Premessa
Se le tradizionali tendenze interpretative della storia della scienza del XVI secolo sono giudicate attendibili, si dovrebbe postulare l’esistenza di due uomini di scienza entrambi rispondenti al nome di Tycho Brahe (1546-1601).
Il primo fu il grande astronomo sperimentale dell’era pre-telescopica, il cui più manifesto contributo alla storia del progresso del pensiero scientifico fu legato all’eredità di un enorme patrimonio di dati e materiale osservativo, che permise a Johannes Keplero di rivoluzionare le vetuste e consolidate teorie riguardo alle leggi dei movimenti planetari. Sfortunatamente, la volontà dell’astronomo danese di dar vita ad un sistema astronomico “misto”, saldamente ancorato al dogma geocentrico, per ragioni tanto fisiche quanto teologiche, e la conseguente decisione di non riconoscere il messaggio rivoluzionario della cosmologia copernicana, lo avrebbero relegato nella schiera degli autori pre-moderni. Questa, nelle sue linee generali, è stata la base dell’analisi dell’opera tychonica e rappresenta un tratto comune sia alle due maggiori biografie scritte su Tycho ad opera di J. L. E. Dreyer (1891) e di Victor Thoren (1991), che ad altri lavori e contributi critici che avevano per oggetto l’identificazione del ruolo del grande astronomo nell’ambito della storia della scienza del XVI secolo.1 Se infatti il sistema astronomico di Tycho è ben conosciuto, e ne sono stati studiati dettagliatamente gli elementi geometrici e matematici, la sua cosmologia non lo è affatto: il presente lavoro nasce da questa considerazione. Ad una analisi più attenta emerge con forza il fatto che l’attività di ricerca scientifica di Tycho, acquistò tanto nella pratica quanto nella teoria, un respiro e una dimensione più ampie.
Il secondo Tycho fu sia uno sperimentatore chimico, autore di rimedi e farmaci per la corte danese e per tutti coloro che si presentavano a lui con la speranza di ottenere una cura miracolosa che alleviasse le loro sofferenze, sia astrologo personale del sovrano Federico II, protettore delle arti e in particolare della ricerca scientifica.
Il leitmotiv rinascimentale della corrispondenza analogica fra macrocosmo e microcosmo, percorre tutta l’opera tychonica tanto che l’astronomo e aristocratico danese fu affascinato, sin dall’inizio della sua carriera e dall’astrologia di matrice paracelsiana, l’arte di stabilire delle connessioni tra cielo e terra, e dalla pratica iatrochimica del medico svizzero, comprendente le rivoluzionarie modalità terapeutiche e la preparazione, altrettanto innovativa, di farmaci a base metallica e minerale. A fronte del considerevole patrimonio di informazioni in campo astronomico, poco o nulla dell’attività chimica di Tycho è sopravvissuto al trascorrere del tempo, anche a causa di un certo atteggiamento “pitagorico” e settario proprio degli adepti dell’arte alchemica, ma molte evidenze e richiami del suo lavoro davanti alle fornaci sono rimasti, indelebili, nei trattati scientifici e nella corrispondenza intrapresa con esponenti di rilievo del mondo scientifico del XVI secolo.
Quanto Tycho abbia preso sul serio i suoi lavori chimici, si evince dalla costruzione del castello-osservatorio sull’isola di Hven dove, assieme all’osservazione e all’analisi delle stelle e dei fenomeni celesti, furono condotte investigazioni di carattere alchemico all’interno di un laboratorio appositamente attrezzato. Tycho fu paracelsiano nel senso più ampio del termine, seguace di una tradizione ermetica e neoplatonica secondo la quale l’universo era espressione di una dimensione dinamica e viva, unita da corrispondenze alchemiche e simpatie che legavano in un tutto la sfera dei fenomeni celesti agli umani accadimenti e ai fenomeni terrestri. Nel corso della sua esistenza, Tycho provò una forte attrazione e spese gran parte del proprio tempo e delle proprie risorse materiali e intellettuali, tanto per lo studio del mondo di “Urania” (dea dell’astronomia celeste), quanto per quello di “Chymia” (dea dell’astronomia terrestre) e ritenne di dover considerare le due discipline non solo equivalenti sul piano della validità scientifica, ma pure unite in un’unica struttura cosmologica espressione di un universo pervaso da energie multiformi e cangianti. Lo stesso motto “Suspiciendo Despicio, Despiciendo Suspicio”, iscritto a monito nel portale del castello-osservatorio di Uraniborg, era testimonianza di questa unità.
