Patrizia Funghi*

Riflessione sull’idea della morte: individuazione di alcune criticità

 

1. Occorre pensare alla morte?

   Pensare alla morte è un'impresa senza dubbio complessa, non solo per la profondità del tema, ma anche per la molteplicità dei punti di vista che si possono adottare (indagine storica, antropologica, sociologica, psicologica, filosofica); da essi è possibile trarre delle luci per analizzare con maggiore consapevolezza il concetto di morte in ambito scientifico ed alcune problematiche di carattere etico ad esso connesse.

   E’ importante pensare alla morte? Ha un senso?

   Per queste domande non è possibile rintracciare un’univocità di risposte. Ad esempio, Epicuro afferma: "Quando siamo noi, non c'è la morte; quando c'è la morte, non siamo più noi. Nulla dunque essa è per i vivi e per i morti, perché in quelli non c'è, e questi non sono più". Il filosofo Pascal, invece, sottolinea che, benché sia “più facile accettare la morte senza pensarci che pensare alla morte”, la grandezza dell’uomo consiste proprio nel poter pensare ed essere cosciente di ciò che vive: "l'uomo è solo un debole giunco della natura; ma è un giunco pensante [...] Anche se l'universo lo distrugge, l'uomo è assai più nobile di ciò che lo uccide perché sa di morire; l'universo non è affatto consapevole del vantaggio che ha su di lui. Quindi tutta la nostra dignità consiste nel pensiero".

   Possiamo, inoltre, chiederci:

 

2. Come pensare alla morte?

   Una risposta altamente significativa, foriera di profonde ripercussioni esistenziali, ci viene senza dubbio da Heidegger, che ci invita a rinunciare a parlare della morte, come del resto si trova logico farlo per la vita, come di un evento impersonale che riguarda l'anonimo ‘Si’: ‘Si’ muore, ma non sono ‘Io’ che muoio. Così la morte, pensata come il destino di un'impersonale categoria, finisce per non essere una realtà per nessuno.

   Occorre che gli individui si approprino coscientemente di questa realtà, la morte appunto, che non è un oggetto estraneo che prima o poi, indipendentemente dalla volontà personale, possederanno; essa appartiene alla categoria dell'‘essere’ e non dell’‘avere’, ed è quindi l'esistenza stessa e non un evento accidentale, privo di significato e influenza sulla vita.

   Ogni società, nel corso dei secoli, si è confrontata con questo tema; quindi, per tentare di comprendere il rapporto che l'uomo moderno ha con la morte, non solo nel chiuso di un ristretto ambito speculativo, ma in tutte quelle realtà che concretamente lo interrogano in relazione a ciò,  può essere utile un esame storico delle teorie elaborate in passato.

   Oggi più che mai, forse, grazie anche ai notevoli sviluppi bio-tecnologici che offrono all'uomo un maggiore potere, necessita una consapevolezza quanto più possibile profonda di che cosa è la vita e quindi anche di che cosa è la morte, di che cosa significa vivere, ma anche morire.



3. Occorre dare un senso alla morte?

 

   L’idea di morte sfugge ad una comprensione completa tramite la ragione; la morte come concetto astratto infatti non esiste, ciò che ha concretezza è solo la morte dell’individuo, o meglio, è solo l’individuo che muore. A differenza però di altri fenomeni della vita umana, noi non possiamo avere esperienza diretta della morte, pur vivendola, in quanto, come diceva Epicuro, “quando siamo noi non c’è la morte; quando c’è la morte, non siamo più noi”.

   L'argomento morte non è sfuggito anche nel passato a vari tentativi di spiegazione, di comprensione, vuoi attraverso la mitologia, la fede, vuoi razionalmente, ma è rimasto per lo più un non-senso, un elemento di scandalo per la ragione che tutto tende a conoscere, per poi dominare  e dirigere.   

    L'uomo, essere dotato di ragione, tende per una sua intima esigenza a volersi spiegare ogni fenomeno, in quanto la conoscenza produce sicurezza; la non conoscenza invece genera disagio, apprensione e lascia aperto il campo alle supposizioni, ai timori, che possono condizionare, a volte anche in modo pesante, la vita.

   In quanto la morte sfugge completamente all'ambito esperienziale dei singoli individui, è possibile parlare di essa solo tramite l'osservazione che di tale fenomeno si fa sugli altri. Inoltre, ciò che è possibile rilevare non è mai la morte in sé, ma il fenomeno del morire, che come processo evolutivo occupa un lasso temporale più o meno vasto, ma comunque percepibile dall'esterno.

   Sul senso della morte dunque, nessuno potrà dire qualcosa di vero o di falso, se verrà assunto come criterio di attendibilità la verificabilità.

