IL LABORATORIO DI URANIBORG
Insieme ad astronomia e astrologia, le scienze alchemiche furono la grande passione di Tycho a Uraniborg. Nel 1598 Tycho pubblicò una descrizione degli strumenti e del lavoro svolto sull’isola di Hven, “Astronomiae instauratae mechanica”. L’opera non conteneva soltanto il resoconto di ciò che Tycho aveva fatto, ma anche un accenno più generale del tenore delle sue ricerche scientifiche. Nell’opera richiamava alla mente la concessione della signoria feudale dell’isola di Hven, accordatagli dal sovrano Federico II:
Egli mi chiese di erigere delle costruzioni sull’isola e di costruire strumenti per le indagini astronomiche tanto quanto per quelle chimiche, e gentilmente promise che ne avrebbe abbondantemente sostenuto le spese.1
L’affermazione di Tycho, secondo la quale il sovrano intese appoggiare l’allestimento di un laboratorio alchemico insieme ad un osservatorio astronomico, suggerisce la considerazione che la corona fu solidale con l’interesse scientifico mostrato da Tycho nei riguardi dei misteri e dei segreti della materia come quello dell’osservazione della volta celeste.
Già durante i suoi anni di studio all’Università di Rostock Tycho aveva acquisito una certa familiarità con la concezione paracelsiana, secondo cui ogni aspetto del mondo naturale era necessariamente connesso, in modo sottile, attraverso agenti le cui operazioni erano definite alchemiche. Il 10 dicembre del 1566, mentre era ancora studente in quella università, Tycho ebbe un feroce battibecco con un altro studente, Manderup Parsberg. Non è impossibile che la causa della lite fosse la predizione sbagliata sulla morte del Sultano Solimano il Grande e che fossero state messe in discussione le sue qualità matematiche. Fatto sta che il 27 dicembre, durante le celebrazioni natalizie, i due tornarono a litigare e, questa volta, a duellare. L’esercizio delle armi e l’uso della spada erano attività normalmente praticate da tutti coloro che si trovavano nella condizione di nobili appartenenti alla classe aristocratica e i duelli, sebbene senza troppo spargimento di sangue, erano piuttosto frequenti. Tycho ebbe la sfortuna di rimanere sfregiato pesantemente al naso e fu costretto a portare una protesi, costruita su misura, per il resto della sua vita.
L’avvenimento, che possiede rilevanza biografica per una più compiuta definizione della personalità e del carattere dello scienziato, è altresì meritevole di interesse per il fatto che, in seguito all’incidente, durante il periodo di riposo forzato e di riabilitazione fisica, l’attenzione di Tycho fu tutta focalizzata attorno al trattamento medico che ricevette. L’interesse scientifico che ne scaturì portò Tycho ad occuparsi, per il resto della vita, di medicina e alchimia, e anche se non è dato sapere - e appartiene al terreno delle congetture - quanto l’interesse per gli studi di carattere alchemico sia legato al violento incidente occorsogli, è un dato certo che l’ambiente accademico di Rostock, intellettualmente stimolante e ricco, finì per rivestire una spinta verso la definizione di nuovi interessi scientifici.
Come l’astronomia, anche la medicina era una scienza di provenienza greca, trasmessa all’Europa attraverso la mediazione degli arabi. Ben presto anch’essa era stata oggetto di tentativi di miglioramento e di duri attacchi alla sua intelaiatura aristotelica. Si era compreso che gli autori e interpreti arabi, che avevano tradotto e seguito l’insegnamento di Galeno, non erano alieni da errori e assurde convinzioni: la natura era l’unica autorità possibile.
Tutta l’opera e l’attività di Paracelso fu percorsa da una critica sistematica dei principi che reggevano la medicina greca. Nel 1567 le posizioni speculative più importanti riguardo questo aspetto erano presenti a Rostock.
Henrich Brucaeus (van den Brock), che aveva studiato medicina a Bologna, era uno sperimentalista, aveva introdotto la pratica dell’autopsia proprio a Rostock ed aveva guadagnato discreta fama in virtù dei suoi scrupolosi studi sullo scorbuto. Fu un implacabile nemico dell’astrologia.
Levinus Battus, nella casa del quale Tycho trascorse un breve periodo, si era laureato in medicina a Padova. Proprio in quegli anni erano stati pubblicati postumi molti dei manoscritti di Paracelso e Battus fu profondamente colpito dalla loro lettura. La concezione spiritualistica che Paracelso aveva della natura lo impressionò fortemente: lo Spirito di Dio che permea e unifica tutta la natura, garantendo l’esistenza all’interno della terra di rimedi minerali che possono alleviare e curare le afflizione delle persone. Come Paracelso, anche Battus in un primo tempo sacrificò gli studi anatomici, sperimentali, per indagare invece la natura delle malattie, considerando astrologia ed alchimia le vere linee di ricerca. Tycho intrattenne per gran parte della vita un fitto scambio epistolare con Pratensis, professore di medicina all’Università di Copenhagen, Severinus, medico di corte del sovrano Federico II di Danimarca, Brucaeus, anch’egli professore di medicina a Rostock, e con Hayek, medico personale dei tre imperatori di Asburgo.
