un’attitudine che ha a che fare con
l’ambito “fisiologico”: con la sensazione di gioia che alcune relazioni tra
corpo e ambiente naturale procurano all’uomo. 98
Esiste, secondo de Gaultier, un
rapporto intrinseco tra questo “sentimento della natura” e la poesia. Il
“sentimento della natura” e la poesia hanno una funzione comune, quella che
l’autore chiama “ritmo di ripresa” (rythme de reprise). L’uomo, per
sopravvivere, necessita della vita sociale; egli tende, quindi, ad aumentare il
proprio grado di socialità (concetti ed idee astratte diventano, con ciò,
nell’essere umano sempre più importanti). Ma ampliandosi questa forza
diminuiscono, in modo proporzionale, intuizioni e sentimenti individuali.99
L’uomo comprende l’importanza di essi solo perdendoli progressivamente nel suo
sviluppo verso la condizione sociale. Accortosi della loro rilevanza, egli fa
un tentativo: cerca, per un verso, di mantenere i vantaggi acquisiti con la
costituzione e l’evoluzione della società; per l’altro verso, però, tenta di recuperare
quello stato anteriore di sensibilità.100
Il “sentimento della natura” e
la poesia hanno, quindi, un’origine comune: entrambi nascono da un compromesso
tra il “mentale”(mental, l’elemento intellettuale della percezione) ed
il “fisiologico”(physiologique, l’elemento fisico, profondo). Questa
genesi spiega la presenza di un ulteriore carattere in comune, quello “mistico”
(mystique). Nell’attività mistica, per de Gaultier, una porzione
dell’attività dell’energia si muove nel “subcosciente”; essa si manifesta alla
coscienza solo dopo che il controllo di questa si è interrotto per una lasso
più o meno lungo di tempo. Il valore specifico di tale attività è che nessuna
parte dell’energia individuale totale è occupata a formare uno stato di
coscienza; durante l’attività mistica tutta l’energia umana è impegnata ad
‘assaporare’ quell’attività medesima.101
La relazione tra linguaggio e
poesia analizzata qui alla luce della più ampia concezione del “sentimento
della natura”, è oggetto di un articolo giovanile circa la poetica di P.
Verlaine.102 Il
linguaggio alle propire origini è “l’estensione e l’esteriorizzazione pura e
semplice, in ambito sonoro, della vibrazione nervosa identificata con la stessa
realtà dell’emozione fisiologica”.103
Il linguaggio si rivela, dunque,
un mezzo di liberazione dalla violenza degli stati emotivi e, proprio per
questo, un mezzo perfetto di comunicazione diretta. Il linguaggio, cioè, non
presenta nessuna mediazione e non si esprime in segni convenzionali. Esso è,
all’inizio dell’avventura umana, il mezzo adeguato di una trasmissione
integrale verso l’altro di uno stato di sensibilità. La comprensione tra i
soggetti della comunicazione è assicurata, in questa situazione di
immediatezza, in quanto essi sono uomini.
Il linguaggio, però, muta,
subisce dei cambiamenti radicali. Al posto della “onomatopea”(omomatopée)
primitiva, esso viene dotato di precise forme sonore, di significati
convenzionali: le parole non esprimono più la cosa (l’emozione “fisiologica”
concreta), esse diventano il segno della cosa. In questo modo, il linguaggio
non è più in grado di “trasformare” (transmuer) una vibrazione
nervosa in una vibrazione sonora. Questo avvenimento fornisce all’uomo la
propria potenza sulle cose ma, d’altro canto, provoca la catastrofe della gioia
immediata presente in un ambito esclusivamente “fisiologico”; è attraverso
questo processo che nasce il “mentale”.104
La poesia è, secondo de
Gaultier, il tentativo di ricostruire, con mezzi adatti alla mutata struttura
del linguaggio, l’antico splendore “fisiologico”. Come la cellula nella teoria
di Quinton, così la poesia (cercando una soluzione ad una condizione di
pericolo) dà all’uomo “un nuovo organo: la Lira. Essa crea una nuova specie,
l’uomo lirico, il portatore di Lira.”105
La poesia, essendo un
compromesso tra “mentale” e “fisiologico”, non è solo un’arte; essa è, allo
stesso tempo, un’attitudine estetica ed una condizione affettiva. La poesia in
quanto “mentale” è arte, fatto estetico e, secondo la terminologia
nietzscheana, “apollinea”. A causa della sua origine biologica, “fisiologica”,
profonda essa è, invece, “dionisiaca.” I due elementi che caratterizzano la
poesia devono, per altro, essere in equilibrio tra di loro.106
La sostanza dell’emozione
sfugge alle prese del linguaggio dal momento che esso non è più “onomatopea”,
ma convenzione. La poesia non potrà essere, perciò, una semplice descrizione
della sensibilità. Essa non dovrà solo essere capace di restituire all’uomo
l’intensità dell’emozione che egli ha perduto; la poesia, infatti, dovrà anche
cercare di trasfromarsi in questa emozione; essa dovrà, in qualche modo, essere
questa stessa emozione. Tutti gli artifici tecnici della scrittura poetica
vengono approntati in vista di questo scopo. L’opera poetica perfetta è “quella
che, senza abbandonare nessuna delle risorse acquisite dalla parola come mezzo
di scambio intellettuale, la anima, con un sovrappiù e con i suoi mezzi
poetici, della vita profonda dell’emozione e la rende adatta a significare
(unendo sensazione e struttura mentale pura) uno stato d’animo completo.
All’espressione attraverso mezzi intellettuali essa dovrà aggiungere ciò che,
del ritomo dell’emozione, essi sono inadeguati o insufficienti a tradurre.”107
De Gualtier prende qui in
considerazione, come criterio di una valutazione poetica, l’elemento
“fisiologico”. Gli artisti sono coloro che amano le parole per tutto ciò che
esse contengono, al di là del loro valore convenzionale; essi amano le parole
perché queste sono in grado di manifestare, attraverso la scrittura poetica, tutta
la “vita latente”(vie latente) dell’uomo. Alla luce di questa
valutazione, C. Baudelaire è un artista vero. La poesia, come si è detto,108
deve esprimere anche un elemento dionisiaco; per fare ciò, è necessario che
essa passi dall’ambito esclusivamente “fisiologico” (poiché l’uomo che comunica
attraverso segni convenzionali non potrebbe più comprendere questa espressività
immediata) all’ambito “mentale”. Lo scopo di Dioniso è quello di farsi
intendere; il mezzo della sua rivelazione è il linguaggio ormai
irrimediabilmente mutato. Dioniso ha, dunque, bisogno dell’opera di uomini
profondamente segnati dal corso della cultura umana, degli uomini più
fortemente nutriti di questa cultura. In uomini siffatti la poesia riesce a
realizzarsi, trovando una forma di superbo equilibrio tra le più alte
raffinatezze della mentalité e le forze più cieche della natura. In
Baudelaire che è “il poeta in cui questa realizzazione è più perfettamente
compiuta, il più sottile raffinamento della cultura intellettuale è unito al
più autentico potere di riempire di emozione l’espressione verbale, di
esteriorizzare la propria sensibilità nei ritmi lirici.”109
Nel Bateau ivre di
Rimbaud l’emozione, un’emozione violenta è l’unico personaggio del dramma; essa
si serve della parola per “esteriorizzarsi e fare irruzione”110
nel paesaggio antistante. Rimbaud mostra, per un verso, un notevole capacità di
assimilare le forme culturali più raffinate, per un altro verso, presenta una
sensibilità del tutto restia alla vita collettiva: ogni tipo di rapporto
sociale comune sembra provocare in lui un gravoso fastidio. E’ questa
sensibilità che passa nel Bateau ivre. Rimbaud si è servito della
propria scrittura poetica come di una terapia per liberarsi dal malaise
che gli procurava la vita sociale, per guarire da una sofferenza “fisiologica”.
