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Capitolo I
Il
nucleo fondamentale: Gustave Flaubert ed Emma Bovary
Entriamo, dunque, in medias
res, nel cuore della filosofia di de Gaultier. La nozione di “bovarismo”
percorre ed è presente come filo conduttore in tutta la sua produzione, dalle
opere a carattere più specificatamente letterario, come alcuni articoli giovanili
successivamente pubblicati ne La fiction universelle,15 sino alle opere più genericamente filosofiche
e più strettamente morali. D’altronde, i titoli di immediato riferimento sono:
Le bovarysme, la psychologie dans l’œuvre de Flaubert,16 brochure
riprodotta successivamente nel più tardo Le génie de Flaubert,17
e soprattutto il già citato Le Bovarysme. Alla fonte di questa idea
filosofica ci sembra di poter riscontrare due motivi fondamentali ben chiari:
il primo è strettamente autobiografico e precedente qualsiasi nozione intellettuale
dell’autore, come il medesimo ci riferisce nell’introduzione di Le génie
de Flaubert; l’altro, anche se cronologicamente anteriore all’introduzione
del 1913, ha le caratteristiche di una riflessione estetica in cui l’autore
prescinde dal proprio vissuto psicologico e tenta di tradurlo nei termini
di una critica letterario-artistica.
Partiamo, dunque, seguendo non
l’ordine cronologico di pubblicazione dei lavori, bensì, dall’introduzione
dell’opera del 1913; ci pare, infatti, doveroso rendere innanzitutto conto dei
motivi profondi e, per così dire, personali all’origine di questa concezione.
L’introduzione si apre con la precisazione, da parte di de Gaultier, che il
“bovarismo” non gli è stato suggerito dalla lettura del romanzo di Flaubert.
Questa constatazione si rende necessaria, secondo l’autore, per salvaguardare
il carattere espressamente artistico della visione flaubertiana. Infatti, il
“bovarismo” che si esprime nei personaggi del romanziere è un caso particolare
del termine generico, sebbene sia, qui, talmente tipico e manifestato con tale
rilievo da assurgere, senza esitazione da parte del filosofo, a segno
rivelatore, confermante, con immagini concrete, gli sviluppi speculativi che
egli ritrae.
De Gaultier afferma che l’
‘idea’ del “bovarismo” gli è apparsa in un periodo molto anteriore al
suo primo contatto con Flaubert, collocando questa metamorfosi interiore
nell’infanzia, classificandola come assolutamente spontanea, al limite
dell’irrazionale non essendo figlia di alcun travaglio dialettico, al di là di
qualsiasi meditazione su nozioni filosofiche acquisite. Non può, peraltro,
fissarne l’epoca precisa né può legarla ad alcun avvenimento della sua vita
esteriore, nondimeno, la ritrova in una posizione preminente nei suoi ricordi
più vecchi. In origine, questo profondo mutamento appare, all’autore, confuso
con uno stato di pura e semplice sensibilità per assumere, quasi
immediatamente, i tratti di un problema angosciante, la cui soluzione si
dimostrava impellente per le implicazioni espressamente pratiche del problema.
La sensazione nasceva, infatti, da un pensiero di natura morale; aveva
l’aspetto di uno scrupolo, quello di celare eventuali virtù possedute
dall’autore.
Il significato di questo
nascondere, spiega l’essenza della sensazione stessa: la virtù, una volta
conosciuta, manifestatasi all’esterno, sarebbe svanita, si sarebbe sminuita e,
soprattutto, non avrebbe potuto essere allo stesso tempo nello spirito degli
altri e negli atti di de Gaultier. Questi ha l’impressione che ogni esteriorizzazione
della propria attività interiore sia colpita da una sorta di esibizionismo che
tende a sottrarre energie a questa attività. Lo scrupolo verso la
manifestazione esterna si aggrava, in breve tempo, tanto da provocare una
specie di corto-circuito. De Gaultier teme che il solo fatto di conoscere egli
stesso la propria azione e di darle un giudizio favorevole o, anche, solo, un
giudizio, diminuisca l’azione stessa in forza e in pienezza; preoccupazione
che, del resto, viene seguita da una sensazione già vicina ad una veduta
intellettuale, definibile come un’impotenza causata da un ostacolo
insormontabile perché essenziale alla natura delle cose. L’autore cercava,
allora, di sminuire, fino all’annientamento, la coscienza del suo agire in modo
da dirigere verso la realizzazione di questo tutta l’energia disponibile. Il
sentimento di impotenza doveva nascere, però, proprio dal rendersi conto che,
allo stesso tempo, l’azione cessava di realizzarsi e, anzi, il tentativo di
perfezionarla si concludeva con la sua soppressione. De Gaultier paragona la
sua vita, in quell’epoca, a quella del mistico che per raggiungere lo stato di
beatitudine si applica ad annullare in sé tutte le sensazioni e tutta la
coscienza. A differenza del mistico che arriva a trovare la propria felicità
nella completa perdita di coscienza, il filosofo, nel corso di questa
esperienza ossessiva, si persuade dell’impossibilità di realizzare l’azione
indipendentemente da uno stato di conoscenza il quale, inevitabilmente, devia e
sminuisce l’energia devoluta all’agire.
Questa è, in sostanza, la causa
dell’imperfezione, condizione e legge dell’esistenza. In altri termini, il
“bovarismo” si presenta, originariamente, come un problema di comunicazione: un
vissuto morale nell’atto stesso in cui viene partecipato agli altri (o, anche
solo a se stessi) svanisce o, per lo meno, si depotenzia. Esso si trasforma
repentinamente in un problema di conoscenza, la quale (intesa come
comunicazione a se stessi) tende anch’essa a neutralizzare quel vissuto; nonostante
ciò, l’agire mantiene uno spessore, un rilievo, solamente e proprio in ragione
di quell’auto-coscienza che, pure, lo indebolisce.
E’ solo perché quell’originario
stato di sensibilità si è, ormai, completamente trasformato in un chiaro stato
di conoscenza che l’autore decide di divulgarlo pubblicamente, cercando, nel
contempo, di cautelarsi da qualsiasi possibilità di fraintendimento, primo fra
tutti quello lessicale. A tale scopo, conia il nuovo termine di “bovarismo” non
essendo questo confondibile, perché peculiare, con termini filosofici, forse,
più tecnici ma, ormai, usurati dai numerosi adattamenti alle esigenze ed alle
accezioni più diverse.
La filosofia del “bovarismo” si
configura, da subito, agli antipodi delle “filosofie tradizionali”. Il tratto,
la tendenza, che le accomuna in questa definizione è, secondo l’autore, lo
sforzo di raggiungere o, per lo meno, di immaginare uno stato in cui
l’esistenza fenomenica, riassorbendosi nell’uno, si riappropri di se stessa in
una conoscenza assoluta di sé. De Gaultier, criticando questo tentativo, cerca
di dimostrare che l’esistenza e la conoscenza, essendo i due termini di
un’unica e medesima realtà, sono dati esclusivamente nella relazione di una
parte del reale con un’altra parte del reale e che ogni sforzo tendente ad
uscire da questa relazione si risolve in una soppressione delle condizioni
della realtà.18 Questa concezione,
riassunta col ‘nuovo’ termine di “bovarismo”, è, in senso filosofico, la
necessità psicologica per cui ogni attività che prenda coscienza del proprio
agire deforma l’azione stessa attraverso il gesto di conoscenza con il quale se
ne impadronisce.19
E’, quindi, il fondamentale
dinamismo psicologico per cui la coscienza/conoscenza di un atto modifica,
irreparabilmente, l’atto in questione. Gli elementi fondamentali implicati dal
“bovarismo” sono: la constatazione che, sebbene ci sia propria, la conoscenza
ha un solo modo di darci la realtà, ossia in una “relazione fenomenica”
illimitata e mai compiuta. Il fatto che l’esistenza, quale ci appare secondo le
leggi del nostro spirito, è condizionata dall’assoluta impossibilità di una
conoscenza adeguata e completa; il fatto che questa impossibilità sia il
garante del perpetuo movimento vitale e della infinita genesi del reale. La constatazione,
infine, che questa “mancanza di coincidenza tra l’essere ed il conoscere” 20 sia il sottile, ma insormontabile,
abisso che ci separa du néant.
Sono queste considerazioni a
spingere de Gaultier a ritenere la propria filosofia peculiare rispetto a
quelle “tradizionali”: ispirate dal culto dell’armonia assoluta, sarebbero,
infatti, la manifestazione del pessimismo più radicale, della ricerca più
chimerica: sterile gioco di sofismi. A questa “nozione morta” di armonia, e a
tutto il culto della verità che vi è implicato, egli oppone la “vivente
nozione” della realtà, riconoscendo nell’ “inadeguatezza metafisica” (intesa
come impossibilità costitutiva di far coincidere “l’essere e la conoscenza”
che, pure, sono elementi essenziali dell’esistenza) la vera radice di questa.
Le necessarie conseguenze di tale inadéquat sono, secondo l’autore, le
uniche fessure attraverso cui filtra, sulla mobilità della realtà, un sole
rischiarante ed hanno essenzialmente tre aspetti: quello, originario e
basilare, del “bovarismo” che continueremo ad analizzare nel prosieguo del
presente capitolo, e quelli, più tardi e specifici di Le génie de Flaubert,
sui quali ci fermeremo nella prossima sezione, dell’ “errore” e del
“pressappoco”, o à peu près.
Abbiamo detto della reticenza
dell’autore nel pubblicare la propria teoria del “bovarismo”, prima che questa
fosse pervenuta ad una chiara veduta intellettuale. Il lavorio che porta dal
problema autobiografico alla formulazione razionale della teoria passa, anche,
attraverso alcuni articoli a carattere letterario, scritti dal 1897 al 1898 e
pubblicati, poi, nella La fiction universelle (1903). In realtà, questi
articoli sono tutti posteriori alla brochure1
che de Gaultier pubblicò, in pochissime copie, nel 1892, di conseguenza hanno
già sullo sfondo la tesi del “bovarismo”, le fanno, in qualche modo, da
corollario. L’autore stesso, infatti, conferma, nell’Avertissement alla
riproduzione della brochure in Le génie de Flaubert (1913), che l’idea
definitiva è quella del 1892, mentre Le Bovarysme stesso ne sarebbe una
precisazione più formale che sostanziale. C’è, inoltre, da notare che il
sottotitolo di La fiction universelle è deuxième essai sur le pouvoir
d’imaginer, intendendo come primo Le Bovarysme.
Sembra, in ogni modo,
necessario cominciare l’analisi riguardante la filosofia del “bovarismo” dal
trittico di saggi riprodotti nella Fiction universelle: le
importanti interpretazioni della produzione dei fratelli de Goncourt, di Ibsen
e di Tolstoj ivi contenute appariranno, da subito, fondamentali nello sviluppo
del pensiero degaulteriano.
Il primo saggio, apparso in “La
Revue blanche” (gennaio 1897), è quello riguardante Jules e Edmond de Goncourt
e la loro attitudine artistica. De Gaultier ci fornisce, prima di tutto, alcune
precisazioni generali sull’arte, importanti anche per il successivo sviluppo
della sua teoria. Da una parte, la filosofia tedesca sostiene che la vita dimostra
vivendo la propria volontà di vivere; dall’altra, lo spettacolo del cervello
umano, qui assimilato al fenomeno artistico, ci svela come la vita voglia anche
prendere coscienza di sé, voglia lasciare una testimonianza della propria
autoconoscenza. Questa testimonianza è lo scopo verso cui tende l’agire
artistico umano: attraverso segni scelti, la cui diversità come mezzi di
realizzazione è giustificata dall’importanza della missione artistica, l’arte
ricostituisce le apparenze dei fenomeni certificando così la coscienza che la
vita prende dei suoi spettacoli nell’uomo. L’arte si configura così come una
necessità, avendo, addirittura, il posto più importante nella scala
dell’evoluzione biologica.2
Nel fenomeno arte, sia a
livello storico sia a livello individuale, sono riscontrabili due momenti ben
definiti. In un primo periodo l’arte trova la propria fonte nella gioia e
nell’ardore di vivere; l’esaltazione creativa è causata dalla continua
ripetizione, sotto forme sempre diverse, dell’atto. Il presentarsi di questi
periodi non dipende né da un particolare sviluppo individuale, né da un
affinamento specifico della civilizzazione. Va, piuttosto, notato che la vita
usa l’umanità come intermediario per il proprio scopo senza, però, richiedere
da questa un doloroso lavoro, o l’acquisizione di una vasta cultura. La vita
fiorisce in miracoli di equilibrio, “i geni creano come gli altri crescono”: il
Romanticismo (espresso nelle opere di Goethe, di Byron, di Lamartine, di Hugo),
il XVI sec. di Shakespeare, il Rinascimento, l’età omerica in Grecia,3questi
sono, secondo l’autore, i tempi eroici dell’arte.
La rarità e l’insufficienza di
questi periodi, e dei geni che ne sono espressione concreta, costringe
l’‘arte-vita’ ad utilizzare al proprio servizio, e attraverso uno stratagemma,
anche esseri che, a causa della loro incapacità di agire, sarebbero votati ad
una sterile contemplazione. Questo stratagemma segna l’inizio di un secondo
periodo in cui l’arte, precedentemente sorta da un eccesso di vitalità, nasce,
invece, da una mancanza di vitalità, da una stanchezza di vivere, da un
disgusto verso l’atto.4
L’astuzia, escogitata dalla vita per obbligare questi esseri stanchi a
riprodurre atti che essi non compiono più, è una “fascinazione”. Da una parte,
le opere geniali esaltano il valore dell’arte e le conferiscono un potere
magnetico; dall’altra, la debolezza di questi esseri li spinge verso questo
principio ammaliatore. La prima preoccupazione di questi esseri diventa,
dunque, quella di “vedere” (in contrapposizione con un’attiva capacità di
azione); la loro perfezione estetica nasce dall’“inettitudine agli atti”; manca
loro il potere di esecuzione. Non si tratta più, infatti, del dono naturale che
quasi obbliga il “genio” alla creazione artistica, piuttosto, si tratta di
un’infatuazione, di un engouement, che tenta di supplire questa
vocazione incerta. Le loro energie punteranno, quindi, verso un solo scopo che
de Gaultier ci presenta come una mostruosa antinomia: credendosi erroneamente
dotati di un potere che, invece, è loro negato, cercano di acquisire quel dono,
ma questo sogno, qualora la falsa concezione di sé si riveli particolarmente
violenta, non fa altro che sollevarli al di sopra di se stessi.5
All’interno di questa
interpretazione i fratelli de Goncourt sono presentati come i rappresentanti
caratteristici di questa forma d’arte sorta da stanchezza e infatuazione:
essendo stati arruolati dalla vita per i propri scopi attraverso un miraggio,
tentano di spiccare quel volo eroico, che abbiamo detto, a prezzo di un
ascetismo, di un’esaltazione e di un fervore simili a quelli del mistico.
L’ideale artistico, ai loro occhi, tende ad assimilarsi a quello religioso;6le
loro preoccupazioni non riguardano la lotta per la sopravvivenza materiale che,
notiamo, non dovettero mai combattere; il loro rifiuto è rivolto verso
qualsiasi partecipazione al “gioco vitale”. Essi mostrano il proprio distacco
assoluto da ogni forma di passione umana, sia questa l’ambizione politica o
l’amore che definiscono senz’altro, sulla scia di Chamfort, come il “contatto
di due epidermidi”.7
In realtà, anche qualsiasi opinione, sociale, religiosa, ha per loro solo un
valore rappresentativo; non ne sono minimamente influenzati o limitati nel loro
lavoro intellettuale. A tale riguardo sono esemplari le citazioni riportate da
de Gaultier che equivalgono, nella sua interpretazione, ad evidenti confessioni
della disposizione dei due fratelli. “Perché questa sensazione continua che
abbiamo entrambi della mancanza di un calore interiore, non per il lavoro di
pensiero e la produzione di un libro, ma per il contatto sociale?”; e, ancora,
questa constatazione di Edmond: “Io non so quale indifferenza di morente mi
abbia preso prima dell’ora. Sono, da questo, arrivato a un tale distacco
definitivo dalla vita militante”.8
Tutto diventa, davanti al loro
sguardo, oggetto di descrizione artistica, venendo sottratto a qualsiasi
aspetto militante o utilitaristico: la vita, i suoi fenomeni sono uno
spettacolo, un meccanismo ingegnoso, una scena da presentare ad uno spettatore.
La vita viene, per dirla con de Gaultier, “registrata” come un’entità spoglia,
libera da qualsiasi legame con il mondo del divenire e della causalità.9
Osservano lo svolgersi della trama esistenziale come se si trovassero in un
circo: seguono tutti i movimenti nell’arena stupendosi, addirittura, di
percepire se stessi, attraverso una sorta di dédoublement, facenti parte
di un qualche movimento. Ma la loro astensione è assoluta, niente di tutto ciò
che di esteriore è nei fatti sfugge alla loro imperturbabile ed unica
preoccupazione visiva: spogliano questi fatti, drammatici o dolorosi, di ogni
intimità, rendendoli in questo modo niente più che modelli di atelier,
il cui unico interesse sta nelle minuzie e nei particolari. Sono del tutto
estranei alla vita, vi stanno come in viaggio,10ma
è paradossalmente questa indifferenza riguardo le normali attività vitali11
che permette loro di realizzare il proprio sogno di artisti, portando all’acme
quel senso admiratif, di cui, solamente, sono dotati. Ci sembra,
inoltre, molto importante il rilievo di de Gaultier, secondo cui le loro
creazioni artistiche sono da porre in ambiti artistici ‘nuovi’, quali quelli
del “gusto” e della “curiosità” (intesi come nuove, discutibili, categorie di
giudizio estetico).
La missione che i de Goncourt,
affascinati dalle opere degli artisti di “genio”, si propongono come propria è
l’ulteriore miglioramento di quell’universo spirituale da cui sono esclusi.
Essi scambiano per dono naturale l’entusiasmo da neofiti che provano: in realtà,
la loro energia individuale non sembra capace di dar luogo ad una produzione
artistica,12tuttavia,
essi, da puri “contemplativi” quali sono, si improvvisano esecutori,
manifestando, così, da subito, l’evidente contrasto tra la forza del loro
slancio e la penuria dei mezzi a loro disposizione. La comune scelta della
parola, mot, come modalità di “transustanziazione” delle realtà, ci
rimanda subito all’intima contraddizione che vige in essi. La parola,
nell’analisi di de Gaultier, ha un duplice impiego: l’uno artistico, l’altro
esplicativo che la riduce a moneta di scambio, a mezzo convenzionale nel
‘traffico’ quotidiano; il compito dell’artista, allora, è quello di
differenziarla, attraverso l’uso artistico, dall’uso volgare. E’ esemplare, a
questo proposito, la citazione di Mallarmé: “Un desiderio incontestabile nel
mio tempo è quello di separare, in vista di attribuzioni differenti, il doppio
stato della parola, grezza o immediata qui, essenziale là”.13
Lo sforzo dei due fratelli si rivolge, dunque, verso la parola, nel faticoso e
disperato tentativo di raffinare la loro langue, di conferirle valore
artistico, attraverso un continuo lavoro di modellamento della parola, di
raffinamento del ritmo della frase, di perfezionamento del congegno sintattico.
Giungono, per mezzo di ogni ricercato artificio retorico, ad una lingua
precisa, acuta, in cui si manifesta il “talento” ed in cui, nondimeno, quella
“sonorità vivente”, considerata da de Gaultier l’anima medesima dello stile,
tende a svanire.
La “scrittura artistica”,14
espressione coniata proprio per i de Goncourt, illumina, secondo l’autore, la
caratteristica specifica del loro stile. L’écriture (la scrittura nel
suo uso quotidiano, ovviamente non artistico) esclude, infatti, le peculiarità
sonore della parola, tenendo conto solo del suo valore in qualche modo
algebrico, laddove, il valore, come elemento d’arte, del mot sta proprio
nell’essere una sonorità. De Gaultier, inoltre, istituisce un paragone tra
questo valore della sonorità e quello, proprio delle tonalità della tavolozza,
che risiede nel loro essere una colorazione; per questo motivo, se la scrittura
dei de Goncourt è artistica, deve questo risultato all’attitudine loro propria
che, della vita, presenta ai loro occhi solo i dettagli del mondo visibile, fa
loro cogliere solo quello stesso valore rappresentativo che interessa il
pittore. A causa di questo, sembra che l’opera dei due fratelli riceva la
propria valenza dall’atmosfera presa in prestito da un’altra arte, piuttosto
che da intrinseche qualità di esecuzione. Nonostante ciò, i de Goncourt furono
i fondatori di un metodo di descrizione minuziosa dei particolari, delle
apparenze, seguito, poi, secondo l’autore, da tutta una generazione di
romanzieri francesi.15
E, comunque sia, la loro incapacità di vivere, liberandoli dalle ambizioni e
dai sentimenti ordinari, li rivolse completamente verso questo lavoro tecnico
di riproduzione artistica. Tuttavia, l’enorme dispendio di energia richiesto
per adempiere la loro missione di far volare nel cielo dell’arte le parole
ribelli, nel tentativo di supplire l’iniziale povertà della naturale facoltà
geniale, spiega, almeno secondo de Gaultier, la morte esemplare del più
giovane, e più dotato, la sofferenza del superstite e, in generale, i comuni
stati patologici, le macerazioni, la “reclusione”, che infine li portò alla
transustanziazione del reale. Esemplare, a riguardo, una citazione, tratta dal Journal,
fornitaci da de Gaultier: “Bisogna avere la febbre per lavorare bene ed è
questo che ci consuma e ci uccide”.16
Il Journal ci descrive,
quindi, allo stesso tempo, l’onnipotente fascinazione esercitata dall’opera
d’arte geniale e ci rivela che l’“inattitudine a vivere”, causa della vocazione
artistica, e l’“attitudine visiva” sono la sostanza della perfezione estetica
dei due e, tuttavia, non sempre questa sostanza, in parte acquisita, li
asseconda nella loro attività. Il funzionamento discontinuo dell’attitudine
artistica dei due fratelli si manifesta in modo particolarmente evidente nel
mezzo da loro adottato per compiere la missione prefissata, ossia, nella
parola. L’uso del mot li costringe, infatti, a delineare fenomeni che
fanno parte del mondo morale e la cui specificità è, però, quella di essere
descrivibili solo se sperimentati nella propria intimità, laddove abbiamo visto
i de Goncourt spogliare il fenomeno generale vita da ogni sostanza interna per
mantenerne solo l’esteriorità visiva. Secondo l’interpretazione di de Gaultier,
inoltre, i due scrittori sono estranei persino alle proprie esistenze particolari.
Essi sono attraversati, solamente, da quelle che l’autore chiama “emozioni
interne”, ipotizzando che, anche in questo caso, non si tratti di sentimenti o
di passioni veri e propri17e,
in ogni modo, si rivelano stati temporanei.
Sono, essenzialmente, due gli
stati interiori che riescono, in qualche modo, a strapparli dal loro isolamento
rispetto alla vita. Il primo è il sentire proprio degli uomini di lettere (solo
in questo caso, de Gaultier usa il termine passion) il quale, rivelando
loro, nella sua forma superiore, il naturale conflitto tra uomo e donna, rende
possibile la creazione, attraverso la scrittura, di personaggi, se così
possiamo dire, corposi, solidi come nel caso di Charles Demailly o nel caso di
Manette Salomon. La donna, esemplificata, nel suo aspetto negativo, da Marta
Demailly e, nella pienezza della sua forza, da Manette (la quale, per l’autore,
“agisce senza scopo, per emanazione”), rappresenterebbe il fermento delle
attività pratiche, vitali, la combattività prosaica, il cui solo principio di
disinteresse può essere individuato nell’amore attraverso cui essa equivale,
per nobiltà, all’uomo. In questo, al contrario, si manifesterebbe un puro senso
estetico, un intellectualisme scevro di interessi, una rinuncia al
“voler-vivere”, vouloir-vivre, che gli permetterebbe la diretta
comprensione dell’idea, de l’idée, e lo farebbe fruire della gioia
immediata di tale comprensione18.