Lo scopo precipuo di questo lavoro è quello di dimostrare che la cosmologia tychonica non fu essenzialmente riferita a modelli concettuali propri della tradizione aristotelica, ma anche a quella paracelsiana, sebbene con alcune precisazioni dovute a una interpretazione più razionale dei fenomeni naturali sviluppata da Tycho in virtù dell’influenza di pensatori come Severinus, Melantone, Niels Hemmingsen e Ramus. Come tenterò di dimostrare, il metodo di analisi sviluppato da Tycho, tanto nella formulazione della struttura della sua cosmologia, quanto nella volontà di fornire solide basi alla materia astrologica e alchemica, fu quello di un radicale empirismo modellato attorno a precisi riferimenti matematici. Anche se la sua fede nei confronti della scienza astrologica fu genuina, essa fu temperata dalle convinzioni della teologia filippista, della quale razionalismo e libero arbitrio ne erano i cardini concettuali.
Per questo motivo ho voluto strutturare questa tesi in tre capitoli. Se infatti ogni autore è legato alle vicende storiche del proprio tempo, ho ritenuto opportuno, nel primo capitolo, dare una sommaria descrizione del clima culturale della Danimarca del XVI secolo, illustrando la rete di contatti e di scambi, intellettualmente stimolanti, nella quale Tycho si trovò a vivere e operare. Ho inteso illustrare questo aspetto in due modi: dapprima attraverso una descrizione della vivacità della cultura danese, favorita soprattutto dall’azione del sovrano Federico II, estimatore della cultura in generale e delle scienze alchemiche in particolare, in virtù di un forte sentimento di tolleranza di matrice filippista, nei confronti della scienza e della religione. Se infatti la chiesa danese, negli ultimi trent’anni del XVI secolo fu dominata da esponenti delle dottrine di Melantone, l’atmosfera intellettuale del regno di Danimarca risultò pervasa da un forte desiderio di determinare una visione del mondo e della natura fortemente razionali che uniformasse principi teologici e attività scientifica. Per questo nella seconda parte del primo capitolo ho tentato di dar conto della radice di queste interpretazioni, esponendo, nelle sue linee generali, il programma di educazione “universale” redatto da Melantone, il suo sistema di filosofia naturale e l’orientamento umanistico e razionale nella ricerca di una più ampia tolleranza e armonia religiosa. Nel secondo e nel terzo capitolo infine, si trova un tentativo di chiarire, in base all’analisi di alcune opere tychoniche e evidenze inserite nel suo epistolario, la sua attività astrologica, il rapporto tra la cosmologia di Tycho e quella di Paracelso e la sostanza delle sperimentazioni chimiche condotte dallo scienziato danese sull’isola di Hven.
1 J. L. E. Dreyer, Tycho Brahe, Edinburgh, Adam and Charles Black, 1891, e Victor Thoren, The Lord of Uraniborg: A Biography of Tycho Brahe, Cambridge, Cambridge University Press, 1991. Entrambi gli autori, pur dedicando alcune sezioni delle loro opere all’attività astrologica e alchemica di Tycho, tendevano ancora a sottolinearne il sistema astronomico e la pratica dell’osservazione sperimentale della volta celeste. Dreyer, in particolare, fu l’editore dell’ Opera Omnia di Tycho Brahe, e inserì nel IV volume dell’edizione un riassunto di alcune ricette mediche dell’astronomo danese e nell’indice una rubrica intitolata “Spagyrica Ars”. La biografia di Dreyer risale alla fine del secolo scorso, quando la ricerca storica su Paracelso era ancora agli inizi. Non deve perciò stupire se egli non potesse ordinare con sufficiente esattezza la posizione di Tycho nel campo della ricerca alchemica. Inoltre i rispettivi scritti medici o chimici degli astronomi-matematici rinascimentali, quali Regiomontano, Copernico, Neper, Rethico e lo stesso Tycho Brahe, furono oggetto di scarsa attenzione da parte degli storici della matematica in virtù di un atteggiamento teso a considerare quelle attività come curiose, che in una edizione critica avevano solo valore di miscellanea e pure gli storici della medicina rifiutavano di cercare eventuali pratiche iatrochimiche nelle opere dei matematici del XVI secolo.