Proiettando questa sofferenza “fuori di lui, egli la pone come uno spettacolo,
egli la trasforma in un paesaggio, in un oggetto di bellezza; così, Rimbaud fa
della sua incapacità rispetto alla vita sociale una possibilità di felicità
sotto il cielo estetico.”111
Una volta affrancatosi da questa sofferenza “egli fugge”(il s’enfuit)
dimostrando, così, la sincerità della propria poesia come cura e, soprattutto,
dimostrando la “sincerità del proprio genio”.112
P. Verlaine, infine, dimostra
in tutta la sua opera quanto sia impellente il bisogno di “esteriorizzare” uno
stato affettivo, emotivo reale e concreto. Il suo linguaggio poetico lascia
apparire l’urgenza della sua sensibilità, la vita profonda che è in lui sempre
presente. Gli oggetti sono morti finché la sensibilità (violenta e sincera) più
intima del poeta non svela la misura comune tra gli oggetti e gli uomini. Solo
“nella misura in cui l’emozione diviene più intensa, nella misura in cui si
esalta la nostra sensibilità, l’apparente diversità del mondo esteriore
svanisce, le distinzioni tra le cose determinate dalle nostre percezioni si
confondono, le analogie si rivelano: è a questo grado di emozione che Verlaine
spontaneamente impiega il simbolo come il modo di espressione naturale per
questo stato d’animo.”113
Per comprendere quale sia,
nell’ottica degaulteriana, l’“uomo importante” è necessario, innanzitutto, fare
alcune considerazioni. Secondo l’autore, da sempre, “il termine filosofia ha
avuto la funzione di indicare la cosa più importante per la vita”.114
La domanda essenziale è, allora, che cosa è la filosofia, ovvero che cosa è più
importanta per la vita? Secondo il giudizio “tradizionale” la filosofia è la
ricerca della verità; dunque, la verità esiste ed è conoscibile. Possedere la
nozione di verità significa, in questa tradizione, conoscere senza fallo i
concetti di bene e male in sé; significa poter fissare regole morali ferree;
significa che al di sopra della vita esiste qualcosa di più importante della
vita stessa (la divinità per i teologi, la “Ragione” per i filosofi). Abbiamo
visto che, nell’intepretazione di de Gaultier, verità, bene, Dio sono concetti
derivati da una scelta, da un’attività “fisiologica” in cui il “gusto”(goût)
ed il desiderio decidono dei loro contorni. L’errore degli antichi (come, del
resto di quasi tutti i filosofi) è stato quello di aver ritenuto che dei
concetti che sono, in realtà, delle conseguenze fossero dei principi,. “Essi
non hanno saputo ricostruire la genealogia”115di
queste idee, non hanno saputo rintracciarne l’origine ai primordi della storia
dell’uomo.
Il primo che (a seguito,
comunque, di un conflitto interiore) è stato capace di ricostruire la
genealogia di queste nozioni e, quindi, di liberare la vita dal tradizionale
modello di valutazione (quello, cioè, morale e finalistico) è stato Nietzsche.116
La verità ha applicazione solo rispetto alle forme vuote dell’intelligenza; nel
suo uso legittimo essa è “l’accordo universale che esiste tra gli uomini per
quanto riguarda i principi matematici e logici”.117
Il contenuto di queste forme vuote, ciò che esse non riescono ad afferrare in
modo integrale, è tutto ciò che de Gaultier chiama (rifacendosi a Nietzsche) il
“non-vero” (non-vrai): materia, corpi, gusto, desiderio, in una parola,
il reale. Non c’è niente al di sopra della vita, ciò che vale per la vita è la
vita medesima,; solo la vita può essere mezzo di giudizio per la vita. “La vita
ritrova, così, il proprio mistero e la propria fecondità: ci mostra le sue
origini nello spontaneo, nell’illogico”.118
Alla luce di questo nuovo tipo
di valutazione, la filosofia (la cosa più importante per la vita) è “creazione
di valori”119. L’“uomo
importante” per la vita sarà, allora, il “creatore di valori”, colui che “fa
dei gesti e li approva”120,
essendo al di qua del bene e del male:121
è lui che istituisce questo orizzonte. L’ “uomo epico” (homme épique) è
colui che, in epoca remota, fonda la propria società decidendo, secondo il
proprio gusto ed il proprio desiderio, della natura delle cose. Egli (come ogni
altro ‘fondatore’) ordina, classifica, gerarchizza le cose (che, in se stesse,
non sono né buone né cattive). Il gusto ed il desiderio, esprimendosi,
valutano: collocano su ciascuna cosa le “etichette”(étiquettes) del bene
e del male. L’“uomo importante” per la vita è, dunque, il fondatore. Egli è
rappresentato dalla concezione dei Vichinghi di Solness e da quella
dell’ “eroe”(héros) di Carlyle122.
E’ l’uomo forte che riesce ad imporre, come norme, i propri modi di essere ad
un gruppo. E’ colui che, essendo dotato di una sensibilità accentuata,
“affermando, al di sopra di ogni logica, il valore del proprio desiderio ed
istituendo, come regole di condotta, i mezzi per soddisfarlo”123
assegnerà uno scopo all’esistenza che ne era priva.
Dalle parole di Nietzsche
potrebbe sembrare che l’“uomo importante” non possa essere il tipo del
filosofo, ma solo il fondatore.124
Il filosofo più importante per la vita deve essere un nuovo filosofo, capace di
creare valori. Egli dovrà, in modo molto simile all’artista, ritrovare sotto la
maschera delle proprie analisi e delle proprie riflessioni quella “volontà
azzardata” (volonté hasardeuse) che ha spinto il primo uomo importante a
dare regole. La sua filosofia dovrà essere emanazione di una energia spontanea,
misteriosa, “fisiologica”; dovrà essere una filosofia che tradisca “ancora
l’autorità sovrana di una volontà la cui fatalità interiore suscita e determina
i suoi argomenti, i suoi motivi e le sue conclusioni.”125
Nell’opera di de Gaultier, il
fenomeno generale della religione, presente in ogni epoca storica, in ogni
gruppo umano sotto le più svariate forme ‘esteriori’ è il prodotto di una
particolare sensibilità: la “sensibilità messianica o morale”. Questo tipo di
sensibilità risponde, spinta dalla specifica “fisiologia” di un “uomo epico” o
di un insieme di essi, a determinate questioni inerenti alla vita del gruppo
umano. Per de Gaultier l’essenziale valore della religione sta nel produrre una
morale; per questa ragione, egli, nel suo esame delle forme religiose, si
interessa in modo particolare ai diversi sistemi etici morale.
E’ possibile, comunque,
precisare alcune caratteristiche dell’interpretazione degaulteriana della
religione. Questa è, innanzitutto, un’invenzione, una creazione umana ed ha una
peculiare funzione. Essa aggrega, forma delle società e cerca di mantenerle
attraverso la morale, la quale è composta da un complesso di regole di “igiene
fisiologica”. In questo senso, il ruolo della morale è fondamentale per
l’umanità arcaica, come per quella contamporanea. Essa è importante anche per
chi intende la vita come spettacolo poiché diviene, per l’uomo “estetico”, uno
spettacolo da ammirare.
Considerando le strutture della
nostra conoscenza, il concetto di Dio rappresenta un problema che non possiamo
risolvere; qualsiasi discorso circa Dio non ha alcuna valenza razionale e
conoscitiva. Dio è al di là delle nostre possibilità conoscitive.
De Gaultier, però, analizza,
oltre alla natura della morale, anche un fenomeno particolare della religione:
il “misticismo”. E’ interessante, a questo proposito, un’introduzione ad
un’opera di Léon Chestov pubblicata in una collana dedicata alla “filosofia
intellettualistica” di cui lo stesso de Gaultier era direttore.126
L’introduzione si apre con alcune precisazioni dell’autore circa la “filosofia
intellettualistica” e con la motivazione dell’inserimento, in una collana del
genere, del lavoro di un autore come Chestov.
Il punto di avvio è un’enunciazione
fatta da de Gaultier nell’Introduction à la vie intellectuelle:
“comprendere si oppone a credere ed ogni intellettuale ha come proprio
contrario ogni credente”.127
L’intellectualisme si oppone al razionalismo “tradizionale”; esso
sarebbe sinonimo del razionalismo se questo termine non fosse stato tradito
dall’opera di troppi filosofi preoccupati di usare il razionalismo per dare
prestigio alla “sensibilità messianica”. “L intellectualisme è una
dottrina dell’esperienza pura nella quale solo i gesti costituiscono le
categorie della ragione”.128
Nella filosofia degaulteriana,
le forme della conoscenza sono l’insieme delle strutture all’interno delle
quali deve compiersi l’azione improvvisatrice dell’esperienza perché un
fenomeno possa risultare conoscibile. Una di esse è il legame indissolubile che
unisce l’esistenza alla conoscenza di se stessa; la seconda è la necessità,
perché sia possibile la conoscenza, dell’opposizione tra un soggetto ed un
oggetto . In considerazione di queste due premesse il reale si mostra connotato
da una inadeguatezza costitutiva: l’esistenza (il cui desiderio è quello di
conoscere se stessa) per conoscersi è, infatti, costretta a desumere de se
stessa oggetto e soggetto, dunque, in ogni atto conoscitivo la parte soggettiva
risulterà esclusa da questo steso atto di conoscenza. Le altre forme che
condizionano e rendono possibile esistenza e conoscenza sono tempo, spazio,
causalità ed il principio di contraddizione. Questo è il contenuto della
ragione, esso ci mostra come il mondo sia inconoscibile come tutto; dimostra,
inoltre, che il reale stesso “ci viene dato nella relazione indefinita del
diverso con il diverso, che questa relazione è, rispetto alla ragione,
l’essenza della sua realtà.”129
Questo insieme delle condizioni della ragione pura è delineato da de Gaultier
con il termine di “principio di relazione”(principe de relation).