La fonte della seconda feconda
emozione19 si ritrova
nelle pagine del Journal, destinate a dar vita al romanzo Germinie
Lacerteux, dove i de Goncourt narrano la scoperta, alla morte della loro
vecchia cameriera Rosa, della doppia personalità di essa: fedele domestica e
sgualdrina consumata dai vizi da pauvre fille. De Gaultier definisce
questa rivelazione come un fulmine che, in qualche modo, squarcia le tenebre in
cui si costituisce e si dissolve quella forma precaria che è l’esistenza
individuale. E’ sorprendente la lucidità dei due fratelli in questo caso
particolare: riescono a vedere il fenomeno così come è, lo colgono e lo
capiscono nella sua intima crudeltà, senza alcuna deformazione. Comprendono,
sì, l’abisso incolmabile che separa l’originaria nobiltà d’animo della donna
dalla corruzione dei suoi atti, ma lo sgomento che li coglie davanti alla
complessità del reale, li costringe ad introdurre la tara fisica, figlia del fatum,
e tutte le ineluttabili conseguenze che le sono proprie. E, secondo de
Gaultier, la narrazione di questa impari lotta è uno dei loro capolavori della
loro vocazione artistica, essendo pervasa da un’indimenticabile umanità, da una
profonda commiserazione della sofferenza umana.
Nel saggio dell’autore, la
realizzazione della missione e dell’ideale che i de Goncourt si erano composti
di se stessi e della propria opera si manifesta in quelle parti del Journal in
cui è palpabile la presenza della vita reale (e, però, anche qui si tratta
della vita di altri, non certo di quella dei due fratelli) e nei romanzi che
abbiamo qui menzionato. Il senso di questa realizzazione è il simbolo di una
dolorosa vittoria e dell’efficacia dell’ipnosi, messa in atto dalla vita,
capace di rendere artisti, sebbene in un senso meno vigoroso, anche esseri
privi della gioia di vivere.20
Contemporaneamente, però, de
Gaultier non nasconde le conseguenze funeste che l’incapacità di vivere genera
per l’arte stessa. Inizialmente, questa inettitudine contribuisce alla
formazione della tendenza estetica dei due scrittori, le fa raggiungere il suo
punto più alto nelle opere che abbiamo ricordato; quindi, esaurita la propria
parte positiva, viene accentuata tanto da causare una progressiva restrizione
della possibilità dei rapporti tra i de Goncourt e le realtà.
Questa accentuazione (che,
però, tende ad assumere i contorno di una vera e propria esagerazione),
presente già in alcuni romanzi, esplode nei volumi del Journal posteriori
al 1870 e alla morte di Jules de Goncourt. De Gaultier ipotizza due possibili
cause. La prima risiederebbe nelle migliori qualità del più giovane, che
avrebbe saputo vivificare l’opera nella reciproca collaborazione; la seconda
starebbe nel dolore di Edmond per la separazione, dolore che lo avrebbe privato
delle proprie emozioni personali. Comunque, quale che sia stata la causa
scatenante, il superstite si ritira, sempre più, dalla vita in un posto di osservazione
estraneo ad essa, si rifiuta di conoscerla se non attraverso le manifestazioni
percepite negli altri. Il risultato di questo isolamento è che, “in Edmond,
l’inettitudine diventa dominante e si idealizza in un progressivo distaccamento
fino ad una vera e propria impotenza a vivere”.21
Tutto ciò che si svolge davanti ai suoi occhi diventa, ritornando alla metafora
pittorica, un “quadro movente”22
al quale egli non prende parte se non nella veste di curioso osservatore;
esamina la strada vivente come se interrogasse una stampa del XVIII sec.;23per
Edmond la vuota forma esteriore o l’intimo dramma stanno sullo stesso piano;
infine, il suo ruolo esclusivo diventa quello del regardeur24
davanti al quale tutta una parte della vita si ritrae.25
Tutto ciò succede perché
l’unica facoltà a sua disposizione, quella di vedere, si è “ipertrofizzata”,26esaurendo,
in un certo senso, l’uomo ed il letterato. In effetti, anche l’opera risente di
questa situazione: in qualche modo, l’apparenza artistica vi è ancora presente,
le ripercussioni di questa ipertrofizzazione si evidenziano, infatti, nei
rapporti tra i diversi elementi della rappresentazione, tende a far svanire il
senso delle proporzioni tra i vari elementi. I libri sembrano, allora, raccolte
di note,27 le parole
sono svuotate, “la gerarchia dei valori capovolta, la vita non circola più” a
legare tra loro passioni, personaggi, descrizioni, drammi e pensieri,28
di più, la vita profonda ed i caratteri specificatamente individuali ed umani
di questi svaniscono.29
Nelle conclusioni di questo
saggio de Gaultier, da una parte, chiarifica lo scopo positivo dello studio,
ossia mostrare l’utilità dei de Goncourt dal punto di vista secondo il quale
l’uomo, sollevato da un entusiasmo, si concepisce al di sopra di sé;30
dall’altra parte, facendo dei fratelli degli esempi di una tendenza generale,
illustra il proprio concetto di arte. Le caratteristiche negative dei due
scrittori dimostrano, infatti, un principio, quello del suicidio, specifico di
quel tipo di arte “stanca” che è stato precedentemente illustrato. Servono per
ricordare che qualsiasi possibilità di rappresentazione implica la necessità di
un comune rapporto tra l’oggetto rappresentato ed il soggetto che percepisce e
rappresenta: “solamente la vita può entrare in rapporto con la vita”31
ed è in questo rapporto che sta, fondamentalmente, l’arte dei tempi eroici.
La svalutazione dei de Goncourt
non è, comunque, totale, poiché, sotto un certo punto di vista, essi rivestono
un ruolo importante come simboli di quello che de Gaultier chiama “bovarismo
della cultura”, caratteristico, non solo del periodo contemporaneo all’autore,
ma di ogni società avanzata.32
I fratelli sono, dunque, due dei rappresentanti più tipici di quel sentimento
di fascinazione che agisce (indipendentemente dal particolare contenuto
dell’ideale caratteristico di ogni epoca) da guida; un siffatto sentire fa, del
resto, leva su qualità e virtù già presenti negli uomini. Per poter risultare
sensibili a quell’idea dominante gli uomini devono, in effetti, essere dotati
di un “potere correlativo” (pouvoir corrélatif), di qualità, per così
dire, latenti, di una determinata costituzione profonda; d’altra parte, senza
l’intervento del principio di suggestione, tali caratteristiche, ancorché
presenti, rimarrebbero al livello di virtualità, di mere potenzialità, mai
sfruttate e mai avvertite. In questo senso, la funzione della fascinazione
sarebbe quella di uno “stimolante” (stimulant) che, trasmettendosi
attraverso le nozioni (l’educazione, la cultura di massa, etc.), agirebbe
addirittura sulla “fisiologia” risvegliando virtù nascoste.33
Ci sembra interessante notare,
fin da qui, delle tematiche che cominciano a delinearsi in de Gaultier e che
saranno successivamente riprese, ampliate ed alcune anche modificate. Sono essenzialmente
tre gli ambiti di interesse rilevante: la contrapposizione particolare,
all’interno del più complesso discorso sull’arte, tra “genio” e “talento”; il
valore positivo del Romanticismo giudicato, qui, da de Gaultier come periodo
eroico dell’arte e come “esuberante germinazione naturale”;34il
“bovarismo”, infine. Qui ci limiteremo a sottolineare che l’artista di “genio”
è il simbolo medesimo dell’arte nata dalla gioia, dall’ardore della vita e ne è
il mezzo più efficace quando, nei periodi di svilimento, diventa necessario
infatuare esseri non espressamente dotati;35
il “talento”, al contrario, sembra esserne l’alter-ego, in quanto espressione
dell’arte nata da stanchezza ed infatuazione; ci paiono, inoltre, degne di nota
due affermazioni di de Gaultier. Nella prima, parlando dello stile dei de
Goncourt, l’autore constata come, allorché nella scrittura fiorisce il loro
“talento”, contemporaneamente, svanisce la vivente anima sonora dello stile.36
La seconda, quasi sibillina, è una forte critica verso il metodo stilistico
fondato dai de Goncourt, la scuola erudita di cui furono gli ispiratori e di
cui fecero parte tutti i talenti (appunto, non i geni) francesi degli ultimi
venti anni.37 Il
“bovarismo”, infine, non ha in questo primo testo i caratteri della malattia, o
non è un caso esemplare di quel mal de la pensée di cui parleremo
successivamente, piuttosto, come detto, riveste un’importante funzione
“fisiologica.” Risvegliando virtualità che altrimenti resterebbero tali, esso
suppone alla propria base la possibilità di captare e di rispondere al
richiamo, dunque, la possibilità della realizzazione dell’ideale che affascina,
cosa che i de Goncourt dimostrano con la loro vita e la loro produzione: anche
se dolorosamente ed in modo parziale, in un numero limitato di testi, sono
riusciti a raggiungere lo scopo che si erano proposti sotto la fascinazione
delle opere di “genio”.38
Il secondo saggio da prendere
qui in esame appare nella “Revue blanche”( gennaio 1898) e si intitola Ibsen.39
Questo articolo si apre con una
nuova precisazione sul concetto generale di arte. De Gaultier indica l’elemento
artificiale ma essenziale, unico in grado di separare l’arte dal mondo reale,
ossia, la “transubstanzazione” (transubstantiation).40
In modo più preciso, il fatto artistico consiste di due elementi: l’identità
che ogni opera d’arte instaura con un qualsiasi oggetto del mondo naturale,
essendone la forma equivalente e corrispondente; e, appunto, la
“transubstanzazione”, vale a dire le diverse sostanze rispetto a quelle della
natura, attraverso cui l’arte evoca41l’oggetto
in questione. Da questa generalizzazione discende una sorta di scala gerarchica
tra le varie forme d’arte. L’arte del disegno riduce i corpi pesanti che
occupano, in natura, tre dimensioni, a linee su una superficie senza
profondità, togliendo, così, gli oggetti reali dallo spazio, liberandoli dalla
loro materialità, dal loro peso, riducendone il volume e, nondimeno,
“risuscita” (ressusciter) tutto ciò nel mondo interiore dello spirito grazie
alla suggestione delle linee. L’arte letteraria compie lo stesso procedimento,
ma il risultato è qui più completo, giacché profumi, colori e pesantezze degli
oggetti sono resi attraverso un solo segno astratto:42la
parola è descritta da de Gaultier come “sostanza amorfa e multiforme,
geroglifico muto o sonorità invisibile, creazione impalpabile che si dilata per
contenere l’universo”. La musica43,
infine, esprime ciò che è interiore, silenzioso, intimo, l’emozione, attraverso
i suoni che arrivano allo spirito come una percezione esterna. Sono queste,
secondo la prospettiva adottata dall’autore, le forme di arte in cui la
“transubstanzazione” è maggiormente compiuta, poiché ricostituiscono
impressioni naturali con mezzi differenti da quelli attraverso cui queste si
presentano nella propria forma vitale. Anzi, la perfezione dell’opera d’arte
tende a dipendere proprio dalla riuscita o meno nell’esprimere ciò che è più
interiore attraverso ciò che vi è di più esteriore; o, anche, ciò che è più
astratto attraverso le forme più concrete. La perfezione sta nella capacità di
rappresentare l’apparenza di un oggetto, di un fatto, di un sentimento, secondo
i materiali più diversi rispetto a quelli usati dalla natura; sta, dunque,
nella corrispondenza tra questi antipodi.
Il teatro, in questa sorta di
scala gerarchica, sembrerebbe l’arte infima. Infatti, la rappresentazione
teatrale può essere classificata sotto la categoria dell’arte in ragione
dell’astrazione per cui avvenimenti e atti rappresentati sfuggono alle leggi
della causalità, sono al di là e al di fuori di esse, di più, esse sono, nella
rappresentazione teatrale, sospese. De Gaultier, ad esempio, osserva che
l’attrice che ogni sera dà volto al personaggio di Cleopatra, in realtà, non
muore tutte le sere come l’eroina che rappresenta, la parte della finzione
starebbe, quindi, in questo eludere le leggi della causalità; ciononostante, lo
sforzo della “transubstanzazione” sembrerebbe fermarsi qui, impiegando poi
mezzi presi in prestito dal mondo naturale. Questi mezzi, i soli a disposizione
del teatro, sembrano essere i più volgari, cosicché gli atti vengono ad essere
interpretati da personaggi più o meno somiglianti all’idea degli eroi reali
attraverso muscoli, bocche, occhi. L’inferiorità del teatro starebbe, fondamentalmente,
nel fatto che, nella messa in scena, il personaggio umano si servirebbe, come
mezzo di rappresentazione, del medesimo personaggio umano; da questo fatto
deriverebbe la totale assenza di una “transubstanzazione” e, quindi, la non
‘artisticità’ dell’opera teatrale.44
Ma, nonostante queste
obiezioni, comunque plausibili, esiste un valore artistico del teatro e dipende
dalla capacità del singolo autore di esprimere, attraverso il mezzo del
personaggio umano, una idea o un sistema di idee.45
Se, nelle attività artistiche descritte in precedenza, la “transubstanzazione”
avveniva per mezzo di tratti, colori, suoni o parole, nel caso del teatro il
valore cresce in proporzione alla maggiore o minore distanza tra gli atti,
volgari e concreti, rappresentati in scena e le idee, più astratte ed elevate,
che tali atti esprimono. In altri termini, il pregio dell’opera teatrale è, in
qualche modo, misurabile attraverso lo scarto tra il significante (atto, fatto
o persona) ed il significato (l’idea).
La creazione specifica
dell’artista è, inoltre, la composizione di un “dispositivo di trasposizione”;
vale a dire la costruzione di un insieme composto dalla “bellezza
architettonica dell’opera”, dall’armonia tra le parti di questa, dalla loro
simmetria e dalla “pura matematica delle grandezze”.46 Tale creazione risulterà tanto più perfetta
e meravigliosa, quanto più si avvicinerà ad una forma dai contorni precisi ma
del tutto vuota, di modo che ogni intelligenza la possa liberamente riempire
con sostanze nuove e diverse. E’, infatti, grazie a questa bellezza
esclusivamente formale che l’opera d’arte ha il potere di vincere, in qualche
modo, il tempo, che acquista, persino, un carattere quasi profetico: la sua
struttura vuota, matematica, potrà essere, addirittura, secondo de Gaultier,
riempita da contenuti futuri che, all’epoca della sua costruzione, non
esistevano.
Il valore assoluto di un’opera
non sta, dunque, nei concetti di cui l’artista l’ha resa portatrice, che si
rivelano, in un certo senso, poco stabili, provvisori; dipende, bensì,
dall’altezza da cui l’opera stessa, nel suo aspetto formale, domina questi
concetti, da come assolve alla propria funzione organizzativa e dalla sua
capacità di aprire “l’accesso a nuove idee”.47
E’, nella sua forma autentica, una forma inalterabile che riproduce il fenomeno
della vita nella misura in cui questo mantiene in sé forme simili, pur
attraverso l’indefinito “sgocciolìo”48(écoulement)
della sostanza. Possiamo, forse, dire che la vera opera d’arte è questa
struttura inalterabile, una sorta di scheletro attraverso cui la sostanza si
muove, cambia, diviene.
La grandezza artistica di Ibsen
sta nel fatto che egli (seguendo il filo logico dell’interpretazione di de
Gaultier) restituisce al teatro l’elemento d’arte che gli mancava, la
“transubstanzazione”,49
il “fattore ideologico”,50
restituzione realizzata peraltro con crescente perfezione in ogni nuova opera.
Allo scopo di rendere tale osservazione più precisa, l’autore paragona a Ibsen,
anche se brevemente, due lavori di Dumas figlio, Les idées de M.me Aubray
e L’ami des femmes. Queste due fatiche mancano di ogni trasposizione,
addirittura di ogni arte, la loro ‘utilità’ sarebbe solo quella di un’arma di
battaglia per sostenere questa o quella tesi; esse sarebbero, in definitiva,
solo un “procedimento polemico”.51
Ibsen dota i propri personaggi di opinioni ma lo scopo delle discussioni tra
questi non è il prevalere di un’idea; piuttosto, ognuna di queste opinioni
espresse è un mezzo, un modo di precisare il valore di avvenimenti e personaggi.
Secondo l’autore, Ibsen
istituisce tra gli elementi dei propri drammi un sistema fisso di relazioni, in
modo tale che tutte le parti comprese nelle sue opere assumerebbero un valore
quasi algebrico. L’intreccio della trama drammatica (a volte interessante di
per sé, a volte insignificante, a volte fantastico) non è l’elemento di massima
importanza ma, insieme al ritratto dei caratteri dei personaggi, determina un
primo rapporto tra questi, fa da sfondo ad una iniziale, magari superficiale,
relazione tra di essi. Un secondo rapporto, tra i medesimi personaggi e,
comunque, in stretto riferimento al primo, può essere inserito da Ibsen
attraverso uno sviluppo concettuale dei legami, o meno, dei protagonisti dei
drammi: in questo caso i termini della relazione sono entrambi noti. Non è, del
resto, necessaria una enunciazione integrale di questo secondo termine. Quello
che deve essere chiarito con rigore è che l’intreccio drammatico, evolventesi
in primo piano, va superato, trasposto da un fattore chiave che deve essere
applicato su di esso secondo un parallelismo simmetrico.52
Vale a dire che, una volta individuato il fattore ideologico, l’idea sottesa al
dramma, questa idea ha uno sviluppo parallelo allo sviluppo delle vicende sul
palco. Una volta che lo spettatore saprà cogliere questo avvertimento,
risulterà sufficiente un niente perché tutto ciò che avviene secondo la trama
venga snaturato ed un senso nuovo ordini fatti e personaggi.
Avvalendosi di questa
possibilità di ribaltare il significato apparente di un’opera, di spezzare la
similitudine tra l’oggetto ed il mezzo della rappresentazione teatrale, Ibsen
impiega anche la vita umana, l’uomo stesso, deformandolo, facendone il segno di
idee la cui applicazione va ben oltre la durata di una vita individuale. In
questo senso un dramma di Ibsen è “un meraviglioso congegno ideologico”,53
composto da due elementi essenziali: l’intreccio, da una parte e, dall’altra,
la chiave di questo meccanismo, il “fattore ideologico”. Lo stesso autore può
(e Ibsen lo fa) aggiungere, a volte, uno “sviluppo ideologico”, un’evoluzione
del concetto cardine, ma ciò, secondo de Gaultier, sarebbe solo una prova, un
esempio fornitoci quale illustrazione del corretto funzionamento e dell’esatta
utilizzazione dell’impianto approntato.
L’arte di Ibsen si adopera per
rendere manifesto questo ‘suggerimento’, per far intravedere la possibilità di
superare la superficie, per chiarire che le parole dei suoi personaggi non
vogliono dire quello che dicono, che uno di questi può essere il segno concreto
di un’idea più generale, per affermare che il suo teatro vuole essere
interpretato, per spingere lo spettatore verso uno sforzo di interpretazione,
usando, in vista di questo doppio scopo, i mezzi più diversi. In L’anitra
selvaggia si riscontrano numerosi esempi, dalle parole di Gina su Ekdal che
non sarebbe “un fotografo ordinario”, da quelle di Hedvige per cui il suo
uccello “non è un’anitra ordinaria”, fino alla conversazione chiarissima tra la
piccola e Gregorio Werlé, sulla vera natura del granaio: alle parole di Hedvige
“ si chiama con un solo nome: il fondo dei mari. Ma è così stupido è
semplicemente un granaio” Gregorio risponde con una domanda secca che sovverte
nella bambina e nello spettatore ogni nozione del reale: “Ne siete sicura?”
Un altro vivido esempio del
meccanismo artistico di Ibsen è, secondo de Gaultier, La dama del mare.
Al di là della vicenda conosciuta che sta in primo piano, l’interesse si sposta
sul personaggio di Johnston (del quale appena sappiamo se sia reale o meno e
nel quale Ibsen emblematizza quel “fattore ideologico” che trasforma il
dramma), sul progressivo cambiamento del nome, dall’Americano allo Straniero,
come se fosse in grado di assumere ogni forma vitale, fino al nome che, in
qualche modo, ci dà la chiave dell’opera, che evoca la tesi qui sviluppata:
egli si chiama anche Frimann. Accade, così, che, nell’ultima scena, il valore
filosofico della piéce, ossia la tesi della libertà, appaia
esplicitamente. Esemplare è il dialogo tra Ellida ed il signor Wangel riportato
da de Gaultier:
“Si, si, vi assicuro, signora
Wangel che ci acclimateremo”( in francese, il verbo è s’acclimater)
“Si, signor Ballested, a
condizione che siamo liberi”
“E responsabili, mia cara
Ellida”
“E responsabili, hai ragione”54
Dunque, viene instaurata una
corrispondenza tra la responsabilità morale e la libertà, la quale è condizione
della prima: quando la tendenza interiore, propria di ogni individuo, come sua
realtà essenziale, non può liberamente esprimersi, allora questa realtà individuale
è inesistente poiché l’individuo, non essendo, non può essere responsabile di
azioni di cui non è neanche l’autore.
Questa enunciazione,
nell’ottica di de Gaultier, precisa il ruolo di Frimann, quale simbolo di
questo elemento personale irriducibile che, contrastato, reclama i propri
diritti. Lo Straniero diventa qui il segno concreto di un’entità astratta; è
questa “transubstanzazione” (tra l’oggetto della rappresentazione e l’elemento
che lo raffigura) il valore reale dell’arte di Ibsen. E’ questa “transubstanzazione”
la causa di un nuovo tipo di rapporti tra i personaggi e Frimann: quelli gli si
dispongono intorno come fossero aspetti particolari dell’idea in scena; si
collocano secondo una così rigorosa gerarchia da poterne quasi diventare cifra,
un insieme di cifre che forma il primo termine di una proporzione a cui può
essere applicato, in funzione di numeratore, il “fattore ideologico” che è qui
Frimann.55 Per mezzo
di questo nuovo significato algebrico, il dramma cambia volto, diventa
puramente ideologico.56
La Dama del mare ha, nell’interpretazione di de Gaultier, un solo vero
tema: quello della libertà di scelta; gli altri, riconducibili l’uno
all’intrico fantastico, l’altro ad un’emancipazione della giovane ragazza, non
ne sono che il mezzo di espressione.57
Infine, qual è questo “fattore
ideologico” che, secondo l’autore, in qualche modo, unifica la produzione
letteraria di Ibsen? De Gaultier parte dal fermo presupposto che ogni vera
opera d’arte doni allo spirito una libertà di interpretazione senza limite dal
momento che abbiamo visto la grandezza del drammaturgo essere una sapiente
proposizione di una struttura, di un’esortazione e di un invito a sforzarsi di
superare il senso apparente dell’intreccio; tuttavia, questa libertà deve
esprimersi secondo un metodo rigoroso.58
L’opera d’arte apre a nuove idee, è un meccanismo del quale ogni intelligenza
può fare un uso diverso a seconda della propria personale sensibilità. Lo
spettatore ha, quindi, la possibilità di variare all’infinito lo sviluppo del “fattore
ideologico” colto dalla sua sensibilità, ma, una volta che si è dato un nuovo
senso anche ad un solo personaggio, tutti gli altri, tutto ciò che dicono e
fanno, dovrà, necessariamente, essere riletto in rapporto a questa nuova idea.