Bracaeus soprattutto stimò la competenza medica di Tycho tanto seriamente, da ritenerlo capace di trattare clinicamente l’epilessia e di sostenere alcune convinzioni scientifiche riguardo l’efficacia di rimedi medicinali a base chimica dell’aristocratico danese, rispetto ai tradizionali impacchi di erbe medicinali propri della tradizione galenica. Severinus sembrò invece riferirsi agli interessi medici di Tycho come all’attività svolta essenzialmente da un adepto.
Oltre all’esperienza universitaria di Rostock e agli studi giovanili, vi sono altri rapidi accenni nella biografia di Tycho a un generale interesse per alchimia e medicina. Fu durante il soggiorno ad Augsburg nel 1569 che Tycho iniziò a prestare una attenzione maggiore per quelle idee; attenzione e interesse che si rafforzarono negli anni immediatamente successivi, quando Tycho passò nella residenza dello zio materno Steen Bille, l’abbazia di Herrevad. Fu qui che Tycho ebbe tempo di spendere tempo e risorse per allestire un ambiente attrezzato, che probabilmente rappresentò il suo primo laboratorio alchemico.
L’abbazia di Herrevad rappresentava il luogo adatto alla tranquillità necessaria per la ricerca scientifica. Essa era il risultato del tentativo, vecchio di quattrocento anni, di raggiungere la completa autonomia economica. Poiché l’ideale monastico dell’isolamento spirituale dal mondo non poteva più essere sostenuto anche dall’isolamento materiale della comunità, l’abbazia aveva esteso le sue proprietà e la sua influenza anche alle zone che la circondavano, sfruttando una enorme quantità di risorse naturali che ne garantivano la ricchezza e la completa indipendenza economica.
Apparentemente le indagini alchemiche furono l’unica preoccupazione di Tycho a Herrevad, salvo la loro interruzione intorno al 1572, quando apparve nella costellazione di Cassiopea la supernova, e lui stesso si descrisse impegnato in investigazioni chimiche anche prima del 1570, tanto da non tralasciare, in questo periodo di tempo, nessuna osservazione astronomica.
La relazione alchemica che Tycho tenne ben salda per tutta la vita tra cielo e terra trovò attuazione pratica nel progetto di costruzione di Uraniborg, dove Tycho costruì nel seminterrato sedici fornaci deputate alle ricerche di carattere chimico. Assieme alle fornaci, nella parte più bassa del palazzo vennero posizionati stanze e magazzini per il deposito di carburante e la conservazione di cibo. La collocazione del laboratorio principale nel seminterrato conseguiva anche da ragioni tecniche e architettoniche. Le sedici fornaci, per numero e dimensioni, dovevano consumare notevoli quantità di combustibile, ed era perciò logico dotarle di un accesso diretto con le riserve sia interne che esterne. Infatti una porta2 ben custodita, rivolta a oriente, garantiva l'accesso tra l’ambiente interno del laboratorio e l’esterno della casa, facilitando il passaggio del combustibile nella struttura delle fornaci. Riguardo queste ultime Tycho scrisse:
Esse sono sedici: tre scalda-bagni, una fornace per incenerire, quattro grandi “athanores”, due più piccole, due fornaci per la distillazione in sabbia o cenere, una da utilizzare con un grande mantice connesso ad essa da due condotti. Un’altra speciale fornace era sistemata assieme ad una fonte di luce. C’erano due forni a riverbero, uno dei quali rifletteva il calore direttamente, l’altro lo rifletteva lungo un condotto spiraliforme, abbondantemente anche se in modo indiretto.3
L’attività svolta davanti alle fornaci, delle quali Tycho descriveva minuziosamente la funzione e le caratteristiche, beneficiava soprattutto della posizione sotterranea in cui era condotta, e gli scavi archeologici che sono stati fatti a Uraniborg hanno riportato alla luce, nelle fondamenta sul lato meridionale, una serie di forni, tracce di sostanze chimiche come zolfo sublimato, ampolle di vetro rotte e altri manufatti che confermano, nella sostanza, le indicazioni fornite da Tycho nelle sue opere.
