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Filosofia e medicina
La medicina è sempre stata, fin dalle sue origini,
una techne che affondava le proprie radici in una sophia:
un saper fare intimamente legato ad una precisa filosofia e concezione
del mondo e dell’uomo. Questo spiega anche perché fino al
Settecento il medico che prendeva la laurea nelle università europee
era accreditato del titolo di Medicinae ac Philosophiae Doctor:
a testimoniare nei fatti che la formazione che aveva ricevuto nei primi
due anni di università sui testi di Aristotele e di Avicenna era
intrisa in profondità di filosofia e di umanesimo.
La nascita del metodo sperimentale nel XVII secolo fu un’impresa
collettiva che vide come protagonisti non solo matematici e fisici, come
Galileo e Newton, ma anche medici come Harvey e Redi.
Personalità enciclopediche e poliedriche, che sapevano passare
con disinvoltura da un esperimento di fisica o di alchimia alla decifrazione
di un codice antico, da un’anatomia all’ideazione di un sonetto,
dalla raffigurazione a penna di un reperto naturale alla individuazione
di un’etimologia. Non fu certo per caso se la prima accademia scientifica
moderna, quella fiorentina del Cimento, aveva assunto come motto un verso
del Paradiso di Dante, che quasi sempre viene citato dimenticando
la terzina da cui era tratto e il contesto a cui si riferiva.
Quel sol che pria d’amor mi scaldò
il petto
Di bella verità m’avea scoverto
Provando e riprovando, il dolce aspetto.
Il “Sole” era Beatrice che, con una prefigurazione
delle galileiane “esperienze iterate e reiterate” (anche se
nel caso specifico “riprovando” voleva dire “confutando”),
aveva rivelato a Dante nientemeno che la natura delle macchie lunari!
Dal metodo sperimentale scaturì una prospettiva – prima baconiana
e poi cartesiana - che avrebbe informato di sé tutta la modernità:
la scienza, il sapere, non servono solo a conoscere la natura, a svelarne
i segreti, ma anche a dominarne l’essenza e le riposte virtù.
Un mito ed un’illusione, che un filosofo come Descartes intese subito
mettere al servizio della medicina e della possibilità per l’uomo
di sconfiggere le malattie. Dopo avere nella sesta parte del Discorso
sul metodo orgogliosamente affermato che la “nuova” scienza
ci avrebbe resi “quasi padroni e possessori della natura”,
egli precisava infatti, subito dopo, che questa inaudita possibilità
andava “principalmente” applicata “per la conservazione
della salute, la quale è senza dubbio il primo bene e fondamento
di tutti gli altri beni in questa vita”. E dopo aver denunciato
i limiti della medicina del tempo, affermava con un atto di orgoglio intellettuale
di cui sarebbe difficile minimizzare, nel bene e nel male, la portata,
che l’uomo avrebbe potuto liberarsi in un futuro che sembrava a
portata di mano (e che invece ancor oggi sembra allontanarsi sempre più)
“da un’infinità di malattie, tanto del corpo quanto
dello spirito, e forse anche dall’indebolimento della vecchiaia”:
sarebbe bastato che la scienza avesse acquisito una “sufficiente
conoscenza delle loro cause e dei rimedi di cui la natura stessa ci ha
provvisti”.
Ai tanti che si richiamano a Descartes per esaltare l’onnipotenza
della tecnica o per denunciarne le tragiche illusioni può essere
utile ricordare che lui stesso, in un altro momento di più pacata
riflessione, si era reso conto dei limiti dell’uomo ed aveva affidato
proprio alla filosofia l’unica, vera risposta per sconfiggere la
paura del male: “Invece di trovare un mezzo per conservare la vita,
ne ho trovato un altro, più agevole e più sicuro: quello
di non temere la morte”.
È questo stato il messaggio che ho personalmente portato il giorno
8 ottobre 2002 alla “Festa delle matricole” della Facoltà
di Medicina e Chirurgia dell’Università di Siena, augurando
ai nuovi aspiranti medici dell’anno accademico 2002-2003 di ricordarsi
di essere anche loro, come i loro predecessori del primo e del secondo
millennio, un po’ medici e un po’ filosofi.
Walter
Bernardi
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