La lente, attraverso cui de
Gaultier intende leggere i capolavori ibseniani, è quella del concetto di
evoluzione, intendendo questa come l’insieme dei mezzi e delle attitudini usati
dalla vita per manifestarsi e per durare. Avendo scartata l’ipotesi di una
creazione e di un fine, giudicata inaccessibile, la domanda essenziale è: “Qual
è la legge del divenire?”. Questa questione si scompone, poi, in due ulteriori
interrogativi: attraverso quale modo conservatore la vita mantenga le
acquisizioni del passato; quale legge del cambiamento presieda alla
differenziazione tra futuro e presente. Tutto questo è, inoltre, sotteso da una
fondamentale precisazione metodologica: la questione abbraccia sia il mondo
fisico, sia quello morale, ma nel primo si trova una maggiore sincerità, motivo
per cui è preferibile rifarsi alle scienze “fisiologiche”. La formula di questa
ipotesi, così ottenuta, verrà applicata ai fenomeni del mondo morale solo in
seguito59.
E’, ancora, la Dama del mare
ad essere analizzata alla luce di queste premesse, essendo, secondo l’autore,
l’opera in cui il “fattore ideologico” (l’idea di evoluzione) viene espresso
con maggiore chiarezza. Il quadro di Ballested rappresenta una sirena che,
avendo perso la strada verso il mare, sta agonizzando in fondo ad un fiordo ed
Ellida, con la sua nostalgia da esiliata dal mare, riflette e commenta questo
simbolo. E, quando Arnholm le chiede di pronunciarsi sulla natura terrestre o
marina dell’uomo, la signora Wangel risponde: “Credo che se ci fossimo
adattati, dalla nostra nascita, a vivere nel mare stesso, saremmo forse molto,
molto, più perfetti di quanto non siamo”.60
Accade, così, che, nella chiave interpretativa ipotizzata da de Gaultier,
Ellida, esitante tra Frimann e Wangel, laddove il primo rappresenterebbe la
vita marina ed il secondo quella terrestre, simboleggi la scelta fatta, in una
remota epoca geologica, dalla vita tra mare e terra, la metamorfosi da
animalità marina ad animalità terrestre.61
La dama del mare riesce anch’essa a s’acclimater, ma riesce a farlo solo
perché la sua è una scelta libera, cioè, nel linguaggio delle leggi fisiche,
perché in essa si è spontaneamente prodotto quel cambiamento organico che le
permetterà di vivere nel nuovo ambiente. Wangel le lascia la possibilità di
andarsene.“Adesso, scegli la tua strada. Sei libera, completamente libera”.62
Ellida, dopo una dolorosa metamorfosi, sceglie la terra e, nella sua scelta,
sta l’esodo dal mare verso la terra, la crisi della pubertà della vita
organica, dopo che questa ha trascorso la propria infanzia circondata dalle
acque. In questa infanzia la legge della vita è quella dell’indefinita
diversificazione, quella dell’indipendenza, di un istinto di libertà: la vita
è, in questo primo periodo, nomade. Con lo spostamento sulla superficie
terrestre, a questa legge di cambiamento succede quella della “fissità” (fixité):
appaiono forme determinate e persistenti, questo esodo verso un ambiente così
diverso, spoglia gli esseri della loro “virtualità” (virtualité) e li
fissa in caratteri specifici e poco mutabili.
Alla luce di questa
interpretazione, Frimann incarna l’originaria facoltà proteica della vita, la
giovinezza, il potere di evolversi e trasformarsi; Wangel, al contrario, è la
vita adulta, dotata di una forma permanente che sarà mantenuta finché le
circostanze lo permetteranno ed il cui abbandono vuol dire morte. Nello
specifico del dramma, lo Straniero rimane, dunque, l’irrealizzato, il sogno e
Wangel, il marito, ossia, allo stesso tempo, la realizzazione ed il confine del
sogno; Ellida, scegliendo Wangel, si proibisce altre aspirazioni e si prefigge
il costante mantenimento dei termini del contratto che ha accettato.63
Nella teoria generale dell’ipotesi evoluzionistica, lo Straniero e Wangel
“riflettono” (reflètent) le due ipotesi biologiche descritte da Cuvier e
Lamarck:64
“l’invariabilità delle specie e la mutabilità delle forme organiche sotto
l’influenza dell’ambiente”.65
Wangel e Frimann rappresentano,
dunque, questo doppio procedimento della vita: la tendenza a variare e la
tendenza a mantenere le forme acquisite grazie al cambiamento; questo
procedimento, con l’implicito antagonismo che prevede, è la condizione medesima
del fenomeno vita. In effetti, la soppressione di una delle due tendenze
comporterebbe l’impossibilità stessa della vita: distrutta la modalità
conservatrice, nessuna forma potrebbe manifestarsi, a causa di una sostanza
troppo malleabile; ma, la ‘vittoria’ di questa stessa modalità, significherebbe
la morte di qualsiasi forma ogni volta che questa non fosse più in grado di
adattarsi (mancandole la possibilità di variare) alle mutate condizioni
esterne. In questo senso, Wangel rappresenta il momento in cui la vita,
essendosi sottratta all’imperio66della
facoltà di cambiare e, essendo riuscita a sottomettere questa all’opposta
azione dell’eredità, crea la specie. A questo punto, la specie è formata e le
possibilità di variazione sono superficiali e ristrette; al limite, se troppo
violente, la aboliranno ma non potranno più cambiarla in modo sostanziale. La
definizione della specie che de Gaultier ci dà è: “un organismo giunto al punto
di determinazione in cui l’esterno è impotente a modificarlo,”67
un organismo, cioè, che non è più in grado di modificarsi in risposta alle
variazioni dell’ambiente esterno. Nuove specie, quindi, non si danno, e non si
formano da quelle vecchie, piuttosto hanno origine in una data precedente a
quella della scelta in favore della terra, anche se, innegabilmente, il punto
di partenza sta nella stessa matrice vitale, quella “materia prima della vita,
ancora docile”.68
Queste due leggi biologiche
vanno, inoltre, applicate al mondo morale; con questo loro ampliamento, la
specie, fino a quel momento, fisica si percepisce come razza umana ed il suo
organismo (anch’esso eminentemente fisico) tende a trasformarsi in una formula
morale. Specificando l’uso che de Gaultier fa di questi termini: “specie”
designa un ambiente in cui il fattore predominante, esclusivo, è l’azione
“fisiologica”, mentre “razza” (race) è ogni ambiente in cui si manifesti
l’azione della “mentalità” (mentalité),69vale
a dire, una comune sensibilità, un comune ideale che uniscono e caratterizzano
una civiltà, una nazione, un qualsiasi gruppo umano, sociale, generazionale.
Conseguentemente, passando dall’ambito “fisiologico” a quello morale, la specie
diventa razza umana e, secondo la sua definizione analogica (conforme alla
formula fornita circa la specie), sarebbe: “un gruppo umano pervenuto al
preciso punto di determinazione in cui l’esterno non può più modificarlo,”70
Il mondo morale nasce dal mondo
fisico allorché al potere di agire del secondo si aggiunge il potere di
conoscere la propria azione e di rappresentarla. Questo passaggio si attua con
l’apparizione di un fenomeno nuovo che si innesta nell’organismo “fisiologico”:
la coscienza; questa crea un miraggio, una serie di finzioni rappresentanti il
mondo fisico (l’insieme delle quali, per inciso, costituisce la psicologia).
Dunque, l’apparizione della
coscienza è la causa di quello “sdoppiamento” (dédoublement)71
tra azione e conoscenza/rappresentazione; tale apparizione è, inoltre,
generatrice di due finzioni.72
L’uomo, vedendo riflessa nella propria coscienza l’azione dettata dalla sua
energia e avendo attribuito alla coscienza medesima la scelta di quell’atto, si
crede libero. La conferma di questa prima finzione viene da tutti i casi di
coincidenza tra la rappresentazione dell’atto da compiere e l’immagine
dell’atto compiuto. Ma, la coscienza individuale ha insita in sé la possibilità
di un errore fondamentale: può registrare anche atti realizzati da energie
estranee a quella specifica di cui è dotata. Nel caso in cui queste energie
differiscano, in modo più o meno profondo, da quella precipua della coscienza
si produrrà inevitabilmente uno “scarto” (écart) tra l’immagine
precedente l’atto e la forma di questo nella realtà. La mancata coincidenza tra
concezione ed attuazione può spingere l’uomo, innanzitutto, a credere che la
sua coscienza non sia in grado di dirigere l’energia e possa solo rifletterla;
ma può, anche, indurlo ad imputare questo scarto alla debolezza della propria
coscienza, ad una mancanza della propria coscienza. La seconda finzione,
contraria alla prima, è quella per cui l’uomo, dopo essersi illuso su questa
coscienza agente e identificandovisi, si ritiene responsabile di non essersi
sforzato a sufficienza nella realizzazione dell’atto.
Prima dell’apparizione del
fenomeno coscienza, dunque, era possibile osservare un mero fatto di
coincidenza o scarto tra la concezione di un atto ed il successivo tentativo di
realizzazione; con l’intrusione delle suddette finzioni alla semplice
osservazione si sostituisce un’idea di soddisfazione, portatrice di una
coscienza pura, oppure, un rimorso per il fallimento: è tale fondamentale
sostituzione che genera i concetti di merito o demerito. Secondo de Gaultier è,
dunque, l’intervento della coscienza a compromettere, in modo irrecuperabile,
la semplicità originaria tanto del fenomeno fisico che di quello morale.73
La vita della specie, infatti, si sviluppa attraverso la progressiva messa in
opera della funzione dell’ereditarietà: il tipo ideale è dato nel passato, il
compito delle generazioni future è quello di ripetere le modalità di questo
tipo; l’ideale della razza umana è, ugualmente e indissolubilmente, legato a
quello del suo organismo “fisiologico”. A partire dall’apparizione della
coscienza, l’ambito morale si trasformerebbe, dunque, in un insieme di finzioni
che, attraverso il prisma menzognero della coscienza stessa, raffigurerebbero,
deformandola, la semplicità del fenomeno fisico.74
In questo senso, l’hérédité
che in ambito biologico perpetua le acquisizioni del passato corrisponde, in
una razza umana, alla finzione dello “sforzo volontario” (effort volontaire).
Complemento e scopo di questo è l’educazione, la cui missione consiste nel proiettare
in ciascuna coscienza futura l’ideale morale formulato nel passato. Si tratta,
anche qui, come nella specie, di ripetere la perfezione del tipo, attraverso
però uno sforzo il cui valore non è intellettuale ma sta, piuttosto,
nell’essere volontario.75
In conclusione, l’uomo migliore è quello che si sforza di più.
Abbiamo parlato della vita
della specie e della funzione dell’ereditarietà: è chiaro che la prospettiva va
di pari passo con la fissità delle circostanze esterne. Quando queste cambiano,
essendo la specie incapace di adeguare alla trasformazione il proprio piano
organico e ostinandosi l’eredità a ripetere il tipo ancestrale, la specie
soffre, la sua energia, il suo potere riproduttivo, la sua attività, tutto
diminuisce fino al punto in cui lo sforzo di alcuni individui, che persistono
nel variare, viene comunque vinto dall’eredità e produce creazioni mostruose.76
Nel teatro di Ibsen, la Dama
del mare ha, sempre secondo de Gaultier, alla propria base, come fattore
ideologico (capace di attuare quel fenomeno di “transubstanzazione” che solo la
rende opera d’arte), le due leggi fondamentali dell’evoluzione (in cui rientra,
anche, la scelta tra mare e terra) della specie umana. Le altre opere a cui fa
riferimento de Gaultier sono supportate dall’intreccio tra specie e razza, tra
sviluppo “fisiologico” e sviluppo morale, descrivono l’intervallo che va dal
periodo di forza fino alla decadenza di un gruppo, avendo come filo conduttore
l’inflessibilità del principio che fissa particolari tipologie non più
modificabili, la sua efficacia come la sua pericolosità.77
Ed è, secondo l’autore, proprio da un punto di vista di pura estetica,78
che questo modello ideologico (la continua messa in scena del procedimento
conservatore della vita, del modo in cui il presente conserva le acquisizioni
del passato nella specie e nella razza79),
sempre presente nel dramma di Ibsen, deve essere precisato, evidenziato.
In quest’ottica, de Gaultier
delinea un preciso percorso nelle produzione ibseniana, le cui tappe fondamentali
sarebbero: Brand (1865), specchio del periodo di prosperità della
specie; Spettri (1881), Casa di bambola (1879), Un nemico del
popolo (1882) che rispecchiano già il principio di una decadenza (anche se
questo viene solo percepito, fa, per così dire, da sfondo alle gesta di alcuni
individui che ancora incarnano la perfezione del tipo ideale); la decadenza
diventa completa con l’Anitra selvatica (1884); e, infine, con il Costruttore
Solness (1892), con Villa Rosmer (1886), e Gabriel Borkman
(1896) incontriamo il racconto di un’epopea impossibile: lo sforzo di
adattamento, compiuto dalla tendenza a variare, compiuto in organismi ormai
incatenati dall’ereditarietà.
Iniziamo, quindi, da Brand
personaggio proteso, con tutta la propria volontà e attraverso uno sforzo
prodigioso, al raggiungimento dell’ideale ancestrale. Il tipo arcaico che si
staglia all’orizzonte come termine dello sforzo è, qui, Cristo ed è essenziale
la frase di Gerd la folle : “Io ti riconosco, tu sei Cristo”, perché non solo,
indica il modello, ma così facendo lo sposta nel passato, rivelandoci che ormai
è possibile solo una serie di riproduzioni più o meno riuscite. Nonostante
questo, Brand raggiunge la perfezione nel proprio sforzo in vista di arrivare
all’assoluta rinuncia predicata e praticata da Cristo. Questa lotta tra volontà
e istinto si risolve a favore della prima solo perché le circostanze che hanno
fatto nascere quel tipo preciso sono ancora fisse e tutto ciò che si discosta
da esso è decadenza, non novità. In questa situazione, sussiste ancora la
corrispondenza tra la finzione morale ed il meccanismo del fenomeno fisico:
l’animale “fisiologico” riproduce, pur ignorandola, la forma dell’ideale in
modo del tutto spontaneo; da un punto di vista morale, l’uomo, essendo morale,
conosce, vedendola riflessa nella propria coscienza, la formula del passato e
la ripete in modo volontario.80
La sua somiglianza con la tipicità arcaica, meta di un’attività simile in un
ambiente ancora uguale, viene percepita come il risultato di un’imitazione.
L’uomo sa di essersi realizzato secondo l’immagine di un altro, pur avendolo
fatto secondo la propria particolare energia. La menzogna (essenza stessa del
mondo morale) si costituisce, già qui, anche se la casuale coincidenza tra
l’interno (la concezione di sé nella tensione verso l’ideale) e l’esterno (la
possibilità della realizzazione della concezione, grazie ad un ambiente ancora
favorevole) evita, per ora, l’impotenza nella realizzazione dell’atto.
Abbiamo detto che se l’ambiente
comincia a modificarsi, continuando l’eredità a seguire schemi fissi, la specie
e la razza tendono a degenerare progressivamente. In effetti, anche in Brand
c’è un’avvisaglia di quello che inizia a minare l’integrità della razza. La
folla intorno all’eroe è, sì, capace di concepire l’ideale antico, ma non è più
capace di farsi forte di questo ideale per compiere gli atti antichi, ha perso
il potere di sforzarsi e, difatti, si rivolta contro Brand: la formula morale è
impotente a suscitare l’energia di questa folla.
C’è un’altra massa, nel teatro
di Ibsen, che interessa de Gaultier: è quella che, unanimemente, dichiara
Thomas Storkmann nemico del popolo. Ci sembra opportuno rilevare alcune
espressioni usate dall’autore: Storkmann è il nemico comune, contro di lui è
stata costruita una tacita congiura, è svanita ogni distinzione politica,
tutti, conservatori e liberali, si sono trovati identici, tutti si sono
coalizzati.81 Essendo il
fenomeno morale più complesso, la “debolezza” (faiblesse) della specie
si trasforma, si manifesta, nella razza, come una menzogna, portata avanti e
accresciuta dall’educazione, la quale presenta ancora quegli ideali arcaici cui
la razza continua ad immaginarsi simile. In questa falsa concezione di
somiglianza la razza, ormai, si concepisce diversa da quella che è in realtà e
si ritrova nell’assoluta impotenza a realizzare questa concezione. E’ per
coprire questo scarto che entra in scena la menzogna, il travestimento: i gesti
più ampi del tipo arcaico si riveleranno atti meschini, così come le belle maschere
dalla antica nobiltà nasconderanno la degradazione dei volti, infine, i volti
dietro queste maschere saranno dimenticati,82
gli atti non saranno che una mimica, i valori non più sostanziali ma solamente
nominali, il sacrificio si ridurrà alla stretta osservanza di pratiche formali.
Storkmann diventa, allora, il nemico di tutti, suscita l’odio che assembla i
cittadini contro di lui, perché tenta di strappare la maschera, sembra ignorare
le convenzioni da commedianti che essi si sono dati; egli domanda, al posto di
gesti finti, atti, sacrifici, mettendo a nudo quello scarto irrecuperabile tra
ciò che gli uomini sono e ciò che si immaginano essere.83
Personaggi come Storkmann,
Nora, Mme Alving rappresentano l’ultimo sforzo del principio conservatore per
mantenere integra ed efficace la formula morale. Ormai, la razza è incapace,
non solo di realizzare la concezione che si è formata, ma, anche, di
modificarla sottraendosi al giogo dell’eredità e dell’educazione. La menzogna
sarà l’attitudine vitale utile alla debolezza di tali individui; il buon
legislatore sarà, allora, colui che inventerà la “menzogna vitale”, ossia, il
modo, attraverso un “simulacro”, di realizzare la falsa concezione. Il migliore
rappresentante di questa necessità sarà, nel teatro ibseniano, Relling.84Hialmar,
ignorante, volgare, basso, non riuscirebbe forse mai a realizzare il
personaggio forte, intelligente, nobile che, amandosi troppo, si è illuso di
essere, se Relling non lo avesse dotato del simulacro, se il portatore della
menzogna vitale non lo avesse persuaso di essere capace di una grande
invenzione. Questo “talismano”85diventa
la forza che Hialmar non ha mai avuto, lo dispensa dall’agire e lo culla
nell’impossibile, è, quasi, un’indulgenza. Un altro simulacro nella famiglia Ekdal
è la pistola, oggetto usato continuamente finché tutto rimane a livello della
mimica e finché nessun atto reale annienta l’efficacia della menzogna.
Tuttavia, la verità di Gregorio Werlé, rompendo l’armonia della menzogna
costruita da Relling, restituisce alla parodia di una pistola tutta la sostanza
della tragica arma che uccide Hedvige.86
Questa decadenza è inarrestabile ed il verdetto di lenta, ma progressiva,
estinzione della vita è definitivo.
Nonostante ciò, la vita cerca
di opporre una qualche reazione e, avendo sperimentato l’impotenza del
principio conservatore, si rivolge alle possibilità insite nella facoltà di
variare: la specie tenterà di modificare il proprio organismo, la razza la
propria formula morale. La legge biologica (colta e applicata da de Gaultier
alle opere di Ibsen, nella propria inflessibilità) prevede, però, che la
tendenza al cambiamento sia in grado di intervenire solo sugli organismi più
elementari e, inoltre, dispone che una specie, una volta formata, non possa
differenziarsi e originare specie nuove: passata la sua era, l’attenderà solo
l’estinzione.87
Cionondimeno, c’è un tentativo patetico, uno slancio verso l’irrealizzabile,
uno sterile sforzo, compiuto dalla razza e dalla specie.
Nella razza il meccanismo di
tale sforzo può esserci spiegato dallo sdoppiamento, risultato del fenomeno
della coscienza e del potere dato all’uomo di credersi diverso da ciò che è.
Così, Rosmer, Borkman, Solness saranno i rappresentanti dell’ansia di quegli
spiriti superiori che, consapevoli dalla caduta, si metteranno alla ricerca di
nuove forme vitali. Il loro errore è il medesimo di Hialmar e Brand: chiedono
alla coscienza un principio di energia la cui fonte risiede altrove, ma
rispetto a Hialmar, la loro dissociazione è più completa. Sono consapevoli
della fine degli antichi modelli e, dunque, non vi si immaginano più simili;
immaginano, piuttosto, modalità esistenziali dipendenti da energie diverse da
quelle della loro razza.
Tali modalità possono essere
prese in prestito da formule vitali proprie di un’altra razza, quindi, di
un’altra nazione o di un altro gruppo umano, come, ad esempio, quelle dei
Vichinghi che Solness tanto ammira. Esse possono, anche, essere dedotte,
attraverso uno sforzo razionale, logicamente da nuovi parametri che si tenta di
sostituire a quelli oramai logori. Tuttavia, i personaggi ‘riformatori’ non
sono capaci di mettere in opera nessuno di questi tentativi, dal momento che le
loro energie non sono adatte per atti88che
non siano quelli specifici previsti dalle modalità della loro particolare
razza. In realtà, la loro intelligenza contempla mondi destinati alle razze
future mentre loro stessi appartengono al mondo antico. Il potere di concepirsi
diversi da quel che si è risulta, in loro, enorme. Essi si distolgono dagli
atti che potrebbero effettivamente compiere per perdersi in gesti che
apparterranno ad altre sensibilità, infine, preferiscono morire, dimostrando in
questo modo, al di là dell’apparente complessità del mondo morale, la identica
validità e inflessibilità della legge biologica, sia circa la specie sia circa
la razza.89
Nella specie questo tentativo
di resistenza alla propria decadenza, al proprio esaurimento, potrebbe essere
dimostrato, almeno in via di ipotesi, secondo de Gaultier, con il fenomeno dei
mostri: il quale sarebbe da intendersi come lo sforzo supremo di una specie di
creare un organismo nuovo che possa adattarsi alle mutate condizioni
dell’ambiente. In effetti, potrebbe essere rimasta una certa malleabilità in
qualche individuo, ma l’azione dell’eredità si oppone ad innovazioni e non
permette, anche solo a livello di organi vitali, un perfetto coordinamento,
durante la gestazione, di tali organi: anche se delle forme avventurose come
queste arrivano a vivere, la loro vita è precaria ed esse non sono in grado di
riprodursi.
Personaggi come Rebecca West,
Loevborg e Borkman possono essere, allora, meglio compresi se fatti rientrare
nel novero degli individui prodotti da questo eroico, quanto fallimentare,
tentativo.90 Rosmer è il
rappresentante del passato del più alto valore, l’eredità e l’educazione hanno
fissato in modo immutabile quei valori che vivono in lui, ma che lui sa essere
definitivamente morti. Cerca, perciò, nuove modalità, ipotizza che queste
possano aggiungersi alla perfezione di quelle già acquisite, ma l’impotenza di
Rosmer è tanto più grande in quanto egli è il rappresentante migliore del
passato. Nell’opera, infatti, egli rifiuta Rebecca, potenzialmente portatrice
di forme nuove, quando viene a sapere il perché della morte di Felicia, simbolo
del mondo antico. Questo rifiuto sta a dimostrare l’incapacità di realizzare
nuovi mondi morali perché la motivazione che spinge il protagonista a rifiutare
il comportamento di Rebecca è quello delle virtù vecchie, ormai esaurite. Significa
che la tendenza a variare non riesce ad instaurarsi laddove ci siano forze
organizzate, bisognerebbe prima distruggerle; ed infatti, Rebecca, nella lotta
tra le due donne, è la perdente, si sente colpevole ed accetta di espiare la
propria colpa con la morte.91
La vicenda di Solness copre la
storia completa di una razza e comporta un doppio e contraddittorio valore.
