Aspetti evolutivi competenze interdisciplinari.
Le testimonianze alle quali si fa ricorso per ricostruire le vicende
storiche relative al vino ed alla viticoltura sono quelle tradizionali:
1) le fonti letterarie ed epigrafiche rappresentate dalle opere
enciclopediche e le prime bucoliche, testi non specialistici che riportano
notizie che si riferiscono a periodi molto distanti ed a culture eterogenee
(madrepatria greca, mondo magnogreco, area latina) e quindi riportano o
notizie di seconda o terza mano o si riferiscono in genere a periodi tardivi,
dopo la seconda guerra punica ed al periodo del latifondo romano;
2) i ritrovamenti dell’archeologia rurale che forniscono informazioni
attendibili sulle tecniche di coltivazioni e di produzione del vino. In
particolare un posto significativo è occupato dagli strumenti ed
utensili utilizzati per la lavorazione del terreno dei vigneti (zappe,
bidenti), per la potatura secca e verde e la palizzatura (falcetti e coltelli),
per la vendemmia (falcetti, coltelli, roncole, cesti di vimini e di legno).
I numerosi strumenti provenienti dalla ‘casa di Menandro’ a Pompei mostrano
chiaramente che le fogge degli strumenti sono riconducibili alla confluenza
delle tradizioni greche, etrusche ed italiche.
Numerose sono inoltre le evidenze archeologiche relative alla trasformazione
dell’uva in vino. In particolare i pigiatoi di pietra (calcatorium ) e
la parte fissa anch’essa di pietra, della leva o della vite, dei torchi.
Anche nelle città magnogreche sono stati identificati quartieri
dedicati alla produzione e conservazione del vino e fattorie dislocate
nelle chorai la cui attività prevalente era la produzione del vino,
da destinare non alla sussistenza del nucleo familiare, ma alla vendita.
La documentazione è fornita dalle attrezzature e locali per
la vinificazione, dai recipienti, dalla monetazione con raffigurazioni
dionisiache o enoiche.
In molte abitazioni rurali della campagna circostante Pompei sono stati
inoltre trovati i recipienti di fermentazione e di conservazione del vino,
spesso interrati, i pithoi di terracotta. Nel periodo precedente l’eruzione
del Vesuvio le fattorie presentavano una organizzazione di locali destinati
alle varie operazioni di vinificazione e di conservazione, complessa ed
articolata, generalmente attorno ad un cortile centrale.
Le anfore rappresentano in questo contesto ed in quello relativo al
commercio del vino un prezioso strumento di conoscenza soprattutto per
risalire alle zone di produzione, alla cronologia, al tipo di contenuto
ed ai mercati. Queste informazioni vengono tratte dai timbri, l’epigrafia,
i materiali usati, la datazione, le città di produzione e le forme.
Vandermesch (1994) identifica in 6 le tipologie principali di anfore
prodotte in Magna Grecia a partire dalla fine del V sec. a.C. Queste tipologie
sono indicate con le sigle MGS (Magna Grecia e/o Sicilia) numerate da I
a VI. Di queste, la MGS II e la MGS VI sono state prodotte dalla metà
del V sec. alla fine del III sec. a.C. nei territori compresi o vicini
alla Campania.
In particolare la maggior attività di produzione si riscontra
a partire dal III sec. a.C. e si nota una notevole somiglianza tra la MGS
I e quella corinzia, la più diffusa delle anfore non locali. A partire
dal IV sec. a. C., inoltre, come testimoniano le anfore da MGS III a MGS
VI, si afferma sempre di più uno sviluppo autonomo di anfore nella
Magna Grecia nei confronti di altre produzioni greche;
I vasi da vino nel periodo magno-greco ed etrusco
Vasi da vino del periodo magnogreco ed etrusco utilizzati nei simposi
e nelle cerimonie religiose a. Cratere a colonnette ed a campana b.
Hydria c. Pelike d. Psikter
Vasi da vino del periodo magnogreco ed etrusco utilizzzati nei simposi
e nelle cerimonie religiose a. Oinochoe b. Kàntharos c.
Skyphos d. Kylix.
Dato il carattere ideologico-religioso del consumo del vino nel mondo
classico, il servizio simposiaco, costituito dalla ceramica attica e da
vasellame etrusco, era destinato esclusivamente per la preparazione e consumo
del vino durante il banchetto. La ricchezza dei reperti antichi relativi
ai vari recipienti per il vino è in gran parte dovuta ai ritrovamenti
di queste suppellettili nelle tombe maschili come indicatori di status
sociale. Appare particolarmente interessante in alcune tombe l’associazione
anfora-cratere-kylix.
Cratere
Recipiente simile ai dinoi, ma capaci di sostenersi da soli, senza
cioè il supporto, i crateri, spesso di considerevoli dimensioni,
erano usati per mescolare in presenza dei commensali il vino con l’acqua
(dal greco kerannymi = mescolare). Era fabbricato in materiali diversi
(bronzo o terracotta) e la forma era molto varia (sferoide, a campana rovesciata,
a calice). I più diffusi erano il cratere a colonnette o kelebe,
tipico del V sec. a.C., con anse verticali aderenti all’orlo del vaso ed
il cratere a campana o a calice, con le anse oblique che aderiscono alla
parte inferiore del vaso ed a volute, quando le anse si ritorcono sopra
l’orlo.
Stàmnos
Vaso da convivio simile al cratere ed all’anfora di forma ovoide con
due anse
Pelìke
E’ una specie di anfora, rigonfia verso la base ed assottigliata in
alto, usata nelle cerimonie
Psykter
Vaso dalla forma insolita, in quanto possiede una base ristretta e
la parte alta allargata. Serviva per tenere il vino fresco, in quanto veniva
posto dentro un recipiente più grande ripieno di neve o acqua fredda.
Oinochòe
Deriva dalla olpe greca (o ciati o kyathoi), è detta anche caraffa
classica. Era usata per attingere vino dalle anfore e versarlo nelle coppe.
Il corpo era ovoidale ed il collo cilindrico o svasato, terminava in un
orlo trilobo al quale era posta una sola ansa esile ed alta.
Phiale o Patera
Era una coppa larga e schiacciata priva di piede, quasi come un piatto
dal quale il vino veniva offerto agli dei nelle cerimonie sacre, spargendolo
al suolo o versandolo sul fuoco dell’altare. Era di norma una lamina di
bronzo o argento, talora ricca di ornamenti a sbalzo o incisi. Talvolta
era provvisto di un rigonfiamento ad ombelico per inserirvi il dito indice.
Kàntharos
Era una tazza profonda, tronco-conica, su un piede più o meno
alto, munito di anse, che sormontano di molto l’orlo del vaso.
Skyphos
Vaso molto simile al bicchiere moderno, dalla forma tronco-conica,
privo di piede, con due anse all’altezza dell’orlo.
Kylix (da cui il latino calix, calice)
Era il più comune dei recipienti per bere. A forma di coppa
a piatto più ampio che profondo, terminava con un piede circolare
espanso. Le due anse laterali non sormontavano l’orlo della coppa.
3) i reperti paleobotanici, costituiti da resti di vinaccioli
e di tralci di vite, ritrovati in numerose località dell’Italia
meridionale (Metaponto, Cilento, Valle del Bussento ed altri), attestano
la presenza soprattutto di Vitis v. sativa nei confronti della Vitis v.
silvestris e di una arboricoltura intensiva fino dal IV-III sec. a.C.,
dove i resti di vite rappresentano circa il 30% dei campioni vegetali recuperati
(Giuglierini, 1996). I primi reperti comunque sono databili fin dal II
millennio.
E’ singolare a questo proposito il comportamento, nell’Italia meridionale,
della Campania, nella quale vicino all’apporto genetico e culturale minoico-miceneo
si erano sviluppate esperienze locali precedenti che avevano portato a
selezionare e diffondere varietà di vite dalle forme spontanee e
che nel corso dei secoli, sebbene in continua contrazione, ancora sopravvivono.
4) Importanti sono anche gli apporti della paleontologia linguistica
magnogreca e siceliota, come dimostrano alcuni termini viticoli di chiara
derivazione greca ancora in uso nella Calabria ionica:
carrazzu = palo per vite, da charax
funamboli = tralcio da potare, da fullampelon
ordine = filare di vite, da ordinon
donaci = canna per vite, da donax.