L’intellectualisme si
basa, dunque, solo sull’esperienza, ne è una derivazione (dépendance ).
L’ intellectualisme, inoltre, è perfettamente conforme ad una visione
estetica del reale in cui l’elementare sensazione del dolore e della gioia
(propria della “sensibilità messianica”) viene assimilata in un’unica
sensazione di bellezza.
Il “misticismo”, che de
Gaultier sembra far coincidere con il fenomeno della fede e della credenza,
deve essere analizzato in due diversi modi. L’autore nota come l’esperienza
mistica di Ruysbrock, di Francesco d’Assisi, di santa Teresa o di Giovanna
della Croce implichi una “euforia perfetta”(euphorie perfaite) procurata
da una totale approvazione dell’esistenza, da un’accettazione completa del
corso delle cose. E’ un tipo di “misticismo” molto prossimo, secondo de
Gaultier, all’eresia, poiché esso si allontana da ogni tipo di morale e,
conseguentemente, dalle religioni positive da cui essa discende. “E’ quando si
avvicina all’eresia che il misticismo si mostra nella sua maggiore purezza”.130
Il sentimento mistico può
essere osservato anche alla luce del senso estetico, nell’atto della produzione
dell’opera d’arte. Qui, come nelle figure dei grandi mistici, il mondo è
completamente redento dalla sensazione di bellezza; il mondo è, come vuole
Spinoza, perfetto, oggetti, avvenimenti, sentimenti del mondo sono, come vuole
Flaubert, modelli, realtà da descrivere perché caratterizzati dalla bellezza.
Unendo nella sensazione della bellezza le sensazioni di dolore e di gioia
(cause dell’ “allucinazione” morale) il senso estetico si confonde con un
sentimento religioso incontaminato. Il puro misticismo sembra, così,
congiungersi al puro intellectualisme; entrambi hanno “il potere di
vedere le cose alla luce della perfezione”.131
Un puro sentimento religioso,
così come un puro intellectualisme sono quanto di più opposto possa
esserci al fenomeno della morale. La morale nasce dal sentimento
dell’imperfezione dell’esistenza; il sentimento che connota il misticismo è
invece quello di una perfezione del mondo. La morale ha la pretesa di cambiare
ciò che è, di trasformare il male in bene; un incontaminato sentimento
religioso, al contrario, non ha intenzione di mutare niente, esso, anzi, tende
a “santificare” (sanctifier) l’esistenza così come essa si presenta. Il
potere del mistico è simile a quello dell’artista: essi non vogliono cambiare
(né possono, del resto, farlo) il reale, essi, piuttosto, possono
“trasfigurare” (transfigurer) l’esistente. De Gaultier nota come nei
Vangeli appaia una figura di Gesù che sembra caratterizzata da questa forma di
misticismo: è il Gesù che si rifuta di compiere miracoli, è lo stesso che
afferma che il regno di Dio è già in atto con tutta la felicità che può dare.
“L’attività del mistico si
esercita su un lato del principio di relazione, l’attività intellettuale
dall’altra. Li separa una barriera che né l’uno né l’altro possono superare”.132
Si tratta di due tipi di attività vcine, in qualche modo, ma che restano,
comunque, diverse; sembra chiaro, per altro, dalle pagine degaulteriane, la
fondamentale distanza tra una fede sincera e la fede “ufficiale”.
Il credente non è il moralista,
non è colui che, cercando di salvare Dio con i mezzi della ragione, non fa
altro che condannare Dio stesso alla sconfitta. Emblematici di questa figura
non sono, però, mistici religiosi in cui l’esperienza è sovente uno stato
eccezionale e non comunicabile, piuttosto, pensatori che, pur non giungendo
alle vette del mistico, hanno dimostrato una fonte mistica nella produzione
artisitca. Pascal, Tolstoj, Dostoevskij e Chestov hanno collocato la credenza,
il “misticismo” al di là del “principio di relazione”; essi (con l’aggiunta di Nietzsche),
secondo l’espressione di B. de Schlœzer riportata da de Gaultier, sono guidati
da un fervore religioso, ancorchè immoralisti. “La guerra che essi compiono
contro la morale è religiosa nella sua essenza.”133
Per Chestov, in particolare, il crimine della morale è che essa pone qualcosa
sopra Dio stesso; per l’intellettualista il difetto della morale è quello di
postulare qualcosa di superiore all’esperienza. Dio è, in realtà, al di là
dell’umanità e dei suoi concetti umani di bene e male, di verità e di errore.
Dunque, se, secondo Chestov e i puri mistici, “ogni organizzazione, ogni
convenzione è al di fuori di Dio”, così, per il puro intelletualista “di ciò
che è al di qua del principio di partecipazione nulla passa in ciò che è al di
là di tale principio”.134
L’istanza da cui prende le
mosse l’analisi degaulteriana135
non è rivolta alla verifica della effettiva realtà storica di Gesù (indagare la
“storicità” di Critso è compito degli “esegeti”136).
La riflessione è, piuttosto, orientata alla comprensione del valore di “mito” (mythe)
che il Gesù dei Vangeli incarna.
I “miti”, per de Gaultier,
nascono nella dimensione subcosciente di una collettività uman nel periodo di
‘fondazione’ di questa. Essi sono il prodotto di un’attività comune di tutto il
gruppo umano; un mito è composto dall’insieme dei desideri, dei sogni, delle
fantasie, delle aspirazioni condivisi dagli individui che fanno parte di una
specifica comunità umana. I miti si incarnano in personaggi di primo piano di
tali società, negli uomini di prim’ordine espressi dai gruppi umani, nelle
figure individuali come quelle dei poeti, dei primi legislatori e dei profeti.
Questi rappresentano, in modo visibile, concreto, il “mondo allucinato di
leggende e di credenze che si perdono nelle brume”137
su cui le società si sono fondate.
Il mito è una realtà vivente
perché, pur nel trascorrere dei secoli e dei millenni, si mostra tuttora
irriducibile a qualsiasi determinazione definitiva: esso presenta ancora
elementi di “virtualità” preziosi per l’avvenire. Inoltre, poiché la sostanza
del mito è caratterizzata da una “plasticità indefinita” (plasticité
indéfinie), esso è “slancio” incessante, capace di adeguarsi (e, quindi, di
cogliere) alla inesauribile ricchezza di significati del reale. Il mito rivela,
infine, come una sua caratteristica fondamentale l’intervento del “bovarismo
del linguaggio”. Esso opera su due livelli, enrambi riscontrabili nel fenomeno
del linguaggio. La prima alterazione si produce allorché lo spirito si pone
come oggetto della propria riflessione e, mediante questa operazione, prende
coscienza di sé; si tratta, però, di una coscienza che ha già subito una
“bovarizzazione” poiché lo spirito immaginandosi in qualità di un oggetto per
un soggetto non potrà più cogliersi come un’unità. Lo spirito riesce, comunque,
a prendere coscienza di sé, anche se si tratta di una coscienza parziale;
l’espressione, mediante il linguaggio, della consapevolezza di se stesso è la
causa della seconda modificazione. A questo livello, lo spirito, già diviso
nell’oggetto della riflessione di un soggetto, diviene anche l’oggetto della
comunicazione linguistica di un soggetto.
Il mito di Gesù, come caso
particolare del fenomeno generale, è uno dei più caratteristici e dei più rivelatori
di questo processo di progressiva ‘deformazione’ dei “miti”. Il “bovarismo del
linguaggio” si esplica nella figura di Gesù nel modo più evidente. In effetti,
il pensiero, la vita e le parole di Cristo vengono ulteriormente “bovarizzate”.