L’impotenza della razza a modificarsi si manifesta anche in lui, ma prima di
questa caduta, Solness, il costruttore, è stato il fondatore della razza, è
stato l’ultimo in cui la tendenza al mutamento si sia esercitata, prima della
definitiva cristallizzazione: è stato l’essere ancora virtuale, il simbolo
della novità della vita. Agli inizi, egli è espressione stessa di circostanze
in armonia, agisce senza sforzo e senza premeditazione; non è intervenuto
nell’opera di distruzione del passato e di annientamento delle tradizioni (la
distruzione della sua vecchia casa), se ne sentirà responsabile solo quando la
sua coscienza diventerà debole. Intanto, la visione di un’umanità nuova che
cerca la gioia in se stessa e non nelle chiese, segna il suo trionfo. Quando,
poi, la sua formula non sarà più la migliore per vivere, l’unico a prenderne
coscienza, l’unico ad inquietarsi sarà lui. Allora Solness, l’essere di
“genio”, cerca di riproporsi come “istigatore” del cambiamento92costruendo
case secondo nuovi progetti che Ibsen situa, però, nei tempi passati della
prima genialità del costruttore. Il suo fallimento si spiega con
l’irrecuperabile disarmonia con le circostanze, ma anche con l’isolamento in
cui lo costringe il suo proprio “genio” che avrebbe bisogno di una sensibilità
diversa da quella che ormai si è formata. Quando riesce, poi, ad edificare la
nuova casa, questa non sarà un focolare, piuttosto sarà lì a dimostrargli che
la sua facoltà di immaginare si è separata da quella di realizzare e la
vertigine che lo prende quando cerca di salire in cima alla costruzione gliene
darà la definitiva conferma.
Questi tentativi di un essere
che cerca di oltrepassare i propri limiti, e che nel mondo fisico sono
impossibili, nel mondo morale si manifestano grazie al potere tutto umano di
concepirsi differenti da quel che si è; in realtà, Solness prova che questa
falsa concezione non porta con sé nessun potere realizzativo, anche perché
quello che il costruttore cerca di edificare manca di una base reale, è
incoerente e ha in sé una parte di assurdo e di folle.93
Edda Gabler, anche se
cronologicamente precedente, ci fornisce la prova definitiva di questa
incoerenza, risultato della dissociazione tra l’attività reale di un individuo
e gli scopi che questo si prefigge. Anche lei sa che il vecchio modo vitale è
condannato, anche lei vorrebbe creare l’avvenire ed anche lei fallisce perché
le sue energie sarebbero adatte a scopi propri delle antiche modalità, che,
però, non riconosce, mentre rivolte al futuro esse non producono che atti
sterili. Questi sono la prova dell’impotenza della donna, nascono dall’angoscia
e dal dubbio, sono una parodia della forza che lei crede di avere e tenta di
dimostrare. Loevborg, uno di quei mostri fisiologici di cui abbiamo detto,
porta in sé quel germe della nuova vita che Edda intuisce. E, tuttavia, la
donna lo rifiuta, armata di una pistola; sposa Tesman, emblema decaduto
dell’eredità, ridotto ad una figura caricaturale di una facoltà di educazione
ormai esauritasi.
Quanto a Loeveborg egli offre
il futuro, di cui è potenzialmente portatore, ad un essere insignificante come
Tea Elvsted. Ma, come abbiamo visto, questi esseri non riescono a riprodursi e,
infatti, Edda brucia la copia, in possesso del marito, del manoscritto sur
l’avenir che Loevborg aveva perso. Brucia, anche, il secondo figlio
dell’uomo, quel bambino avuto da Tea e che rappresenterebbe il possibile futuro
e, secondo de Gaultier, non si tratta di una semplice gelosia d’amore,
piuttosto, della rivolta furiosa di un passato che, essendo incapace di creare
il futuro, cerca di annientarlo.94
Infatti, Loevborg si uccide con la pistola che un giorno lo aveva minacciato,
ma, ulteriore conferma, dopo di ciò, anche Edda, sebbene abbia appena sentito
muoversi dentro di sé il figlio di Tesman, si uccide distruggendo
definitivamente la modalità del passato che si ostinava a sopravvivere.
Infine, Borkman, altro
tentativo mostruoso della natura, è una sostanza virtuale rimasta, però, in un
corpo formato dall’eredità. Questa recettività “fisiologica” è, in ambito
morale, la potenza, intesa come energia messa al servizio di uno scopo. Qui, in
effetti, il fattore ideologico in gioco è il potere, in questo suo senso
energetico, è il tentativo di riprodurre la tendenza a variare in circostanze
in cui la possibilità di creare novità è assai remota. L’impegno, lo sforzo,
essenza del personaggio Borkman, sono la più completa “transubstanzazione” di tutta
l’opera ibseniana: qui più che altrove, c’è una diretta contraddizione tra il
valore ordinario dei gesti compiuti ed il loro valore algebrico.95
Significativo, secondo de Gaultier, è il disprezzo con cui spettatori ingenui
giudicheranno l’ambizione, l’egoismo senza scrupoli di Borkman, mentre lo
ammireranno per aver lasciato intatto il deposito di Ella. Al contrario, un
pubblico più avvertito comprenderà come l’amore di potere del personaggio non
sia altro che l’azione della tendenza a variare, sarà in grado di astrarre
dalla mera ambizione, per vedervi la ricerca di una modalità nuova della vita
ed applaudirà gli atti dell’uomo. Per questo motivo, gli spettatori più
perspicaci lo rimprovereranno per l’attaccamento dimostrato nei confronti di
Ella: la donna, infatti, riesce a concepire solo l’antica formula vitale (così
come Gunilde è il passato sicuro dei propri diritti e rigorosamente fedele ai
propri doveri), incarna la persistenza dell’ereditarietà nel mantenimento
dell’invariabilità del piano organico.96
Borkman, dunque, rispettando il deposito di Ella, fallisce condannando a morte
l’essere di novità che si andava formando in lui.
C’è, secondo l’autore, in
Brand, nell’episodio della donazione dei vestiti del figlio morto conservati da
Agnese come una “reliquia” (relique), e in Borkman, con la scelta di non
toccare i soldi appartenenti alla persona più cara, la stessa esigenza di
assoluto, nonostante si tratti di due personaggi vissuti in epoche della razza
diametralmente opposte. In realtà, Brand è l’unico a salvarsi, e solo perché
l’ideale, l’assoluto, rimane raggiungibile: non lo ha ancora esaurito quel
vizio essenziale che, invece, inficia l’operato di tutti, da Solness a Rosmer.
L’inefficacia della ricerca va fatta risiedere nel fatto che, nei differenti
tentativi di produrre nuove modalità, coloro che si propongono come gli
inventori usino gli stessi mezzi con cui eredità e educazione perpetuavano il
passato. Tali mezzi, come il trionfo della volontà contro l’istinto, lo sforzo
morale come condizione di salute, sono qualcosa di noto, sono formule
conosciute, usurate ormai, del tutto inutili quando si cerca di andare incontro
alla novità e, quindi, allo sconosciuto. L’impresa degli innovatori è chimerica
a causa della totale mancanza di adattamento tra fine e mezzi. L’effort
non vale ormai più, poiché rientra nei procedimenti antichi, ma i personaggi di
Ibsen non vogliono accorgersene, piuttosto si accusano di non applicarlo con la
dovuta violenza, ignorando che la loro energia vitale non è più in armonia con
gli scopi che si prefiggono.
Secondo l’ottica dell’autore,
la concezione scientifica di Ibsen incontrerebbe qui la concezione mistica
dell’opera wagneriana: gli eroi di questa sono semplici ed inconsapevoli, così
come anche Borkman e Solness, nel dramma che essi simboleggiano, sono
imprevidenti, sono passivi quando dovrebbero agire e viceversa97,
non vanno verso uno scopo, bensì, sono spinti da energie a cui non resistono.
Ad esempio, Solness, vede nei Vichinghi una razza gagliarda dalla coscienza
robusta, in realtà il loro pregio è quello di non avere alcuna coscienza, di
ignorare il passato, di non avere radici in questo, di seguire solo la propria
sensibilità. Essi, con i loro omicidi, le loro razzie, non violano alcuna
regola, non conoscono che la propria sensibilità. Saranno i modi di questa
sensibilità a creare una nuova legge. I Vichinghi non hanno una morale arcaica
da distruggere, prima di promulgarne una nuova, in effetti, non ne hanno
alcuna; semplicemente, poiché i loro atti spontanei sono la dimostrazione del
periodo di forza e di salute della razza, sono in grado di creare una morale
nuova, vigorosa e vincolante. Essi sono i veritieri modelli per l’avvenire,
perché risolvono “altrimenti” (autrement) il problema dei metodi:
laddove distruggere il passato o lottare con le vecchie sensibilità significa
riconoscere un passato, condizione essenziale per i costruttori dell’avvenire,
è quella di camminare gioiosi sulle rovine, da altri prodotte, dell’antica
razza. La legge “fisiologica” di ciò, che altro non è che un corollario in
ambito morale, è quella secondo cui non si dà legame di filiazione diretta tra
le specie.
Così, Ibsen assegna sempre ai
suoi personaggi portatori di nuovi valori un’origine dubbia: ciò vale per
Rebecca West, che viene dall’estremo Nord, dalle nebbie, de là bas (ove,
al riparo, si elaborano le nuove specie); ciò vale per Borkman, che non ha
parenti; per Hilde, che in Il costruttore Solness, ha abbandonato
i suoi di propria iniziativa. Ed è, proprio Hilde, l’essenza pura del nuovo
metodo vitale che saprà realizzarsi al momento propizio, è lei il simbolo del
potere di metamorfosi; è lei che non leggendo si sottrae alla tradizione e alla
facoltà di educazione. Anche se non si realizzerà davanti ai nostri occhi, ci
dice tutto ciò che il futuro non sarà, negando in toto la sensibilità
antica. Attende senza sforzarsi la propria sconosciuta realizzazione, il suo
scopo è senza premeditazione; in un certo senso, attende che gli eventi
facciano il loro corso e che i germi che ha in sé crescano spontaneamente.
Hilde è la constatazione dell’inutilità dello sforzo per creare la nuova vita,
è, per contrasto, la glorificazione delle forze misteriose della vita, di
quella vita esitante e ancora ricettiva, malleabile ed in continuo movimento
che opera in quelle oscure regioni governate dalla tendenza a variare.98
De Gaultier, in questo
articolo, legge la quasi totalità dell’opera di Ibsen alla luce del principio
evoluzionistico, presunto filo conduttore della produzione del drammaturgo. La
vita organica, dunque, dimostra la propria volontà di vivere attraverso due
opposte tendenze: dal momento in cui si organizza come specie, manifesta la
ferma intenzione di mantenersi integra nelle forme acquisite grazie
all’intervento dell’ereditarietà e nonostante la sempre crescente ostilità
dell’ambiente circostante. Tuttavia, c’è da notare come, precedentemente alla
scelta di costituirsi come specie fissa, senza possibilità di cambiamenti
sostanziali, la vita si sia presentata attraverso una continua tendenza al
mutamento, una indefinita capacità di adattamento, una ininterrotta possibilità
di metamorfosi.
Abbiamo detto della continuità
tra il mondo esclusivamente fisico, rappresentato dalla specie, ed il mondo
morale che ha in questo la propria successiva origine. In effetti, questo
doppio procedimento vale anche in ambito morale. I buoni legislatori, coloro
capaci di indicare ad un gruppo umano un ideale comune duraturo, sono coloro
che vengono, per così dire, dal nulla, da un luogo sconosciuto; vengono, in
realtà, dal luogo dove ancora regna la tendenza ad un incessante mutamento,
vengono dalla virtualità, da una dimensione in cui non può esserci un passato,
dove non si dà storia perché, essendo la storia la narrazione del principio conservatore99,
essa può esistere solamente quando tali individui precisano, attraverso un
ideale unificatore, le caratteristiche distintive di un specifica razza. La
storia narra, anche, il crollo di questo organismo (sia in senso fisico, la
specie, sia in senso morale, la razza) sottratto alla variazione senza posa. In
qualche modo, il teatro di Ibsen, seguendo l’ottica di de Gaultier, si presenta
come l’epopea di una specie che esce dalla mera potenzialità, diviene razza,
crea archetipi da imitare, ha il proprio periodo di forza ma, inevitabilmente,
si esaurisce sotto la pressione dell’ambiente esterno, all’inizio favorevole ma
poi sempre più avverso, finendo per ricadere nelle oscure regioni in cui la
vita è in fermento.
L’ultimo articolo di questo
trittico si intitola Tolstoj100
ed è apparso ancora nella “Revue blanche” (settembre 1898). Anche in
apertura di questo saggio, de Gaultier propone la propria visione generale di
un aspetto particolare del fatto estetico, di cui Tolstoj diviene la
descrizione vivente.
In questo caso, la trattazione
riguarda il “genio”101
e sembra riprendere l’idea espressa nell’interpretazione dell’opera dei de
Goncourt, arricchendola di dettagli più precisi. Il “genio” nella definizione
degaulteriana, che l’autore ritiene essere anche quella di Tolstoj, sarebbe
colui che è capace di determinare, attraverso una forza segreta, attraverso
degli atti, o dei simboli, una forma di vita, passata, presente o futura, per
l’umanità, per un gruppo sociale, per una razza. Nell’attività pratica, il
“genio” è l’uomo che, all’origine di una società, o in un momento decisivo
nella storia di una società, sia in grado di riassumere l’azione comune: il suo
gesto sarebbe paragonabile a quello di un “direttore d’orchestra” che, pur non essendo
l’autore della sinfonia, coordina e fa convergere ogni singolo suono. In campo
artistico, il “genio” manifesta la miracolosa coincidenza tra la propria intima
energia e quella del gruppo umano o dell’ambiente circostante. Evoca il passato
o profetizza il futuro, esprime, elaborandoli in un sistema esatto di segni,
sentimenti e pensieri che furono o che saranno. In entrambi i casi, esplica
un’evoluzione, avvenuta in profondità nascoste, tra i numerosi elementi
dispersi nel gruppo; inoltre, tale fatto è del tutto inconsapevole e spontaneo
tanto nel “genio” quanto nel gruppo stesso; infine, queste due entità sono
emanazioni di una stessa forza.
L’opera d’arte, dunque, avendo
alla fonte della propria elaborazione una sorta di avventatezza, prende parte dell’infallibilità
delle strutture profonde della natura: è in grado, cioè, di tradurre un istinto
naturale il quale risulta, appunto, infallibile perché si presenta come una
realtà perfetta in sé. Vale a dire, in una certa epoca questo istinto vigoroso è
autosufficiente, non necessita di una giustificazione, basta alla vita dei
popoli finché non si affievolisce e si indebolisce. Il fatto fondamentale è la
perdita di coesione di questo istinto; la conseguente divisione fa sì che una
parte rimanga attiva e che l’altra vi si ponga davanti in vece di coscienza,
tentando di conoscerla e proponendosi di dirigerla. Nell’interpretazione di de
Gaultier, è questa parte a presentarsi sotto i nuovi nomi di morale, politica e
religione; ciò significa che l’istinto, il quale può conoscersi solo se si è
corrotto, ammalato, cerca, attraverso gli ordini che questi nomi prescrivono,
di prolungare la propria esistenza. Raccontare questa fase malata, raccontare
la storia della civiltà, in ogni suo campo specifico, equivale a svelare il
sistema di simboli di tutte quelle forme (applicabili a questa umanità malata)
per mezzo delle quali si tenta di sopravvivere. Tolstoj rappresenterebbe, con
la propria vicenda biografica e con la propria opera, questi due periodi.
Il primo, dal 1852 al 1879, in
cui l’istinto d’arte riempie completamente la sua attività e gli permette di
oggettivare un particolare (ma concreto, storicamente determinabile) sistema di
valori; il secondo, dal 1879, in cui la passione d’arte, non essendo più
abbastanza violenta da risolversi in sé, si disperde, lasciando il posto alla
ricerca angosciante del “perché vivere” (pourquoi vivre?), volgendo lo
sguardo di Tolstoj verso quella forma, in questo caso religiosa, che gli
permetta di prolungare la sua esistenza. Tuttavia, alcuni racconti, come La
morte di Ivan Il’ič, Padrone e servo, possono ancora
appartenere al periodo precedente, dal momento che in essi l’istinto è ancora abbastanza vigoroso da riuscire,
da solo, ad oggettivare la fonte morale della particolare
ispirazione alla base di queste opere.
L’autore russo rifletterà,
quindi, due attitudini susseguentesi della vita, quegli stati in cui la forza
sviluppa la propria virtualità in forma semplice e quelli, successivi alla
dissociazione, in cui l’attività sarà complicata dalle modalità della
coscienza, la quale porterà con sé il conflitto tra le false manovre della
ragione e l’infallibilità dell’istinto.102
Potremo, forse, ipotizzare, continuando d’altronde a seguire il ragionamento di
de Gaultier che, anche in Tolstoj, sotto il soggetto apparente, sotto la parte
esteriore, sotto quel tipo di società russa del XIX sec., dipinta in
superficie, sia da scoprire una sorta di “fattore ideologico”, una realtà
interiore capace di metamorfizzare, arricchire e, financo, creare il comune
spettacolo consegnatoci, ad esempio, in Guerra e pace.103
L’analogo di tale concezione è da ricercare fuori dell’Europa e fuori del tempo
storico vissuto da Tolstoj: infatti, secondo de Gaultier, la sua opera può
essere esaustivamente interpretata nel suo significato e nella sua ampiezza
totali solo se fatta rientrare nella particolare concezione letteraria,
religiosa e filosofica dell’Induismo.104
Infatti, Tolstoj, attraverso i
propri personaggi, ci comunica il proprio pensiero, le proprie preferenze, le
proprie simpatie accordate alla semplicità piuttosto che a ciò che è complesso,
a ciò che è comune agli esseri, non appartenendo in modo specifico a nessuno,
che li assomma in un ente generale piuttosto che a ciò che li distingue
separandoli. Le qualità fondamentali sono, dunque, quelle elementari, capaci di
mettere in comunicazione l’essere con questo gruppo al quale solamente
appartiene la vita; tra le forze che dirigono la stessa, l’istinto è preferito
al sapere ed alla ragione, l’istinto dell’animale a quello umano. Secondo
l’autore, il fenomeno che attira l’interesse profondo di Tolstoj, portandolo a
mettere in risalto gli elementi capaci di unificare, ha il nome di dépersonnalisation.105
La superiorità dell’istinto
sulla ragione e sulla conoscenza è esemplificata, secondo de Gaultier, in Guerra
e pace con la ricostruzione della campagna del 1812. La fuga,
all’approssimarsi di un nemico troppo superiore, non è frutto di una consumata
tattica militare, anzi i quadri dirigenti tentarono di impedirla. La folla di
individui agisce sotto l’influsso di una legge naturale, l’istinto comune a
tutti unifica persone diversissime e disperse e comanda in tutti un’attitudine
identica che, invece di produrre il disordine, come avrebbe potuto fare una
strategia meditata, li fa muovere organicamente.106
Il fascino dell’istinto per Tolstoj starebbe nel suo essere una modalità di
un’attività precedente i modi della coscienza individuale, la quale si
presenta, anche secondo la prospettiva induistica, come uno stato di
dispersione delle forze vitali, una decomposizione della vita, non un suo
progresso, bensì causa di debolezza e sofferenza. Il fenomeno vita sano
sarebbe, in realtà, precedente e anteriore a questo periodo malsano della
propria evoluzione. In questo senso, l’opera di Tolstoj sarebbe una descrizione
dei metodi che tentano di abolire la coscienza e di giungere, così, alla
dépersonnalisation.
Per Nikolaj Rostov si tratta
della vita militare, la quale è in grado, con la sua dura disciplina, di
liberarlo dai dubbi e dalle esitazioni della coscienza, dalla necessità di
scegliere, dalla responsabilità tanto degli intricati affari della vita civile
quanto da quelli della propria; per far parte di questo immenso corpo, al di là
del suo sé, per divenirne un elemento, coscienza confusa, per godere
manifestazioni comuni di violenza e gioia inusitate, egli decide volentieri di
abbandonare una parte della propria personalità.107
Il lasciarsi scivolare nel meccanismo della vita militare è uno di quei metodi
atti a produrre il distacco dal sé che Tolstoj descrive ed ammira. Tuttavia, la
“depersonalizzazione” non è lo scopo che questo tipo di vita si prefigge come
primario. La realizzazione della semplificazione della persona avviene in modo
del tutto fortuito, per mezzo di un’abolizione artificiale prodotta dalla
gerarchia e dall’obbedienza. La “depersonalizzazione” consisterebbe, qui,
nell’abolire la propria personalità, nel ‘trasferirla’ al gruppo e/o al
comandante. In altri casi, al contrario, la coscienza va riducendosi
naturalmente.
Ad esempio, i Cosacchi del Don
ed i Mužik rappresentano le due condizioni di felicità che Tolstoj descriverà
nella seconda parte della sua produzione: il contatto con la natura ed il
commercio libero ed affettuoso fra tutti gli uomini. Le due popolazioni hanno
mantenuto intatte queste due condizioni, non hanno rotto il patto che li lega
alla terra, sentono la vita muoversi ovunque, anche al di là dei propri limiti
corporei, nel mondo che li circonda e dal quale si distinguono appena. Nikita,
il servo di Vassilij Andreič, è un altro di questi uomini capace di
entrare in comunicazione con tutti, perché non ha idee complesse ma le comuni
ed immediate preoccupazioni di tutti, non ha la facoltà di immaginarsi nel
futuro, né di dare importanza al progetto della propria immagine nel futuro, né
del resto cerca il suo io indistinto nel passato.
Quella che de Gaultier chiama imprévoyance
si rivela essere la forza che permette (a Nikita nello specifico, ma a
qualsiasi altro rappresentante di questo mondo ‘semplice’) di avere a
propria disposizione tutta l’energia di cui è dotato per reagire all’immediato.
Qualora questa energia abbia fatto tutto il possibile per resistere ad una
minaccia senza riuscirvi, l’unica soluzione, per evitare che un eccesso di
sofferenza possa causare l’intervento dell’immaginazione (che, qui, sembra
essere l’opposto dell’imprévoyance e, dunque, sembra poter avere una
valenza razionale di pre-videnza), è la morte o il sonno. La risposta serafica
alla domanda di Vassilj, spaventato dalla prospettiva di una notte da passare
in mezzo alla tormenta, è segno inequivocabile di questo meccanismo operante in
Nikita. Guerassim, il mužik Guerassim, è un altro di questi personaggi
rappresentativi di un modus vivendi intatto ed esemplare. La sua
concezione della morte come evento naturale, possibilità da sempre prevista, si
spiega con la sua vita semplice, libera da legami materiali, distaccata da
tutti i piaceri, le preoccupazioni professionali, le distrazioni che Ivan
Il’ič ha sempre frapposto, come fossero una difesa, tra sé e la sua immagine
e che, adesso, in punto di morte, rendono questa un soggetto innominabile, un
pensiero da evitare, un avvenimento a cui fingere di non credere.