Databili intorno al IV-III sec. a.C. sono inoltre alcune testimonianze,
provenienti dagli archivi di Zenone, di trasporto via mare da parte di
Egiziani e Babilonesi di talee di vite del vitigno Kapneios, anche in quantità
elevate, provenienti dalla Cilicia e da Alessandria con lo scopo di diffonderlo
nel Mediterraneo occidentale. D’altra parte la propagazione agamica in
viticoltura era nota fin dai tempi dell’Odissea e menzionata dagli agronomi
latini (Columella, Arb. 1, 3-6, De vitiario faciendo).
Le origini: ab oriente lux
Risalgono alla fine del III millennio (2.300 a.C.) i primi documenti
sulla coltivazione della vite e la produzione di vino, provenienti da Ebla
(Tel Mordikh). I ritrovamenti di superficie nella cantina di Godin Tepe
nell’Iran occidentale dimostrano che il vino era prodotto nel vicino Oriente
fin dalla metà del III millennio. Da questo periodo le voci "uva",
"uve essiccate", "vino", sono sempre più numerose nei testi cuneiformi
mesopotamici (Mc Govern, Michel, 1995).
Alcuni secoli più tardi (1.800 a.C.) analoghe citazioni compaiono
nei testi di Alalah e Mari. Durante i secoli XIV e XIII numerose sono le
citazioni letterarie provenienti dalle città-stato cananee ("...beviamo
un calice di vino, nella coppa d’oro il sangue della vite.").
La ricca iconografia mesopotamica ed egizia illustra i diversi aspetti
della vendemmia, della vinificazione ed il consumo di vino, mettendo in
evidenza il carattere elitario e rituale di questo consumo.
La citazione più antica di commercio del vino via mare (metà
del II millennio a.C.) vede protagoniste le città-stato cananee
attraverso il porto di Ugarit (Palestina), come testimonia la forma
delle anfore cananee, foggiate per facilitare il trasporto marittimo.
Un’altra antica cultura dedita alla coltivazione dell’uva da vino fu
quella micenea, alla quale si attribuisce il primo grande movimento commerciale
verso l’Occidente.
La documentazione iconografica (il cratere di Enkomi) e letteraria
(le numerose attestazioni nell’Odissea), così come quella archeologica
(i ritrovamenti di ceramica micenea) dimostrano la frequentazione delle
veloci navi micenee e del trasporto del vino (Od. IX 151-171, Od. IX, 194-213),
nell’ultimo quarto del sec. XII a.C., delle coste italiane dell’Adriatico
e Tirreno e della Sicilia.
Il II millennio si conclude in Oriente con un grave collasso delle
città-stato chiamato dagli storici "la crisi del 1.200". Nessuna
regione rimane immune da distruzioni ed incendi ed il prospero commercio
delle anfore cananee si conclude drammaticamente .
Il commercio del vino riprende con i Fenici e coincide con la ripresa
dell’attività mercantile della città di Tiro (IX-VIII sec.
a.C.). Le anfore fenice, molto simili a quelle cananee, sono sempre presenti
nei ritrovamenti archeologici marini occidentali.
Dal naufragio di una nave fenicia sulle coste di Acri (Israele), ritrovamento
molto importante nella sua unicità, le anfore ritrovate erano ricoperte
all’interno di resina ed i vinaccioli presenti erano riconducibili ad una
varietà simile alle attuali uve da tavola turche o greche (Guerrero
Ayuso, 1995).
Tra la fine del II millennio e l’inizio del successivo, dopo la guerra
contro Troia, l’intera Grecia ebbe a soffrire profondi cambiamenti. Ne
derivò un generale inpoverimento, dal quale si ebbe un lento risveglio
solo nel corso del IX sec. a.C., anche grazie ai frequenti contatti che
i Greci stabilirono in quel periodo con le coste dell’Asia Minore, della
Siria e con le regioni caucasiche sul Mar Nero. L’attività commerciale,
iniziata nel mare Egeo, si sviluppò successivamente nel mare Ionio
e nel mare Tirreno, molto spesso sulle rotte e verso gli stanziamenti dei
Fenici in Occidente.
Seguendo un cammino cronologico, alla prima colonizzazione fenicia,
peraltro poco nota, e ad un commercio del vino legato ad utilizzi elitari
e religiosi, segue una fase di espansione commerciale greca dei secoli
VII e VI a.C., soprattutto provenienti dalla costa asiatica, da Samo e
da Focea. Si diffonde in Occidente, mediato anche dagli Etruschi, il mito
del vino, come testimoniano di quell’epoca i numerosi ritrovamenti di kylix,
coppe destinate al consumo del vino, nei simposi dedicati soprattutto a
Dioniso.
La produzione e l’uso del vino nel Mezzogiorno peninsulare ed in Sicilia,
è documentato fin dall’età tardo minoica e micenea, anche
se la cronologia della grande colonizzazione greca in Occidente, alla quale
si deve la diffusione del mito del vino, si può circoscrivere tra
i sec. VIII e VI a.C..
La cronologia delle tappe di questa conquista progressiva dell’occidente
da parte dei Greci si può comunque circoscrivere nell’arco di circa
200 anni, tra il 750 a.C. ed il 540 a.C., date presunte, rispettivamente,
della fondazione di Cuma e di Elea.
La rotta di Ulisse pare disegnare la mappa archeologica dei siti dei
ritrovamenti euboici sulle rotte dell’Occidente. E’ probabile che gli Eubei,
diretti nei mari di Italia e di Sicilia si siano impadroniti della saga
di Ulisse ed abbiano imposto alla leggenda dell’Odisseo le medesime tappe
della loro esplorazione dell’Occidente.
Il mito degli eroi di Troia e dei Nostoi (viaggi di ritorno) si colloca
così in una dimensione storica, nei viaggi dei coloni greci verso
occidente, dove i fondatori (oikistes) delle nuove colonie erano considerati
dei semidei capaci con le loro doti di esorcizzare la paura dell’ignoto.
La distribuzione spaziale degli skyphoi eubei (vaso con semicerchi concentrici
pendenti disposti sotto il labbro) rappresenta uno strumento efficace per
la conoscenza della circolazione eubea in Italia meridionale.
Partendo da Corcira, dove è documentata una arcaica presenza
di Eubei, è così possibile ricostruire il loro percorso cronologico,
tra mercatura e pirateria, nel basso Tirreno, fino a Napoli, dai ritrovamenti
archeologici. Ebbene, la rotta di Ulisse ripercorre lo stesso percorso
delle tappe della colonizzazione (Manfredi, 1992).
Agli Eubei la tradizione attribuisce la fondazione delle colonie più
antiche (Pitecusa, Cuma e Naxos).
L’inizio, almeno letterario, della storia viticola della Campania e
dell’Occidente mediterraneo in genere, è racchiuso nel canto IX
dell’Odissea, dove dalla descrizione dell’isola dei Ciclopi e della ubriacatura
di Polifemo si comprende che fin da allora nel Mediterraneo erano presenti
due viticolture: quella posta nella sua parte orientale, che produceva
vini "forti e scuri", quale era appunto il vino di Ismaro (Tracia) regalato
ad Ulisse da Marone, sacerdote di Apollo, vino che fa ubriacare Polifemo
perché a questi vini alcoolici non era abituato ed un’altra rappresentata
dall’isola dei Ciclopi "...che nulla piantano con le mani, né arano,
tutto cresce per loro senza semina né aratura: e grano, e orzo,
e viti producono vino dai grossi grappoli, e la pioggia di Zeus li rigonfia."
(Odissea, IX, 108-11) e che configura nettamente le caratteristiche dell’uva
selvatica, sottoposta ad una coltivazione primitiva o nulla.
La descrizione di Omero non è però solo un documento
importante per comprendere come si è diffuso nel Mediterraneo occidentale
il mito del vino e la coltivazione successiva dei vitigni greci ed il ruolo
che hanno avuto le saghe degli eroi fondatori e dei viaggi di ritorno nella
colonizzazione greca del Mediterraneo, ma assume il valore di una metafora,
quella della coesistenza talvolta della contrapposizione, di due modelli
di viticoltura, sopravvissuti fino ad ora, in molte zone d’Italia,
espressione di culture molto diverse, che hanno utilizzato vitigni e forme
di allevamento ben distinti, per ottenere vini ancora oggi facilmente distinguibili.
Sulla scia della nave di Ulisse, altri navigatori micenei e fenici
e poi i primi coloni greci diffonderanno con i pregiati vitigni orientali,
tecniche di potatura e di allevamento della vite note solo nel Caucaso
e nell’Asia Minore.
Si può immaginare che il testo omerico rifletta la produzione
di un vino, nei luoghi citati nell’epos dell’Odissea, sul litorale tirrenico
(Golfo di Napoli), isole Eolie e Sicilia nord-orientale. In effetti, una
parte della Lucania e della Puglia era già chiamata "terra del vino"
o meglio "terra dei pali di vite" (Enotria) e ciò dimostra che la
produzione del vino era in queste zone precedente alla fondazione delle
città protagoniste dei Nostoi.