Oltre ai primi due livelli del “bovarismo del linguaggio”, la figura di Gesù
subisce una nuova alterazione con la traduzione del Vangelo dall’ebraico al
greco e dal greco ad ogni lingua umana. Questa progressiva alterazione è
quella, secondo de Gaultier, espressa nella formula: “traduttore, traditore.”138
E’, peraltro, in virtù di questa tripla opera di deformazione che il “mito” di Gesù è pervenuto sino a noi con la grande
ricchezza di significati e valenze che, ancora, lo rendono vivo.
In ragione di questa stessa ricchezza,
esistono molteplici interpretazioni della personalità di Gesù. Una di quelle
più seducenti è, per de Gaultier, quella che ne mette in risalto la
“personalità d’amore” (personnalité d’amour), quella che ha esaltato le
prime comunità cristiane. Questa interpretazione è, inoltre, simile ad un’altra
che, però, secondo de Gaultier, è più “intellettuale”. Essa si esprime
nell’opera De Imitatione Christi; la personalità di Gesù è, qui,
connotata dall’esigenza di un distacco assoluto rispetto a qualsiasi forma
di possesso, da un’aspirazione alla cessazione di ogni desiderio. Gesù incarna,
qui, l’ideale di una rinuncia universale in virtù della quale l’anima concentra
ogni sua forza nello “slancio” (élan) in cui, solamente, l’amore può
trovare il proprio oggetto. Si tratta, per de Gaultier, di una concezione della
figura cristica che, mediante la regola dell’amore, apre ad una visione
contemplativa dell’esistenza molto simile a quella ipotizzata dall’intellectualisme
dell’autore francese.
De Gaultier rigetta, in
considerazione di questa esigenza di rinuncia, ogni tipo di ipotesi cristica
che si fondi sulla preoccupazione dell’organizzazione sociale del mondo. Queste
interpretazioni della figura di Gesù, inteso come riformatore sociale,
tradiscono un interesse morale e “vitale”. Esse, secondo l’autore, hanno
imposto all’umanità, servendosi dell’autorità del nome di Dio, le diverse
concezioni di felicità umana derivate, nel corso della storia, dalla
“presunzione” (présomption) di un individuo particolare o di un gruppo
di uomini. Queste interpretazioni della felicità, frutto di specifiche
“fisiologie” umane, sono state presentate come se fossero, invece, universali,
assolute, divine. All’interno di analisi basate su questa urgenza, de Gaultier
inserisce sia il messianismo giudaico, sia l’utopia rivoluzionaria, sia,
infine, quella della chiesa la quale, nonostante il disinteresse pressochè
assoluto attribuibile ai suoi fondatori, ha sempre interpretato un ruolo
sociale interessato. L’“Esperienza metafisica” (Expérience métaphysique),139
secondo de Gaultier, utilizza la coscienza umana come luogo per apparire a se
stessa (il desiderio per cui l’Essere primordiale si scinde in soggetto ed
oggetto, originando la vita, è, infatti, quello di conoscere se stessa).
L’“Esperienza metafisica”, dunque, si riflette nella coscienza individuale in
virtù di un interesse spettacolare, contemplativo. Essa si dà come uno
spettacolo che vuole essere ammirato, non modificato. Lo scopo adeguato
dell’uomo dovrebbe essere, quindi, quello della “gioia della contemplazione” (joie
de la contemplation). Egli, cioè, dovrebbe, attraverso l’“atto di visione”
(acte de vision), prendere coscienza della bellezza del proprio mondo interiore. L’uomo, tuttavia, ha
ritenuto che il mondo fosse una realtà concreta, indipendente dal mondo interno
della sua coscienza; egli, in quanto animale politico, crede che questa realtà
possa essere trasformata e migliorata mediante l’azione umana. La presunzione
morale e politica dell’uomo è quella per cui egli vuole “riformare la natura
delle cose e opporre al mondo creato dagli dei un mondo nuovo di sua
fabbricazione.”140
E’ a causa di questa méconnaissance che l’individuo, agendo, produce il
mondo della commedia e della tragedia.
Il detto evangelico date a
Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio141
significa, nell’ottica degaulteriana, che tutto ciò che dipende da questa
costruzione arbitraria dell’uomo, tutto ciò che riguarda la realizzazione di un
ordine sociale più o meno felice e giusto fa parte “del gioco degli automi
politici”.142 Essa
rivela, inoltre, che occuparsi della commedia che si svolge nel mondo spetta a
Cesare, ai re, ai dittatori e ai sudditi, in una parola, agli attori della
rappresentazione universale. Agire significa credere che il mondo esiste
realmente; significa muoversi in esso ma, come si è detto, la vita “muovendosi
mente.”143In questo
senso, ogni atto compiuto, ogni parola detta nell’ambito del gioco umano
costituirà una partecipazione a questo gioco fittizio ma, allo stesso tempo,
sarà anche un allontanamento dalla propria interiorità individuale la quale
dovrebbe esprimersi in un puro “stato contemplativo”. La frase riportata
rivela, quindi, che il messaggio di Gesù riguarda il particolare rapporto tra
individuo e Dio o, nel lessico degaulteriano, tra individuo e “Esperienza”;
significa, infine, che Gesù è del tutto indenne dall’ambizione morale e
politica umana. Questo è, secondo l’autore, il valore massimo della figura di
Gesù, questo è il senso del suo insegnamento “in cui si esprime, nel fatto
della contemplazione, la redenzione del mondo.”144
Nell’interpretazione di de
Gaultier, Gesù incarna una forma di “puro intellectualisme”.145
Gesù, cioè, è consapevole che il mondo dei fenomeni (il solo, del resto,in cui
è possibile la vita umana), dato attraverso le prospettive spazio-temporali, è
un mondo connotato dalla differenza, dalla lotta e dal dolore. Egli, in
conseguenza di questa consapevolezza, non viene a salvare gli uomini del
futuro, condannando, in questo modo, gli uomini del passato. E’, invece,secondo
l’autore, proprio questa la massima contraddizione che compromette ogni utopia:
per realizzare la perfezione c’è, sempre e comunque, bisogno di sangue, di
stragi e di morti. La differenza fondamentale di Gesù sta nel fatto che egli salva
ogni individuo del passato, del presente e del futuro. Egli, infatti, non
cambia il mondo in cui gli uomini sono in lotta ma, nel cuore di ogni
individuo, dissipa la credenza nella realtà di questo mondo dei fenomeni, ne
svela l’illusione dando origine ad una nuova e consapevole sensibilità
individuale.
Nell’interpretazione
degaulteriana, esiste anche, in Gesù, una legge di ironia per cui chi tiene
conto della sua vita la perderà, e chi avrà perduta la vita per amor mio la
ritroverà. 146
Questo equivale a dire che le condizioni di vita sociale migliori sono
realizzabili solo dopo una totale rinuncia al desiderio di mutare le condizioni
del mondo “teatrale” (théâtral) dei fenomeni. Questa rinuncia non ha,
agli occhi di de Gaultier, un valore solo passivo; essa diventa il valore
supremo quando è la conseguenza del possesso del bene migliore: la
consapevolezza del carettere “fittizio” del mondo del dolore e del male. Si
tratta di una “catarsi” (catharsis) ottenuta attraverso la discesa,
coraggiosa, “fino al fondo del pessimismo derivato dalle circostanze del mondo
dei fenomeni”, solo questa estrema discesa permette di raggiungere uno stato di
“ottimismo trionfante”.147
Il regno di Dio è dentro di voi.148
Questa è l’essenza integrale del messaggio evangelico; tale è il significato
fondamentalmente estetico della Scrittura. Il mondo come rappresentazione è lo
“strumento” di una “gioia” che appartiene all’individuo cosciente del carattere
rappresentativo dell’universo. Costui, in virtù di questa consapevolezza, è in grado
di conquistare questo “regno di Dio” che è in lui e che, solo, indica l’unione
più intensa con Dio stesso. L’individuo, in un tale stato di coscienza, si
rende conto che il mondo dominato da spazio e tempo, dal principio di
causalità, dalla lotta, dal dolore e dalla gioia, dalle azioni per ottenere il
piacere e sfuggire il dolore non è che uno spettacolo suscitato da lui stesso
per il proprio godimento estetico. L’individuo si accorge che questo mondo è
una proiezione esterna di se stesso prodotta dal desiderio di essere padrone di
sé che determina il rapporto tra oggetto e soggetto: l’io, cercando di
possedersi interamente, si dà come oggetto a se stesso. La parabola di Marta e
Maria è, secondo de Gaultier, emblematica del senso estetico che pervade il Vangelo.