In questo susseguirsi di
figure, compare anche la categoria delle donne, le quali, secondo Tolstoj,
hanno preservato un rapporto privilegiato con il mistero della morte, grazie ad
un minor distacco rispetto agli uomini dalla natura universale: il legame con
il corso degli astri, le gravidanze, i figli108sarebbero
tutti fatti che impedirebbero alla donna di differenziarsi attraverso la
cultura, vale a dire che l’“illusione” di una personalità distinta non la
seduce come, invece, seduce l’uomo. E’ questo potere che rende superiore Kitty
o Marja, che affrontano la morte in modo naturale, con gesti misurati e sicuri,
rispetto a Levin che si dispera, si meraviglia, si sente impotente; è, grazie
al possesso dei segreti più importanti della vita, che queste categorie si
conquistano la simpatia di Tolstoj: donne, cosacchi e mužik hanno ancora
rapporti normali con la natura, perché non se ne separano per mezzo di
distinzioni insignificanti.
Nella descrizione dei caratteri
opposti, perché complessi, a quelli che abbiamo visto, il pensiero di Tolstoj
si rifà a quello che, nell’interpretazione degaulteriana, è un concetto prettamente
schopenhaueriano, cioè, alla distinzione, nel pensiero del filosofo tedesco,
tra “ciò che si è” (ce qu’on est) per natura, gioioso o triste, sano o
malato, dolce o violento e da cui, solamente, dipende la felicità, e “ciò che
si ha” (ce qu’on a), o di cui siamo privi, gli onori, la fortuna,
l’educazione. Seguendo questa distinzione, i personaggi di Tolstoj dotati di un
carattere individuale troppo accentuato si suddividono ancora tra quelli il cui
carattere deriva da qualità naturali e quelli che, invece, “lo traggono” (l’empruntent)
dal possesso di oggetti.109
Tra le qualità naturali, quella più importante per Tolstoj sarebbe la
compassione, segno di umanità e di capacità di continua apertura verso gli
altri. Le qualità passionali e mentali, invece, sono di per sé pericolose per
chi le possiede, essendo in grado di differenziarlo, di isolarlo
nell’incomunicabilità. Il loro valore può risiedere, in modo indiretto,
nell’uso che se ne fa: ossia, se tramite di esse si tenta di riavvicinare gli
uomini e fortificare i loro sentimenti più generosi. Il principe Andrej che si
accorge del dolore causatogli da ciò che lo distingue, dopo la prima ferita ad
Austerlitz; Nataša che, in campo passionale, è un personaggio dello stesso
genere e soffre, sono individui d’eccezione a causa di qualità naturali, sono
travolti dalla sovrabbondanza di vita che vorrebbero riuscire ad imprigionare
nella loro persona.
Gli altri, coloro che sono ciò
che hanno, che, avendo perduto il senso della natura e della vita, si illudono
che questo sia nel denaro, nel mondo convenzionale fatto di valori e nozioni
fittizi che si sono inventati tramite un tacito patto con la buona educazione.
Coloro la cui personalità consiste in questo ambiente posticcio, sono il
principe Basile, Boris e sua madre, Vassilij Andreič e, soprattutto, Ivan
Il’ič. Questi è un uomo del mondo, non possedendo alcuna qualità naturale,
alcun dono originale dell’intelligenza, che lo distingua, la sua personalità è
determinata dal suo stato sociale. Tuttavia, nonostante abbia dimenticato il
gruppo naturale cui appartiene e le leggi che lo reggono, non è riuscito a
sottrarvisi completamente, infatti, vi si trova alle prese a causa della
malattia che lo porterà alla morte, davanti alla quale è solo. I suoi parenti,
vivendo nel suo stesso mondo, non possono essergli di alcun aiuto, soffre, si
stupisce e prova orrore verso questo caso della sua vita, la sua lotta si
esaurisce solo nel momento in cui rifiuta la falsa concezione della vita che
aveva fatto sua: il suo passato gli mascherava la vera realtà, ma, al momento
di spirare, riconosce la condizione umana da cui si era allontanato.
Questa imperfezione, principio
del male e della sofferenza, secondo Tolstoj, è causata da tutto ciò che tende
a differenziare gli uomini. Ma questa “illusione” di una personalità distinta
ha la sua radice nel fatto che i personaggi si credono liberi di scegliere
secondo le proprie motivazioni individuali e liberi nei confronti dell’esterno,
credono, cioè, di poter modificare, secondo scelte e desideri personali, il
mondo interiore e quello esterno. Tutta l’opera di Tolstoj, allora, avrà come
scopo quello di dimostrare la falsità di questo potere umano di agire
liberamente.110
Significativo, a tale proposito, il confronto tra Kostantin e Konischev Levin.
Quest’ultimo, che cerca di progettare la felicità universale seguendo e
studiando teorie astratte nel chiuso del suo studio, si stupisce
dell’indifferenza di Kostantin senza capire l’importanza del tentativo, non
riuscito, per innovare i procedimenti di coltura, di lavorazione della terra in
comune. Senza capire, soprattutto, che, laddove il suo interesse generale è un
pretesto per la teoria, lo sforzo di Kostantin, causato da un interesse
naturale e pagato sulla propria pelle, deriva dalla scelta di modificare la
realtà, da un vivo desiderio di essere utile contemporaneamente a sé e agli
altri. Dunque, secondo la prospettiva di Kostantin Levin: “non c’è attività
durevole che non sia fondata sull’interesse personale”, questo perché non
possiamo conoscere quale sia l’interesse generale e, anche se potessimo, non
saremmo in grado di approntare metodi atti a realizzarlo.
Ogni azione che derivi da uno
scopo premeditato è inficiata dalla distanza dello scopo medesimo, forze
differenti contrariano ogni slancio che cerchi di allontanare l’atto dal suo
punto di partenza. L’unico tentativo possibile è, perciò, la realizzazione dei
nostri scopi più immediati, fissando come movente dei nostri sforzi, qualora si
voglia perseguire l’interesse generale, il nostro interesse più vicino. Partire
dall’interesse generale, come fa Konischev, non è, quindi, indice di una più
alta moralità, bensì di una presunzione e di una ignoranza riguardo le
condizioni del reale. E’, in effetti, dallo stesso reale che viene contenuto il
nostro orgoglioso potere di agire sul mondo e di determinare esiti a lungo
termine in modo cosciente. Per tale motivo, Tolstoj è portato a negare il
valore dei grandi uomini; in La physiologie de la guerre. Napoléon et la
campagne de Russie, egli può affermare che i pretesi grandi uomini altro
non sono che le etichette della storia.111
Napoleone, alla luce delle premesse fatte da de Gaultier circa il fenomeno
“genio”, sembrerebbe poter rientrare nel novero di quegli esseri superiori,
capaci di diventare i direttori d’orchestra dei fatti umani; quello che Tolstoj
non ammette, e su cui il nostro autore concorda, è il fatto che il generale
francese abbia potuto causare, in modo volontario e grazie ad un’intelligenza
superiore, tutti gli avvenimenti a cui è legato il suo nome.
De Gaultier sottoscrive questa
riserva, ma precisa come l’ambizione dell’uomo sia coincisa con una legge
segreta, come l’una e l’altra si siano casualmente sviluppate in maniera
parallela, come si sia trattato di una fortuita intesa tra i disegni del
conquistatore e le capricciose combinazioni del destino. L’uomo di genio non è
causa dei fatti ma, in qualche sorta, attraverso l’azione dell’‘imprevidente’,
appartiene a quell’evoluzione, ha una specie di conoscenza divinatoria di
quell’“armonia segreta” tra le proprie decisioni ed il corso delle cose, è,
infine, capace di realizzare le proposte del fato, per mezzo di una forma
singolare, rendendole capolavori. Bonaparte, Cesare hanno conosciuto, in
qualche modo, questo concorso di forze anonime con la loro sete di gloria;
illuminanti, al proposito, sono le parole di Napoleone: “Mio figlio non può
rimpiazzarmi. Io stesso non potrei farlo. Sono una creatura delle circostanze”;
cosicché, essendo consapevoli del loro ruolo di spettatori lucidi, lo hanno
svolto degnamente, interpretando ogni gesto come si conviene a uomini che
rappresentino visibilmente le forze oscure che reggono la vita.
Questa ottica vale anche per il
“genio” artistico, il quale dà forma ed interpreta la materia fornita dal
destino, senza peraltro crearla, la mette in scena misurando, al contempo, la
propria impotenza dalla constatazione della divergenza tra progetto iniziale e
risultato finale. Scopo di queste considerazioni
degaulteriane è quello di riservare un ruolo, anche minimamente attivo,
all’uomo nel fenomeno “genio”. Tuttavia, la negazione, operata da Tolstoj,
della possibilità dei grandi uomini di causare, consapevolmente, degli
avvenimenti, rimane degna di considerazione per lo meno in un suo aspetto:
quello di sostituire a moventi intenzionali, immediati, altri oscuri e
profondi.
Il “genio”112
(artistico, o, l’uomo che sembra poter cambiare il mondo) è spettatore lucido
del proprio operato ma, appunto, è spettatore. La sua consapevolezza si risolve
nel percepire il ‘giogo’, l’idea madre a cui è sottoposto e cercare di
riprodurre nel migliore dei modi possibili tale idea; ignora, del resto, i fini
profondi della forza che lo spinge. La sua consapevolezza è quella di non poter
uscire dal proprio ruolo, laddove, l’uomo ‘normale’ non percepisce neanche la
presenza di tale forza (mancando, ovviamente, anche delle potenzialità
necessarie, per lo meno, ad un tentativo di realizzazione pratica dell’idea).
La consapevolezza del genio è, in qualche modo, ‘tragica’ perché egli non
riesce, non può riuscire, a controllare interamente l’entità che, quasi, lo
costringe a compiere proprio quel gesto (artistico, militare, politico, ecc.) e
non un altro.
E’ di fondamentale importanza
notare che, qui, il termine consapevole e la sua opposizione, inconsapevole,
non hanno accezioni né freudiane, né junghiane, né riferibili a qualche altro
paradigma psicologico. Consapevole significa, qui, avere la padronanza, in modo
integrale, del proprio progetto, conoscere i motivi di esso, individuarne le
origini, sapere precisamente quante e quali forze necessitano per la sua
realizzazione; significa, infine, essere al corrente delle sue finalità,
quindi, poterne, anche, prevedere gli esiti. Inconsapevole, al contrario,
denota uno stato in cui non si possiedono, totalmente, tutte le informazioni
relative ad un proprio, particolare, disegno. Vuol dire percepire ciò che si
sta facendo, ma non poterlo controllare completamente perché non si tratta, a
ben vedere, di qualcosa intimamente legato ad una psicologia individuale,
quanto di fenomeni che hanno a che fare con le strutture più profonde tra
quelle che reggono il mondo. Dimostrazione chiara di ciò sarebbe, nell’opera di
Tolstoj, la già menzionata campagna di Russia del 1812, in cui i fatti si
svolsero seguendo modalità del tutto diverse da quelle di una volontà
premeditata. La forza che unì il popolo russo risiedeva in una regione al di
sotto di quella della coscienza e fu portata alla luce da quell’“istinto
vitale”113 che,
presentendo il pericolo e cercando una difesa, scelse la tattica migliore e
decise la vittoria, grazie alla riuscita comunicazione del proprio impulso a
tutte le particelle disgregate ed alla riuscita unificazione, in quel caso
particolare, del popolo russo in un solo essere. Ma, secondo Tolstoj, è nelle
profondità di questo essere organico che va situata la causa degli avvenimenti
europei di quel periodo.
A de Gaultier sembra, dunque,
confermata la teoria di Levin secondo cui la nostra azione può essere efficace
solo se nasce da (e ha di mira) un nostro interesse immediato; l’uomo risulta,
perciò, incapace a modificare il mondo secondo un proprio consapevole
programma; di più, è anche impotente a modificare se stesso, è costretto, anzi,
a rimanere imprigionato nella suggestione che lo
ha affascinato e preso. Durante la battaglia di Borodino, davanti al massacro
incessante, davanti all’esito indeciso, Napoleone vacilla, sembra sul punto di
uscire dal proprio personaggio, ma si tratta di un istante, il risveglio non
avviene: “Ne vogliono ancora? Ebbene, diamogliene”; egli riprende così il ruolo
che gli è fatalmente destinato.114
Questa suggestione appartiene, parimenti, ai
vari personaggi creati da Tolstoj: Dolochov rimane crudele, duro, simile a se
stesso in ogni circostanza, così come il vecchio principe Bolkonskij resta,
fino alla fine, dispotico e insensibile verso la figlia Marja. I personaggi che
intrattengono ancora rapporti ‘normali’ con la vita non mutano, non esercitano
alcuna azione su se stessi grazie alla loro limitatezza ‘intellettuale’: se
Dolochov pecca per un eccesso di individuazione, i mužik, ad esempio, lo fanno
perché, come anche Nikita, Dio li ha evidentemente fatti soggetti al peccato,
anche se non sono alla ricerca dell’occasione di commettere peccato, per cui
“dei peccati, come evitarli?”. In sostanza, la loro virtù deriva da una
mancanza di personalità. Eppure, sembrano esserci, nell’opera di Tolstoj,
figure che riescono ad evolvere, quali il principe Andrej, Nataša, Rostov,
Pierre Bezuchov, Kostantin Levin.
La natura di questo mutamento,
verso l’intuizione dell’essenza profonda della vita, è esterna ad un atto di
riflessione; il cambiamento, in effetti, accade al di fuori di un atto di
volontà ragionato. Secondo de Gaultier, è un avvenimento ben descritto dal
termine teologico “grazia”: è una modifica nell’incosciente, nell’“istinto
vitale”, il ragionamento non ne è che un effetto.115
Nei due primi personaggi, soprattutto, questa svolta del comportamento morale
ha la forma di una regressione della vita individuale verso una rinuncia al sé.
Nel principe Andrej tale illuminazione è determinata da cause fisiologiche, la
sua prima ferita e, poi, il sentimento della vita che lo abbandona; in Nataša
avviene in seguito alla violenta crisi per la rinuncia ad Anatole Kuraghin e si
manifesta con il successivo amore della donna per Besuchov, ormai spogliato di
ogni tipo di violenza. In Levin la pace, tanto cercata, irrompe da una frase di
Fëdor, uno dei suoi contadini, secondo cui vivere per la propria anima e per
Dio, è vivere secondo Dio, secondo la verità e dalla constatazione che egli,
Levin, non farebbe così più nessun torto al povero mondo.
Secondo de Gaultier, la
filosofia che si può dedurre dall’opera di Tolstoj è, dunque, la filosofia
dell’impossibilità dell’uomo di essere causa volontaria e previdente di un
cambiamento del mondo esterno e di quello interno,116
la cui conseguenza logica risiederebbe in un disinteresse verso la personalità
individuale.
La fonte di questa concezione
non sarebbe, allora per de Gaultier, il Vangelo, quanto piuttosto, la visione
induista. Non tanto, però, quella di Sakia-Mouni il quale presentandosi come
riformatore, ha alterato la forma pura della metafisica induista, facendone la
fonte di una morale che la falsifica, bensì la metafisica semplicemente descrittiva
e non prescrittiva dei “libri brahminici e di quelli buddisti”.117
La forma pura di questa metafisica è la teoria di Maia che rende tutto ciò che
abitualmente chiamiamo vita un sistema di apparenze illusorio, un insieme di
rappresentazioni fittizie; da ciò deriva l’impossibilità per la ragione di
spiegare l’esistenza dell’universo, di supporgli un inizio ed una fine, di
attribuirgli una causa prima. Tempo, spazio e causalità non sono modi per
esplicare il reale, piuttosto, forme del miraggio soppresse le quali la
diversità, necessaria alla vita fenomenica, svanirebbe. Nell’ottica della
filosofia induista la vita individuale e cosciente è uno stato di imperfezione
giacché la possibilità della coscienza si dà esclusivamente in un rapporto
soggetto/oggetto, quindi in un rapporto di divisione. L’Essere unico “si
camuffa” (se déguise) nell’infinità delle forme fenomeniche, creando
così un cattivo sogno, un’allucinazione che si manifesta, in gradi diversi,
nella credenza alla distinzione individuale da cui sgorga il desiderio, causa
di “illusione” e “menzogna”.
Nell’ottica di de Gaultier,
questa concezione è in grado di conferire tutta la sua portata all’opera di
Tolstoj; attraverso essa riusciamo a capire le preferenze per i personaggi mal
distinti tra loro e legati da sentimenti generali ed il male che si annida in
quelli caratterizzati da una spiccata individualità. Il riso di Bezuchov,
personaggio vicinissimo al sentire dei mužik, prigioniero, sofferente e sicuro
della prossima morte, è la pura espressione dell’“idealismo induista” (di
quell’“idealismo illusionista” che chiariremo nel prossimo capitolo), con
questo riso egli strappa il velo di Maia e riesce a scrutare la colossale
“mistificazione universale”. Va, per altro, tenuto conto del fatto che, nella
prospettiva degaulteriana, la deformazione, la falsificazione è
costitutivamente essenziale al perpetuarsi della vita. Sia prova di ciò il
fatto che il velo di Maia si squarcia e rivela la propria struttura
falsificante solo ad una élite di uomini: a coloro che vivono
percependo, anche se in modo oscuro, la presenza di un inganno, a coloro che
stanno per prendere commiato dalla vita frammentaria, ai ‘veri’ filosofi e
scienziati, come vedremo diffusamente più avanti.
Attraverso il prisma
dell’Induismo, siamo, dunque, in grado di capire a fondo un sentimento basilare
che percorre la produzione di Tolstoj, ossia la pietà118
che non è, nella sua essenza, una compassione per le altrui sofferenze ed un
tentativo di alleviarle (questi due concetti non ne sono che effetti); in
realtà, la pietà segna il momento in cui l’errore della distinzione viene
compreso ed in cui viene percepita la menzogna di Maia. Il principio di un
siffatto sentire è un’intuizione; la sua natura è intellettuale, la rivelazione
di cui è portatore è quella dell’identità di se stessi con se stessi;119
provare pietà significa cominciare a sfuggire all’“illusione” della vita
frammentaria, è un sintomo di guarigione dalla malattia che causa, nell’essere,
il delirio della divisione.
Se Tolstoj ha uno scopo, è
proprio quello di mostrare gli sforzi dell’Essere nell’“incosciente” per
risvegliarsi da quel cattivo sogno, in vista di un sentimento che unifichi, che
liberi gli esseri dai confini troppo angusti dell’individuo. Tale sentire si
manifesta nella gioia già intensa di un risveglio parziale come quello di
Nikolaj Rostov, nel suo entusiasmo per lo zar e la carriera militare, o,
nell’episodio della camicia confezionata da Platon Karataëv per il soldato
francese, in cui entrambi si sentono preda della medesima e compartecipe
miseria, o, ancora, nell’accorata richiesta di perdono rivolta, in punto di
morte, dal vecchio principe Bolkonskij alla figlia Marja. Infine, nel
sentimento di immensa pietà provato da Andrej, personaggio dalla spiccatissima
individualità, ferito durante la battaglia di Borodino, allorché riconosce
nell’infermeria il rivale Kuraghin, amputato di una gamba. Il principe
comprende di essere vicino a quest’uomo colpito dal dolore, comprende l’amore
verso coloro che si amano come verso coloro che si odiano insegnatogli dalla
sorella Marja. Tuttavia, Andrej, poco dopo, durante il periodo di convalescenza
precedente la morte, non riesce più a provare questo sentimento di pietà, e la
gioia che lo accompagna, nei riguardi di Anatole. Solo con l’avvicinarsi della
morte, avvicinamento che ci descrive tutti i gradi della sua progressiva dépersonnalisation,
egli sentirà il velo di Maia squarciarsi in modo definitivo, le maschere
sollevarsi, il niente dietro la sua vita individuale, l’indifferenza verso
tutto ciò che ama, la solitudine che lo prende. Muore come un dormiente che al
risveglio non ritrova i fantasmi che lo hanno assillato durante il sonno.
Le pagine più illuminanti sulla
presenza della filosofia induista nell’opera di Tolstoj sono, però, per de
Gaultier, quelle di Padrone e servo, in particolare quelle straordinarie
della morte di Vassilij il quale, dopo aver abbandonato Nikita in mezzo alla
tormenta, torna da lui spinto da un sentimento di paura che lo costringe ad
assorbire il proprio pensiero su qualcos’altro che non sia se stesso, spostando
così il centro della propria personalità al di fuori di sé. Quando sente il
servo riaversi, Vassilij è fiero di averlo riscaldato, è commosso dal calore
vitale trasmesso a Nikita e, benché vicino al congelamento, è contento, gli
sembra che la sua vita sia non più in lui ma in Nikita, gli sembra che Vassilij
Bekrunov, il possidente, il ricco, non abbia mai saputo niente con tutte le sue
vane preoccupazioni, ma adesso Vassilij morente sa, sa tutto senza errore.
Secondo de Gaultier, è, in queste pagine, lampante il legame tra l’Induismo e
Tolstoj; sarebbe, soprattutto, evidente la corrispondenza tra morte e
risveglio:120 quando la
morte arriva a sciogliere il nodo dell’“illusione” di Maia, la suggestione
dell’individualità svanisce.
Si è detto (sempre nell’ottica
interpretativa degaulteriana), di una seconda fase nella produzione di Tolstoj,
quella degli ultimi venti anni, caratterizzata da una diversa tendenza, da uno
spostamento della prospettiva di analisi: da quella della pietà, come punto di
vista oggettivo, come semplice rappresentazione delle conseguenze della
metafisica induista, alla prospettiva del riformatore che, in quanto tale,
diviene ‘colpevole’ degli stessi torti cui va incontro ogni religione ed ogni
morale. Il valore dell’Induismo è, dunque, quello di presentare la vita
frammentaria, la quale è la sola che possiamo esperire, come un’allucinazione,
come un sogno di cui la pietà annuncia la fine; è quello di rappresentare la
vita concreta attraverso un’impresa “estetica pura e semplice”. L’esistenza,
sulla scia dell’interpretazione degaulteriana dell’Induismo, sarebbe cioè uno
“spettacolo” per degli spettatori, quindi una ‘messa in scena’ la quale non ha
alcuna necessità di una giustificazione etica, ma, piuttosto, è completamente
giustificata da un’estetica.
L’errore, al contrario, secondo
de Gaultier, starebbe nel presentare lo stato di sogno della vita concreta come
un’imperfezione dell’Essere universale, starebbe nella prescrizione, attraverso
il Nirvana, di un metodo per abolire il sogno e per risvegliare.121
I precetti stabiliti dalla figura del riformatore morale (per de Gaultier,
Sakia-Mouni, o il secondo Tolstoj) non hanno a che fare con quella che è la
vera essenza dell’Induismo.
Secondo de Gaultier, la
sostanza dell’Induismo, in quanto valida filosofia, è, integralmente, estetica;
l’introduzione di un sistema di leggi morale, in tale impianto, ne produrrebbe
la corruzione. Tolstoj commette questo errore sostituendo alla pratica del
Nirvana la teoria della solidarietà universale. Dal punto di vista logico, la
solidarietà sarebbe l’effetto di una intuizione intellettuale, dipenderebbe
dalla coscienza, più o meno netta, dell’identità dell’uomo con il mondo.