   L'aspetto biologico, invece, può essere trattato con maggiore precisione e rigore; scientificamente la morte può essere definita come "perdita totale ed irreversibile della capacità dell'organismo di mantenere autonomamente la propria unità funzionale" e deve essere accertata con criteri che garantiscano la certezza diagnostica.

   Tutto questo, però, non contribuisce molto a rispondere a quelle domande filosofico-esistenziali che fanno dell'argomento morte uno dei temi più insidiosi e spesso angoscianti della riflessione umana.

   A questo proposito ci sembra interessante soffermarci su due contrastanti teorie proposte dai filosofi Heidegger e Sartre.

   Heidegger sostiene che, per lo più, gli uomini sfuggono davanti alla loro realtà e la interpretano erroneamente; essi considerano la morte come un evento “indeterminato, che, certamente, un giorno o l’altro finirà per accadere, ma che, per intanto, non è ancora presente e quindi non ci minaccia”.

   In questa prospettiva dunque, pensare alla morte, non solo non ha senso, ma addirittura è interpretato come una pusillanime fuga davanti al mondo. Per Heidegger, invece, tutto questo nasce unicamente dal non avere il coraggio dell’angoscia, la sola che porrebbe l’uomo davanti a se stesso in modo autentico, facendogli comprendere che la morte non ha solo una certezza empirica, derivante da un calcolo statistico dei casi di morte registrati, ma che essa è la possibilità suprema dell’uomo, insuperabile, “possibile ad ogni attimo”, quindi certa.

   Heidegger attribuisce un gran significato alla morte, si potrebbe dire fondamentale per l’esistenza umana, ma non è mancato neppure chi, come Sartre, ha affermato esattamente l’opposto: la morte si presenta all’uomo come un assurdo, giunge a lui dall’esterno e rimane incomprensibile, dato che il senso si realizza sempre mediante il soggetto e nella morte è proprio questi che viene annientato.

   Mentre l’uomo tenta di individuare il senso della morte, emerge con forza la rivendicazione del diritto ad una morte naturale, dove naturale non significa semplicemente biologica, fisiologica, il decesso per esaurimento delle forze vitali dovuto alla vecchiaia. Il significato più pieno del termine è possibile ravvisarlo nel concetto di ‘dignità umana’; infatti non è detto che una morte per vecchiaia riesca ad essere automaticamente anche dignitosa.

   La dignità più alta della morte sta forse nel ‘viverla’, interpretandola come coronamento, vertice di tutta la vita, al di là dell’età biologica dell’individuo; per far questo però occorre vivere ‘in confidenza’ con la morte per tutta la vita, cercando di trovare il senso dell’esistenza senza prescindere dalla morte e il senso di quest’ultima nella vita stessa. Che significato avrebbe vivere se poi tutto deve essere annientato dalla morte? E che senso avrebbe tentare di morire dignitosamente, da uomo, se la morte è un’assurda realtà che non ha niente a che vedere con l’esistenza umana?

   Ecco ritornare la domanda che molti filosofi si sono posti: la morte è fuori o dentro la vita? La risposta non è volta a placare una mera curiosità speculativa, ma ha delle importanti ripercussioni esistenziali. Infatti, si tenta di capire se il valore della vita è condizionato dalla morte o se è la morte che acquista valore tramite la vita.

   A quest’ultima posizione aderisce Maffettone, il quale afferma che, diversamente da quanto tradizionalmente si sostiene, “la morte può avere senso attraverso la vita concepita come realizzazione di valori”; a dimostrazione di questo indica la morte di Socrate, quella di altri uomini illustri e quella dei martiri cristiani, come esempi profondamente significativi, solo perché in essi il decesso è preceduto da un’esistenza vissuta all’insegna di valori che l’atteggiamento verso la morte ha poi riconfermato.

   Relativamente a queste problematiche non possiamo non tener conto della teoria formulata da Heidegger, il quale si contrappone nettamente alla visione della morte naturale, morte come fenomeno biologico, destino generale, dato oggettivo fuori dall’uomo, del quale non resta altro che prenderne coscienza. Egli ritiene che quest'evento della vita umana sia un fenomeno da comprendersi esistenzialmente, in quanto ha un valore soggettivo, ossia proprio del soggetto, ed è l’essenza stessa, il significato ultimo dell’esistenza, definita infatti come un ‘essere per la morte’.    L’individuo può comprendere se stesso solo a partire dalla morte, divenendo consapevole della propria finitezza, in quanto essa determina ogni sua azione; tutto nell’uomo è orientato verso la morte, il soggetto umano è appunto un ‘essere per la morte’. Essa è una possibilità alla quale l’uomo non può sfuggire e dopo di cui non ci sono più possibilità; Heidegger la definisce “la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’esserci”, possibilità in quanto, come si è già detto nel capitolo precedente, il soggetto non sperimenta mai la propria morte come realtà, a differenza della morte dell’altro.