Marta rimane legata al proprio ruolo di attrice nel mondo, mentre Maria,
disinteressandosi degli oggetti (“fittizi”) del mondo, ha scelto la parte
migliore:149 Maria,
cioè, ha scelto di stare nel mondo come spettatrice.
L’insegnamento di Gesù mette in
luce l’esistenza, a livello psicologico, di due inclinazioni inconciliabili: la
prima opera nel mondo secondo un principio di utilità, la seconda, invece, sta
nell’universo per contemplarne la bellezza. Gesù, nella lettura degaulteriana,
svela la sostanza di queste due attitudini150
senza, peraltro, nessun tipo di interesse morale volto a cambiarle. Il suo
messaggio è, in questo senso, di un intellectualisme “rigoroso. Esso non
contiene alcun imperativo morale. Esprime solamente delle constatazioni.”151
Il regno di Dio è già negli
individui che sono capaci di “gioire delle cose senza possederle”.152
In questa condizione esistenziale, ogni interesse verso le azioni utili per
ottenere i beni terreni cade. Cioconsiderato, diventano chiare anche le
affermazioni di Gesù riguardo la povertà; questa non è, in effetti, intesa solo
come povertà materiale ma, soprattutto, deve indicare la capacità di rinuncia
che favorirà nell’intimità dell’individuo l’ingresso del “regno”.153
De Gualtier dichiara, peraltro, che le parole circa la povertà pronunciate da
Gesù hanno, anch’esse, solo il valore di “constatazioni”; per questo motivo,
solo un sentimento come l’invidia, celato sotto concetti come morale e
giustizia, possono avere trasformato le parole di Gesù in una minaccia per i
ricchi ed in una esaltazione della povertà.
Il bene supremo per gli
individui sarà rappresentato, in questa nuova prospettiva, dalla comprensione
estetica del mondo, dall’assenso al messaggio della buona novella secondo cui
“il mondo temporale irrimediabilmente condannato al male e al dolore è solo
un’apparenza”.154
Dunque, se il mondo è, in realtà, “illusione” esso può considerato come uno
spettacolo degno di ammirazione: tale è, per de Gaultier, il valore estetico
divulgato dalla scrittura evangelica.
Gesù rompe, dunque, con la
morale; egli restaura, secondo de Gaultier, la situazione originale della
produzione tragica greca, quella, cioè, precedente all’apparizione di Socrate:
non ci sono né colpevoli, né innocenti. Gesù libera gli uomini ma, soprattutto,
Dio dal peso della libertà; la libertà è, come il mondo, un’ “illusione”: e
che di voi per quanto pensi e ripensi, può aggiungere alla durata della sua
vita un sol cubito?155
Non esiste responsabilità: Padre, perdona loro, perché non sanno quello
che fanno.156
I buoni ed i cattivi non sono che gli attori della commedia; non esistono
nemici perché non esistono colpevoli: gli uomni interpretano semplicemente il
ruolo che è stato loro assegnato. Crolla, così, ogni pretesa di giustizia ciò
che rimane è esclusivamente la grazia.157
La figura di Gesù è definita,
nella lettura degaulteriana, da un “puro monismo”(pur monisme). La
concezione “monista” di Dio sembra, nelle parole di de Gaultier, collimare con
ciò che l’autore chiama (in questo articolo) l’“Esperienza metafisica.” Il Dio
rivelato da Gesà e l’“Esperienza metafisica” di de Gaultier si ritrovano in
Zagreo laceratosi per allestire lo spettacolo dell’universo. “Dio in tutte le
cose e in tutti gli esseri, Dio che conosce il segreto e che ha concesso ai
fenomeni il potere di commuoverlo, di appassionarlo e di crocifiggerlo solo per
riconoscere il proprio volto sotto le maschere con cui si è ingannato e per
trasfigurare in visione estetica (attraverso questo riconoscimento) tutta la
pateticità degli eventi che si offrono nel mondo della sensazione e dei
fenomeni.”158
Questa “trasfigurazione
estetica” viene realizzato da Gesù attraverso la comunione, immagine della
“catarsi”. Il vino ed il pane diventano sangue e corpo di Gesù: la
“trasfigurazione”(la “transubstanzazione”) che questi elementi subiscono rivela
che la loro diversità è “fittizia”. Essi possono mutare in modo così radicale
perché non hanno concretezza e realtà, perché sono, nella loro essenza, parti
del drama esistenziale. La “comunione” significa che il mondo delle
apparenze è, ormai, riunito nell’“Esperienza metafisica” che aveva proiettato,
per possedersi, fuori di sé il proprio mondo interiore. Questa proiezione è
all’origine delle molteplici apparenze del mondo della rappresentazione:
l’“Esperienza metafisica” diffonde all’esterno il proprio cosmo interno sotto
forma di oggetti che dovranno arricchire la rappresentazione.
La “catarsi” attuata dalla
“comunione” ha bisogno della fede; non più, però, la fede nella realtà
effettiva del mondo della rappresentazione, ma una fede radicalmente differente
rispetto a questa. Una sensibilità che ritiene il mondo irreale, una fede che
non si fonda sul miracolo ma che lo precede e lo genera: Gesù opera il miracolo
solo per coloro che possiedono già la fede. 159
Una fede in grado di svelarci
il segreto del mondo: il mondo non esiste, esso non è vero; una fede che
avviene in noi, ma che non possiamo decidere. Gesù stesso, quando sulla croce
grida verso il Padre: Eloì, Eloì, lamà sabactani?,160
si rivela vittima della fede nella realtà del mondo. Ma, attraverso la
resurrezione, il sipario si chiude sulla rappresentazione. “Sulla scena di
qualche sublime Oberammergau, l’intera storia dell’Umanità avanza,
rappresentata dai suoi personaggi di primo piano, dai suoi eroi, dai suoi
martiri, dai suoi santi, dai suoi conquistatori e dai suoi despoti ed i suoi
tiranni. Tutti, una volta terminato il dramma, si presentano ai nostri occhi
chiedendo ciò che è loro dovuto, con il volto libero dalla maschera delle
passioni che ci terrorizzavano, e noi appaludiamo quegli stessi uomini che ci
ispiravano orrore e paura. Come veri figli di Dio acclamiamo i buoni ed i
cattivi, i giusti e gli ingiusti.”161
La grandezza di Gesù è quella
di realizzare l’opera d’arte compiuta, la “transubstanzazione” integrale del
mondo in opera estetica; egli realizza l’unico modo di salvare il mondo,
trasformarlo in immagine, convertirlo in un’ “immagine innocente” (image
innocente).
Una volta compreso il reale
valore del mondo, Gesù, l’homo æstheticus ed la realizzazione compiuta
di questo (cioè, in de Gaultier, l’homo intellectualis, l’uomo per il
quale la filosofia è arte e scienza) non interviene mai nel mondo della
rappresentazione secondo la frase non resistete al malvagio162
che, nella lettura degauteriana, è “la parola suprema del Vangelo”.163
Questo messaggio, il messaggio estetico di Gesù istituisce una fede nuova: la
convinzione che il mondo sia, in quanto rappresentazione, “irreale”. Questa
diversa disposizione religiosa non deve, per altro, diventare oggetto di
predicazione; essa non deve, neanche, essere istituzionalizzata: non bisogna
creare nuove sette. Un fatto del genere significherebbe, in effetti,
“misconoscere” il reale valore della figura di Gesù: egli è un “miracolo
biologico” (miracle biologique). La nuova fede deve nascere,
obbligatoriamente, come avvenimento spontaneo, interiore, involontario; si
tratta di una fede che non si può imparare né dalla scuola, né dalla chiesa.
Solo l’individuo isolato può accogliere nella propria intimità più profonda l’apparizione
di questo nuovo sentimento di fede.
Il valore intrinseco di Gesù è,
secondo de Gaultier, questo: solo in lui “la visione estetica è stata una
realtà vivente. E’ essa che gli ha fatto affrontare e vincere la morte
attraverso la resurrezione: Ego sum resurrectio et vita. In Gesù il
miracolo biologico si è realizzato, la nuova specie è apparsa: Gesù homo
æstheticus.” 164
2 Ivi, p. 181: rationalisme des formes de la connaissance.
3 Ivi, pp. 190-191: elles fondent leur nécessité sur le caractère
d’utilité essentielle qu’elles présentent à l’égard de toutes les catégories de
phénomènes subséquentes, catégories dont elles conditionnent l’existence après
que celles-ci les ont adoptées comme bases de leur développement.