Infatti la vite era presente nell’Italia meridionale prima dell’arrivo
dei Greci in forme di coltivazione cosiddette antropofile, soprattutto
nei luoghi di civiltà villanoviana e di espansione etrusca (Forni,
1996) e molto probabilmente era il frutto della domesticazione delle viti
selvatiche, spontanee, nei boschi planiziali o il risultato di contatti
sporadici con le popolazioni della costa orientale dell’Adriatico e dello
Ionio. Solo ai Greci, prima con modalità di diffusione di tipo culturale
( con gli emporion) e poi di tipo demico (con le città-stato), spetta
il grande merito di aver trasformato il vino da semplice prodotto alimentare
a merce di scambio e di aver legato il vino al culto di un dio protettore
della viticoltura, Dionisio, che come dice Euripide "..in dono al misero
/ offre, non meno che al beato, il gaudio / del vino ove ogni dolore annegasi".
Questo culto greco per Dionisio fu mediato prima dagli Etruschi e più
tardi ereditato dai Romani che trasformarono il nome in Libero (Loufir
in osco) e quindi in Bacco.
Il culto mistico di Dionisio - Bacco acquista ampia popolarità
nell’Italia meridionale dopo la II guerra punica (Vandermesch, l.c.).
I vini più famosi allora erano prodotti con il vitigno Byblinos,
proveniente dall’Egeo orientale, che dava origine al vino omonimo in diverse
località della Sicilia (Siracusa, Gela) ed Aminaios in Campania
(Vandermesch, l.c.). Altri vini celebri erano prodotti a Lagaria (il Lagaritanos,
dolce e delicato, raccomandato in medicina) prodotto sulle colline di Capo
Spulico, non lontano dalla città di Grumento, il Thourinos della
zona del Crati, il Murgentinum, vitigno originario di Morgantina in Sicilia,
diffusosi successivamente in Campania. Una citazione particolare merita
il vino Capnios, vitigno alla base del vino omonimo di qualità noto
fin dal IV - III sec. a.C. ed introdotto dalla Grecia a Sibari.
Capua fu la più importante città commerciale etrusca
della Campania ed il Falerno, il vino prodotto sul suo territorio, era
il più famoso presso i Romani. Inoltre il numero elevato di tabernae
(118 contro le 14 di Ostia) sottolinea il forte consumo sul posto, non
solo del vino locale, ma anche dei vini d’importazione, come dimostrano
le iscrizioni sulle anfore.
Legata all’industria enologica era la produzione di ceramica, particolarmente
sviluppata nell’isola d’Ischia. Vicino a contrappesi da telaio, frammenti
di tegole ed embrici, vasellame verniciato e non, di uso comune, frequenti
sono i ritrovamenti di bolli figulini di anfore, dai quali si possono ricavare
informazioni sulla loro origine. Vicino a nomi greci, ve ne sono di origine
osca. Inoltre sono presenti bolli di anfore rodie e greche oltre che spagnole.
Questi ultimi appartenenti non ad anfore da vino, ma da miele, prodotto
questo connesso in quel periodo alla produzione del vino.
Tra i ritrovamenti archeologici di Ercolano relativi al vino, appare
significativa la taberna vinaria della Casa di Nettuno ed Anfitrite, un
vinis stabulum del fondo di Innio Teofilo e Tetteio Severo, il probabile
prezzo di una quantitativo imprecisato di vino in un graffito della Casa
di Argo, un’iscrizione di nomi di produttori su anfore vinarie.
Questo consente di affermare che Ercolano come Neapolis e Pompei fossero
città dove la produzione vinicola era realizzata da piccoli produttori
che avevano fatto dell’attività agricola non solo una fonte di reddito,
ma di investimento e che il vino prodotto non fosse al centro di commerci
di ampio respiro, ma consumato sul posto.
I vigneti della Magna Grecia in generale e della Campania in particolare
si sono formati in un tempo molto lungo (circa 500 anni) durante i quali
si sono diffusi alcuni vitigni come le Aminee o il Biblino e le tecniche
viti-enologiche di origine greca.
In epoca romana la concentrazione dei vigneti d’elite in Campania non
ha eguali nel resto della penisola. Il segreto di questa particolarità
può risiedere nel fatto che i popoli che abitavano la parte settentrionale
della Magna Grecia, a differenza dei Greci, non conoscevano la potatura
della vite, mentre, come anche ricorda Plinio il Vecchio (XIV, 119), tale
pratica nel periodo reale non era ancora nota ai romani. Lo conferma Virgilio
nel VII libro dell’Eneide, quando, parlando del venerabile Sabino, re del
periodo mitico, precedente alla fondazione di Roma, lo chiama "piantatore
di viti" (viti sator) e lo descrive con in mano la falce potatoria, come
il più nobile degli emblemi. Inoltre una legge imposta da Numa impediva
di offrire agli dei vino proveniente da viti non potate (imputatae vitis).
Questo dimostra da un lato che il vino ottenuto da viti selvatiche
non era di qualità, ma anche che i latini compresi nelle aree di
civilizzazione greco-romana consideravano la tecnica della potatura come
una espressione di progresso e di cultura. Roma si distingue in ogni caso
nella storia della civiltà del vino per il forte ritardo soprattutto
nel commercio del vino, retaggio in tutta l’Europa, a partire dal II sec.
a.C., di Greci e Campani.
Alla irradiazione culturale micenea, dunque, va attribuita la diffusione
di vitigni pregiati di origine orientale, delle forme di allevamento a
basso ceppo e della potatura corta del Mezzogiorno d’Italia prima e di
quello francese più tardi. La diffusione di questa forma di allevamento
nei confronti di quella rappresentata dalla vite allevata su tutore vivo,
con la potatura lunga e periodica, assume un preciso significato semiologico
in quanto identifica un limes culturale tra le zone a viticoltura di ispirazione
greca e quella paleo-ligure ed etrusca, rispettivamente prevalenti in Italia
meridionale e nell’Italia centrale e padana.
Gli Etruschi di Capua e i Calcidesi di Cuma diedero vita ad una "frontiera
nascosta" tra le due culture, identificata fisicamente dal corso del Sele,
testimoniata non solo dalle modalità di coltivazione e dai vitigni
utilizzati, ma anche dalle diverse tecniche di sepoltura (inumazione i
primi ed incinerazione i secondi), alle quali non era certamente estraneo
un uso rituale, sebbene profondamente diverso, del vino.
a. Vite potata e piegata alla greca, le viti si sostengono le une alle
altre.
b.Alberata di derivazione etrusca.
c.Sistema a giogo da cui deriva la pergola.
Le Amineae
Le Amineae in Campania sono certamente i vitigni con il maggior numero
di citazioni nelle opere georgiche e rappresentano un caso di studio molto
interessante sia per le implicazioni di carattere semantico che ampelografico.
Un aspetto molto complesso e tuttaltro che chiarito è quello
relativo all’origine del loro nome.
Come spesso è accaduto per molte varietà di vite, anche
per le Amineae il nome derivava dal luogo di origine o di coltivazione
della varietà.
Nel caso specifico, gli Aminei erano un popolo di origine pelasgica
venuto dalla Tessaglia ad occupare la parte settentrionale del golfo poseidonico.
Nel passo di Macrobio (Satur. III, 16) "sicut uvarum ista sunt genera
aminea, scilicet a regione, nam Aminei fuerunt ubi nunc Falernus" il nome
Falernus va corretto in Salernus e questo perché allora il nome
Falernus non era conosciuto e perché le viti di Falerno erano considerate
diverse dalle viti aminee (Murolo, l.c.).
Recenti scavi nella necropoli di Pontecagnano consentono ora di identificare
in questa località l’antica città di Aminea, successivamente
chiamata Picentia o Peucetia.
Questi riscontri confermano quindi che i Tessali si erano stanziati
in quel tratto di territorio, che sarà poi Salernum, tra Crimisa
e Sibari.
Macrobio (Satur. III,16) conferma questa ipotesi archeologica così
come Aristotele precisa che sono stati gli Aminei a portare queste varietà
in Italia. Per Isidoro, invece, il nome deriva da "... sine minio, id est
sine rubore", cioè uve quasi senza colore.
Sotto il nome generico di Amineae sono però comprese entità
genetiche molto differenziate (Columella, De re rustica III): la minore
ha una fioritura precoce, è adatta alle alberate e sopporta meglio
piogge e venti. Per Catone (L. de Agr. VI) questa Aminea deve essere allevata
in posizioni ben esposte. La maggiore allega meno, specialmente se allevata
in filare e deve essere coltivata in terreni fertili.