Nel seminterrato gli esperimenti trovavano riparo dalle alte temperature che si raggiungevano, attraverso la enorme massa “termale” della terra presente da ogni lato, sfruttando al massimo la lunghezza dei camini inseriti nella struttura del palazzo che mantenevano il fuoco e le temperature ad un livello accettabile. La stessa ripartizione della grande dimora di Uraniborg in tre livelli era sicura indicazione delle attività filosofiche e scientifiche condotte al suo interno. Ai piani superiori erano situati gli strumenti per l’osservazione della volta celeste, il grande osservatorio chiamato “Stellaeburg” (castello delle stelle), nei sotterranei i forni e le fornaci per la distillazione e il trattamento, attraverso l’uso del fuoco, delle essenze minerali e vegetali, e tra le due sezioni, lo studio privato di Tycho munito di un enorme globo per una tranquilla riflessione. Le tre sezioni apparivano così unite da un ideale programma di ricerca scientifica riguardo la natura del cosmo e i segreti della materia.
Probabilmente il primo laboratorio di Tycho nella dimora di Herrevad servì da modello alla successiva edificazione di Uraniborg, e quando l’aristocratico danese abbandonò l’isola di Hven nel 1597, non portò via con sé solamente l’equipaggiamento astronomico, ma anche le macchine per la stampa e gli strumenti alchemici. Egli trasferì tutto nella sua casa a Copenhagen, continuando a svolgere lì il suo lavoro, come lui stesso ebbe modo di scrivere. E dopo aver lasciato la Danimarca per ricoprire un ruolo ufficiale alla corte dell’Imperatore Rodolfo II, si trasferì nel castello imperiale di Benatky, dove attese all’allestimento e alla preparazione di un nuovo ambiente adatto alla sperimentazione in campo chimico.
Inoltre, sempre a Uraniborg, Tycho costruì un secondo laboratorio, ausiliario e più piccolo, non nel seminterrato, ma ai piani superiori. Difatti, dopo che i lavori di costruzione del castello furono completati, Tycho decise che era scomodo scendere continuamente nei sotterranei, dove si trovavano le fornaci. Ciò era particolarmente problematico durante i lunghi processi di distillazione nei quali le temperature dovevano essere tenute costanti, spesso per molti giorni. La soluzione adottata fu l’allestimento di alcune fornaci nella sala da pranzo usata in inverno4, a cui vennero apportati lavori di ristrutturazione. La sala era vicina alle scale che conducevano ai piani inferiori. Grazie a questi lavori la stanza fu in grado di accogliere al suo interno un piccolo laboratorio completo di cinque fornaci, con lo scopo precipuo di risparmiare tempo nelle operazioni di controllo e di registrazione dei progressi e dei risultati degli esperimenti.
Anche il laboratorio fatto erigere da Tycho a Benatky nel 1600 sembrava ricalcare il medesimo modello, tanto che lo stesso Tycho scrisse alla sorella Sophie (che per molti anni lo aveva aiutato nei suoi esperimenti e ne aveva condiviso la passione per le ricerche mediche e chimiche, tanto da prescrivere al sovrano di Danimarca Cristiano IV alcune ricette redatte dal fratello, morto da alcuni anni) che due principali costruzioni erano state edificate: un osservatorio astronomico e uno speciale laboratorio.
Il laboratorio sull’isola di Hven fu pertanto fornito di uno specifico equipaggiamento e di strumenti atti alla scoperta dei segreti della natura e della materia attraverso l’utilizzo del fuoco, e una schiera di discepoli e studenti pronti ad assisterlo. Quest’ultimo aspetto riveste una certa importanza. Il caso di Tycho Brahe infatti è complicato dal fatto che non fu solamente un cliente, un protetto dalla corona che ricevette aiuto e sostegno materiale e politico dal sovrano di Danimarca Federico II, ma fu lui stesso un protettore, e il centro di ricerca edificato sull’isola di Hven divenne ben presto un punto di riferimento e una tappa obbligata per tutti coloro che si interessavano di filosofia naturale. Hven divenne un luogo di unione e di incontro per amici, studenti e visitatori stranieri o occasionali.
Le ricerche mediche a Uraniborg furono sviluppate principalmente da Flemlose e Gellius. Di Flemlose si è già parlato riguardo la pubblicazione dell’almanacco del 1591. Egli fu il principale assistente di Tycho tra il 1577 e il 1588. Nato nel 1544 nella parrocchia di Flemlose sull’isola danese di Fyn, frequentò l’università di Copenhagen durante il ciclo di lezioni di astronomia che Tycho vi tenne tra il 1574-75. Oltre a seguire quelle lezioni, Flemlose appartenne indubbiamente a quella schiera di studenti che avevano scelto il tutorato di Tycho in materia di astronomia sperimentale e il giovane danese cercò di entrare nelle grazie del maestro attraverso la dedica di un pamphlet in latino che aveva per oggetto l’eclisse solare del 1574.