4 Ivi, p. 193: son existence est subordonnée à cette constance.
5 Ivi, p. 194: désormais, aucun objet ne pourra exister pour aucun sujet
en dehors de l’espace et du temps, parce que les perceptions et les qualités de
la matière où s’est exprimé requièrent expressément l’existence de ces formes..
6 Ivi, p. 201.
7 La sensibilité métaphysique, cit.
8 Ivi, p. 165: c’est donc l’irrationnel, c’est l’illogique qui engendre et
produit cette matière première dans laquelle les groupes humains destinés à la
civilisation sculpteront peu à peu les
contours rigides de la logique. L’irrationnel est au principe de la raison.
Cfr., inoltre, Bovarysme et déterminisme, in Comment naissent les
dogmes, cit., p. 86 e ss.
9 Ivi, p. 167.
10 Ivi, p. 180.
11 E. MEYERSON, Identité et réalité, Paris 1908³. De l’explication
des sciences, 2 voll., Paris 1927.
12 La sensibilité métaphysique, cit., p. 157: l’intelligibilité
est la limite qui sépare le monde des phénomènes, le monde du divers, le monde
de l’à peu près, le monde sur lequel nous pouvons spéculer, du monde de
l’identité dont tout effort pour l’exprimer n’est qu’une façon de le méconnaître
et de le nier.
13 Ivi, p. 170: le signe égalité ait jamais une valeur absolue. Cfr.,
inoltre, Les raisons de l’idéalisme, cit., pp. 258-261.
14 La sensibilité métaphysique, cit.
15 Ivi, p. 172: mais, ajoute-t-il, le principe d’identité est en réalité “d’essence
non seulement analytique, mais encore synthétique”. Il “contient plus qu’il ne
paraît signifier, la différence absolue”.
16 Ivi, p. 174.
17 Ivi, p. 182.
18 Ivi, p. 193 :accès au divers.
19 Ivi, p. 194 : interférant avec d’autres tendances, à la pérennité
due jeu qui soutient, avec la représentation de l’existence à sa propre vue
dans la connaissance, les conditions de l’existence elle-même.
20 Ivi, p. 197.
21 Ivi, p. 190: la réalité scientifique se montre…comme un compromis entre
la tendance de l’esprit à l’identité et la tendance des choses à la diversité.
La résistance de cette seconde tendance conditionne, avec le jeu de la
première, l’existence même d’une réalité scientifique.
22 Les raisons de l’idéalisme, cit., p. 208: l’activité
scientifique ne fait que distinguer selon quelles catégories successives, selon
quelle hiérarchie de généralité et d’importance les mouvements systématisés de
la pensée imposent à la libre improvisation de la pensée des limites et des
contours précis..
23 J. DE GAULTIER, Le bovarysme de l’histoire, in “Mercure de France”,
aprile 1908.
24 F. NIETZSCHE, Unzeitgemässe Betrachtungen, Von Nutzen und
Nachteil der Historie für das Leben, (trad. it. Milano 19866).
25 Le bovarysme de l’histoire, cit., pp. 167-168. Cfr.,
inoltre, De Kant à Nietzsche, cit., p. 333.
26 F. NIETZSCHE, Also Sprach Zarathustra, 2(trad it.Milano 1993):
citato da de Gaultier ivi, p. 169.
27 Ivi, 12.
28 F. NIETZSCHE, Jenseits von Gut und Böse, (trad. it. Milano,
1990¹¹) Da alti monti, 41-45, 56-60.
29 Le bovarysme de l’histoire, cit., p. 177.
30 Ivi, pp. 175-176.
31 F. NIETZSSCHE, Unzeitgemässe Betrachtungen, Von Nutzen und
Nachteil der Historie für das Leben , cit., 10: riportato da de Gaultier
ivi, p. 178.
32 Le bovarysme de l’histoire, cit., p. 183: pouvoir de réaction propre en vertu duquel un organisme ramène
à soi toutes les choses par lesquelles il s’est d’abord laissé envahir.
33 Ivi, p. 184: pouvoir de déformation personnel capable de briser ces
images selon l’angle de utilité et de besoins.
34 F. NIETZSCHE, Unzeitgemässe Betrachtungen, cit., II, 5: citato da de Gaultier ivi, p. 183.
35 Ivi, 6 : citato da de
Gaultier ivi, p. 184.
36 Ivi, 10 : citato da de
Gaultier ivi, p. 186.
37 Le bovarysme de l’histoire, cit., p. 187.
38 Ivi, p. 190.
39 Ivi, p. 189.
40 G. PALANTE, Combat pour l’individu, Paris 1904, p. 229: cette
lutte de l’instinct vital et de l’instinct de connaissance remplit le
champ de l’histoire.
41 Le bovarysme de l’histoire, cit., p. 184: l’Histoire
est la route où l’humanité poursuit sa marche inquiète ; l’origine et le
terme de ce voyage se perdent dans les nuages.
42 La sensibilité métaphysique, cit., p. 101, p. 57.
43 F. NIETZSCHE, Von Nutzen und Nachteil
der Historie für das Leben, cit., 10: citato da de
Gaultier ivi, p. 187.
44 De Kant à Nietzsche, cit., p. 5.
45 Comment naissent les dogmes, cit., p. 166.
46 La sensibilité métaphysique, cit., p. 33.
47 Ivi, p. 26.
48 Ivi, p. 23.
49 Ivi, p. 28.
50 Ivi, p. 27 : la raison n’est qu’un état du jeu unique de
l’expérience qui se développe activement dans le monde et qui, par le conflit entre les gestes
où elle s’engendre à tout instant, décide dans le fait des conditions sous
lesquelles ceux-ci s’excluent ou peuvent se concilier.
51 Ivi, p. 35 : elle est de nature morale et messianique.
52 Ivi, p. 39 : la valeur de la fin dans le jeu phénoménal c’est
qu’elle est une illusion engendrée par le désir, c’est que sitôt atteinte, elle
laisse distinguer son caractère illusoire, tandis que le désir libéré par sa
réalisation fait apparaître d’autres buts et des fins nouvelles..
53 Ivi, p. 41 : elle signifiait le pouvoir d’un aimant, elle prend le
sens du néant.
54 Ivi, p. 67.
55 Ivi, p. 49: situe l’événement, le fait messianique, dans le domaine
véritable de la foi, par delà les limites de toute vérification possible.
56 Ivi, p. 56, cfr., inoltre, J. DE GAULTIER, La philosophie
officielle et la philosophie, cit., I parte.
57 Ivi, p. 68.
58 Ivi, p. 38.
59 Ivi, p. 65 : échapper à cette carctère approximatif et strictement
inadéquat de la représentation que pour s’évanouir dans l’unité de l’unité ou
du néant..
60 Ibidem.
61 Ivi, p. 83.
62 Ivi, p. 86 : il n’y a plus à convertir le mal en bien ni la douleur
en joie, parce que douleur et plaisir ne sont plus que des perspectives de
premier plan, des moyens panoramiques. L’opposition dans le monde du
bien et du mal, du plaisir et de la douleur, s’avère donc au regard de la
sensibilité spectaculaire, comme comme un moyen de composition du réel.
63 Ivi, p. 96 : ne se déduit pas.
64 Ivi, p. 97 : est de la même nature irrationnelle de la sensation.
65 Ivi, p. 105 : forme étique de l’activité.
66 Ivi, p. 125.
67 Ivi, p. 94 : développée dans les régions du subconscient.
68 Ivi, p. 201 e 218.
69 Ivi, p. 126 : c’est donc la substance même de la douleur et du
plaisir que la sensibilité spectaculaire métamorphose par la suite en beauté.
Injustifiables en tant que leur fin est cherchée en eux-même, les éléments de
la douleur et du plaisir sont indispensables comme moyens de la fin esthétique.
70 Ivi, p. 131 : dans le jeu de l’existence une importance de premier
ordre.
71 Ivi, p. 130 : en sorte que c’est par delà le Bien et le Mal qu’il
faut bondir avec Zarathoustra pour rencontrer une notion valable du Bien et du
Mal.