Prescrivere la solidarietà a uomini che hanno, di questa identità, una
coscienza assai confusa è inutile, anche perché gli unici in grado di osservare
tale prescrizione non ne hanno bisogno, essendo rimasti in un rapporto
‘normale’ con la vita profonda. Tuttavia, sebbene una religione, o una morale
non possano essere causa di movimento, esse provano che un movimento esiste: il
Nirvana, la figura di Cristo, il particolare cristianesimo di Tolstoj
dimostrano una tendenza, comune a milioni di individui, verso il risveglio,
attraverso i vari gradi di rinuncia e di “disindividuazione” (désinviduation)
che prevedono, fino al definitivo risveglio nella morte dell’individuo. Morte e
nascita sono una manifestazione della doppia attività dell’Essere122:
ogni nascita individuale ne significa la volontà autocontemplativa nel miraggio
della diversità, nella costruzione del prisma in cui si forma lo spettacolo;
ogni morte, invece, esprime la necessità, per uno spettatore ormai stanco, di
una riunificazione. Nel senso di religioni individuali, questa tipologia di
religione, caratterizzata dalla rinuncia, è in grado di realizzare il proprio
scopo, quello, fondamentalmente, della morte, perché questo riflette una delle
leggi ed uno dei movimenti dell’Essere.
Il caso delle società umane e,
di conseguenza, delle religioni prese come fenomeno sociale è molto diverso. Le
società umane non svaniscono, permangono al di là del susseguirsi delle morti
individuali, manifestando così la volontà dell’Essere di continuare il proprio
sogno.123 La
rinuncia è, qui, improponibile e contraria alle leggi dell’esistenza incarnate
nella continuità della vita, la rinuncia significherebbe la fine della vita
fenomenica, pertanto lo scopo delle religioni sociali e di Tolstoj, l’unione
degli esseri, non è realizzabile. Tolstoj si rende conto dell’impossibilità di
universalizzare l’unione tra le fondamentali strutture umane e vitali e, con questo,
ottenere l’uscita definitiva dal sogno; crede, tuttavia, che proporre questa
meta irraggiungibile all’umanità possa avere un positivo effetto moralizzante
sull’agire umano; succede, così, che la religione di Tolstoj, nata dal
proposito di svelare il sogno, arrivi a coordinarlo. Accade, in tale modo, che
le religioni della rinuncia siano ridotte a funzioni moralizzatrici: funzioni
che, per altro, esse non riescono ad assolvere poiché, essendo stata tradita la
loro originaria “attitudine a morire”, esse contribuiscono ad organizzare e
fortificare la vita (ovviamente, si tratta, qui, della vita frammentaria,
individualizzante, la quale, del resto, non è abrogabile essendo,
paradossalmente, anche espressione, manifestazione, per quanto superficiale,
della vita profonda), si propongono il bene sociale, l’equa divisione dei beni
tra gli uomini come sicurezza di disinteresse.
In realtà, si tratta di
progetti impraticabili che fanno semplicemente parte del sogno dell’Essere:124
l’unione tra i vivi è un’“illusione”, la vita è differenziazione, spesso
ostilità, l’unione può verificarsi solo tra i morti. E’ questo, per de
Gaultier, il messaggio fondamentale di Tolstoj: questa sorta di filosofia
mistica che, dando al dogma cristiano il supporto della visione ‘illusionistica’
propria della dottrina induista, offre ai singoli individui, la cui sensibilità
percepisce la vita come sogno e dolore, la migliore interpretazione del
fenomeno esistenza, la più adatta a confortarli e, in qualche modo, a
liberarli. Ed è, anche la parte mistica e morale della produzione di Tolstoj,
una diretta filiazione del genio. La concezione induista si sviluppa
nell’artista in modo del tutto spontaneo; è essa che, discendente di una delle
più alte razze filosofiche e risorta nell’animo del genio, ne dirige
l’immaginazione e le facoltà, fino alla realizzazione di un’opera (come, ad
esempio, Guerra e pace) dotata di una bellezza e di una potenza uniche,
specchio d’arte in cui l’umanità può ritrovare la propria immagine.125
Le principali critiche che de
Gaultier produce nei confronti del messaggio tolstojano riguardano la missione
moralizzante che l’autore russo ha cercato di compiere nella seconda parte
della sua vita: l’errore intellettuale è stato, fondamentalmente, la
sostituzione di un’etica ad una struttura eminentemente e genuinamente
estetica. Il modello religioso orientale è, per de Gaultier, di natura
prettamente estetica e non morale; Tolstoj, invece, ‘tradisce’ questa natura:
la sua peculiare forma di cristianesimo è sì nutrita di Induismo e Buddhismo,
ma di quelle loro forme moralizzanti, modificate dall’opera dei riformatori
morali come, per de Gaultier, Sakia-Mouni.
Abbiamo precisato che,
all’epoca di questi saggi, l’idea del “bovarismo” in de Gaultier era già dotata
di contorni ben delineati e chiari. E’ sembrato, tuttavia, necessario
soffermarsi su questa produzione di critica letteraria che, pur avendo alla
propria base quel concetto di “bovarismo” espresso nella brochure, è più amplia
rispetto ad una mera ripetizione del concetto chiave, lo evoca, lo ricorda tra
le righe, ma gli dà anche maggior respiro. Inoltre, de Gaultier qui indica, in
modo piuttosto specifico, la propria concezione sull’arte. L’interesse estetico
è uno dei temi fondamentali che accompagnano la scrittura dell’autore, perciò
abbiamo cercato di coglierne la genesi, anche in testi come questi, non
esclusivamente legati all’interpretazione flaubertiana. L’originaria
specificità di questi articoli risiede, dunque, nel tentativo di delineare una
concezione estetica di cui sarà interessante seguire gli sviluppi, tenendo
presente i vari nuclei tematici, ad esempio, quello del “genio” in senso
generale e nel suo rapporto con il “talento”, anche per il progettato confronto
con il pensiero di Girard.
Arrivando alla maturazione
intellettuale di questa idea ossessiva e, a tratti, persino, penosa per il
succedersi della sua vita intellettuale e non, de Gaultier scopre,
specificatamente, nell’opera di Flaubert le stesse sue prospettive, applicate,
nel caso del romanziere, al campo della psicologia concreta.126
Sembra utile soffermarsi, prima
di tutto, sull’Avertissement che fa da introduzione alla brochure.
Innanzi tutto c’è da rilevare un particolare strettamente tecnico: le analisi
sul “bovarismo” dei personaggi flaubertiani sono, qui, più dettagliate rispetto
a quelle presenti nelle opere successive, specie ne Le Bovarysme (questo
era, tra l’altro, il titolo originario della brochure), questo perché, in
lavori posteriori, de Gaultier ha preferito riservare maggiore spazio ai tratti
della nozione filosofica di “bovarismo” che veniva via via delineando. Ma
l’interesse particolare dell’Avertissement sta nel descrivere un
importante cambiamento avvenuto tra lo scritto del 1892 e Le génie de
Flaubert. Entrambe derivano da una medesima idea: sostituire, ad analisi
del mondo e del reale tradizionali, condotte secondo prospettive reputate
assolute, un’analisi che, al contrario, fosse improntata secondo le prospettive
della relatività universale. Le differenze sono riassumibili in alcune
sfumature, in un qualche pessimismo presente nella prima ed in una serenità
quasi gioiosa nella più tarda. E, secondo l’autore, questo cambiamento di
prospettive può contenere un insegnamento, un incoraggiamento a vedere, a
sentire l’à peu près del mondo della relazione ed il movimento
incessante da questo generato come qualcosa di positivo, fonte di una vitale e
continua curiosità, a fronte del mortale assoluto dell’antica filosofia, capace
solamente di indicare al pensiero una completa abdicazione. Lo scopo
fondamentale sta, dunque, in una sorta di rivendicazione di una instancabile
vivacità intellettuale mai sazia, sempre rinnovata, moto indispensabile per la
vita umana.140
De Gaultier trova, nondimeno,
autorevoli conferme in studi su Flaubert quasi coevi alla brochure, come quello
di Emile Montégut141da
cui prende le mosse. Secondo Montégut, l’apparizione di M.me Bovary è stata,
per i falsi ideali, resi di moda, dalla scuola romantica, ciò che Don Quichotte
è stato per la mania cavalleresca, ormai logora, in Spagna. Nello studio di
Montégut si afferma che, allo stesso modo in cui Cervantes avrebbe dato il
colpo di grazia alla mania cavalleresca con le stesse armi della cavalleria,
così, Flaubert avrebbe distrutto i falsi ideali della scuola romantica
attraverso i suoi stessi procedimenti; avrebbe, ancora, dimostrato i vizi e gli
errori dell’immaginazione con le risorse di questa stessa. Ma de Gaultier,
sebbene in perfetta armonia con questa asserzione, non si ferma a considerare
in M.me Bovary solo la caricatura del romanticismo, bensì, generalizza ancora
maggiormente il discorso rifacendosi a M. Bourget, 142 secondo il quale, Flaubert,
attraverso la propria eroina, mette a nudo un principio indistruttibile e foncier
dell’animo umano, principio malsano e funesto che non è stato debellato neanche
dalla signora di Yonville e che Bourget chiama le mal de la Pensée.
Questa malattia, le cui cause profonde persistono ancorché siano state
descritte e analizzate, si manifesta come un pensiero che precede l’esperienza
invece di assoggettarvisi, come il male di aver conosciuto l’immagine della
realtà prima della realtà.143
La grandezza di Flaubert
consiste, dunque, nell’aver rivelato, attraverso i suoi personaggi, questo caso
morboso, distinguendo all’origine dell’attività umana un doppio principio di
determinazione. L’uno si manifesta con le tendenze, le caratteristiche reali,
per così dire, “fisiologiche”127dell’individuo,
la sua intima sensibilità. L’altro si manifesta con tutte le idee suggeritegli
dalla speciale educazione ricevuta, dalla facoltà di immaginare e da tutte le
cause produttrici di immagini di cui ha subito l’influenza. Siamo in presenza
di uno stato di perfetta salute morale quando questi due principi si
equilibrano, si completano a vicenda, quando la facoltà di immaginare, di
approvare attraverso l’educazione, nozioni non direttamente esperite, ma legate
allo sforzo di precedenti generazioni, soccorre i dati di osservazione diretta
e li sviluppa.
Questa facoltà rende possibile
la civilizzazione che de Gaultier definisce come il privilegio dell’uomo di
trasmettere le conoscenze scientifiche e morali acquisite da ciascun individuo
della specie128 ai propri
discendenti, con un indubbio giovamento da parte di questi ultimi. L’autore
sintetizza, quindi, le fasi di questa civilizzazione: dalla incompletezza delle
cognizioni specifiche delle epoche primitive, antiche, in cui le idee morali e
le nozioni sono ancora così vicine all’istinto da rendere necessario, per ogni
nuova generazione, un continuo lavoro di astrazione, fino all’ampiezza della
conoscenza umana propria del XIX - XX secolo europeo.
E’ in questa ampiezza (a causa
di questa ampiezza) che, tuttavia, si nasconde il pericolo che errori e idee
false si infiltrino, attraverso l’educazione, nell’intelligenza umana. Il
singolo, infatti, non può più verificare, attraverso la propria esperienza, il
gran numero di questioni poste e risolte che gli si presentano davanti. Il
compito di ogni intelligenza individuale si riduce ad accettare come valide
soluzioni di cui non può neanche controllare i procedimenti utilizzati per
ottenerle; possiamo, dunque, solo constatare e prendere atto dei risultati che
ci vengono forniti.
Il “bovarismo” si configura,
così, come una malattia il cui germe è, sì, insito nel fenomeno umano generale,
ma che si esplica in modo specifico nelle società fornite di più alto bagaglio
culturale e civile: sembra, quasi, il tarlo nascosto delle società più avanzate
o, comunque, ne è il contrassegno caratterizzante. Non è, infatti, una malattia
passeggera, è, piuttosto, profondamente inerente al fatto stesso della civiltà.129
E’ sintomatica la precisazione che, anche nel caso di un’educazione perfetta,
scevra da errori o da false idee, il solo fatto di conoscere esistenze
anteriori alla propria renda problematico per l’uomo moderno vivere il
presente. Queste immagini della storia, potrebbero essere modelli in grado di
dirigere, in modo salutare, il soggetto agente; purtroppo, però, si
trasformano, troppo sovente, in un ossessivo mirage “che deflora le
realtà”130 antistanti
e capace di depauperare il reale che l’uomo si trova ad esperire e con cui
entra in contatto. L’uomo si trova, così, ad avere su tutto un’idea
preconcetta, sa cosa deve provare in presenza di un qualsiasi fatto e se
l’emozione non arriva egli la immagina. La malattia dell’uomo moderno è
causata, principalmente, da un temperamento fiacco, debole che toglie alla sua
intelligenza e alla sua sensibilità ogni capacità di reazione personale,
rendendolo incapace di resistere all’invasione nella sua anima di queste anime
estranee che lo sommerge invece di esserne dominata.
De Gaultier tende a
rintracciare la colpevolezza di ciò nella cultura romantica, generata a sua
volta dalle guerre della Rivoluzione e dell’Impero. Riprendendo Bourget,
afferma che tali guerre, il gusto per l’esotismo che hanno sviluppato negli
spiriti e l’infinito bisogno di sensazioni intense131generato
nei cuori, hanno creato l’ideale e la letteratura romantici. L’autore si
chiede, addirittura, se non possa essere una legge generale dello spirito umano
il fatto che a periodi di guerre e di azione forsennati succedano periodi
letterari importanti.
Tornando alla particolare
‘genesi’ del Romanticismo, secondo de Gaultier, si tratta di un problema di
energia umana: questa è stata esaltata, sino all’esasperazione, dalla violenza
degli avvenimenti storici (le guerre della Rivoluzione, prima, e dell’Impero,
poi). Una volta conclusi questi, l’energia si è trovata senza nessuna
possibilità di potersi ‘consumare’, di potersi ‘riversare’ in una qualche forma
bruta. La veemenza di cui tale energia è, così, dotata tende a trasferirsi, a
tradursi in pensieri e forme artistiche, rendendo possibili “le orge della
immaginazione romantica”.132
De Gaultier ravvisa in questo
procedimento (sulla scia di Alfred de Musset) la malattia del secolo: il tratto
caratterizzante di tale patologia è, secondo l’autore, “una sproporzione tra la
violenza dei desideri e la banalità delle realtà”.133
La letteratura, con V. Hugo, con A. Dumas, con tutti i poeti e i prosatori di
questa epoca, non fa altro che esaltare questa malattia, creando esseri
esclusivamente passionali, dotati di ogni energia, superiori a tutti gli esseri
comuni, per nobiltà, per forza, per orgoglio. Saranno queste creature sublimi a
gettare nei cuori quei germi di passione che influenzeranno a tal punto gli
individui da precipitarli fuori dal reale.
La valutazione del Romanticismo
che fa de Gaultier sembra oscillare tra una visione negativa, sorta di
principio di suggestione, di fascinazione e, dunque, di imitazione fine a se
stessa e quella espressa nell’articolo sui De Goncourt. In realtà, almeno per
quello che possiamo dire allo stato attuale del nostro studio, l’autore non
condanna in blocco la produzione artistica del Romanticismo. Le critiche
espresse sono di un altro tenore: innanzitutto, c’è da notare la peculiarità
degli autori di “genio” che rendono questa epoca “un periodo eroico dell’arte”,
coloro, cioè, che, agiscono sotto il giogo della particolare ispirazione che ha
suscitato, in loro, quella visione originale che sono costretti ad applicare
continuamente; non imitano, bensì, esibiscono, nelle proprie opere, quel
marcato carattere di uniformità indicato loro dalla sola idea guida che, quasi,
li ossessiona. Gli uomini di second’ordine, invece, imitando numerosi modelli,
perdono questo segno di uniformità:134
vale a dire, non sono in grado di seguire quell’unica, tipica, ispirazione che,
al contrario, l’uomo di “genio” persegue di continuo e con abnegazione. De
Gaultier tiene, però, a sottolineare che questi tratti del Romanticismo non
consentono, non devono indurre a valutarlo secondo un metro morale: dato che
esso è un fenomeno prettamente artistico, non è imputabile se esseri deboli
vengono sedotti, senza essere, d’altra parte, dotati del necessario potere
realizzativo, dalla grandezza delle sue migliori manifestazioni. L’età
romantica è, semplicemente, un movimento artistico valido in quanto ha
annoverato, al suo interno, numerosi, importanti intelletti; diventa, altresì,
un principio di suggestione a causa della concomitanza di due fattori: da una
parte, il generale impoverimento storico delle capacità artistiche e,
dall’altra, la personale debolezza di taluni individui.
Flaubert, dunque, illustra, nei
propri personaggi, il cedimento di forza vitale causato dagli eccessi della
Rivoluzione e delle guerre dell’Impero; si tratta di uomini e donne debilitati;
hanno ricevuto in eredità caratteri ormai consunti, logorati, esauriti,
dall’uso. Sono esseri impoveriti e squilibrati che guardano con occhi
allucinati verso il crepuscolo fantastico che li sovrasta ed in cui si muovono,
circonfusi da una luce aurorale, gli antichi fantasmi, veri e propri modelli da
imitare, figure divinizzate della natura e della letteratura romantica. Il
romanziere scompone la realtà psichica e ne mette a nudo il vizio intimo
essenziale: tutta questa mensonge di un essere che non è in armonia con
se stesso.135
Causata da una défaillance originaria, caratteriale o intellettuale,
questa menzogna rompe, sempre, il normale rapporto che intercorre tra le
facoltà umane istintive e quelle, acquisite, di educazione che predominano sui
personaggi di Flaubert rendendoli esseri inconsistenti, trop légers,
vittime indifese, non avendo alcun peso personale che li trattenga, del vortice
di immagini che li sradica dalla vita reale.136
La causa essenziale, reale, di questo sdoppiamento è un atto elementare, la cui
presenza è talmente frequente da giustificare l’esistenza della facoltà data
all’uomo de se concevoir autrement qu’il n’est.137
E’,
in ragione di questo atto, che gli uomini non sono semplici ma duplici,
costretti ad aggiungere al proprio io veritiero un io immaginario, a concepirsi
non così come sono ma come vorrebbero essere. Si muovono, provano emozioni,
hanno gusti e opinioni solo perché vedono altri agire e suggerire loro come
vivere; cercano anime da prendere in prestito, fanno ricorso a tutti gli
stereotipi e i luoghi comuni sociali a loro disposizione.
Les voici condamnés à
l’imitation138da
questa potenza elementare, tipicamente umana, tanto da apparire sin dall’età
più tenera, nei giochi infantili, quasi nascesse con l’intelligenza stessa.
Tanto legata all’intelligenza da sembrare l’ironica contro-parte dell’egoismo
primordiale dell’io:139il
continuo lavorio per mezzo del quale l’io tende a possedersi, a soddisfarsi
completamente, si risolve nello smarrimento per cui il nostro moi spreca
le proprie energie seguendo passioni e desideri che sono e non sono i suoi
medesimi. Lo sono in quanto esso stesso ha immaginato il travestimento da cui è
stato sviato; non gli sono propri in quanto, appunto, deviano e sviliscono
energie altrimenti indirizzabili verso progetti e vocazioni effettivamente
proprie.
Questa facoltà, inoltre, si
combina con gli elementi più diversi per forza e natura: le varie proporzioni
di questo rapporto creano la comicità se il personaggio è debole, se è molto
labile il confine tra essere reale ed essere immaginario, se, infine, questo
conflitto avviene in impulsi secondari; oppure, creano il dramma se
l’associazione avviene tra la facoltà bovaristica e tendenze reali molto
violente. In questo caso, infatti, l’abisso che separa l’io effettivo e l’io
‘desiderato’ si approfondisce nella misura in cui cresce il carattere
individuale, questo violento conflitto verte su impulsi essenziali e determina
conseguenze funeste fino alla tragedia.
Si tratta, in ogni caso, di una
menzogna che costringe l’individuo non solo a concepirsi diverso da quello che
è, ma, anche, inevitabilmente, a falsificare le proprie idee, i propri moventi
e, quindi, la totalità del mondo esterno creando l’atmosfera fittizia in cui
solamente può ‘vivere’ la sua propria menzogna. Questa menzogna va, dunque, diffondendosi,
ammorbando tutto ciò che la circonda, usando gli uomini per presentarsi in
tutte le sue forme possibili, rendendo vano qualsiasi sforzo genuinamente
vitale. Infatti, la nuova faccia di questo male, metafisico e primordiale,
messa a nudo da Flaubert è l’impossibilità di raggiungere un qualsiasi scopo o
di realizzare un qualsiasi destino cui, pure, non si può fare a meno di
aspirare.
E’, infine, un “maleficio
gettato sulla specie intera”140 che
spande ovunque e fatalmente i propri miraggi, universali conseguenze di questo
principio trascendente, ammaliatori e sradicatori del sé dal sé.
I contorni del “bovarismo”
vengono ripresi nell’opera omonima,141il
cui pregio peculiare consiste nel rendere le caratteristiche di questo ‘vizio’
chiare e puntuali, nello specificarne più rigorosamente portata e importanza: è
un’opera che raccoglie le fila del discorso, riassumendo quello che già era
stato detto con notevoli approfondimenti e ampliando ulteriormente la sfera di
analisi.
Sembra importante, innanzi
tutto, rimarcare il fatto che de Gaultier illustra, preliminarmente, il proprio
metodo investigativo preferito. Partendo dalla premessa secondo cui i
procedimenti conoscitivi sono i medesimi, sia che essi vengano applicati alle
“cose dello spirito”, sia che vengano adottati in campo“fisiologico”, l’autore
si rifà, appunto, a questo ambito poiché qui il particolare stato, capace di
rivelare il meccanismo normale delle funzioni, sarebbe la malattia,
l’alterazione. Generalmente, de Gaultier inizia le sue analisi sul “bovarismo”
dai casi patologici, morbosi, descritti da Flaubert, per poi scoprire, al di
sotto di questi, la normale “fisiologia” del meccanismo bovaristico, fino a
fare di questa tara una legge essenziale della specie umana, riconoscendole,
addirittura, utilità e necessità, ponendola come causa e mezzo imprescindibile
dell’evoluzione umana.142
Questo tipo di analisi
descrive, dunque, prima di tutto, gli elementi patologici, i sintomi della
malattia da cui sono affetti i personaggi flaubertiani. Al fondo di questa
malattia stanno la debolezza della personalità e, per quanto diversi possano
essere i caratteri presentati da Flaubert, un principio di suggestione che li
costringe, come ipnotizzati, ad immaginarsi differenti da quello che sono.
Secondo de Gaultier la debolezza della personalità, fatto iniziale e
determinante, è sempre unita all’impotenza.143
Quindi, da una parte la faiblesse
spinge questi personaggi a scegliersi, o ad immaginare, un carattere diverso;
dall’altra, invece, l’impuissance impedisce loro anche solo di sperare
di poter uguagliare il proprio modello. Interviene, a questo punto, un nuovo
elemento che vela lo sguardo di questi imitatori, accecando il loro giudizio riguardo
l’impotenza: l’amour-propre, grazie al quale essi non si renderanno mai
conto dell’impossibilità di diventare il modello. E’ a causa di questo
accecamento che si identificano con il modello sostituto della loro
persona e cercano di rendere questa identificazione il più reale possibile,
dando il via ad una imitazione senza tregua, ad una parodia incessante: imitano
tutto ciò che è possibile del personaggio che hanno deciso di incarnare.144
Inoltre, arrivano a misconoscere le proprie tendenze, impiegano le proprie
energie non verso mete accessibili, perché realmente appartenenti all’intimità
del personaggio, ma verso quelle del modello andando incontro all’unico
risultato possibile: il fallimento.