Quando Flemlose arrivò a Hven nel 1577, aveva già pubblicato una traduzione di un testo medico e quando, circa dieci anni dopo, lasciò Uraniborg, entrò al servizio del governatore di Norvegia (Axel Gyldenstierne, cugino della madre di Tycho) in qualità di medico. Pare infatti che al di là di sporadici contributi nel campo dell’astronomia osservativa, Flemlose - come testimonia lo stesso Longomontanus, che nella prefazione all’edizione dell’Astrologia del 1644 ne forniva brevi accenni biografici - fu il numero uno nella lista degli assistenti di Tycho e si occupò soprattutto di questioni “mediche e pyronomiche, processi chimici di distillazione. In queste discipline acquisì, attraverso lunga dedizione e impegno, una grande saggezza e preparazione in medicina.” Tutto ciò è comprovato dal fatto che quando morì improvvisamente nel 1599, Flemlose era in procinto di ottenere un riconoscimento ufficiale dall’Università di Basilea, e perciò non è difficile credere al racconto di Longomontanus riguardo la sua perizia in campo medico.
Gellius rimase a Uraniborg più di sei anni, senza lasciarsi alle spalle nessuna rilevabile osservazione astronomica. Quando lasciò l’assistentato svolto sotto la guida di Tycho nel 1588, ottenne la laurea a Basilea nel 1593 e ricoprì la carica di professore di medicina a Copenhagen dal 1603 fino alla morte, avvenuta nove anni dopo.
Altri esponenti di rilievo, all’interno del circolo platonico istituito da Tycho, per i loro interessi nei confronti della cosmologia paracelsiana e della pratica iatrochimica furono Thomas Moffet, che visitò Uraniborg nel 1582 incontrandovi anche Severinus; uno dei figli di Federico II, Uldaricus, che frequentò un corso di alchimia; Kort Aslaksson e Anders Krag, dei quali si è già avuto modo di illustrare l’interesse per linee di ricerca che si richiamavano a interpretazioni chiaramente paracelsiane.
Esiste altresì una enorme sproporzione tra l’enorme mole di materiale osservativo che Tycho ha consegnato alla storia dell’astronomia sperimentale e la quasi totale mancanza di documenti che attestino i suoi interessi alchemici e le sue sperimentazioni in campo chimico. Anche se tali risultati non furono registrati o, se lo furono, non sopravvissero al trascorrere del tempo, le evidenze pittoriche, illustrative, testuali e archeologiche concorrono tutte a sostenere le stesse affermazioni di Tycho, secondo le quali l’impegno profuso nell’arte alchemica svolta all’interno di laboratori appositamente allestiti non fu minore della passione per le osservazioni della volta celeste. Se i dettagli della chimica di Tycho sono vaghi e incerti, il motivo di una siffatta ignoranza non è un mistero. Tycho stesso, a compimento della sua opera Astronomiae instauratae mechanica rivelò la propria inclinazione nei riguardi delle indagini chimiche:
Non vorrei evitare di trattare queste discipline apertamente con aristocratici e principi, come con altre nobili ed erudite persone che provano dell’interesse per queste questioni e ne hanno una qualche conoscenza, e al momento opportuno vorrei condividere alcune cose con loro, in base a ciò sono convinto della loro buona volontà e del fatto che essi vorrebbero tenere tutto questo segreto. Proprio per questo non è conveniente o vantaggioso che tali studi diventino di pubblico dominio.5
Quello che Tycho affermò al di là di ogni ragionevole dubbio fu che i problemi posti dall’analisi della materia e delle sue proprietà erano analoghi a quelli dello studio delle stelle, tanto che definì quella scienza “astronomia terrestre” e sostenne che essa produceva importanti risultati soprattutto “nel campo dei metalli e dei minerali come in quello di pietre preziose e piante e altre simili sostanze”. La filosofia chimica di Tycho fu influenzata in parte anche da ragioni epistemologiche. La chimica non doveva riguardare soggetti ed elementi puramente ipotetici, ma
quelle cose che è possibile toccare realmente con mano, osservare con gli occhi, e averne esperienza con tutti i sensi […] A ragione Paracelso aveva giustamente affermato che nessuno può apprendere di più nella pratica di questa arte, se non ne ha avuto egli stesso esperienza attraverso l’uso del fuoco. Un qualcosa che va oltre il pitagorico silenzio proibisce di divulgare queste cose se non a discepoli che si dimostrino perfettamente adatti a comprenderle.6
Quanto segreta sia stata la scienza di Tycho, è evidente dalla presenza sull’isola di Hven di una macchina stampatrice e di una cartiera. Tycho fu interessato a rendere pubblici alcuni dei suoi risultati. Egli pubblicò una cospicua quantità di lavori astronomici e pure, si è visto, un testo di previsioni meteorologiche in collaborazione con un suo assistente, Peder Jacobsen Flemlose.