Ha numerosi sinonimi, quali Murgentina, Apicia, Lucana e si riconosce
per i tralci abbondanti, per le dimensioni delle foglie e dei grappoli.
Il vino è più sapido di quello della A. minore.
Le Amineae cosiddette gemelle producono grappoli doppi e producono
un vino più aspro, ma di lunga conservazione. La più piccola
delle due è più nota in quanto è il vitigno che è
alla base dei famosi vini del Vesuvio e di Sorrento. A parte la caratteristica
di avere i grappoli doppi è molto simile alla Aminea minore.
L’Aminea lanata è così chiamata perché non ha
solo la pagina inferiore della foglia tomentosa. ma tutto il germoglio
è bianco per la lanuggine che lo ricopre. E’ la più debole,
l’uva va facilmente soggetta a marciume, ma fornisce un buon vino. E’ nota
anche una particolare Aminea, simile alla maggiore, molto produttiva, ma
il cui vino è di modesta qualità.
Meno importante sono altre due Amineae nere, rispettivamente chiamate
Siriaca e Spagnola.
Plinio conferma l’attitudine delle Amineae in genere a produrre un
ottimo vino, dal sapore aspro, ma dal lungo invecchiamento, atte ad essere
coltivate sugli alberi o con altre forme espanse, come le pergole (in pergulis).
Importante è anche la constatazione del Palladio, l’ultimo dei
georgici latini, per il quale, malgrado i luoghi di coltivazione abbiano
un ruolo rilevante sulle manifestazioni produttive delle viti, le Amineae
riescono a produrre un buon vino, in luoghi molto diversi, preferendo comunque
le posizioni calde a quelle fredde ed i terreni ricchi a quelli magri.
Columella (III, 2) piantò uno iugero di vigna a pergolato con
le Amineae per la loro fecondità, dalle quali raccoglieva per ogni
pianta in media circa 50 litri di vino.
Di notevole interesse, come si è già scritto in altra
parte, sono i tentativi esperiti, sebbene con risultati modesti, da numerosi
ampelografi, fin dal 1600, per dare una identità moderna alle diverse
Amineae.
Già il Bacci (l.c.) era dell’opinione che il vino greco fosse
prodotto da uve Amineae, così come il Ferrante (1940) sosteneva
che il Greco di Tufo potesse identificarsi con una delle Amineae gemelle.
Cosmo e Polsinelli (1960) riconoscono una certa identità con
il Riesling italico.
Per altri ampelografi (Gasparrini, 1848, Viala-Vermorel, 1909) l’Aminea
murgentina era identificabile con il Barbaroux provenzale o il Barbarossa
vesuviano.
Al gruppo delle Amineae può appartenere anche l’Aglianico, sia
perché partecipava alla produzione del famosissimo Falerno, sia
perché la sua distribuzione geografica si identificava con quella
delle Amineae.
Il Falerno
In uno scritto del XVII sec. dello studioso di letteratura tedesca
Kaspar von Stiler (1691) al vocabolo generico di vino e vino nobile viene
associato il termine di Falernum vinum generosum, a testimonianza della
notorietà che questo vino della Roma antica godeva in Germania.
In verità questo vino era molto famoso anche presso i Romani, come
testimoniano le frequentissime citazioni nelle opere di Marziale (27),
Orazio (15) e Plinio, nella sua Storia Naturale.
Il vino era prodotto nel cosiddetto Ager Falernus in tre differenti
località e secondo Plinio e Catullo con una sola varietà
di vite. Le caratteristiche salienti del vino ricavabili dagli scritti,
soprattutto di Orazio, erano severus ( denso), fortis (forte), ardens (ardente).
Quest’ultimo termine si riferisce probabilmente all’elevato tenore alcoolico.
Con l’invecchiamento queste caratteristiche divenivano più marcate
e compariva un tipico sapore amaro, che veniva mitigato dall’aggiunta di
miele di Hymettos (Attica).
Questa preparazione non era solo un modo per addolcire il Falerno,
soprattutto quello del Massico, ma aveva un significato simbolico rappresentato
dall’unione della forza latina con la dolcezza greca. Talvolta, come riferisce
Macrobio, si mescolava Falerno con il vino dell’isola di Chio.
Orazio riferisce anche dell’aggiunta di acqua al Falerno per mitigare
(temperare) il forte sapore. Marziale cita anche l’utilizzo della neve
che, sebbene diluisse il vino, non ne riduceva il colore, essendo questo
molto intenso (niger).
Un anno leggendario per la qualità del Falerno fu il 121 a.C.,
come ricordava Marziale, riferendo i commenti del console Opinius.
Della mitica longevità di questo vino si ha una testimonianza
nel Satyricon quando Trimalcione parla di un Falerno di 100 anni. Forse
alla base di questa durata nel tempo vi era l’autoarricchimento in alcool,
che il vino subiva nel corso degli anni nelle anfore di argilla, che erano
permeabili all’acqua, a causa delle minori dimensioni della molecola, ma
non all’alcool.
Il Falerno è stato uno dei quattro grandi vini con Chio, Cecubo
ed Albano, che Cesare offrì al popolo per i suoi trionfi, ma la
scelta cadde sul Falerno non solo per la sua notorietà, ma perché
considerato un vino straniero e quindi testimoniava la munificenza del
donatore.
Spesso confuso con il Massico, che inglobava anche un altro vino, lo
Statanum, come testimonia il ritrovamento di Dressel presso Castro Pretorio
di un’anfora che riporta l’iscrizione dipinta di FAL(ernum) MAS(sicum)
con la data consolare di 102, presentava tre sottodenominazioni, il Falerno
propriamente detto, il Caucinum ed il Faustianum. Esisteva anche una distinzione
per tipologia: austerum (un po’ astringente), dulce e tenue.
I termini più impiegati per definire il colore (nigro et fusco
Falerno) si riferivano di norma a Falerni molto vecchi, dolci, maderizzati
e bruni per l’età.
Nell’Ager Falernus secondo Brutus erano 160 i viticoltori che producevano
vini di grande invecchiamento, che però non portavano tutti il nome
di Falerno.
La fortuna commerciale del Falerno, ma anche di altre due vini famosi,
l’Albano ed il Cecubo, verso il 130 - 120 a.C. era legata al fatto che
attorno a Cuma, Pozzuoli, Capo Miseno e Formia erano numerose le ville
marittime e che in tali ville si consumavano questi vini in quanto molto
vicine alle zone di produzione.
Per i Romani, come diceva Strabone (V, 4,3) i grandi vini erano quelli
campani e la fama era in gran parte dovuta al vino Falerno, che secondo
Virgilio (Georg. II, 96) non aveva alcun vino capace di rivaleggiare con
lui.
Plinio (XIV, 21) legava la qualità di questo vino alle Amineae
("principatus datur Amineis"), che, a causa della loro origine orientale,
anche in epoca medievale facevano denominare i vini di questa zona come
vini greci.
MITO E TRADIZIONE, INDAGINE ICONOGRAFICA.
Le proprietà “di…vine” del vino: affresco della villa dei misteri
a Pompei
Da Hugo Johnson, Il Vino, Franco Muzzio Editore, 1991.
Non fu certo il sottile aroma del vino, ne un piacevole retrogusto
di violette e lamponi ad attirare l’attenzione dei nostri antichi progenitori,
dobbiamo riconoscere che furono i suoi effetti. In una vita che era ingrata
e brutale coloro che per primi provarono gli effetti dell’alcol cedettero
di trovare in terra un anticipo della vita eterna. Si sciudevano le porte
della felicità, e dopo aver bevuto il succo magico si amavano di
più. La mattina dopo rimaneva un leggero mal di testa ma le sensazioni
provate erano troppo belle per resistere alla sensazione di provarle di
nuovo. Lo stesso Egitto fece grandi sforzi per produrre vino, era destinato
a pochi privilegiati e considerato una bevanda introvabile e preziosa.
Impresa di Teseo a Creta. Maestro dei Cassoni Campana: Cassone dipinto cm. 69x155 (Particolare).
Mito e tradizione
Lo storico ateniese Tucidide parla di Minosse come della prima personalità
che notoriamente aveva acquisito una flotta potente e il controllo della
maggior parte del mare greco; scacciò i Cani dalle Cicladi, vi insediò
i suoi figli come governatori e ridusse la pirateria nell’ Egeo. Minosse
era di origine divina, generato da Zeus in persona, signore degli dèi.