Può
essere interessante, a questo punto, un breve inciso: l’impotenza sembra essere
l’unico legame con la realtà, non la causa concatenata alla debolezza della
personalità, in effetti, sembra l’unico stato in grado di frenare la parodia.
Se, come abbiamo detto, ciò che spinge l’individuo a rivolgersi ad un modello è
una tendenziale debolezza, d’altra parte, solo il sentimento di impotenza, di
incapacità, verso una compiuta imitazione dell’ideale potrebbe, in qualche
modo, ‘risvegliare’ l’uomo dalla suggestione che lo tiene. L’impotenza, che
potrebbe dimostrarsi positiva per riportare l’uomo alla propria personale
dimensione, risulta, però, stretta nella morsa della debolezza e
dell’amor-proprio. Il fallimento del progetto di imitazione avviene per un
errore fondamentale sulla natura dei propri scopi e sulla orgogliosa cecità
riguardo questo errore; se quelle mete fossero le proprie (quelle di cui ognuno
è naturalmente fornito) le energie sarebbero sufficienti a raggiungerle, anche
se in grado diverso a seconda di attitudini e capacità differenti; infine,
senza l’intervento funesto dell’amor-proprio (che, lo ricordiamo, rende cechi
rispetto alle proprie, reali, virtualità) sarebbe, forse, possibile riprendersi
in qualche modo il proprio volto, smascherando quello del modello.
L’uso della parola “volto” non
è, qui, casuale, infatti, de Gaultier descrive in questi termini quella
malattia della personalità cui ha dato il nome di “bovarismo”: “egli
(l’individuo) è in preda a desideri e repulsioni nei quali la sua sensibilità
non prende alcuna parte, tutto ciò che egli era si cancella poco a poco per
fare posto a non so quale caricatura grottesca che fa strane smorfie sulle
linee di un volto -visage- fatto per altre espressioni”.145
Per quanto concerne il
principio di suggestione, questo può essere di due tipi. Uno è essenzialmente
interno, come in Madame Bovary; si tratta di un entusiasmo, di un’ammirazione,
di un interesse, quasi di una necessità vitale, originato dalla conoscenza,
intellettuale ed emotiva, anticipata della realtà. L’altro, più strettamente
esterno, deriva dall’ambiente sociale, dalla professione e dalla casta e dà a
questi personaggi una identità, una vita, uno scopo. Simili individui sono
privi di originalità, sono nulla di per se stessi; essi, in mancanza di
un’autosuggestione venuta dall’intimo, diventano qualcosa solo obbedendo alla
suggestione esterna:146
pensano, vestono, agiscono in conformità all’ambiente che li circonda e, prima
di essere uomini, sono l’incarnazione mediocre e insulsa del lavoro che
svolgono.
Riassumendo, schematicamente,
possiamo immaginare, con de Gaultier, una specie di diagramma bovaristico, in
cui la persona umana (che, per comodità, chiameremo A) sia il punto di origine
di due linee, dotate entrambe di uno specifico valore psicologico; l’una (B)
rappresenterà tutto il contenuto reale e virtuale, la disposizione naturale di
un essere umano e l’altra (C) raffigurerà, invece, l’immagine, data
dall’esterno tramite educazione, costrizione o altro, di ciò che esso vuole
divenire. In caso di “normalità”, quando cioè l’impulso di C agisce sulla
stessa linea di forza di B, le due linee coincidono. Ma in Flaubert questa
situazione di equilibrio non si verifica mai; anzi, succede sempre che C,
l’impulso più forte, agisca in maniera opposta a B, di modo che le due linee si
staccano da A, divergendo e formando un angolo più o meno ottuso in proporzione
al contrasto dell’energia individuale con se stessa. Questo è l’indice
bovaristico e misura il divario che c’è in ogni individuo tra l’immaginario e
il reale, tra ciò che esso è e quel che crede di essere.147
Sembra opportuno, in
conclusione di questo capitolo, portare alcuni esempi come descrizione del
concetto di “bovarismo”, con particolare attenzione al personaggio di Emma
Bovary.148 Figura
tipica, tanto da suggerire a de Gaultier il nome adatto per indicare la propria
teoria, figura dal temperamento accentuato, riesce a creare dentro di sé un
essere immaginario, in contraddizione con il suo essere reale. La costruzione
di questo fantasma, dotato dei suoi desideri, dei suoi sogni, al cui servizio è
messa tutta l’energia vitale e nervosa di cui è capace la donna, prende le
mosse da un entusiasmo originato da quella conoscenza anticipata della realtà
di cui abbiamo parlato, dal fatto di conoscere l’immagine della realtà prima
ancora della realtà stessa.149
Ai tentativi di rivolta dei suoi veri istinti, ella reagisce con un ostinato
rifiuto di accettarli, anche solo di vederli, arrivando, attraverso questa
lotta, ad una lacerazione completa tra il suo io reale “misconosciuto” (méconnu)
e quello che lo ha esautorato, trasformandosi di fatto in un essere ibrido.150
Le basilari caratteristiche di
Emma sono, da una parte, il temperamento sano e robusto della contadina,
dall’altra, un istintivo impulso a credersi diversa da quel che è, tendenza
accentuata e alimentata anche dall’esterno, dall’educazione ricevuta al
convento delle Orsoline. L’atmosfera mistica del collegio, i sermoni che
parlano dell’amante celeste, dell’eterno matrimonio, le letture, più o meno furtive,
di opere romantiche come Le génie du christianisme, o i libri di W.
Scott, non fanno altro, anche per l’età particolarissima, che suscitare le
tendenze e gli istinti della giovane sopiti nella sua anima, ma pronti a
risvegliarsi.151 In
effetti, c’è in lei, come più o meno in ogni essere umano, un principio di
reazione, una personalità individuale (nel caso specifico è questa necessità di
creare se stessa, di dotarsi di una personalità di un certo tipo) che, ad
uguali sollecitazioni esterne (l’educazione, le letture, ecc.), reagisce in
modo diverso. Al primo posto nella psicologia di Emma sta questa
predisposizione patologica che sceglie, tra le possibilità esterne, quelle più
consone al soddisfacimento del bisogno interno.152
Emma ignora il fatto che le
emozioni siano spontanee, le percepisce, invece, come effetti di uno sforzo;
così, avvertendo l’intensità dei sentimenti dei personaggi, reali o fittizi,
che la circondano quale prova di perfezione morale e nobiltà d’animo, cede al
fascino dell’ideale; spinta dall’ammirazione tenta di incarnare le eroine dei
romanzi. Tutto in lei viene a modellarsi secondo l’essere chimerico che la
abita153a tal punto
che la giovane non riesce più a distinguere il suo vero io da quelli falsi che
si è scelti. Il mondo reale, gli oggetti che ne fanno parte le arriveranno
filtrati, deformati, da un continuo sforzo immaginativo; solo per mezzo di
queste alterazioni, realtà che a Emma sembrano insignificanti possono diventare
attraenti.154 Il suo
potere di deformazione deve applicarsi ad ogni fatto, ad ogni realtà, deve
riuscire nell’opera di traslazione di ogni oggetto. In questo senso Mme Bovary
sarebbe un’idealista: non riuscendo ad accettare la realtà come opera
collettiva di tutti gli uomini è costretta, prima di entrare in contatto con
qualsiasi cosa, a ricrearla per il proprio consumo, ad un punto tale che
nemmeno il suo stesso io sfugge a questa operazione.155
Non si lascia prendere dal
richiamo di un’esperienza di fede cristiana perché troppo in disaccordo con il
suo temperamento; l’unico sentimento capace di accecarla completamente, perché
in grado di accordarsi con i suoi istinti reali, è l’amore che, secondo lei, va
provato in tutta la sua violenza.156
Frustato questo falso ideale dalla luna di miele e dalla vita coniugale con
Charles Bovary, Emma decide di non amare e l’essere immaginario che è in lei,
piombato ormai nella noia, riesce ad acquistare nuova forze solo grazie al
ballo al castello di Vaubeyssard. Nella fastosa atmosfera mondana l’essere
chimerico di Emma si risveglia, riprende a recitare il proprio personaggio di
gran dama destinato a ben altro che alla vita in provincia, volgare e
asfissiante.
La vita reale è, a questo
punto, completamente compromessa, solo ciò che è lontano, fuori portata,
riesce, perché alterabile a piacimento da parte di Mme Bovary, a procurare
emozioni. Le letture, le cartine di Parigi, l’interesse verso tutto ciò che
accade nella capitale, la meticolosa preparazione del necessario per scrivere
lettere d’amore o di confidenze a nessuno, semplicemente per essere pronta a
farlo, tutta questa frenetica attività ha il solo scopo di soddisfare l’essere
immaginario: ad esempio, l’organizzazione di uno scrittoio in attesa di un
amante per il quale escogitare intrighi e con il quale scambiare tenerezze, fa
già credere alla donna di amare. Nella vita reale questi gesti sono
incomprensibili, ma, nel suo mondo immaginario hanno un fine, un compimento, un
senso.157 Per
convincersi di essere ciò che crede è costretta a compiere atti veri, non solo
decorativi; purtroppo per lei, però, i mezzi con cui agisce sulla realtà
valgono solo nel mondo dell’immaginazione.158
La tendenza, secondo de
Gaultier, “isterica”, che la domina, il male che la governa la spingono a
vivere in una eterna menzogna la cui legge necessaria è, appunto, la finzione,
l’irreale, il falso. Lo sforzo continuo che la spinge a ricreare la realtà
collettiva porta con sé una prospettiva di insuccesso, non tanto legata alla
sproporzione tra la realtà ed il sogno individuale, quanto piuttosto figlia
dell’odio per la realtà nutrito da Emma. Tale odio essenziale, effetto
dell’idealismo della donna, prevede la rovina e la distruzione di qualsiasi
elemento che sia riuscito ad emergere da una dimensione di semplice virtualità,
di potenzialità, la soppressione, cioè, di tutto ciò che sia divenuto reale. Il
principio frenetico dominante è quello dell’insaziabilità, della rottura di
ogni forma di equilibrio, della fuga; l’odio si confonde, in lei, con la stessa
facoltà di credersi diversa, la confusione, del resto, è tale da rendere
impossibile stabilire quale delle due tendenze generi l’altra.159
L’amore di Emma per Léon nasce
perché il giovane è in preda al suo identico male, perché le parole che le dice
le ricordano la sua falsa concezione dell’amore; amano tutto ciò che non
conoscono, sospirano all’unisono per tutti il luoghi comuni del sentimento,
grazie ai quali, esseri aridi dalle emozioni nulle, si convincono di aver
superato le più alte cime dell’ideale, i loro reciproci sentimenti sono
artificiali, fabbricati e si esprimono secondo le forme convenute del féuilleton.
Tuttavia, questa passione nata dalla finzione, ma in qualche modo incarnata
nella realtà dalla figura di Léon, non può, per quel principio “isterico”,
rimanere nella realtà; questa grande passione deve avere un ostacolo
immaginario.160 Emma è
innamorata e, allora, si convince della propria virtù; non ama suo marito, la
religione o la morale non hanno presa su di lei, tuttavia decide che il
sacrificio di un amore tanto perfetto per un dovere austero sia segno di un
nuovo tipo di ideale che merita di essere perseguito.
La dualità tragica161
della donna genera una lotta costante tra l’essere fittizio ed il temperamento,
per così dire, originale; in personaggi dal carattere meno accentuato la
finzione è opposta alla finzione, oppure, ha facilmente ragione dell’essere
reale. In Emma, al contrario, questi due stati sono di pari forza e, se con
Léon, è stata diretta dall’essere chimerico, con Rodolphe il personaggio reale
comanderà i suoi atti.
Rodolphe, uomo esperto in fatto
di donne, classifica Emma nelle due o tre categorie in cui ha suddiviso il
sesso femminile e ne capisce il desiderio, in questo caso, fisico e la voluttà.
Egli comprende, del resto, che per sedurla dovrà recitare il ruolo che la donna
gli ha destinato, quello dell’amante ideale, dovrà attenersi ad una rigorosa
fraseologia romanzesca tutta tenerezza e sospiri. In questo modo, sembra che i
due termini della natura di Mme Bovary riescano a conciliarsi: da una parte,
ella riesce a soddisfare la passione; dall’altra, l’essere chimerico, che
dissimula questa passione, può credere di aver infine trovato in Rodolphe
l’eroe ideale, l’amore perfetto. Egli, del resto, profondamente conscio della
propria recita, sa distinguere con precisione la realtà, ossia il possesso
fisico, dalla finzione, ossia la parte del personaggio romantico che continua a
recitare per abitudine. Si rende conto con esattezza che questa
rappresentazione non può durare davanti al progetto di rapimento: questo atto
segna il limite invalicabile, al di là del quale, c’è la realtà con le sue
conseguenze. La conciliazione delle due tendenze di Emma si dimostra, così,
solo apparente, perché l’accordo temporaneo si basa sulla doppia menzogna
costitutiva di questo rapporto: l’una, ingenua (il sogno della donna di un
amore romantico), l’altra, calcolata (la ‘recita’ di Rodolphe),162
non possono che urtarsi. La rottura di quello che lei considerava un amore
assoluto, la getta in uno stato di infelicità tale da frantumare l’essere
chimerico che ella si era creata.
La violenta crisi mette in
moto, dentro di lei, uno spirito critico che le chiarisce la vera natura dei
suoi sogni (cioè, la loro falsità), così come la reale pusillanimità delle sue
passioni (che si rivelano impetuose solo perché esaltate da una discutibile
ricezione di creazioni artistiche). Malgrado ciò, ha bisogno di provare le
emozioni che la realtà non riesce ad offrirle, perciò, questa volta in modo
cosciente, tenta di riannodare alla meglio la trama della sua “illusione”. Il
riavvicinamento a Léon non è altro che questo tentativo, conscio; è lo sforzo
di applicare al suo volto la maschera dell’amore ideale, sapendo, stavolta, che
l’essere a cui si rivolge è un fantasma ed avendo compreso di non essere, come,
invece, aveva sognato, l’ispiratrice di sconvolgenti passioni. La
caratteristica di Emma è, qui, l’impotenza consapevole, una volta svanita
l’“illusione” di un amore assoluto, di creare quella finzione necessaria a
fecondare,163ad
alimentare e sviluppare l’“illusione”, l’impotenza di suscitare un qualunque
sentimento (che si tratti di amore, gioia o dolore), l’impotenza, persino, di
provocare la morte. L’estremo gesto della donna, il suicidio, non fa altro,
anch’esso, che manifestare tale incapacità: la morte non arriva, non giunge
improvvisamente, la morte si rivela un atto della sua volontà, una decisione
‘ragionata’, meditata, voluta.
In Le Bovarysme spiccano
alcune interessanti precisazioni su questo punto. Innanzitutto, la morte viene
vista come uno scotto della mancanza di spirito critico (qui, equivalente alla
formula bovaristica), come una sorta di punizione della presunzione idealistica
che spinge la donna al tentativo di piegare la realtà alle capricciose leggi
della fantasia.164
Inoltre, la ridestata capacità critica, nella vicenda con Léon, non sarebbe
affatto un sintomo di guarigione, piuttosto il segnale che il principio vitale
sta per abbandonarla, il segnale della definitiva perdita di quella capacità di
usare il sogno, frapposto tra la realtà e la sua peculiare visione, come una
sorta di schermo protettivo.165
Secondo de Gaultier, non solo il suicidio di Emma, ma il dolore o il ridicolo
di tutti i personaggi preda di questa falsa concezione di sé, sono vendette
della vita nei confronti della menzogna, sono espiazioni che la realtà pretende
da tutte le vittime, più o meno incoscienti, del proprio essere chimerico.166
La relazione tra i successivi
titoli di un’opera quale Fruits secs e Education sentimentale
manifesta, nella prospettiva di de Gaultier, questa vendetta della realtà,167una
sorta di nemesi per cui la vita genuina, ignorata dai vari personaggi, si
prende la propria rivincita. Flaubert mette in risalto, con la sua scelta, non
tanto l’effetto, quanto la causa: i protagonisti del romanzo sono frutti
secchi, sia sentimentalmente che intellettualmente, perché, rapiti dall’ideale
romantico, si sforzano vanamente di realizzarlo, perdendo di vista le proprie
vere attitudini.168
Frédéric Moreau è simile a Mme Bovary perché, come lei, si attribuisce gusti e
sentimenti in disaccordo con il suo carattere e fuori dalla sua portata; ne
differisce, però, perché i suoi mezzi e le sue fortune gli permettono di
compiere il suo sogno e, perché, la finzione bovaristica non lo rende né
personaggio tragico né comico. Questo succede per la ragione che, se Emma è
forte, dotata di una personalità non indifferente che l’essere chimerico riesce
ad asservire ma che, a volte, cerca una resistenza, Moreau è debole, dotato di
temperamento molle, incapace di atti importanti pur all’interno della finzione;
la conseguenza peggiore che può accadergli è quella di essere insensibile ad
ogni altra sollecitazione che non sia il suo sogno.
Moreau vagheggia, dunque, sulla
scia degli scrittori del 1830, passioni intense, ardori e tenerezze perché, nelle
sue letture, non ricerca la bellezza artistica, la forma, piuttosto sentimenti
e sensazioni da provare e consumare: dopo aver portato nell’arte la sua anima
vuota e desiderosa di emozioni, porterà nella vita sentimenti presi in prestito
dall’arte.169 La
passione, per così dire, artistica per Mme Arnoux nasce perché Moreau vuole
amare, decide che è lei l’incarnazione del suo “sogno poetico” (rêve
poétique), il personaggio principale della sua privata rappresentazione.
Per amore della donna tronca tutte le sue relazioni, diviene insensibile ad
ogni altro impulso, ma questa passione, che soddisfa solo la sua immaginazione,
è inficiata da una impotenza realizzativa sconosciuta in caso di desideri
reali, i quali sono in grado di sforzarsi in modo adeguato in vista della
concretizzazione dello scopo. Gli effetti che Moreau prova di questa passione
non sono quelli “normali” di un sentimento: egli non è geloso, non sente la
mancanza dell’amata, non sente il cuore in tumulto al ritorno a Parigi; deve,
piuttosto, procurarsi una parvenza di emozione in modo ostinato e, se vuole
possedere Mme Arnoux, si tratta più di amor proprio che di amore. Funzione di
questa passione è quella di fare da sfondo a lettere bagnate di lacrime e
decorare passeggiate solitarie.Alla conclusione del libro, quando Moreau rivede
la donna, dopo venti anni, davanti alle parole di lei, all’emozione di lei, non
osa toccarla per non “degradare il suo ideale”, per non intaccare quella
concezione dell’amore che egli ha preferito all’amore.170
Altri personaggi di secondo
piano, come Homais, Deslauriers, Pellerin, rivelano la disarmonia tra un essere
reale ed un essere immaginario, considerato reale a causa di una mancanza di
spirito critico, da un diverso punto di vista, quello dell’intelligenza. Lo
stesso Moreau non è vittima solo di una falsa concezione riguardo la propria
sensibilità, ma, anche, riguardo la propria intelligenza che egli reputa,
ingannandosi, artistica: il sua caso ci presenta, così, il fatto generale di un
“bovarismo” intellettuale.171
Il suo amico Deslauriers, con cui ha condiviso l’educazione ai tempi del
collegio, crede, sulla scia dei romanzi di Balzac, alla figura del giovane
povero che, grazie alla propria audacia, conquista Parigi, crede che, per
ottenere qualcosa, basti volerla intensamente,172in
questo senso, la sua figura potrebbe rappresentare un “bovarismo” della
volontà.173
Il “bovarismo del sapere” che,
invece, caratterizza Homais è una distinzione del “bovarismo intellettuale”, in
quanto si applica soprattutto al campo scientifico.174
Il farmacista è affascinato dall’ideale del progresso ma, le sue mediocri
capacità intellettuali e l’insufficienza della sua istruzione non gli
permettono di possedere alcuna scienza positiva; il suo errore consiste nel
concepire l’entusiasmo come un’attitudine e l’ammirazione come il possesso
delle nozioni.175
In realtà, egli non conosce delle scienze che i luoghi comuni della stampa,
della filosofia, le idee vittime di una divulgazione troppo grossolana, il suo
sapere è di seconda mano, la sua erudizione da almanacco, tutto questo
frammisto alla sua ignoranza diventa causa della commedia che si sprigiona dai
suoi gesti pretenziosi, dalle sue parole roboanti, dalle sue arie di
superiorità. Questa mascherata non gli impedisce, tuttavia, di essere pericoloso
quando entra in scena la sua vanità, come nell’episodio dell’operazione da
effettuare sul piede deforme: è, attraverso questa vanità agente, che la
menzogna produce i propri effetti negativi.
Il Pellerin dell’Education
sentimentale, è colpito da un “bovarismo” specificatamente artistico, il
quale, comunque, corrisponde ad un’ennesima suddivisione entro il “bovarismo
intellettuale.”176
Egli scambia le proprie facoltà critiche per capacità realizzative,
entusiasmandosi per le grandi opere pittoriche cerca di supplire alla nullità
del proprio dono artistico con uno sforzo di comprensione, tenta di fortificare
la propria menzogna interna attraverso l’uso di una rigorosa terminologia
tecnica, attraverso tutti gli accessori dell’arte che si illude di possedere.
Allo stesso modo, Arnoux, con la sua pretesa di competenza in tutto, si
dimostra essere il rappresentante di un’incompetenza universale destinata al
fallimento in ogni settore poiché nessuna vera vocazione delimita il suo campo
di scelta. Quanto a Delmar, questi risulta essere incapace di resistere alla
suggestione dei ruoli che interpreta come attore drammatico, si illude,
appoggiato dalla forza di tutti, dall’amore della menzogna che accomuna la
folla, di incarnare il popolo, si illude di avere una missione sociale da
compiere, di essere Cristo e Salvatore.177
C’è, anche, un “bovarismo”
politico incarnato da personaggi come Sénécal, affascinato dalla storia, o
Dussardier, ingenuo, ipnotizzato dalle idee di giustizia e fratellanza,
costretto dalla propria ignoranza a scambiare le parole per le cose. Nel caso
di questi due fantocci, la menzogna non si manifesta semplicemente con la
comicità, bensì, essendo la loro un’energia attiva, costoro sono portati a
compiere atti tragici: accade, così, che Sénécal, avendo rinunciato agli ideali
umanitari, divenuto agente di polizia, uccide Dussardier che era stato
indottrinato proprio dalle sue parole. Regimbard, invece, rientra nel campo
della caricatura poiché, tra il reale e l’immaginario, non c’è più antagonismo,
il secondo termine ha preso il comando della persona umana. I modi solenni, la
scelta politica, perché qualcosa bisogna pur essere, per cui egli è
repubblicano e patriota, la competenza in materia di artiglieria, dimostrata
solo dal fatto che i suoi abiti sono confezionati dal sarto della École
polytechnique, il suo ostinato silenzio, che lo fa passare per un profondo
pensatore, tutto ciò fa parte della sua buffonesca mascherata.178
Infine, possiamo notare altri
personaggi nell’opera di Flaubert ipnotizzati dalla casta, dalla posizione
sociale, dall’interesse personale, dall’ambiente sociale. Marescot si
concepisce, nelle proprie idee, nei propri sentimenti, nella propria persona
morale, in modo del tutto conforme alla propria posizione ufficiale; per il
visconte di Cisy, tutta la propria filosofia di vita è espressa dal movimento
delle sue mani che scivolano nei guanti gialli; il visconte di Faverges scopre
le proprie credenze politiche, religiose e sociali nel fatto di essere un ricco
proprietario ed un gentiluomo. Il curato Bournisier e l’abate Jeufroy trovano
la totalità del loro sentire morale in quel talismano che è la veste che
portano, la quale fornisce loro fede, carità, severità e, all’occorrenza,
precise opinioni in fatto di arte, storia, teatro o geologia.179
Si tratta, in ogni caso, di
figure dalla fondamentale nullità, alla mercé di qualsiasi stimolo sociale; una
volta che ne vengano affascinati, prendono in prestito un certo tipo di
attività, di intelligenza, di gusto, di sensibilità. In questi casi, solo un
impulso violento, un interesse immediato o la paura, può cambiare il
personaggio fittizio: Dambreuse, dopo la caduta di Luigi-Filippo, si scopre
repentinamente repubblicano; il conte di Faverges dichiara il proprio odio per
gli Orléans, dimenticandosi di essere stato legittimista; Jeufroy benedice
l’albero della libertà, accusa i re ed esalta la Repubblica.