L’astronomia di Tycho era una scienza pubblica, e anche se egli non voleva vedere associato il suo nome a speculazioni meteorologiche, alla fine non ne impediva la pubblicazione. Viceversa, conosciamo molto poco delle attività chimiche nelle quali Tycho sembrò spendere tempo e denaro. Difatti né ricette né tantomeno procedure e modalità sperimentali vennero pubblicate, e questa sezione della scienza tychonica sembrò rimanere avvolta da mistero. Tutto quello che conosciamo dell’attività chimica condotta dall’aristocratico danese deriva da altre fonti, dalla descrizione di Uraniborg, dalla corrispondenza e da alcuni riferimenti, brevi e allusivi, contenuti nelle sue opere e nei suoi trattati.
Certamente Tycho dovette discutere di alchimia con molte e importanti persone, lasciando pure tracce di ricette in manoscritti privati, ma non pubblicò espressamente niente e non incaricò mai nessuno di farlo. Ma l’astronomia terrestre di Tycho non fu segreta; egli favorì la massima pitagorica secondo la quale la conoscenza certa e sicura doveva essere condivisa solamente tra coloro che potevano comprenderla; e in ogni caso egli non avrebbe tratto vantaggi o benefici dalla pubblicazione delle sue ricerche chimiche, anche sotto un altro nome. Sia i lavori astronomici che quelli meteorologici trassero forza dalla loro pubblicazione e dal dibattito che quelle teorie innescarono, e le stesse considerazioni astrologiche erano sistematicamente richieste dal sovrano di Danimarca.
Ma quale vantaggio avrebbe ricavato Tycho dalla pubblicazione dei suoi esperimenti di laboratorio? Rendere pubblici i risultati di ricerche iatrochimiche, che avevano per oggetto ricette e rimedi considerati di grande efficacia, avrebbe qualificato Tycho come un medico e uno sperimentatore itinerante, una sorta di tuttofare, il più delle volte ciarlatano e imbroglione: condizione questa che non si addiceva ad un nobile. Invece Tycho regalava il frutto delle sue ricerche chimiche ad amici, familiari ed esponenti di rango. Questi regali sembravano essere personali, come nel caso dell’Imperatore Rodolfo II e di Heinrich Rantzov.
Nel primo caso ricette di elixir furono donate come forma di ringraziamento per l’appoggio e la protezione ricevute, nel secondo in segno di gratitudine per un favore ricevuto. Il valore di siffatti omaggi era strettamente personale e sarebbe stato sminuito da una loro eventuale pubblicazione. L’attività condotta nei sotterranei di Uraniborg non fu certo quella di in alchimista chiuso in un inaccessibile laboratorio. Tycho si circondò di assistenti, e i visitatori che giungevano sull’isola di Hven potevano vedere con i loro occhi quello che veniva fatto. Johan David Wunderer scrisse, a proposito della sua visita nel 1590: “Ho visto nella grande sala sotterranea deputata all’arte alchemica molte fornaci e strumenti, molte ampolle di varie misure, bricchi e calderoni, alambicchi, cucurbiti e altri strani oggetti, che devono essere costati molto.”
Sembra del tutto probabile che Tycho avesse fatto propria la convinzione paracelsiana, secondo la quale la destinazione ultima dell’attività di ricerca in campo chimico era la preparazione di medicine e rimedi farmacologici, piuttosto che la realizzazione degli ideali obiettivi degli alchimisti, come la creazione dell’oro. Conformemente a questo dettato, egli profuse ogni sua energia in quello che riteneva essere l’aspetto dell’alchimia forse meno spettacolare ma certamente più utile.
Tycho non cercò mai la pietra filosofale: né come adepto degli alchimisti, né per la produzione dell’oro come il suo ultimo protettore, l’Imperatore Rodolfo II, e neppure come mito della redenzione cristiana legato al parallelismo “lapis-christus”. Al contrario si sentì fondamentalmente un medico disposto a mettere il risultato delle proprie ricerche al servizio delle terapie da applicare praticamente.
Nei suoi Libri Archidoxis Paracelso aveva trattato la materia alchemica in un ambito strettamente medico-farmacologico, in quanto essa era in grado di assicurare al medico il possesso di rimedi e di preparati di grande efficacia nel guarire le malattie, mantenere in buona salute il corpo umano e ringiovanire l’organismo. Certamente Paracelso non era il primo a parlare di un necessario collegamento tra medicina e tecniche di trasformazione alchemica delle sostanze presenti in natura. Nel Medioevo il tema dell’affinamento chimico dei metalli era stato un campo di ricerca condotto parallelamente con quello della cura del corpo umano, e la mitica pietra filosofale era stata considerata una sorta di medicina universale, capace di porre rimedio a qualsiasi patologia. Il miglioramento delle tecniche di estrazione di essenze aveva fornito la possibilità di disporre di sostanze naturali destinate a un uso puramente terapeutico.