In Fenicia Zeus incontrò Europa, figlia del re fenicio Agenore,
mentre coglieva fiori insieme alle sue amiche sulla riva del mare. S’innamorò
di lei e per avvicinarla si trasformò in un toro superbo e giocoso.
La principessa, senza alcun sospetto, gli montò in groppa. Il toro
immediatamente si tuffò in mare e la portò a Creta e lì,
a Gortina, dall’unione di Europa e Zeus nacquero tre figli: Minosse, Radamanto
e Sarpedonte. Europa in seguito sposò Asterione, re di Creta, ed
alla morte di questi suo figlio Minosse regnò su Creta in base alle
leggi che suo padre Zeus gli dava ogni nove anni. Minosse sposò
Pasifae, figlia di Helios e della ninfa Creta, che gli diede quattro figli
e quattro figlie. Egli viveva nel palazzo di Cnosso, dove si svolsero molti
eventi drammatici. Una volta Minosse desiderando offrire un sacrificio
a Poseidone, pregò il dio del mare di mandargli la vittima più
adatta. Poseidone gli inviò dal mare uno splendido toro bianco,
ma Minosse preferì tenerlo per sè e al suo posto ne sacrificò
un altro. Attirò così su di sè l’ira del dio che,
per vendicarsi, suscitò nella regina una passione incontrollata
per il toro. In quel tempo viveva alla corte di Minosse un abilissimo artista,
Dedalo. Fu lui che congegnò un modello di giovenca in cui nascose
la regina, che soddisfò così il suo amore per il toro. Dalla
loro unione nacque un mostro, il Minotauro, dal corpo umano e dalla testa
di toro, che poi visse nel Labirinto, una complessa struttura che Dedalo
costruì per lui. Il mito continua con il viaggio di Androgeo, figlio
di Minosse, ad Atene, dove partecipò ai giochi e vinse tutti i premi,
suscitando così una tale invidia che venne assassinato. Minosse
allestì una spedizione contro Atene, conquistò la vicina
città di Megara, alleata di Atene, e come rappresaglia impose a
Egeo, re di Atene, di inviare ogni 9 anni sette giovani e sette fanciulle
per darli in pasto al Minotauro nel Labirinto. Ora nel mito compare un
secondo importante personaggio: Teseo, figlio del re di Atene Egeo (o di
Poseidone). Teseo si offrì volontario nella terza ‘squadra della
morte’ assieme agli altri giovani ateniesi con l’ intenzione di abbattere
il Minotauro e di liberare il suo popolo da questo gravoso tributo ai Cretesi.
Al suo arrivo a Cnosso si innamorò di lui Arianna, figlia di Minosse,
che chiese a Dedalo di aiutarla a salvare il suo amore. Dedalo le mostrò
il modo di entrare ed uscire dal Labirinto ed Arianna diede a Teseo il
famoso gomitolo di filo e ne legò un’ estremità all’ ingresso.
Così Teseo, dopo aver ucciso il Minotauro, fu in grado di trovare
l’uscita dal Labirinto. Prese poi con sè Arianna e gli altri ostaggi
ateniesi e salpò per tornare ad Atene. Durante il viaggio passarono
da Naxos, dove abbandonarono Arianna addormentata sulla spiaggia e proseguirono
per Atene senza di lei. Dioniso, il dio del vino, si innamorò di
Arianna, la sposò ed ebbe da lei tre figli Stafilo, Toante ed Enopione.
A Cnosso Minosse sfogò la sua ira su Dedalo, che per sfuggirgli
costruì delle ali per sè e per suo figlio Icaro. Con queste
poterono volare via ma Icaro ignorò la raccomandazione di suo padre
di non volare troppo in alto e il sole sciolse la cera che teneva unite
le penne delle sue ali. Icaro precipitò e annegò nel mare
che porta il suo nome (mare Icario). Di seguito troviamo Dedalo nella città
di Camico in Sicilia, ospite alla corte del re Cocalo.
Il mito non è mai storia e la conoscenza del mito non è
che un ausilio allo studio di una antica civiltà. In ogni caso,
cosa nascondono le varie versioni dello stesso mito, e quali sono allora
i fatti celati dietro ad ogni mito? Dietro al termine pre-ellenico labvrinthos
— che è etimologicamente legato al termine labrys (doppia ascia)
— c’è forse lo stesso palazzo di Cnosso, le cui rovine rivelano
la complessità labirintica della sua struttura. Certo avrà
suscitato stupore ed ammirazione nei contemporanei e così, probabilmente,
le generazioni successive diedero vita al mito del Labirinto costruito
dal celebre Dedalo. Doppie asce incise sono state trovate sulle pareti
del palazzo e la doppia ascia, che si pensa venisse usata in epoca minoica
per sacrificare i tori, era uno dei simboli religiosi dei Cretesi. Il mito
dei giovani divorati dal Minotauro forse riecheggia i giochi delle taurocatapsie,
molto amati dai Minoici, che consistevano in pericolose acrobazie compiute
da ragazzi e ragazze sulla groppa dei tori. L’arte minoica è ricca
di raffigurazioni di questo sport e da alcuni è ritenuto che questo
sport venisse praticato nel cortile centrale del palazzo, cioè nel
mitico Labirinto. E forse il nome di Europa non è estraneo al fatto
che la civiltà che porta il nome di suo figlio Minosse sia stata
la prima civiltà europea.
Dionisio o Bacco, è l’inventore del vino. Da questo punto in
avanti le vicende si complicano dividendosi per molte altre vie. Cosa vuol
dire tutto ciò, cosa vi si nasconde sotto? Il primo e più
evidente significato è quello che evidenzia una storia di corna,
un tradimento coniugale inimmaginabile in quelle forme, con una punizione
adeguata al peccato: la costruzione di un edificio nel quale imprigionare
il frutto della colpa, cioè la colpa stessa. In attesa di un eroe
liberatore. Proprio questo elemento (Teseo è il Messia?) innesta
un ulteriore significato cristiano su un mito pagano (non è un caso
che si trovino molti labirinti disegnati nelle abbazie e nelle chiese romaniche
e gotiche di mezza Europa): la vicenda di Teseo viene assunta come quella
di un percorso iniziatico che porta alla scoperta del male (il Minotauro)
per sconfiggerlo ed evitare poi le sue trappole, purificati. Limitiamoci
a queste due ipotesi, macroscopiche, scartando tutte le successive complicazioni
negli intrecci dei vari personaggi. Vi è anche un suggerimento gastronomico
del mito: i quattordici giovani ateniesi dati in pasto al Minotauro dentro
al labirinto. Vi è poi l’eroina dell’impresa, l’innamorata Arianna,
colei che davvero vanifica il labirinto per mezzo di un filo. Arianna poi
sposerà Dioniso Dio del Vino.
La leggenda di Semele: un’interpretazione del mito.
Come per molti dei e dee dell’antica Grecia, per Dioniso i racconti
sulla sua nascita e sulla sua fanciullezza sono la parte più consistente
e meglio attestata del ciclo delle sue leggende. Non è escluso che
queste leggende facciano da veste ad un nucleo mitico da ritenersi più
originario, ossia predionisiaco per riferirsi alla divinità cui
il Dioniso ellenizzato è derivato, nucleo costituente dunque 1’eredità
della divinità frigia o asiatica che, innestandosi sulla religione
greca, fece nascere detto dio. La coppia Semele-Dioniso, accettando 1’ipotesi
verosimile che in origine essa fosse quella di una dea-madre e di un dio-figlio,
potrebbe essere facilmente spiegata come il risultato di un’associazione,
certamente essenziale, realizzatasi in tutto un insieme di antichi culti
anch’essi preellenici, egei, anatolici. Ricorderemo che il Kretschmer ha
mostrato che, al pari di Dioniso, il nome di Semele appartenne verosimilmente
ad una lingua indoeuropea diversa dal greco, e si riferiva a una Dea Terra
madre di un figlio divino. Questa interpretazione etimologica (che il Nilsson
ha finito col ritenere decisiva) e giustificata dal significato di "terra"
che ha una radice facilmente riconoscibile nel nome di Dioniso: zemljia
= "terra" nelle lingue slave; Zemyna = la dea Terra in lituano; Zemelo,
divinità invocata nelle iscrizioni frigie per la protezione delle
tombe. Ancor in epoca tarda Dioniso sarà il Pyrigenes e il Pyrisporos,
ossia "colui che è stato concepito nel fuoco" o "che è nato
nel fuoco", con riferimento alla folgore di Zeus o al fuoco della terra.