Nessuna opinione, nessun gesto,
nessuna idea, niente di tutto ciò che questi personaggi si illudono di essere
ha, alla propria base, un fatto positivo, una ragione in grado di
giustificarlo, in realtà, origine comune dei comportamenti che abbiamo visto è
un entusiasmo, un parti pris, un interesse la cui apparente forza di
argomentazioni è acquisita grazie all’ignoranza e all’evoluzione bovaristica.180
Bouvard e Pécuchet non sono più individualità isolate in sé o in un particolare
gruppo, il loro valore è quello del simbolo: essi incarnano l’umanità. Dopo il
processo di astrazione artistica che i due personaggi hanno ‘subito’, tutto ciò
che rimane loro è l’insieme delle generali tendenze umane. La facoltà di
evoluzione (“bovaristica”), dunque, funziona in loro in modo chiaro, non
mascherata neanche dalla complessità dei moventi che, invece, spinge altri
personaggi.181 Bouvard e
Pécuchet si concepiscono, semplicemente, diversi da come sono, in modo del
tutto spontaneo e senza l’intervento di alcun interesse particolare.
Secondo de Gaultier, anche la
vanità che, a volte, manifestano non è che l’effetto della formula bovaristica,
ma non causa dei loro atti. Essi provano un tale sentimento perché è loro
precisa intenzione saggiare tutta la vasta gamma dei sentimenti che albergano
nel cuore umano; la compassionevole umanità che riproducono è caratterizzata da
una comune sete di sapere, da un desiderio di certezza. Flaubert, spostando la
sua attenzione sul campo filosofico, ha mostrato questo “bovarismo”
profondamente legato al fenomeno umano. L’uomo, sotto il pungolo di questo male
che colpisce tanto il pensiero quanto l’immaginazione, misconosce i suoi
istinti e cerca di superare il muro di mistero che nasconde la verità assoluta;
ovvero, di immaginare un al di là. La grandezza dell’artista sta nella
rappresentazione di questa sproporzione tra le sollecitazioni di tali
interrogativi e la non idoneità a rispondervi dei mezzi a nostra
disposizione.
Sotto tale profilo, la Tentation
de Saint Antoine è la messa in scena di una sequenza di sogni del cervello
umano che equivale, a ben vedere, al processo storico in cui differenti
religioni emergono e reciprocamente si distruggono. Antonio è, secondo de
Gaultier, una figura colpita da un “bovarismo” legato alla “fisiologia”: le sue
azioni sarebbero, cioè, condizionate da uno stato patologico prettamente
fisico. Lo stato morboso sarebbe l’allucinazione per cui l’uomo si reputa
‘astratto’, sciolto, separato rispetto alla vita. L’uomo vittima di una tale
condizione si crea una seconda natura che lo costringe a deformare l’universo
stesso; sarebbe questo un primo aspetto del “bovarismo” della conoscenza, equivalente
allo sforzo dell’umanità intera di conoscere al di là dei propri mezzi, al di
là dei limiti di questi, in fondo, senza alcun limite.182
Bouvard e Pécuchet, invece,
mostrano nel loro modo di essere l’indefinita (ovvero, mai risolta né
risolvibile) contraddizione dei sistemi e delle nozioni tanto scientifici,
quanto filosofici.183
L’importanza delle due caricature è quella di essere incarnazioni psicologiche,
personaggi viventi di idee astratte; rappresentano la mitologia della credenza
umana circa il progresso scientifico in generale e, in particolare, la
peculiare fede dell’uomo moderno (con tutto il bagaglio culturale lasciatogli
in eredità dallo sforzo della civilizzazione) in una evoluzione continua. Il
senso di venerazione che le due figure provano al cospetto di un tale
monumento, edificato dai migliori cervelli, è il risultato del micidiale
incontro tra la divulgazione delle idee attraverso la stampa, l’allargamento
della possibilità di istruzione e l’ignoranza causata dall’impossibilità di
controllare uno per uno i vari risultati delle diverse ricerche come pure, del
resto, dall’inanità di una verifica individuale degli specifici procedimenti
strutturali e formali di tali studi.
Se i primi due elementi della
cultura del XX sec. producono una giusta ammirazione ed un ragionevole rispetto
delle varie conquiste, il secondo, a causa del quale possiamo solo accettare le
conclusioni, trasforma questo rispetto in pura venerazione per la scienza.
Bouvard e Pécuchet scambiano il proprio entusiasmo per le conquiste
scientifiche con una capacità di interpretarle, comprenderle ed applicarle, è
da questa sproporzione che deriva la loro comicità.184
La loro caratteristica dominante è quella di non aver alcuna particolare
vocazione, semplicemente, hanno il grado di essere e la consistenza necessari
per adottare, all’occasione, le più diverse occupazioni per poi abbandonarle.
Non avendo nessun interesse peculiare, niente può veramente prenderli in modo
completo, non fanno altro che attaccarsi ad ogni manifestazione dell’attività
umana: tale è il senso della commedia senza posa, e degli sforzi che essa
prevede, da essi continuamente recitata. Illuminante, in tal senso, è la fede
nell’esistenza di una qualche ricetta che permetta di diventare scienziati. La
cercano ostinatamente e, quando pensano di averla trovata nella Guide du
géologue voyager, i risultati del loro tentativo sono disastrosi. Ogni loro
esperienza, ogni loro avventura non farà altro che dimostrare la sproporzione
tra temperamento e ideale, tra la realtà che riprende il posto che le compete e
la menzogna creata dalla loro immaginazione.185
Si tratta, in queste due figure
grottesche, di un “bovarismo metafisico” (nel senso specificamente etimologico
del termine), di una difformità profondissima tra gli scopi che l’intelligenza,
lo spirito dell’uomo si propongono ed i miseri risultati di questa tensione. Lo
sforzo dell’uomo, soprattutto dell’uomo moderno, di arrivare alla gioia
attraverso la conoscenza esaustiva del tutto è vano. Ogni nuova acquisizione fa
da pungolo al suo cuore inquieto, lo sospinge verso nuovi interrogativi, a
spostare un po’ più in là i confini del sapere; ciò che viene aumentato è il
numero delle conoscenze, non certo quello delle gioie. Questo scopo
immaginario, sempre sfuggente, non è altro che il movente dell’evoluzione
umana, è per questa ragione che, quando sta per essere afferrato, si ritira
subitaneamente, la sua funzione è quella di un “motore che comunica alla
macchina umana” la scintilla che la faccia andare un po’ più avanti, una volta
assolta tale funzione, lo scopo si nasconde ancora più lontano.186
Dunque, come nella Tentation,
anche agli albori della civiltà, l’inquietudine umana in cerca di una certezza
si placa, in qualche modo, con la fede religiosa: il desiderio, l’ansia
riescono ancora a concretizzare una realtà dotandola della sua intensità e
della sua forza, dotando così la struttura religiosa di una forma oggettiva,
tangibile.
In Bouvard e Pécuchet, invece, e nell’uomo moderno che essi incarnano, in quell’uomo che crede ad una religione scientifica, essendo svanito il potere di oggettivazione, ci si affida alla osservazione, alla definizione di cause e concause, illudendosi di trovare in questo sapere convenzionale e relativo la certezza. In realtà, l’errore fondamentale del cervello umano è quello di scambiare per la causa prima quella che, a ben guardare, è la percezione di un processo di causalità, un procedimento, un metodo di investigazione. Bouvard e Pécuchet, l’umanità che essi rappresentano, sono accecati da questo “bovarismo” della causa prima, credono sia concesso all’intelletto umano un potere illimitato di comprensione riguardo la natura delle cose. Non accettano il semplice fatto che la scienza poggi, fondamentalmente, su un “partito preso” (parti pris), ovvero su una convinzione, essenzialmente, umana, circa un qualsiasi frammento della realtà prescelto solo per una utilità speculativa, non perché dotato di una dignità superiore rispetto ad altri. Quindi, dal momento che continuano a credere che le fondamenta della scienza scaturiscano dalle profondità delle cose, dalla intima natura di esse, ovvero da una presunta causa prima, da un principio archetipo, tali personaggi si illudono di avere un destino che non appartiene loro, si concepiscono, al livello più elevato, diversi da quello che sono.187
15 J. DE GAULTIER, La fiction universelle, Paris 1903, pp. 413,
contiene otto saggi, di vario argomento, editi dal 1897 al 1903.
16
J.
DE GAULTIER, Le Bovarysme. La psychologie dans
l’oeuvre de Flaubert, Paris 1892.
17 J. DE GAULTIER, Le génie de Flaubert, Paris 1913², pp. 202.
18 Ivi, p. 10 – 11.
19 Ivi, p. 6.
20 Ivi, p. 12: défaut de
coïncidence entre l’être et le connaître.
1 Le Bovarysme. La psychologie dans l’œuvre de Flaubert, cit.
2 La
fiction universelle, cit. , § Les Goncourt et l’idée d’art, pp.
74-103.
3 Ivi, pp. 75 – 76.
4 Ivi, p. 76.
5 Ivi, pp. 76 – 78.
6 Ivi, p. 78.
7 Ivi, p. 80.
8 Ivi, p. 81.
9 Ivi, p. 84.
10 Ivi, pp. 82 – 84.
11 Ivi, p. 85.
12
Ivi, p. 86.
13
Ibidem.
14
Ivi, p. 88: écriture artiste.
15 Ivi, p. 88 – 89.
16 Ivi, p. 90.
17 Ivi, pp. 92 – 94.
18 Nell’opera di de Gaultier
sembra rivestire un ruolo assai rilevante il pensiero di Schopenhauer;
rimandando ad un successivo capitolo il confronto tra il filosofo tedesco e
l’autore francese, riporteremo in nota le parti dell’opera di Schopenhauer alle
quali de Gaultier sembra riconnettersi. Cfr. A. SCHOPENHAUER, Die
Welt als Wille und Vorstellung, III, 34 (trad. it., 2 voll.,
Roma-Bari 19936).
19
Ivi, pp. 94 – 95.
20
Ivi, p. 96: des être que la joie d’agir déserte.
21 Ibidem: il apparaît que cette tendance
s’est développée chez Edmond de Goncourt jusqu’à devenir dominatrice,
s’idéalisant en une attitude contemplative, dans un détachement de la vie qui
devint de plus en plus une impuissance à vivre.
22
Ivi, p. 99: tableau mouvant.
23
Ivi, p. 98.
24 Ivi, p. 99.
25 Ivi, p. 100.
26 Ivi, p. 98.
27
Ivi, p. 97.
28 Ivi, p. 100: les mots préoccupés de
suppléer la palette, négligent pour un emploi secondaire leur tâche véritable,
la hiérarchie des valeurs est intervertie, la vie ne circule plus dans le lacis
veineux des phrases, le décor cache le drame.
29
Ivi, p. 97.
30
Ivi, p. 101.
31
Ivi, p. 100: la vie seule peut entrer en rapport avec la vie.
32 Ivi, p. 102.
33 Ivi, p. 101.
34 Ivi, p. 75.
35 Ivi, pp. 75 – 77.
36 Ivi, p. 88.
37 Ivi, p. 89.
38
Ivi, pp. 101 – 102.
39 Fiction
universelle, cit. , § Ibsen, pp. 105 – 197.
40 Ivi, pp. 105 – 106.
41 Il verbo francese utilizzato dall’autore è “susciter”.
42
Ivi, p. 106: substance amorphe et multiforme, hiéroglyphe muet ou
sonorité invisible, création impalpable et qui se dilate à contenir
l’univers
43 Cfr. A.
SCHOPENHAUER, Die Welt als Wille und Vorstellung, cit.,
III, 52.
44 Fiction,
cit. , pp. 108 – 109.
45
Ivi, pp. 109 – 110.
46
Ivi, p. 127.
47
Ivi, p. 128: elle tire sa valeur absolue de toute l’ouverture par où
elle offre accès à des nouvelles idées.
48 Ivi, pp. 127 – 128.
49 Ivi, p. 115.
50 E’ importante notare, sin da
adesso, che de Gaultier, usando
l’espressione “fattore ideologico,” intende solamente sottolineare la base
concettuale, teorica, che deve supportare la produzione teatrale che voglia
essere veramente artistica. Il termine “ideologico” non ha, qui, alcuna valenza
se non quella di indicare, come detto, il fatto che gesti, atti, all’apparenza
volgari, quotidiani, svelino, ad un’accurata osservazione, il proprio
significato profondo: segni, tracce, di idee misteriose, di difficile
comprensione, che, però, sono essenziali alla struttura fondamentale del teatro
come fenomeno artistico, in particolare, ma estendibili a qualunque forma che
sia genuinamente artistica.
51 Ivi, p. 110.
52 Ivi, pp. 111 – 112.
53 Ivi, p. 116.
54 Ivi, pp. 118 – 119.
55 Ivi, pp. 123 - 124 .
56 Ivi, p. 120.
57 Ivi, p. 123 .
58 Ivi, p. 126 .
59 Ivi, pp. 130 – 131.
60 Ivi, p. 132 .
61 Ibidem .
62 Ivi, p. 133.
63 Ivi, pp. 134 – 135.
64 J.
B. Lamarck (1744-1829), fondatore della biologia, conia questo neologismo nel
1800. Nella sua ipotesi biologica, i primi microrganismi si sono formati per generazione spontanea e si sono
successivamente trasformati (da qui, il nome di “trasformismo” dato alla sua
dottrina) sotto l’influenza delle condizioni ambientali; l’ambiente è dunque,
il ‘motore’ dell’evoluzione. Ogni mutamento ambientale provoca nuovi bisogni, i
quali costringono a contrarre nuove abitudini, le quali, a loro volta,
costringono a fare un uso nuovo e diverso degli organi corporei. Le due leggi
fondamentali del “trasformismo” lamarckiano sono: l’aumentato uso sviluppa
l’organo, mentre il suo disuso può provocarne anche l’atrofizzazione; tutte le
modifiche così apportate ad un organismo sono trasmissibili alla discendenza.
Cfr. Philosophie zoologique, Paris 1809.
G. Cuvier (1769-1832), padre della paleontologia,
viene inoltre considerato il fondatore dell’anatomia comparata, avendola dotata
di uno dei suoi principi più interessanti quello della correlazione degli
organi. Le specie sono fisse (“fissismo”) e quelle più antiche si sono estinte
a causa di certe “catastrofi” naturali (“catastrofismo”). Cfr. Recherches
sur les os fossiles, Paris 1812.
65
Ivi, p. 135: l’invariabilité des espèces et la mutabilité des formes
organiques sous l’influence du milieu.
66
Ivi, pp. 136 – 137.
67
Ivi, p. 137: un organisme parvenu au point de détermination où
l’extérieur est impuissant à le modifier.
68
Ibidem: cette matière de la Vie, docile encore.
69
Ivi, nota n. 1, p. 138.
70
Ibidem: un groupe humain parvenu au point de détermination précis où
l’extérieur ne le peut plus modifier.
71 Ivi, p. 142.
72 Ivi, pp. 142 – 143.
73 Ivi, pp. 140 – 141.
74 Ivi, p. 143.
75 Ivi, p. 144.
76 Ivi, p. 140.
77 Ivi, p. 141.
78 Ivi, p. 139.
79 Ivi, p. 140.
80 Ivi,
p. 146.
81 Ivi,
p. 149.
82 Ivi,
p. 151.
83 Ivi,
p. 152.
84 Ivi,
p. 154.
85 Ivi,
p. 157.
86 Ivi,
p. 158.
87 Ivi,
p. 160.
88 Ivi,
p. 162.
89 Ivi,
pp. 164-165.
90 Ivi, pp. 161-163.
91 Ivi, pp. 166-168.
92 Ivi, p. 170.
93 Ivi, pp. 172-173.
94 Ivi, p. 176.
95 Ivi, p. 178.
96 Ivi, p. 182.
97 Ivi, p. 184.
98 Ivi, pp. 195-196.
99 Ivi, p. 143.
100 La Fiction Universelle, cit. , § Tolstoj,
pp. 281-351.
101 Ivi, pp. 281-282.
102 Ivi, p. 285
103 Ivi, p. 287.
104 De Gaultier interpreta, come
si è detto, l’opera di Tolstoj alla luce della dottrina dell’Induismo.
Esisterebbe, infatti, un legame profondo, intimo, tra l’Induismo e uno
‘spirito’ russo strettamente legato alle concezioni orientali. Per tale motivo
l’ascendenza orientale dell’opera di Tolstoj è diretta, non mediata; essa ha,
per così dire, una ragione geografica, nazionale. Il paragone con Schopenhauer
nasce ‘spontaneamente’, a ragione dell’interesse da parte del filosofo tedesco
nei riguardi dell’Induismo. Sembra opportuno, inoltre, soffermarsi, pur
brevemente, sui caratteri dell’Induismo. Il male (così come per il Buddhismo)
sta nella individuazione come separazione dalla totalità. Nel Samsara (il ciclo
delle reincarnazioni mosso dal karma di ogni essere individuato) si realizza
una tensione al riassorbimento degli individui nella totalità. Per maggiori
informazioni su un argomento così vasto, rimandiamo ad alcuni testi. G.R.
FRANCI, L’Induismo, Bologna 2000; per il buddhismo, in particolare
ricordiamo: H. PUECH, Storia del Buddhismo, Milano 1997 e R. POL-DROIT, Le
cult du néant., Parigi 1997.
105 Ivi, p. 288.
106 Ivi, p. 291.
107 Ivi, pp. 292 – 293.
108 Ivi, p. 299.
109 Ivi, p. 301.
110 Ivi, p. 309.
111
Ivi, p. 315.
112 Cfr. A.
SCHOPENHAUER, Die Welt als Wille und Vorstellung, cit.,
III, 36.
113 Ivi, p. 319.
114 Ivi, p. 322.
115 Ivi, p. 325.
116 Ivi, p. 327.
117 Ivi, p. 328. C’è da notare, tra l’altro, che de Gaultier non si preoccupa di citare i libri a cui fa riferimento, non è possibile dalla scrittura degaulteriana risalire alle fonti (le Upanishad, i Rg-Veda) né per quanto riguarda l’Induismo, né per quanto riguarda il Buddhismo.
118 A. SCHOPENHAUER, Die Welt als Wille und Vorstellung, cit.,
IV, 66.
119 Ivi, p. 334.
120 Ivi, pp. 340 – 341.
121 Ivi, p. 344.
122 Ivi, p. 345.
123 Ivi, p. 346.
124 Ivi, p. 348.
125 Ivi, p. 351
126 Ci serviamo qui della brochure riprodotta come secondo saggio di Le génie de Flaubert, cit., pp. 184-287. E’ stata pubblicata, per la prima volta, in edizione limitata nel 1892; è, poi, apparsa in alcuni fascicoli della “Revue de la France moderne” (nei numeri di aprile, maggio, giugno, luglio e agosto del 1902); infine, leggermente modificata, è apparsa nella “Revue des Idées” (luglio-settembre 1908) nella sua versione definitiva riprodotta, appunto, in Le génie de Flaubert, cit.
140 Ivi, pp. 181 – 83.
141 Ivi,
p. 184 e pp. 199 - 200. De Gaultier non dà il titolo del saggio, limitandosi a
farci sapere che è stato pubblicato dalla “Revue des deux mondes” (1876).
142 Ivi, pp. 200-201. De Gaultier qui cita da
P. BOURGET, Essais de psychologie contemporaine, Paris 1883, pp. 148 –
149.
143 Ci sembra di capitale importanza, per l’impostazione data a questo lavoro, la presenza di queste citazioni in relazione a Girard. Per ora, ci limitiamo ad usarle in modo ridotto, limitandole al ruolo di esplicazione della teoria di de Gaultier; ci ripromettiamo, tuttavia, di ritrattarle ampliamente.
127 Brochure, cit., p. 201.
128 Ivi, cit., p. 202.
129 Ivi, cit., p. 207.
130 Ivi, p. 205: qui lui déflore les
réalités.
131 Ivi, p. 207.
132 Ivi, p. 208: les orgies de
l’imagination romantique.
133 Ivi, p. 209: disproportion entre la
violence des désirs et la platitude des réalités.
134 Le
Bovarysme, cit., p. 17.
135
Brochure, p. 212: tout ce mensonge d’un être qui n’est pas en
harmonie avec lui-même.
136
Ivi, p. 213: l’ouragan des images les déracine du terrain de la vie
réelle.
137
Ivi, p. 215.
138
Ivi, p. 218.
139
Ivi, p. 216: ironique contre-partie de l’égoïsme primordial du moi.
140
Ivi, p. 224: maléfice jeté sur l’espèce tout entière.
141 Le
Bovarysme, cit., p. 2.
142
Ivi, p. 18.
143
Ibidem.
144
Ibidem.
145 Le
génie de Flaubert –brochure, cit. , p. 206.
146 Le Bovarysme, p. 26.
147 Ivi, p. 19.
148 Ci riferiamo, soprattutto alla brochure, perché più dettagliata; qualora ci siano ulteriori e posteriori precisazioni, ci riferiremo a Le Bovarysme.
149 Le
Bovarysme, cit., p. 25.
150
Brochure, cit., p. 226.
151
Ivi, p. 228.
152 Le
Bovarysme, cit., pp. 27 – 28.
153
Brochure, cit., p. 231.
154
Ivi, p. 229.
155 Le
Bovarysme, cit., p. 28.
156
Brochure, cit., p. 232.
157
Ivi, p. 235.
158 Le
Bovarysme, cit., p. 23.
159
Ivi, p. 29.
160
Brochure, cit., p. 237.
161
Ivi, p. 238.
162 Ivi, p. 240.
163 Ivi, p. 242.
164 Le Bovarysme, cit., p. 24.
165 Ivi, p. 31. Notiamo, tra l’altro, le assonanze con quanto detto riguardo l’articolo su Tolstoj, del 1898.
166 Brochure, pp. 243 – 244.
167 Oltre alla Brochure, cfr., anche Le Bovarysme, pp. 22 – 23.
168
Brochure, p. 246.
169
Ivi, p. 249.
170
Ivi, p. 252.
171 Le
Bovarysme, cit., p. 25.
172
Brochure, cit., p. 255.
173 Le
Bovarysme, cit., p. 25.
174
Ibidem.
175
Brochure, cit., p. 257.
176 Le
Bovarysme, cit., p. 25.
177 Brochure, cit., pp. 258 – 259.
178 Ivi, p. 262.
179 Ivi, pp. 263 – 264.
180 Ivi, p. 267.
181 Ivi, pp. 268 – 269.
182 Le Bovarysme, cit., p. 34.
183
Brochure, cit., p. 271.
184
Ivi, p. 274.
185
Ivi, p. 278.
186
Ivi, pp. 280 – 281.