   Ora il soggetto, per vivere autenticamente la propria esistenza, deve assumere con autenticità questa possibilità, deve interiorizzarla, non nel senso di pensare semplicemente di dover morire, ma prendendo coscienza del fatto che tutte le ‘cose’ della vita non sono definitive, sono solo possibilità; quindi egli non deve attaccarsi ad esse, il che non vuol dire rinunciarvi, ma solo coglierle nella loro vera natura, egli deve sempre rimanere aperto all’unica  possibilità che è definitiva, la morte appunto.

   In questo modo, nell’orientamento verso la morte, la storia dell’individuo acquisisce il carattere di unitarietà e non si disgrega. L’uomo deve comprendere tutto ciò per vivere autenticamente la propria vita, altrimenti rischia di degradarsi ad un livello puramente biologico, che è quello dei vegetali e degli animali. Relativamente ad essi infatti è sufficiente interpretare la morte come un ‘cessare di vivere’, come un ‘essere alla fine’, ma per l’uomo sarebbe assai riduttivo; infatti, come semplice essere vivente, anch’egli ha una morte fisiologica della quale è possibile “esaminare i diversi ‘generi’,...le ‘cause’, i ‘meccanismi’ e le maniere del suo determinarsi”, ma questa non rivela il senso autentico di tale esperienza. Il morire per l’uomo è un suo modo di essere e in esso egli non giunge, non ‘è alla fine’, ma, a differenza degli altri viventi, ‘è per la fine’, è orientato verso di essa nella sua stessa essenza. L’uomo da quando esiste “è anche già sempre la sua morte”, si potrebbe dire che “L’uomo, appena nato, è già abbastanza vecchio per morire”.

   Heidegger afferma che l’interpretazione esistenziale della morte, la rinuncia quindi ad interpretare tale fenomeno solo dal punto di vista biologico, è condizione necessaria affinché anche la medicina nel suo esame del decesso giunga a “risultati che possono avere anche un significato ontologico”; l’analisi esistenziale del fenomeno morte è la base, secondo il filosofo, di ogni studio biologico, psicologico, teologico sulla fine dell’esistenza umana.

   Tutto questo serve per comprendere appieno il significato della vita e per vivere autenticamente la propria esistenza, ma non autorizza a fare alcuna ipotesi, né a formulare teorie sul destino ultraterreno dell’uomo, sulla sua immortalità. L’individuo non avverte la sua vera dimensione esistenziale, il suo ‘essere per la morte’, attraverso una conoscenza teorica, ma per mezzo dell’angoscia, da distinguere dalla paura della morte, che potremmo definire una sua banalizzazione.

 

 

4. Risposte laiche e religiose alla sofferenza e alla morte

 

   La morte, comunque la si interpreti, resta per l’uomo un problema, una dura realtà con cui non tutti trovano la forza e il coraggio di confrontarsi apertamente.

 
 
Risposta laica:

   La risposta laica alla paura della morte, ai sentimenti negativi da essa suscitati, sembra essere il vivere intensamente i piaceri, gli affetti, gli ideali; questo però non riesce a far superare veramente i timori, le angosce, ma solo ad esorcizzarle.

   Secondo Mori, non possiamo affermare con tanta certezza che la nostra società ha compiuto la cosiddetta ‘rimozione’ della morte, tesi sostenuta da autorevoli studiosi  come Philippe Ariès e Goffrey Gorer, in quanto "l'attuale fase di grande trasformazione e cambiamento di prospettive" rende "difficile riuscire a capire qual è il quadro teorico e concettuale sotteso all'attuale dibattito sui problemi filosofici concernenti la morte". Per questo, afferma ancora Mori, "si deve essere più possibilisti di quanto non siano i fautori della 'tesi della rimozione', e riconoscere che c'è una reale e seria difficoltà quando si cerca di interpretare l'attuale situazione culturale in materia".


  
Fuga:

   Per la maggior parte degli individui la morte rappresenta un evento che, nonostante la sua inevitabilità, si tenta di fuggire, inserendosi freneticamente nel turbinio della vita, vivendo intensamente il tempo presente e proiettandosi di gran fretta in quello futuro, con una miriade di progetti da realizzare.

   Quest'atteggiamento, tipico della società cui apparteniamo, contiene un grande paradosso: più l’uomo corre per sfuggire alla morte, più le va incontro, “è come se camminassimo verso Nord sul ponte di una nave che va verso Sud”. Infatti ad ogni attimo della vita, come ricorda Scheler, lo spazio del tempo passato si dilata, quello del presente si comprime e quello del futuro diminuisce inesorabilmente, tutto tende verso la morte o, si potrebbe anche dire con un’immagine rovesciata, la morte stessa, nella veste di futuro, viene incontro al nostro presente.