Infine il suo stesso nome sembra indicare una filiazione da un dio celeste
indoeuropeo, la cui designazione è riconoscibile nella prima sillaba
della parola composta Dioniso. Accostando questi elementi si potrà
ricostruire un mito naturalistico, elementare assai plausibile: la madre
terra fecondata dalla folgore del dio del cielo, che partorisce una divinità
la cui essenza si confonde con la vita scaturente dalle visceri del mondo.
Ma nella forma nella quale essa si acclimatò nella mitologia del
Dioniso ellenico, la leggenda di Semele non lascia scorgere più
nulla di questo suo stadio originario e del mito naturalistico ricostruibile
su base linguistica. Secondo la concezione che prevalse e a cui si legò
la fortuna del dio nella parte occidentale del mondo ellenico, Semele e
una principessa che, per essere la figlia di Cadmo, era connessa con la
più antica famiglia di Tebe; essa indica anche la ricca fioritura
delle leggende sorte intorno al fondatore mitico di tale città.
Come molte altre eroine, Semele viene amata da Zeus, e da lui concepisce
Dioniso. Ma se la folgorazione può essere considerata come il compimento
e il segno dello hieros gamos finché si tratta del connubio fra
due entità mitiche quali il dio del cielo e la Terra da lui fecondata,
una tale interpretazione non ha più valore nel caso dell’unione
clandestina del dio supremo con una vergine mortale. Di qui la visibile
trasposizione per cui dall’antica interpretazione naturalistica della folgorazione,
derivò uno dei tratti più caratteristici della leggenda della
nascita di Dioniso tebano, tratto che, del resto, si adattava a meraviglia
al tono generale della storia prodigiosa nella quale venne evidentemente
rifuso il vecchio racconto: spinta dalla gelosia di Era, la quale le tende
un’insidia, sia dalle beffe invidiose delle sorelle che dubitano della
verità delle sue parole, Semele concepisce il "desiderio imprudente"
di essere visitata dal dio del cielo in tutto il suo splendore e la sua
maestà, circondato dai lampi del fuoco celeste. La presuntuosa giovane
soccombe alla folgorazione, e da alla luce anzitempo il fanciullo Dioniso.
Questa nascita prematura conferisce al fanciullo un carattere divino che
la semplice eredità paterna non sarebbe bastata ad assicurargli:
infatti nel quadro del mito greco è di regola che dal connubio di
dei con donne mortali nasca un essere eccezionalmente dotato, ma pur soggetto
alla condizione umana, tanto più che le leggende di tal tipo sono
generalmente miti delle origini di famiglie reali o principesche. Salvato
da Zeus, che gli farà da seconda madre, il figlio di Semele giunge
a compimento nella coscia del padre. Non e da escludere che questo tema
corrisponda al simbolismo di una adozione paterna, e contenga la reminiscenza
di un rito di couvade* o il sussistente ricordo di qualche mito dove figurava
un progenitore androgino.
* Couvade: forma rituale di partecipazione maschile alla nascita nelle
culture cosiddette "primitive" e sindrome psicosomatica in quella occidentale.
[H. Jeanmaire, Dioniso, Einaudi, Torino, 1972]
Sembra che Dionisio fu rapito dai pirati etruschi mentre viaggiava
verso l’Italia, egli dimostrò la sua divinità miracolosa
facendo nascere e arrampicare una vite sull’albero della nave, poi trasformò
i pirati in delfini. Un pittore raffigurò la scena nel 550 a.C.
L'alchimia, da Arte e Alchimia nei Discorsi di P.A.Mattioli, C.Milanesi,
Terre de Sienne, 2002, Siena.
Il mondo alchemico sembra oggi legato al fantastico, a sette eretiche,
visioni infernali popolate da animali simboli del peccato o incontri demoniaci,
in un paesaggio dominato da immaginarie costruzioni vitree, che sembrano
alambicchi ingigantiti dei trattati alchemici, la metafora di una spirituale
trasformazione che porta alla perfezione simboleggiata dall’oro. Niente
di più falso, l’alchimia del Cinquecento è un orientamento
culturale serio e ben organizzato, è il punto di partenza, il principio
di un’attività in grado di svelare i segreti della vita, le investigazioni
dirette sulla natura, attraverso una selva di simboli che costituiscono
l’alfabeto per esprimere anche concetti culturali, filosofici e religiosi.
La pratica alchemica sembra improvvisamente fiorire in Occidente nel
periodo medioevale, ma trae invece origine dal periodo antico nel quale
si sviluppa la civiltà alessandrina e greca. Centro fiorente del
tempo è la città d’Alessandria d’Egitto, la sua biblioteca
rappresenta il più importante luogo in cui confluiscono le maggiori
conoscenze. I primi alchimisti alessandrini sono artigiani che hanno ottimi
risultati, si dedicano ad antichissime tecniche come la lavorazione dell’oro
o dell’argento, la preparazione di pietre preziose sintetiche e perle,
la tintura delle stoffe in porpora. Nell’alchimia fin da questi tempi si
associano varie ipotesi relative alla costituzione della materia, queste
si pongono come base nell’elaborazione di un linguaggio filosofico e colto,
in grado di svelare i segreti della natura. I concetti essenziali sono
legati all’unità primordiale ed alla molteplicità, l’imperfezione
e il miglioramento, la sacralità della natura e l’intervento compiuto
su di essa. Il mondo è concepito come un insieme armonico ed è
regolato da una fitta rete di corrispondenze. La provvidenza domina il
mondo, ed un principio ordinatore lo conduce al suo fine. La naturale tendenza
della natura imperfetta a raggiungere uno stato di perfezione, anzi di
perfezionamento, è un primo dato importante. I primi scritti alchemici
prodotti nell’ambito della cultura alessandrina, s’ispirano al mito dell’origine
divina e antichissima del sapere che insegna a trasformare la materia .
Le procedure desunte, sono legate alla convinzione che si possa produrre
artificialmente la perfezione degli elementi; non si tratta di strappare
alla Terra composti utili alla vita umana, ma continuare e portare a compimento
l’opera della Terra, producendo materiali perfetti ed adatti a conferire
incorruttibilità a tutti i corpi materiali e quindi all’uomo e al
mondo. I minatori e fabbri dell’antichità si pongono in rapporto
con la Terra come nei confronti di un essere animato e vivente dalle caratteristiche
divine. Questo è attuato non solo con gli scritti, ma anche con
riti tribali propiziatori, che scandiscono i diversi processi di lavorazione
ed estrazione della materia inorganica . Con l’alchimia dunque l’uomo antico,
ha la sensazione di poter fare dalla materia imperfetta e impura, una sostanza
perfetta e capace di trasferire ad altre sostanze la propria perfezione.........
Dioniso
Chiamato anche Bacco dai romani che significa "rumoroso" con chiaro
riferimento alle sfrenate feste in suo onore. Dioniso era figlio di Zeus
e di Semele, a sua volta figlia di Cadmo, re di Tebe.
Semele era stata convinta da Era, moglie di Zeus, a chiedere al re
degli dei di accostarsi a lei nella stessa maniera in cui si presentava
alla propria divina consorte.
Zeus apparve a Semele nel trionfo della sua gloria, tra tuoni e fulmini;
impressionata e circondata dalle fiamme, la giovane diede alla luce un
bimbo prematuro.
Ma Zeus lo salvò, cucendoselo dentro una coscia e tenendovelo
al riparo finchè non fu giunto alla maturità e potè
venire alla luce pienamente formato.
Dopo la nascita, Dioniso fu allevato sul monte Nisa da uno stuolo di
Ninfe, che furono successivamente ricompensate da Zeus, ottenendo di venir
poste in cielo, fra le stelle.
Per vendicarsi dell'affronto subito, Era lo rese pazzo; in preda alla
follia Dioniso cominciò una lunga serie di peregrinazioni, che lo
portarono attraverso le più remote regioni della terra.
L'ampliarsi del culto di Dioniso riflette la diffusione delle tecniche
di coltivazione della vite nel territorio greco ma è sopratutto
a partire dall'età ellenistica - grosso modo nel periodo successivo
alla spedizione di Alessandro Magno in India - che abbiamo le prove di
un culto sempre più esteso e di feste bacchiche sempre più
lunghe, complesse e per molti aspetti sfrenate.
Dioniso è il dio della forza produttiva della natura e non sorprenda
che, dati i collegamenti tra la coltivazione della terra - che Dioniso
insegna a tutti i popoli durante le sue peregrinazioni - e lo sviluppo
delle forme di vita civile, egli diventi il portatore delle leggi e della
civiltà, l'amante della pace.