72 Ivi, p. 128 : saoûle ses acteurs d’un alcool invincible, afin
qu’ils jouent au naturel les rôles qui leur sont dévolus, afin qu’ils créent
sans feinte, et dupes de leur délire, la réalité morale, afin qu’ils versent
des larmes et parfois du sang vrai, et que leur ivresse collective fasse la
réalité.
73 La sensibilité métaphysique, cit., p. 207: n’a d’autre désir et d’autre fin que la connaissance et
la contemplation..
74 Ivi, p. 210: si l’existence ne se réalise que par l’intervention de la
connaissance connaître est en même temps qu’un fait de réceptivité et de reflet
une activité créatrice, connaître est l’acte par excellence auquel tous les
autres doivent aboutir, en vue duquel tous les autres doivent être improvisée.
75 Ivi, p. 212: l’erreur au cœur de la connaissance s’y manifeste comme
l’élément proprement créateur. Créateur à double titre : elle compose toute
la substance du réel sous ses formes en quelque sorte rétrospectives ;
elle est sous forme d’illusion le ressort qui constamment incite l’esprit vers
de nouvelles élaborations.
76 Ivi, p.
224: il n’y a eu jusqu’ici de philosophie.
77 Ivi, p. 226: connaître comment les choses se passent, au lieu d’en
composer l’intrigue et le dénouement, c’est là proprement en quoi consiste
l’activité philosophique.
78 Ivi, p. 240.
79 Ivi, p. 239: toute réalité est perfection.
80 Ivi, p. 246: voir le réel.
81 Ivi, p. 242: surprendre l’apparition due
réel en tant que spectacle, un moyen consistant à placet cette apparition parmi
les perspectives et dans le cadre de la causalité, de la même qu’un peintre
place un paysage parmi les perspectives de l’espace.
82 Ivi, p. 247: comme l’art lui-même elle consacre l’inversion d’un point
de vue primitif de la mentalité en un point de vue supérieur.
83 Ivi, p. 220.
84 J. DE GAULTIER, Les deux erreurs de la métaphysique, in “Revue
philosophique”, febbraio 1909, p. 129: s’il n’est plus possible d’adopter
l’attitude du moraliste aspirant à la vérité, il est possible encore d’adopter
celle du spectateur épris de la beauté d’un spectacle, l’attitude esthétique.
Kant a-t-il eu conscience de cette posture? Ce n’est pas sans intention, sans
doute, qu’il a nommé Esthétique transcendantale cette première partie de la
Critique la plus importante aussi, au cours de laquelle il donne le temps et
l’espace comme des propriétés de l’esprit et non de l’objet. Ce n’est pas sans
intention, sans doute, qu’il a compris dans la catégorie de l’esthétique
l’étude de ces moyens de représentation, à travers lesquels nous n’attendrions
qu’un jeu d’apparences, les opposant à l’éthique. Si, selon l’indication de
Kant, l’idéalisme détermine dans le domaine où il est appliqué la substitution
d’une conséquence et d’un but esthétique à des conséquences et à un but
étiques, il y aura donc lieu, d’un point de vue d’idéalisme universel,
d’attribuer à l’existence des fins strictement esthétiques et non plus étiques. Cfr., inoltre, G. PALANTE, La
philosophie du Bovarysme, cit., pp. 20- 22.
85 Si è optato, nella traduzione, del termine francese état
per una traduzione letterale. Non per una mera questione di fedeltà al testo di
de Gaultier, quanto, piuttosto, perché il vocabolo “stato” è sembrato più
adatto per esprimere una caratteristica essenziale della “sensibilità
spettacolare”. La vita è connotata dall’agire, dagli interessi vitali, dai
desideri, de l’acte; la condizione del filosofo dell’“istinto di
conoscenza” è, invece, una condizione di astensione dagli atti. Egli comprende,
contempla lo spettacolo fenomenico senza, per altro, parteciparvi.
86 J. DE GAULTIER, Pragmatisme, in “Mercure de France”, febbraio 1909,
p. 425. Cfr. G. PALANTE, La philosophie du Bovarysme, cit., p. 23: l’état
spectaculaire qui trouve sa réalisation plénière dans le sentiment esthétique
et y montre son excellence, est mêlé, sous sa forme élémentaire de perception,
puis sous les formes de la curiosité, depuis les plus vulgaires jusqu’aux plus
nobles, à toutes les modalités de l’existence. Cfr., inoltre, J. DE
GAULTIER, Les raisons de l’idéalisme, cit., pp. 22-23.
87 A. SCHOPENHAUER, Parerga und Paralipomena, 1851, § Filosofia e
filosofi (trad. it., 2 voll., Milano 1998).
88 Cfr., anche, J. DE GAULTIER, Dépendance de la morale et
l’Indépendance des mœurs, cit., p. 338.
89 J. DE
GAULTIER, Les deux erreurs de la métaphysique, cit., p. 139: la
philosophie répond à la question que son objet comporte en assignant pour but à
l’existence l’apparition d’elle-même à sa propre vue, en montrant que toute
l’activité de l’existence, en tant que fait de pensée, se dépense en la
production du phénomène et se récupère en sa contemplation..
90 Ibidem: la science qui a pour objet de faire apparaître des aspects
nouveaux et plus précis du phénomène, la science assume une valeur
indiscutable, dès qu’elle réussit dans cette tâche. . Cfr. G. PALANTE, La
philosophie du Bovarysme, cit., p. 26.
91 Ibidem: il semble ainsi qu’en vue de la fin spectaculaire où elle a
reconnu la fin de l’existence, la philosophie ait passé la main à la science
seule qualifiée désormais pour assouvir sa passion de connaître dans le domaine
de la relation où se rencontrent ses objets.
92 La sensibilité métaphysique, cit., p. 82.
93 Le génie de Flaubert, cit., pp. 160-161: substitué
à l’ancienne interprétation de l’existence une interprétation nouvelle.
À l’interprétation morale et finaliste du monde, il a substitué une
interprétation esthétique.
94 Ivi, p. 164.
95 Ivi, p. 163: ce défaut de préméditation philosophique.
96 Ivi, p. 166: une définition qui,
s’appliquant à l’artiste, vaut pour toute attitude spectaculaire et exprime
l’essence de cette activité esthétique qui permet, en fonction de la beauté,
une justification de l’univers.
97 J. DE GAULTIER, La vie mystique de la nature, Paris 1924, p. 5 ss.
98 Ivi, p. 152.
99 Ivi, p. 94.
100 Ivi, pp. 40-41 e p. 156.
101 Ivi, pp. 60-62 e p. 158.
102 J. DE GAULTIER, Essai de physiologie poétique (à propos de poèmes
de M. P. Verlaine), in “Revue blanche”, maggio-luglio 1894.
103 La vie mystique de la nature, cit., p. 160 : le prolongement et l’extériorisation pure et simple dans
le milieu sonore de la vibration nerveuse identifiée avec la réalité même de
l’émotion physiologique.
104 Ivi, p. 163.
105 Ivi, p. 165: un nouvel organe: la Lyre. Elle crée une nouvelle espèce,
l’homme lyrique, le porte-lyre.
106 Ivi, p. 168, p. 177.
107 Ivi, pp. 192-193: celui qui, sans rien abandonner
des ressources acquises du mot comme moyen d’échange intellecutel, l’anime par
surcoît et par les moyens poétiques, de la vie profonde de l’émotion et le rend
propre à signifier, sensibilité et mentalité pure, un état d’âme complet.. Elle
est destinée à ajouter, à l’expression par les moyens intellectuels, ce que
ceux-ci sont impropres ou insuffisants à traduire du rythme de l’émotion.
108 Cfr., supra, p. 156.
109 Ivi, p. 187: le poète chez lequel cette réalisation s’est le plus
parfaitement accomplie. Chez lui le raffinement le plus subtil de la culture
intellectuelle est uni au pouvoir le plus authentique de gonfler d’émotion
l’expression verbale, d’extérioriser sa sensibilité dans les rythmes lyriques.
110 Ivi, p. 199: s’extérioriser et faire apparition.
111 Ivi, p. 204: la projetant hors de lui-même, il la met au point du
spectacle, il la transpose en paysage, en objet de beauté, de son inaptitude à
la vie sociale, Rimbaud s’est fait ainsi une possibilité de bonheur sous le
ciel esthétique.