In Paracelso però l’aspetto medico dell’alchimia aveva acquistato un rilievo ancora maggiore, dal momento che non le veniva più riconosciuta alcuna efficacia sul piano della nobilitazione dei metalli e le sue applicazioni mediche e farmacologiche erano ritenute le uniche ragionevoli. Lo stesso Paracelso, negli “Archidoxa, negava di possedere qualsiasi competenza nella preparazione e nella ricerca del “lapis philosophorum”, affermando che la medicina cui aveva assegnato questo nome, veniva chiamata così esclusivamente perché sortiva sul corpo umano il medesimo effetto che gli alchimisti pretendevano avesse il loro “lapis” sui metalli.
Prese assieme, tutte le differenti evidenze concorrono ad affermare che a Uraniborg vi fu una poderosa attività alchemica, anche se rimane da determinare con precisione l’attività iatrochimica svolta nei laboratori dell’isola di Hven; ossia è difficile dire se Tycho fu più un medico chimico, o viceversa se, con ogni probabilità, può essere considerato iatrochimico nel vero senso rinascimentale della parola. Alcune tendenze interpretative hanno sostenuto la convinzione che Tycho fu, insieme a Severinus, un oppositore critico della tradizione galenica, e che le ricerche di carattere chimico condotte a Herrevad tra il 1569 e il 1572 seguirono indirizzi sperimentali paralleli al paracelsismo.
Alla luce dei fatti e secondo un moderno metro di giudizio, i risultati ottenuti da Tycho in campo medico non furono rivoluzionari come le sue osservazioni astronomiche: due o tre rimedi per epidemie e malattie veneree, dei quali Tycho andava molto fiero, anche se storicamente è sicuro che quei farmaci non sortirono l’effetto sperato. Uno di questi preparati fu un elisir capace di guarire ogni persona da qualsivoglia malattia, un farmaco universale. E’ molto probabile che Tycho considerasse l’elisir come il punto culminante della sua attività iatrochimica. Egli non dubitò mai, nel corso della sua vita, della validità scientifica della iatrochimica, mentre più tardi invece sentì crescere dentro di sé un forte sentimento di disillusione nei confronti dell’oroscopia, e anzi redasse una vera ricetta “ad longam vita”, un suo personale prodotto, di cui andava assai fiero.
Come iatrochimico Tycho intendeva mettere la chimica pratica al servizio della medicina, e si è già visto come la corte danese non solo fosse ben disposta nei riguardi della ricerca scientifica condotta a Uraniborg, ma più in generale fosse interessata al campo della sperimentazione medica e farmacologica e alla formazione di giovani e promettenti intellettuali per reperire professionisti dell’arte medica e personale altamente specializzato. Tycho spesso offrì preparati usciti dai suoi laboratori al sovrano di Danimarca Federico II, dispensando farmaci e rimedi terapeutici anche a chi non apparteneva alla classe nobiliare: nel suo diario annotò un considerevole numero di decessi, segno che stava ad indicare come molti malati arrivassero a Hven con la speranza di una cura miracolosa che fosse in grado di guarire o alleviare le loro sofferenze. Sebbene né Tycho né tantomeno i suoi assistenti rivelassero nel dettaglio le formule e i sistemi adottati nella preparazione dei medicinali, dalla metà circa del XVII secolo la sostanza delle ricette ticoniche uscì dall’isola di Hven per circolare attraverso il regno di Danimarca e furono alla fine pubblicate nella “Pharmacopea” ufficiale danese.
Nell’arco della sua vita Tycho mantenne saldi alcuni punti chiave della filosofia chimica di Paracelso, tra cui la teoria della materia, con i suoi elementi e principi fondamentali, la dottrina terapeutica del “simile cura il simile”, e più in generale il principio paracelsiano di scienza e esperienza. Il metodo terapeutico della medicina galenica era fondato sull’idea che gli opposti potessero curare. Se rimedio e malattia erano strettamente legati l’uno all’altra, l’antico principio “contraria contrariis curentur” non poteva più trovare applicazione pratica in campo medico.