Il dio appare, nelle epoche più antiche, accompagnato dalle
Cariti o Grazie ma ben presto al suo fianco, durante le spedizioni e i
suoi lunghi viaggi, cominciano a comparire le Baccanti, donne a lui devote.
Numerosi sono i personaggi che il mito associa a Dioniso nei più
svariati episodi; tra le donne l'eroina più celebre, che meritò
il suo amore, fu Arianna.
La mitologia narra anche di un amore tra Afrodite e Dioniso, dal quale
sarebbe nato Priapo.
Le Baccanti.
Per ricostruire i riti in onore di Dioniso si devono prendere in considerazione
sostanzialmente tre fonti letterarie: la prima è rappresentata dalla
tragedia di Euripide intitolata Le baccanti, la seconda da un episodio
riportato da Erodoto, la terza dall'orazione Sulla corona di Demostene.
Nella tragedia il motore dell'azione è rappresentato dall'arrivo
nella città di Tebe di Dioniso, accompagnato da un corteo di donne.
Esse sono le prime baccanti, quelle che, secondo la tradizione, muovono
dalla Frigia e dalla Libia per seguire il dio nelle sue peregrinazioni
nel mondo ellenico. Le baccanti compongono il cosiddetto thiasos primordiale,
la cui provenienza microasiatica può essere ravvisata nell'uso di
tamburelli e cimbali per accompagnare le danze. Alle baccanti asiatiche
si uniscono le donne di Tebe. La tragedia di Euripide descrive come si
svolgeva il culto di Dioniso, sebbene in tale narrazione siano presenti
molti elementi fantastici. Tuttavia anche nelle pratiche più bizzarre
è possibile ravvisare un fondo di verità. Il baccanale ha
inizio effettivamente con l'oreibasìa, vale a dire la corsa sui
monti; il luogo più interessato a tale tradizione era il monte Parnaso,
dove si riunivano delegazioni provenienti da tutta la Grecia: le donne
si riunivano dinanzi a una grotta sacra, l'antro Coricio, dove di notte
si abbandonavano a una danza sfrenata. Nel caso delle Baccanti il monte
interessato è il Citerone, ed il rituale resta il medesimo. L'oreibasìa
si svolgeva d'inverno, per cui doveva comportare disagi e anche un certo
rischio. A lungo ci si è interrogati sul significato di questa pratica:
si è pensato a una danza propiziatoria per le messi, ma tale ipotesi,
basata sulla comparazione con altre civiltà, è in palese
contraddizione con il fatto che i baccanali si svolgevano in pieno inverno.
Molto probabilmente la danza è una forma cultuale in grado di dare
pieno appagamento allo spirito religioso dell'uomo, per cui il mito delle
baccanti rappresenta una sovrapposizione più recente a una pratica
antichissima e non infrequente anche in altre religioni. L'oreibasìa
rituale potrebbe allora essere nata come forma di canalizzazione di episodi
di isterismo ricorrenti ma irregolari e perciò pericolosi. Il culto
di Dioniso dà infatti forma a qualcosa che è già presente
nella psicologia di un gruppo umano, lo disciplina e lo rende innocuo.
Ciò permette, nella tragedia di Euripide, di distinguere tra il
menadismo "bianco" del coro e il bacchismo o menadismo "nero" delle donne
tebane. Da questa distinzione sembrano, secondo alcuni, derivare i due
appellativi della divinità: Bacchos, cioè colui che causa
la pazzia, ma anche Lysios, colui che libera dalla pazzia, il che permette
di accostare il menadismo 'bianco' al ballo di San Vito (vedi oltre) e
a altri riti simili.
Il menadismo
I testi antichi ci hanno trasmesso un numero considerevole di termini
con i quali venivano designate le donne che partecipavano al culto dionisiaco,
dando vita a quel fenomeno detto appunto menadismo.
Baccanti è il termine più usato, costruito su uno dei
nomi di Dioniso-Bacco; Menadi, divenutò in seguito espressione del
linguaggio poetico, fa riferimento alla manìa divina di cui tali
donne risultavano colpite; a Sparta si ha testimonianza di certe dionisiai
o dysmoinai, "brutte folli", a causa dell'espressione angosciata dei loro
visi nello stato di trance. Per quanto riguarda l'origine e l'introduzione
del menadismo, si è portati a inserire il fenomeno in un contesto
ben più ampio rispetto al circoscritto mondo greco, rappresentato
da una millenaria tradizione religiosa connessa al culto di grandi divinità
femminili dei pantheon anatolici. La donna diventa una menade quando, durante
la notte e le prime ore del mattino, affronta l'oreibasìa, ossia
la corsa sfrenata sui monti: scenario della mania dionisiaca è infatti
la natura aspra, selvaggia, primitiva e lontana dalla civiltà, nella
quale le donne greche, abbandonate le proprie occupazioni, intendono integrarsi
sia fisicamente, con l'indossare abiti di pelli, serpenti avvinghiati,
foglie di vite o edera, sia psicologicamente, partecipando al delirio cui
le ha indotte il dio con danze sfrenate e urla.
Le testimonianze riportano come luoghi privilegiati le alture del Parnaso,
del Citerone e del Taigeto. Il motivo per cui le menadi ritenessero necessario
raggiungere un monte per celebrare i loro riti può essere ricondotto
alla necessità di raggiungere un santuario, o alla tradizione per
cui si credeva che sui monti, luoghi più vicini agli dei, questi
si potessero rivelare o manifestare appunto attraverso la comunione estatica.
L'orgia bacchica segna poi il culmine del rito, quando, riunitesi nelle
solitudini rocciose e boschive, ormai annientata la propria identità
perché possedute dal dio, le menadi scatenano i loro istinti bestiali
nella danza sfrenata e nel rituale dell'omophagìa, lo sbranamento
di un animale selvatico in una sorta di mistico banchetto che realizza
compiutamente la comunione con il dio.
Il ballo di san Vito
Nel rituale dionisiaco la danza è contagiosa, essa si espande
con la forza di un incendio. Sulle contagiosità della danza non
manca il riscontro di fenomeni moderni, come la cosiddetta 'danza di san
Giovanni', una sorta di delirio collettivo che a Liegi nel 1374 invase
molte persone apparentemente sane di mente, dopo l'ingresso in città
di certi indemoniati che ballavano in onore del santo. Analogamente, il
'ballo di san Vito' è uno stato ossessivo osservato in Alsazia nei
secc. XV e XVI, che ricompariva a intervalli regolari fino al giorno di
san Vito, quando si verificava un attacco violento a cui seguiva il ritorno
alla normalità. Ma danze contagiose e convulsive sono state presenti
in molte tradizioni popolari fino in tempi recenti.
La morale della tragedia, per chi interpreta in questo modo, è
dunque quella di non reprimere gli istinti primigeni della propria natura,
per evitare che essi travolgano repentinamente gli argini interni imposti
dalla civiltà.
Vale la pena di sottolineare altri due tratti caratteristici delle
menadi: in primo luogo, si dice, in questa e in altre fonti, che le menadi
tengono il capo inclinato all'indietro, talora scotendo i capelli; non
si tratta di una semplice convenzione iconografica o descrittiva: le baccanti
si atteggiano in questo modo proprio perché la loro è una
forma di follia collettiva e tale portamento è comune a altre civiltà
nelle medesime occasioni nonché a casi patologici di isterismo individuale.
In secondo luogo, un'altra caratteristica su cui gli autori classici insistono
e che può essere rilevante per accostare il menadismo all'isteria
è il fatto che alle baccanti, durante lo stato di eccitazione isterica,
siano estranee le sensazioni di dolore.
Al termine della danza le donne cadevano in stato di trance e avevano
visioni allucinatorie; il rito includeva anche il sacrificio per smembramento
(sparagmòs) e l'ingestione di carni crude e sangue (omofagìa).
Durante l'estasi la forza fisica delle baccanti aumentava, come è
testimoniato, con ovvia esagerazione, nella tragedia medesima. Infine,
alcuni gesti sembrano riportare le baccanti alla mitica età dell'oro:
dalla terra sgorgano ruscelli di miele e vino, i tirsi stillano miele.