   Questo è un dato di fatto che si può anche camuffare con metodi  che diano l’illusione di poter ‘tenere testa’, fosse anche per poco, alla morte, ma così facendo non si contribuisce a realizzare un’autentica serenità nella nostra esistenza.


  
Angoscia:

   Se l’individuo muore è solo perché è nato: e questo è meno banale di quanto possa sembrare, in quanto una realtà connaturale con il nostro stesso essere, la morte appunto, dovrebbe indurre, diversamente da quanto accade in gran parte, ad un’accettazione cosciente e serena, anche se non priva di sofferenza, della stessa.

   A questo proposito Seneca, molto duramente, accusa di stoltezza quanti piangono i defunti, che non hanno fatto altro che precederci in un destino che riguarda anche noi: “Può uno lagnarsi di un avvenimento, se sapeva che doveva avvenire? Se poi non sapeva che l’uomo è destinato a morire, ha voluto ingannare se stesso. Chi può dolersi di un fatto, quando sa che è inevitabile? Lamentarsi per la morte di uno significa lamentarsi che quello sia stato un uomo. Siamo tutti soggetti ad un unico destino: chi nasce deve morire. […] Niente è certo, tranne la morte. Tuttavia tutti si lagnano di questa, che è la sola a non ingannare nessuno.”

   La nostra società, che orgogliosamente vanta in tante occasioni di essersi affrancata dalle superstizioni e credenze “medioevali”, non fa altro che camuffare sotto altre forme, e spesso inconsapevolmente, le stesse esigenze del passato: secondo Thomas i riti funebri aiutavano i superstiti ad acquietare le loro angosce, anche tramite un meccanismo di decolpevolizzazione e rassicurazione, attuato attraverso le mille attenzioni dedicate al defunto, affinché esso non avesse nulla da rimproverare ai superstiti e non ritornasse ad insidiare la loro tranquillità. I riti funebri così, dietro la loro apparenza di riti per la morte, nascondono un’identità più complessa e spesso difficile da rilevare e soprattutto da ammettere consapevolmente, quali ‘riti di vita’.

   Gli psicologi mettono spesso in guardia dalla negatività del fenomeno presente nella storia contemporanea della morte, consistente, come appena illustrato, nell’aver perduto la capacità di esprimere esplicitamente le emozioni, le paure suscitate dalla morte, di aver annullato gran parte dei rituali che servivano da contenimento dell’angoscia. Tutto questo perché le manifestazioni pubbliche di tali sentimenti sono state sentite sempre più come morbose, mentre gli psicologi definiscono morbosa, e addirittura fonte di altri fatti morbosi, proprio la mancanza di espressione di ciò.


  
Rifiuto:

   Nella società moderna la morte viene rifiutata in quanto sentita come brutta, sporca, sconveniente, a tal punto da essere relegata sempre più nel privato, in un privato fatto non tanto dell’intera comunità familiare, ma di un ristretto numero di persone, dalle quali sono accuratamente scartati i bambini e i giovani.

   Il morente vive così  in solitudine il momento del trapasso e molto spesso perfino fuori dal proprio ambito domestico, in ospedale; ad esso si ricorre non solo per usufruire di tecniche mediche difficilmente applicabili a domicilio, ma anche perché la mentalità quotidiana sta sentendo sempre più come ‘normale’ morire  in tale luogo, in quanto territorio neutro, dove gli eventi coinvolgono i familiari solo in modo parziale e velato.

   La morte in ospedale è un fenomeno che ha iniziato a diffondersi dalla seconda metà del Novecento ed è diventato oggi fin troppo generalizzato, nel senso che la morte, o meglio ancora il morire, è stato medicalizzato all’eccesso. La nostra mentalità contemporanea accetta con difficoltà di abbassare le armi davanti alla morte, anche a costo di un prezzo molto elevato, quale quello della sofferenza provocata da inutili accertamenti medici, da sproporzionate terapie cui si continua spesso a sottoporre l’individuo prossimo al trapasso, in un clima e in un ambiente dove è veramente difficile che il moribondo riesca ad essere rispettato nella propria dignità di uomo e per di più di uomo morente.

   Ovviamente questo non vuol essere un giudizio negativo generalizzato, in maniera superficiale, nei confronti del personale sanitario che, per formazione professionale e soprattutto per esigenze legate al luogo di lavoro, si trova a dover agire, fare, intervenire per ‘curare’, ossia per guarire, più che per ‘prendersi cura’ dei malati.

   Fede nell’immortaltà:

   La storia dell’individuo, secondo il pensiero di molti, non avrebbe alcun senso se finisse nella morte, se questa fagocitasse tutto senza lasciare aperto un orizzonte d’immortalità. Afferma Lombardi Vallauri che la storia senza l’immortalità sarebbe solo un “suono che si spegne nella sordità universale”.