112 Ivi, p. 202: la sincérité du génie.
113 Ivi, p. 212: à mesure que l’émotion devient plus intense, à mesure que
s’exalte notre sensibilité, l’apparente diversité due monde extérieur
s’évanouit, les distinctions faites entre les choses par nos perceptions se
confondent, les analogies se révèlent; c’est à ce degré d’émotion que M.
Verlaine spontanément emploie le symbole comme le mode d’expression naturel à
cet état d’âme.
114 J. DE GAULTIER, Nietzsche et la réforme philosophique, Paris 1904³,
p. 181: le terme philosophie eut pour fonction de désigner la chose la plus
importante pour la vie.
115 Ivi, p. 300: ils n’ont pas su reconstituer la généalogie.
116 F. NIETZSCHE, Also Sprach
Zarathustra, cit., Prima del sorgere del sole: citato da de Gaultier
ivi, pp. 288-290.
117 Ivi, p. 292: l’accord universel qui existe entre les hommes en ce qui
touche aux principes mathématiques et logiques.
118 Ivi, p. 297: la vie retrouve ainsi son mystère et sa fécondité: nous
montre ses origines dans le spontané, dans l’illogique.
119 Ivi, p. 278: création des valeurs.
120 Ivi, pp. 302-303.
121 L’“uomo importante” è al di
qua del bene e del male perché crea valori rimanendo entro il mondo fenomenico
e riferendosi esclusivamente ad esso; egli, inoltre, precede i valori di bene e
male in quanto è lui che li fonda. L’“uomo importante”, del resto, potrebbe
anche essere al di là del bene e del male perché, non riconoscendone più il valore
assoluto, li ha, in qualche modo, oltrepassati.
122 De Kant à Nietzsche, cit., pp. 242-244 ss.
123 Dépendance de la morale et indépendance des mœurs, cit.,
p. 104 : affirmant au-dessus de toute logique la valeur propre de son
désir et instituant, en guise de règles de conduite, les moyens de le
contenter.
124 F. NIETZSCHE, Jenseits von Gut und
Böse, cit., 210, 211 : citato da de Gaultier in Nietzsche et la réforme philosophique, cit.,
pp. 304-305.
125 Ivi, p. 306: encore l’empire souverain d’une volonté dont la fatalité
intérieure suscite et détermine ces arguments, ces motifs et ces conclusions.
126 L. CHESTOV, L’idée du bien chez Nietzsche et Tolstoj, Paris 1925²
introduction par J. DE GAULTIER, pp. 7-29.
127 Ivi, p. 9: comprendre s’oppose à croire
et tout intellectuel a pour contraire tout croyant.
128 Ivi, p. 11: l’intellectualisme se donne comme une doctrine de
l’èxpérience pure dont les seuls gestes forment les catégories de la raison..
129 Ivi, p. 14: nous est donné dans la relation du divers au divers, que
cette relation est, au regard de la raison, l’essence de sa réalité.
130 Ivi, p. 20: c’est quand il encourt le reproche d’hérésie que le
mysticisme se montre dans sa plus grande pureté.
131 Ivi, p. 22: le pouvoir de voir les choses sous le jour de la perfection.
132 Ivi, p. 24: l’activité due mystique s’exerce d’un côté du principe de
relation : l’activité intellectuelle de l’autre. Une barrière les sépare
que ni l’une ni l’autre ne franchissent.
133 B. DE SCHLŒZER, Les revelations de la mort. Dostoievskiy. Tolstoi,
Paris 1923, p. 30, citato da de Gaultier ivi, p. 27.
134 L’idée du bien chez Nietzsche et Tolstoj, cit.,
p. 29: toute organisation, tout arrangement sont en dehors de Dieu, rien ne
passe de ce qui est en deçà du principe de relation en ce qui est au-delà.
135 J. DE GAULTIER, Jésus Homo Estheticus, “Mercure de France”, CCIV (giugno 1928) pp. 513-539.
136 Ivi, p. 513: l’historicité de Jésus?
Il appartient aux exégètes de la discuter, d’en déterminer la
vraisemblance.
137 Ivi, p. 515 : monde halluciné de légendes et des croyances qui se
perdent dans les brumes.
138 Ivi, p. 517, in italiano nel
testo.
139 Per de Gaultier “Esperienza metafisica” equivale a termini precedentemente utilizzati per descrivere il gesto primordiale dell’ “Essere” (la scissione soggetto-oggetto); l’“Esperienza metafisica” è il luogo in cui la vita ha origine, è la fucina in cui il gioco vitale della incessante frammentazione tra il soggetto e l’oggetto continua a creare le “finzioni” necessarie al perpetuarsi dell’esistenza fenomenica.
140 Ivi, p. 522 : réformer la nature des choses et opposer au monde
créé par les dieux un monde nouveau de sa fabrication.
141 La Bibbia di Gerusalemme, Roma 1968, Mr, 12, 17.
142 Jésus Homo Estheticus, cit, p. 523 : du jeu des automates
politiques.
143 Cfr., infra, p. 69.
144 Ibidem : où s’exprime dans le fait de contemplation la rédemption
du monde.
145 Ivi, p. 524.
146 La Bibbia di Gerusalemme, cit., Mt, 10, 39.
147 Ivi, p. 525 : mais seule le courage d’être descendu jusqu’au fond
du pessimisme conditionné par les circonstances du monde des phénomènes
donne accès à ce triomphant optimisme.
148 La Bibbia di Gerusalemme, cit., Lc, 17, 21.
149 Ivi, Lc, 10, 42.
150 Ivi, Lc, 9, 62, Mt, 6, 25:
riportati da de Gaultier in Jésus Homo Estheticus, cit., pp. 526 ss.
151 Ivi, p. 527 : il est
d’un strict intellectualisme. Il ne contient aucun
impératif moral. Il n’exprime que de purs constats.
152 La sensibilité métaphysique, cit., p. 106 : jouir
des choses sans les posséder.
153 Jésus Homo Estheticus, cit. De Gaultier riporta,
al proposito, Mt, 10, 9, Mr, 10, 25
154 Ivi, p. 528 : le monde temporel, irrémédiablement condamné au mal
et à la douleur, n’est qu’une apparence.
155 La Bibbia di Gerusalemme, cit., Mt, 6, 27.
156 Ivi, Lc, 23, 34.
157 Jésus Homo Estheticus, cit., p. 530. In questa ottica
estetico-spettacolare, la grazia significa, per de Gaultier, la gratuità della
redenzione. Questa gratuità non caratterizza l’atto divino che permette
all’uomo di superare la propria condizione e di raggiungere la salvezza. L’uomo
è, già, da sempre, salvo perchè egli è attore in un mondo in cui non esiste la
libertà, ma solo la legge del determinismo. Il mondo è, anch’esso, già redento
poichè esso è “finzione”, “volontà di rappresentazione” e gioco : il
male, il dolore (così come gli uomini malvagi) sono essenziali, in un’ottica
estetica, a questa rappresentazione ma non hanno una loro esistenza
indipendente da questo spettacolo, essi sono “mezzi” indispensabili della messa
in scena, ma niente di più.
158 Ivi, 531 : Dieu en toutes les choses et en tous les êtres, Dieu qui sait le secret et qui n’a prêté aux
phénomènes le pouvoir de l’émouvoir, de le passionner et de le crucifier, que
pour reconnaître sa propre face sous les masques dont il s’est leurré, et, dans
cette reconnaissance, transfigurer en vision contemplative tout le pathétique
de l’événement donné dans le monde de la sensation et de l’action.
159 Ivi, p. 534 e 536, de
Gaultier cita Mt, 8, 2 ; 20, 33 ; 8, 8 ; 21, 21.
160 La Bibbia di Gerusalemme, cit., Mt, 27, 46, Mr, 15, 34.
161 Jésus Homo Estheticus, cit., p. 533 : sur la
scène de quelque Oberammergau sublime, l’histoire entière de l’Humanité
s’avance, représentée par ses personnages de premier plan, ses héros, ses
martyrs, ses saints, ses conquérants et ses despotes et ses tyrans. Tous, le
drame terminé, se présentent devant nos yeux, réclamant leur dû, la face
libérée du masque des passions que nous terrorisèrent, et nous applaudissons
ceux-là même qui nous inspirèrent l’horreur et la crainte. Comme de véritables
enfants de Dieu, nous acclamons les bons et les méchants, les justes et les
injustes.
162 La Bibbia di Gerusalemme, cit., Mt, 5, 39.
163 Jésus Homo Estheticus , cit, p. 537 : la
parole suprême de l’Evangile.