Secondo la tradizione aristotelico-galenica una malattia caratterizzata dalla presenza di calore ad un determinato livello si doveva guarire con il ricorso al rimedio diametralmente opposto: freddo nel medesimo grado di intensità. In tal modo lo squilibrio umorale, causa della malattia, poteva essere ristabilito nelle corrette proporzioni. I seguaci di Paracelso percorrevano la direzione opposta, che in gran parte era retaggio della tradizione popolare, affermando la necessità nella pratica terapeutica di assumere il “simile” e non il “contrario”, così che una malattia di origine velenosa richiedeva l’applicazione di una cura a base di un veleno affine. L'introduzione dei metalli come farmaci, associati ai pianeti secondo l’antica tradizione pitagorica, in modo astro-alchemico, costituì la riforma culturale di Paracelso e il suo specifico contributo alla storia della medicina. In questo modo egli divenne da un lato il fondatore della iatrochimica, ossia la chimica medica basata essenzialmente sulla distillazione e l’analisi dei minerali dai quali venivano estratte le sostanze che servivano a preparare i medicamenti, e dall’altro il più feroce critico della fitoterapia, la scienza di preparare i rimedi medicinali attraverso l’uso esclusivo di piante e erbe specifiche. Con la riforma paracelsiana vegetali e minerali furono classificati secondo differenti criteri e collocati all’interno del macrocosmo in virtù del loro effetto sul microcosmo. E fu questo il motivo del grande interesse e delle altrettanto vaste polemiche (basti pensare al violento dibattito che si svolse in terra francese sulla necessità e l’utilità di dispensare farmaci preparati con l’antimonio) nei confronti dei farmaci preparati a base di mercurio, arsenico, antimonio ed una eterogenea varietà di altri metalli e minerali, spesso usati come purghe violente nella cura di peste, umore malinconico, febbri persistenti, asma, spasmi, paralisi e quant’altro. Come si è visto nel secondo capitolo, Tycho conosceva bene i pensatori e teorici dell’alchimia classica e medievale come Ermete Trismegisto, Arnaldo da Villanova, Alberto Magno, Raimondo Lullo, Rupescissa, la tradizione della Tabula Smaragdina. Alla testa di tutti egli elevò Hollandus e Paracelso, ponendo soprattutto l’accento sulla massima secondo la quale l’”ars spagyrica”, che dominava l’“ars pyronomica”, era portatrice di sicura conoscenza attraverso lo svolgimento di sperimentazioni autonome che dipendevano dal giusto uso del fuoco prodotto dalle fornaci.
Nel dar rilievo al concetto di esperienza, Tycho seguiva appunto il principio caro a Paracelso di “scienza e esperienza”, ossia un percorso scientifico saldamente ancorato all’osservazione e alla sperimentazione. Tycho appariva in questo modo il rappresentante dell’empirismo scientifico dell’età moderna: criticava l’autorità codificata nel corso dei secoli solamente se contraddiceva i fatti osservati, così come da astronomo contribuì profondamente alla distruzione di alcune intoccabili teorizzazioni aristoteliche non a causa della sua visione geocentrica dell’universo, bensì in virtù delle osservazioni compiute sulla supernova e sulla cometa che minavano il dogma dell’incorruttibilità delle regioni celesti e l’esistenza materiale delle sfere cristalline. Perciò come si occupava, da astronomo, di migliorare l’astronomia sperimentale, così lo interessavano, da alchimista, l’applicazione pratica dei risultati degli esperimenti e le apparecchiature dell’arte pironomica.
Nella descrizione del suo elisir la massima attenzione era tutta dedicata ai dettagli tecnici. Per quanto attiene ai medicamenti di Tycho, non è riconoscibile una stretta parentela con le ricette di Paracelso, anche se le sostanze utilizzate sono comuni a quelle della farmacologia paracelsiana. Senza dubbio era in possesso di un manoscritto originale del medico svizzero riguardo alla “Tinctura Physicorum”, che si supponeva essere ancora a Praga dopo la morte dell’astronomo danese. Forse tramite questi scritti Tycho era venuto in contatto con le opinioni di Paracelso riguardo “ars spagyrica”, “ars pyronomica”, quintessenze e arcani, che sono tutti sinonimi, nella tradizione paracelsiana, di tintura, in generale estratti alcolici da diverse droghe.
Mentre Paraceslo nascondeva le sue tinture e la loro preparazione, alla maniera degli alchimisti, Tycho tradusse quei segni convenzionali nella lingua degli iatrochimci farmaceutici, indicando con esattezza e precisione le sostanze impiegate nella ricetta, sostanze di cui Paracelso nominava esclusivamente i principi. Per il pensatore svizzero le tinture rappresentavano una sorta di “fermenti” nel processo di trasmutazione dei metalli, in Tycho esse servivano come medicinali. La ricetta denominata nella letteratura scientifica come “Elisir ticonico”7, ne comprendeva tre.