   Gli uomini dunque, cercano di trovare il senso del loro agire anche nell’immortalità, dove non vi è appiattimento dell’individuale, ma un ingrandimento degli orizzonti  che preserva la ricchezza e i colori dei particolari.

   Parlando di immortalità non può certo venire alla mente  un’unica immagine, in quanto, in base alla fede, alle idee, alla sensibilità personale, un tale concetto acquista forme diverse.


  
Memoria come fonte di sopravvivenza:

   Tra queste, certamente molto diffusa, è la sopravvivenza che i defunti acquisiscono mediante il ricordo dei superstiti; fin quando c’è qualcuno che ricorda, l’esistenza è assicurata ed ecco perché acquistano un così grande significato il fare memoria degli eventi, il conservare gelosamente tante tradizioni, il tramandare con un rispetto ‘sacrale’ i principi, i valori trasmessi dal proprio nucleo familiare o sociale.

   Quando il filo della memoria si spezza, ecco che sopraggiunge la morte definitiva sul piano umano, ecco che la tomba “illacrimata” di foscoliana memoria diventa veramente vuota e inutile, in quanto nessuno vi si reca per intrecciare un colloquio affettivo con l’estinto, che per la disincantata ragione resta un “cenere muto”, ma che l’affetto e la memoria possono trasformare in un vitale e prezioso interlocutore.

   Occorre guardare attentamente il potere implicito nel ricordo come fonte di sopravvivenza per gli uomini, in quanto il venire meno di esso non determina solo la morte definitiva dell’estinto, dell’Altro, ma anche, in un certo senso, la Nostra stessa morte; la mancanza del pensiero e del ricordo da parte dell’Altro, a causa della sua scomparsa, genera  in noi la morte, ci priva di quella realtà che solo l’Altro poteva darci.

   Serena accettazione:

   La serenità, forse, può nascere solo interpretando la vita come un percorso, il cui valore non è dato dal tempo, dalla durata, dalla quantità, ma dalla qualità dell’attimo presente, dalla ricchezza di un presente che sappia sempre abbracciare “il passato con il ricordo, e il futuro con l’attesa”; di un presente quindi che tenta di scoprire il segreto della morte cercandolo nel cuore della vita, poiché, come sostiene il poeta Gibran, la vita e la morte sono una sola cosa, come lo sono il fiume e il mare.

   Forse la serenità si intravede dietro l’accettazione di queste immagini, che, per quanto avvertite dalla ragione umana come paradossi, possono stimolare l’uomo a non fuggire la morte, ma a viverla, nella certezza, indubbiamente non razionale, che con essa la ‘partita’ non è affatto conclusa: “Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare. E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire. E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente”.

 

5. Percezione della morte nelle società arcaiche e nella nostra società:

   Morte come fenomeno ‘innaturale’

   Spostando lo sguardo sulle immagini ‘culturali’ della morte si rileva che le società arcaiche consideravano la morte un fenomeno ‘innaturale’, nel senso di non biologico, ma sociale; essa era sentita come esterna agli individui, inflitta dai nemici o dalle divinità. Si riteneva inoltre che la morte producesse non una fine, ma un passaggio in un nuovo ordinamento sociale, quello degli antenati, oggetto di un vero e proprio culto, che, non limitandosi ad una serena devozione, esprimeva anche la volontà di osservare degli obblighi nei confronti dei defunti; si temeva infatti che questi, se non soddisfatti, sarebbero potuti tornare per danneggiare i vivi.

   E’ possibile comunque affermare, senza correre il rischio di inadeguate forzature, che le culture antiche vivevano la morte come un passaggio e non come una fine drammatica priva di sbocchi; si riteneva che l'individuo venisse privato di qualcosa con la morte, ma non si dubitava del fatto che qualcos'altro continuasse a vivere, integrandosi con delle realtà che, seppure ‘altre’, cioè diverse, erano comunque sentite come reali.

   Morte come fenomeno ‘naturale’

   A questa concezione arcaica ed irrazionale, si contrappone quella della società moderna, caratterizzata da una visione ‘naturale’ della morte che tenta di razionalizzare il fenomeno per mezzo di uno sguardo disincantato, si potrebbe dire scientifico: si ritiene la morte un fenomeno puramente biologico, da non attribuirsi a forze estranee, un evento che riguarda ogni individuo vivente nello stesso modo e che produce l'annullamento del soggetto con una sua inevitabile reificazione. Dopo un tale sguardo nulla resta dell'individuo: per questo nella visione moderna della morte, emergendo la naturalezza del fenomeno, si viene a perdere l'elemento personale, con la conseguenza, come denunciano alcuni filosofi e sociologi, che l'uomo moderno rigetta l'esperienza morte, escludendola dal proprio patrimonio culturale, in quanto insignificante per la vita, unico vero valore.

   Morte come tabù?

   Da questa interpretazione si distaccano quanti affermano che la nostra società percepisce la morte come un tabù; molto spesso tale concetto è affiancato dalla considerazione che il tabù della morte ha oggi sostituito quello ormai superato del sesso.

   In molti casi queste considerazioni si limitano ad essere immagini ad effetto, senza un attento esame della realtà. Infatti, il termine tabù sta ad indicare, nel suo senso originario, un'interdizione sacrale, incomprensibile da parte di chi non è sotto la sua influenza, ma oggettiva ed estremamente ovvia per coloro che ne sono soggetti, e quindi, per estensione, qualcosa da non nominare, ma non perché insignificante o inesistente, ma proprio perché ‘sacro’. Ora, non si può dire che la società moderna si rapporta con la morte in senso reverenziale, riconoscendole un alto valore, in quanto, in genere, la ignora, cercando di godere freneticamente la vita.

   Morte spettacolo

   La nostra società esorcizza il timore della morte con atteggiamenti contraddittori, quali il silenzio, l'uso di eufemismi che addolciscano la realtà e  un'ostentazione di immagini, come è possibile rilevare nei films, ma anche in alcuni servizi giornalistici televisivi. Tutto questo provoca una svalutazione del fenomeno non solo a livello emotivo, ma anche razionale, poiché la ‘morte spettacolo’ rende spesso passivi e non stimola a cercare il significato che tale evento ha per la nostra vita.

   Tecnologia: un mezzo per annientare la morte?

   Considerare la morte un fatto naturale, dovrebbe portare anche ad un'accettazione serena e rassegnata di essa; questo atteggiamento non sembra essere poi così presente nella nostra società, in cui, attraverso la scienza e la tecnologia, si cerca spasmodicamente, e non sempre con grande equilibrio, di allontanare il momento della fine, in quanto solo un esaurimento biologico del corpo per vecchiaia viene sentito come ‘naturale’.

   L'uomo, attraverso la tecnologia, sembra nutrire una segreta speranza di immortalità, e così lotta fino all'estremo, nella convinzione che c'è sempre qualcosa da fare per prolungare la vita; di conseguenza, però, non riesce - o lo fa con molta difficoltà - ad accettare e forse anche a riconoscere la morte, quando si presenta indossando i panni ‘non naturali’ della malattia, dell'incidente stradale, dell'omicidio, ecc.

   Questo atteggiamento è ironicamente espresso da Ionesco: "Ero arrivato a capire che si muore perché si è avuta una malattia, o un incidente...e che se si facesse molta attenzione a non essere malati, se si stesse attenti, ci si mettesse la sciarpa, si prendessero correttamente le medicine, si stesse attenti alle macchine, non si morirebbe mai".

   Morte ‘naturale’: esiste veramente?

   Se la morte naturale è quindi una morte pacifica, per esaurimento del processo vitale, al termine di una vita lunga e piena di azioni il cui significato ha trovato una degna conclusione, occorre chiedersi se essa esista davvero. Posto che essa possa essere stata o sia una realtà per un ristretto numero di privilegiati individui, c’è chi, come Max Weber, nega che essa esista per l’uomo della civiltà moderna, il quale, essendo alla ricerca continua del progresso, non potrà mai ritenere concluso il senso della sua parabola vitale. “...Giacché c’è sempre un ulteriore progresso da compiere... nessuno muore dopo essere giunto al culmine, che è situato all’infinito. Abramo o un qualsiasi contadino dei tempi antichi moriva ‘vecchio e sazio della vita’ perché si trovava nell’ambito della vita organica, perché la sua vita, anche per il suo significato, alla sera della sua giornata gli aveva portato ciò che poteva offrirgli, perché non rimanevano per lui enigmi da risolvere ed egli poteva perciò averne ‘abbastanza’. Ma un uomo incivilito, il quale partecipa all’arricchimento della civiltà in idee, conoscenze, problemi, può diventare ‘stanco della vita’ ma non sazio...quindi la sua morte è per lui un accadimento assurdo”.

 

 

6. Sensibilità sociale relativa alla morte nella società moderna

 

   Il pensiero della morte nella nostra società è divenuto alquanto marginale, soprattutto come "elaborazione concettuale comune che le dia un qualche senso e giustificazione"; a questo proposito segnaliamo una ricerca compiuta nel 1988 in Italia ad opera della Fondazione Floriani e di Politeia, sorta dalla constatazione che nel nostro paese vi è una certa carenza di "un'ampia indagine empirica tesa a controllare il livello di 'sensibilità sociale' relativa alla morte". Alcuni ricercatori, provenienti da varie discipline, hanno elaborato un questionario di 20 domande, che nel dicembre 1988 è stato sottoposto all'attenzione di 1000 persone. I risultati della ricerca hanno mostrato come l'idea della morte sia poco presente nell'immaginario collettivo:

-                       il 72% degli intervistati ha dichiarato di pensare alla morte in maniera casuale

-                       il 44,3% qualche volta

-                       il 27,7%  mai

-                       il 27,9% di farlo in modo ricorrente.