I vari processi di distillazione, estrazione, filtrazione e assimilazione necessitavano l’assorbimento dei composti nelle tinture. Anche le tradizionali erbe con proprietà terapeutiche come la “teriaca”, dovevano essere trattate alcolicamente e successivamente distillate per separare la parte “spirituale” della tintura, da quella dei residui corporei e materiali. Il primo medicamento, il più antico, deputato alla cura della peste, utilizzava, come base curativa, proprio la teriaca, già nota agli antichi in qualità di farmaco universale. Tycho sembrò dare molto peso all’estratto di teriaca, e dunque alla separazione e alla divisione “spagirica” di “spirito attivo” e “prodotto corporeo di scarto”.
Tipico di Paracelso era però l’impiego di sostanze, opportunamente miscelate, come zolfo e colcotar, e soluzioni a base di antimonio, oro e argento, impiegate nel secondo medicamento, utile per curare l’epilessia. Anche il terzo, indicato nelle affezioni epidermiche ed ematiche, si rifaceva chiaramente a Paracelso nell’adottare sostanzialmente l’argento vivo. Ogni medicamento, preso singolarmente, agiva da solo, tutti e tre insieme invece formavano il farmaco universale di Tycho, come lui stesso ebbe modo di affermare. Un secolo dopo una simile affermazione non avrebbe trovato più riscontro nella realtà pratica dell’arte medica, poichè nel XVIII secolo il concetto di farmaco universale scomparve progressivamente per lasciare spazio a quello di farmaco specifico.
1 TBDOO, 5.
2 Lo stesso Tycho menzionava una “apertura attraverso la quale confluiva il carbone per l’attività chimica.” TBDOO, 5, p. 144 :” Foramen per quod demittuntur carbones pro laboribus Pyronomicis.”
3 TBDOO, 5, p.145 :”Erantque numero 16. Tria balnea diversimoda. Unus digestorius in cineribus, quatuor magni athanores, duo parvi, duo furni destillatorii in arena vel cineribus, unus pro vesica magna, duplicibus canalibus adapta. Alius secretus furnus cum lampadibus. Duo reverberatorii furni, quorum unus in directum, altre per lineam Helicam tam aperte quam clause reverberat.”
4 Gli obblighi sociali imponevano la presenza di zone adatte al ricevimento di visitatori, spesso di nobile estrazione. In qualità di aristocratico, discendente di una delle famiglie più nobili e potenti di Danimarca, Tycho era obbligato a onorare un siffatto impegno. Al re e alla regina erano assegnati appartamenti, posti al secondo piano nella “sala estiva”, da cui era possibile godere di una suggestiva vista panoramica del braccio di mare antistante e solcato dalle imbarcazioni. Al primo piano altre camere da letto, probabilmente per gli ospiti occasionali, la stanza “invernale”, le cucine e lo studio di Tycho. Naturalmente la destinazione delle varie stanze cambiava di anno in anno e da stagione a stagione. Al terzo piano, nello spazio disponibile, erano situati gli alloggi degli assistenti, che essendo, da un punto di vista sociale, meno importanti degli esponenti della famiglia di Tycho e dei suoi ospiti, dovevano avere una minore visibilità all’interno di Uraniborg. Inoltre l’allestimento di un laboratorio di ridotte dimensioni nella “stanza invernale” rimandava a una definizione di spazio “sociale”, all’interno del quale erano svolte sperimentazioni scientifiche. La dicitura “stanza invernale” richiamava alla mente un recente periodo dell’architettura danese, quando solamente una stanza era regolarmente riscaldata, con la conseguenza di divenire il centro della vita domestica. Al tempo di Tycho la maggior parte delle abitazioni dei nobili possedeva stanze con stufe, ma molto spesso, come nel caso di Uraniborg, sopravvisse quel tradizionale appellativo. La stanza “invernale” fungeva da salotto, sala da pranzo, e stanza da letto per l’intera famiglia Brahe ed era, per questo motivo, la parte più importante della casa da un punto di vista sociale. Sebbene fosse aperta all'uso anche per i nobili o i visitatori, essa rappresentava fondamentalmente un luogo privato, sede di un laboratorio chimico. Da qui Tycho poteva accedere sia alle fornaci, poste nel seminterrato, che all’osservatorio dei piani superiori, attraverso le scale poste vicino ai camini di sfogo del calore.
5 TBDOO, 6, p.118 :”De quibus cum Illustribus et Principibus viris, aliisque praestantibus et Eruditis, qui talibus afficiuntur, atque eorum cognitionem aliquam habent, ingenue conferre atque nonnulla iis communicare per occasionem tergiversabor, modo mihi de eorum voluntate constiterit, quodque ea secreta habituri sint. Talia enim vulgaria fieri nec expedit, nec aequum est.”
6 TBDOO, 6, p. 144-45.
7 Karin Figala, Tycho Brahes Elixir, “Annals of Science”, 28, (1972), e TBDOO, 9, pp. 161-169.