   Inoltre si è rilevato che questo tipo di pensiero è più intenso e più spontaneo nelle donne, negli anziani, negli abitanti del Sud e nei credenti.

Il 48% pensa alla morte sollecitato da eventi esterni pubblici o privati e il 42,5% in modo più autonomo.

Come causa di morte pensa:

-                       al cancro il 36,1% degli intervistati

-                       all'incidente stradale il 19,7%

-                       all'infarto il 16,8%

-                       a cause sociali e politiche il 12,1%

-                       all'AIDS il 7,7%.

   Ciò che più viene temuto è la malattia nel 56,7% dei casi, mentre la morte solo nel 19,6%, soprattutto da parte dei più giovani.

La morte suscita:

-                       nel 25,7% dei casi paura

-                       nel 20% dispiacere

-                       nel 17,8% rassegnazione

-                       nel 3,3% curiosità

-                       nel 5,5% indifferenza.

   Avanzando dall'età giovanile a quella senile i sentimenti di paura lasciano il posto al dispiacere, alla rassegnazione e alla serenità. Si è rilevato inoltre che la fede religiosa modifica solo parzialmente il quadro dei sentimenti ora esposto, a differenza della frequenza del pensiero morte: infatti chi vi pensa poco, la teme di meno.

  Ciò che più turba al pensiero della morte risulta essere:

-                       nel 50,9% dei casi il rimpianto per la vita e per chi si lascia

-                       nel 22,1% l'idea di non esserci più, della fine, del nulla

-                       nel 9,8% il pensiero di quello che succederà dopo.

   Alla domanda relativa alla realtà post-mortem

-                       il 37% ritiene che dopo la morte la vita continui come vita dell'anima (è interessante notare come solo il 57,7% dei credenti praticanti e il 30,2% dei non praticanti  conservano questo credo)

-                       il 13,5% crede in un'esistenza post mortem o come reincarnazione o come vita della coscienza

-                       il 19,1% non vede futuro

-                       il 19,3% non immagina cosa possa avvenire.

   Si rileva che il ruolo antiansiogeno della fede è maggiormente presente nelle donne, negli anziani e in persone con livelli d'istruzione inferiori. Comunque solo per il 15% la morte assume un valore positivo, in quanto consente il passaggio alla vita ‘eterna’ o la liberazione dalle sofferenze o il raggiungimento della pace. Infine, solo il 10% definisce la morte come fenomeno intrinseco alla vita stessa e quindi ‘naturale’, da accettarsi con rassegnazione e serenità. Una morte che giunge all'improvviso e senza farsi notare, è l'aspirazione della maggior parte degli intervistati, i quali però, davanti all'ipotetico caso di una loro malattia inguaribile e mortale, affermano di preferire la consapevolezza, l'informazione.

   Una delle cause del fenomeno di marginalizzazione del pensiero della morte è da ricercarsi, per gli autori della ricerca, nell'esaurirsi della cultura religiosa, che ‘potrebbe’ indubbiamente contribuire a dare significato all'evento morte; l'uso di questo condizionale è dovuto al fatto che i dati dell'inchiesta mostrano che in realtà la fede permette solo in parte di riconciliarsi serenamente con l'idea della morte e di vedere in essa non la fine della vita, ma il passaggio ad una nuova forma di esistenza,  in vista della quale orientare il proprio comportamento.

   Può essere interessante confrontare i risultati della ricerca appena esposta con quella condotta, a distanza di un decennio, dalla Fondazione Floriani e dalla società di ricerche IPSO-EXPLORER su un campione di 1000 persone rappresentativo della popolazione italiana, sugli “Atteggiamenti nei confronti della morte”; un dato importante è il lieve aumento della percentuale (9%) di quanti pensano alla morte.

   A questo proposito segnaliamo i risultati dell’indagine:

-                      il 53% spesso o qualche volta rivolge i propri pensieri alla morte;

-                      il 47% associa la morte all’idea di cancro;

-                      il 13% dichiara di voler sapere che sta per morire;

-                      il 47% ritiene che il malato affetto da patologia inguaribile debba essere informato;

-                      il 13% ritiene giusta la bugia pietosa;

-                      il 62% desidera morire in casa;

-                      il 38% desidera la massima efficacia nell’alleviare il dolore anche a scapito della vita;

-                      l’8% desidera un prolungamento della vita a tutti i costi;

-                      il 35% desidera che sia il paziente a scegliere tra le due precedenti opzioni.

 

 

7. Nuova sensibilità sociale relativa alla morte

 

   E’ possibile comunque affermare che dalla seconda metà del Novecento, e soprattutto negli ultimi decenni, si assiste ad una nuova sensibilità nei confronti della fase finale della vita umana. L’attenzione si è forse spostata dal problema morte, come evento di interesse meramente filosofico, riservato a pochi adepti, al tema più concreto del morire, con tutti i molteplici aspetti ad esso legati: le tematiche della vecchiaia, della malattia cronica, delle cure palliative, dei trapianti d’organo e della volontà sempre più diffusa di vivere attivamente la propria morte, mediante decisioni da non delegare passivamente né ai medici, né ai familiari.

  A questo proposito si pensi ad esempio alle richieste di eutanasia e alle volontà riguardanti la fine della propria esistenza espresse anticipatamente per mezzo dei cosiddetti testamenti biologici o testamenti di vita. Essi sono, al di là della discutibilità del loro valore etico, un chiaro segnale di volontà di riappropriazione dell’evento morte, pensato e programmato relativamente a certi aspetti particolari, senza più lasciarlo completamente sottomesso al caso o alla volontà altrui.


8. Constatazione ed accertamento della morte come mezzo di conoscenza

   Rimane a disposizione dell’uomo ancora un mezzo di conoscenza, anche se parziale e limitato: la constatazione. Ciò che si sa della morte proviene unicamente da quello che si può constatare negli ‘altri’ individui che muoiono; è la ‘morte dell’Altro’, non certo la ‘nostra’, che osserviamo, piangiamo, soffriamo e accertiamo.

   Con i mezzi che la scienza medica oggi mette a disposizione, non si conosce la morte nella sua realtà positiva, in quello che essa è, ma si riesce unicamente ad individuare le condizioni di non-vita, potendo così parlare della morte solo in negativo, ossia negando quelle che sono le condizioni essenziali per l’esistenza.       

   Si ritiene però, di non poter prescindere dal biologico, in quanto esso è il fondamento essenziale su cui articolare ogni altra dimensione e su cui basarsi per garantire una certa protezione da possibili abusi, verificabili in seguito ad un eccessivo svincolamento da tale substrato. Diversamente si aprirebbe la strada ad una serie di azioni molto discutibili su un piano etico: si potrebbe infatti non riconoscere come ‘vivo’ un feto o un neonato o un individuo di qualsiasi età, in quanto portatore di handicaps che difficilmente gli permetterebbero un inserimento qualitativamente accettabile nella società, sentendosi così legittimati a porre quelle condizioni che determinerebbero biologicamente il morire. Verrebbero così ad essere distinte, anche su un piano etico, l’azione e l’omissione finalizzate alla morte di un ‘vivo’, da quelle finalizzate alla morte di un ‘morto’. Si pensi ad esempio agli espianti di organi: quante volte l’urgenza di salvare delle vite tragicamente in bilico sul precipizio della morte, potrebbe portare a non riconoscere come ‘vivo’ un soggetto giunto ormai irreversibilmente allo stadio terminale della sua esistenza?

   Se si prescinde dai parametri biologici che permettono un riconoscimento oggettivo della morte, senza per questo avere la pretesa di riuscire a cogliere tutta la complessità ontologica di un tale fenomeno, si cade in una pericolosa ambiguità concettuale, le cui conseguenze non rimarrebbero certamente in un asettico mondo speculativo.


9. Solidarietà con chi muore

   Relativamente alla morte, quella dell’Altro va osservata da due punti di vista diversi: il primo ci consente di proiettarci fuori di noi, impegnandoci ad essere solidali con chi muore, cercando di creare per lui tutte le condizioni necessarie per un morire dignitoso; il secondo ci permette di entrare dentro di noi attraverso l’Altro, chiedendoci il senso del nostro vivere, del nostro morire, visto che la morte non ci appare più come un’esperienza estranea. Infatti, siamo diventati consapevoli di far parte di quel genere Uomo cui l’Altro appartiene ed abbiamo così concretamente capito che, come afferma Freud, “Gli uomini muoiono realmente, non solo alcuni ma tutti, ognuno di noi quando è il suo turno”.

   L’alternarsi di questi due punti di vista crea un movimento che si potrebbe definire un ‘rimbalzare’ di sguardi di grande valore, in quanto se riesco a pensare la mia morte come realtà importante e non più vagamente astratta e indeterminata, è solo perché la morte altrui mi ha dato lo slancio necessario per farlo; come del resto, guardare la morte dell’Altro partendo dalla mia morte, mi permette di non avere più uno sguardo distaccato e insensibile, con tutte le conseguenze operative che ne dovrebbero derivare (solidarietà).

 

 

* Dottore di ricerca in Deontologia ed Etica medica, membro della Commissione Regionale di Bioetica.



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