Sono state addotte numerose spiegazioni a proposito del significato antropologico
dell'omofagìa: secondo alcuni si tratta di un modo per commemorare
il giorno in cui Dioniso fu sbranato e divorato dai Titani; altri avanzano
una spiegazione più semplice: nel mondo primitivo l'alimentazione
carnea ha sempre un valore omeopatico (per esempio, mangiando carne di
leone si diventa altrettanto coraggiosi, etc.); ne consegue che per essere
simili al dio bisognerà mangiarne una parte viva e cruda, prima
che il sangue sia colato. Nei baccanali il dio è presente tra i
suoi fedeli, cosicché tutto ciò che può essere mangiato
diviene parte di lui: l'incarnazione del dio in forma ferina comporta l'uccisione
di giovenche, ma anche di cerbiatti o di vipere, ma se da un lato essa
costituisce l'evoluzione di rituali con ogni probabilità antropofagi,
tuttavia l'omofagìa animale sarà soppiantata da quella vegetale
(Plutarco descrive infatti le baccanti intente a mangiare edera).
Dioniso sbranato dai Titani
Tra le varie versioni del mito di Dioniso figura quella accreditata
dalla tradizione, secondo la quale il piccolo Dioniso, sorpreso mentre
giocava in una grotta dai Titani inviati da Era gelosa (in quanto il piccolo
era nato dalla relazione di Zeus e Semele), sarebbe stato tagliato a pezzi
e posto a bollire in una caldaia, per essere poi da loro divorato. Zeus
avrebbe folgorato i Titani, dalle cui ceneri sarebbero stati plasmati gli
uomini, che pertanto, secondo l'orfismo, avrebbero ereditato questa colpa
primigenia dalla quale l'anima umana deve liberarsi per potersi ricongiungere
purificata con l'anima del mondo.
Dioniso scese all'Ade attraverso il lago di Lerna, ritenuto privo di
fondo e quindi in diretta comunicazione con l'Oltretomba. Si dice che il
dio chiese la strada a un contadino, tale Prosinno o Polinno, il quale
gli domandò come ricompensa i suoi favori sessuali, quando fosse
ritornato. Dioniso promise, ritornò dall'Ade, ma intanto Prosinno
era morto. Allora il dio piantò sulla sua tomba un bastone di fico
a forma di fallo, e pagò il suo debito a quello, per onorare l'ombra
dell'uomo. Giunto all'Ade, Dioniso ottenne la liberazione di Semele, dando
in cambio a Plutone la pianta di mirto, che gli era cara e poi portò
la madre in cielo, con il nuovo nome di Tione, come segno del suo nuovo
stato divino. La leggenda della liberazione di Semele dall'Ade era oggetto
di culti assai antichi: uno dei più importanti era la festa delfica
dell'Eroina, celebrata dal collegio delle fedeli di Dioniso chiamate Tiadi.
Dioniso e il teatro
Le opposte maschere della tragedia e della commedia, sono il simbolo
del teatro sin dalle origine, quando si sviluppò dai riti di Dionisio
nel V° secolo a.C. In questo mosaico romano la commedia è rappresentata
dalla maschera del satiro, mentre la tragedia da quella di una menade.
La costruzione del primo teatro fu una conseguenza diretta dei riti
primaverili del culto di Dionisio, questo teatro Ateniese di marmo, della
capienza di diciassettemila spettatori è giunto sino a noi in buone
condizioni. Le feste dionisiache duravano quattro giorni, mentre una giuria
composta dai più alti sacerdoti premiava i più bravi.
Da: http://www.skuola.net/italiano/teatrogreco.asp
Il teatro greco
Tutte le notizie che si hanno sull'origine del teatro greco vengono
tratte dai resti archeologici, dalla pittura e dalle fonti scritte dagli
scrittori del tempo. Si pensa che il teatro greco abbia avuto origine dalle
feste religiose in onore del dio Dioniso. Dal VI secolo a.C., epoca a cui
si fa risalire l'origine del teatro fino all'epoca ellenistica (III-I sec.
a.C.) il teatro è connesso al culto di Dioniso. Durante queste feste,
che si svolgevano in primavera, gli abitanti di Atene formavano delle processioni
che facevano terminare con un sacrificio, davanti all'altare del santuario
della divinità e durante le quali eseguivano canti ditirambici.
Pare che il ditirambo si sia trasformato poi in tragedia, contenendo in
sé tutti gli elementi essenziali di essa, come la poesia il canto
e la danza, e che questa trasformazione sia avvenuta ad opera di Tespi.
Durante le Dionisie cittadine o Grandi Dionisie si faceva un concorso
tra le varie tribù dell'Attica per stabilire quale fosse il miglior
cantico ditirambico e un concorso tra i poeti Greci con in palio tre premi
da assegnare: al miglior corega, al miglior poeta e al miglior attore.
Oltre alla tragedia, più tardi verso il 501 a.C., si introduce nelle
gare il dramma satiresco e solo nel V secolo a.C. la commedia.
È ancora sconosciuta ad oggi l’origine della commedia. Secondo
Aristotele deriva da komos, villaggio, e potrebbe voler dire canto del
capro. Si ipotizza che fosse una sorta di rito propiziatorio che nei villaggi
si usava in determinati periodi dell’anno. In queste feste, a scopo satirico,
si usava portare il fallo e si usava provocare gli altri con battute di
carattere piccante per esorcizzare l’impotenza ed altre situazioni sgradevoli
legate al sesso o comunque ad argomenti bassi. Gli autori Greci di tragedie
del VI sec. a.C. sono: Tespi, Cherilo, Pratina e Frinico. Di essi non conosciamo
alcun dramma.
Si desume dalle poche fonti che i drammi, di argomento più mitologico
che storico, fossero interpretati da un solo attore, il quale usava le
maschere per cambiarsi di ruolo. Gli autori Greci di tragedie del V sec.
a.C. sono: Eschilo, Sofocle ed Euripide. Gli autori Greci di commedie dal
VI al V secolo a.C. sono: Epicarpo, Chionide, Magnete, Ecfantide,
Cratino, Cratere, Eupoli, Aristofane.
Origine, struttura e funzione del teatro in grecia
Per i greci non solo il teatro è uno spettacolo, ma un vero
e proprio rito collettivo, con funzione persino di purificazione. Infatti,
secondo Aristotele, tutte le forme di teatro, ma prevalentemente la tragedia
avevano una funzione catartica in quanto servivano a rappresentare l’inconscio
umano. Si arrivò addirittura ad un sussidio messo a disposizione
dei meno abbienti al fine di accedere al teatro. A detta della Poetica
di Aristotele, pare che la tragedia (da tragos cioè capro, l'animale
che simboleggia Dioniso) tragga la propria origine dai cori ditirambici
fatti in onore di Dioniso, che da spontanei assunsero via via forma letteraria
di cantici da cerimonia, cantati dagli adepti sotto la direzione di un
capo. Il teatro presentava sempre un altare a lui dedicato, e generalmente
era collocato su una collina fuori dalla polis, al fine di migliorare l’acustica.
Si attribuisce a Tespi (uno dei primi autori drammatici del VI secolo
a.C.) la trasformazione del capocoro in attore che cominciò a pronunciare
parole di contenuto non più legato al mito di Dioniso, alle quali
rispondeva il canto del coro, che costituì poi il nucleo centrale
del dramma. Nell'antico teatro greco il coro era composto dal canto e dalla
danza, accompagnati dalla musica, ed aveva la funzione del narratore interrompendo
l'azione per commentarla e spiegarla. Si assiste allo spettacolo seduti
sui gradoni (cavea) che circondano la scena. L'edificio, all'aperto ed
a forma di semicerchio, consta, infatti, di tre parti: la Cavea ossia il
luogo in cui si vede, la Scena, dove si recita ed, infine, l'orchestra
cioè il luogo deputato per le danze (da orcheomai che vuol dire
ballare).
Le notizie riguardo le scene e le macchine, utilizzate nel teatro greco
sono fornite da Aristotele, Polluce (sofista e grammatico greco del II
sec. d.C.) e Vitruvio (trattatista latino). La scena greca si avvaleva
delle tre porte della skené, una grande al centro per l'ingresso
dell'attore principale, quella di destra per il secondo attore e quella
a sinistra doveva rappresentare una prigione, un deserto o un tempio in
rovina. C'erano numerose macchine teatrali che servivano a creare la scena
e gli effetti speciali.
Per la scena c'erano dei prismi triangolari dipinti su ogni lato, girevoli,
sistemati alle due entrate laterali. Per gli effetti c'erano le macchine
per produrre suoni e fulmini, botole da cui spettri e spiriti facevano
la loro apparizione, torri, piattaforme basse su rotelle, una carrucola
con un gancio che serviva a sollevare e abbassare le divinità, gru
per portare via in fretta i cadaveri, anche se nell'epoca più antica
non potendosi mostrare le scene di violenza, esse venivano introdotte o
raccontate da un messaggero.
A questo proposito, possiamo dire con tranquillità che la struttura
del teatro greco è un esempio insuperato di acustica: anche nelle
gradinate più lontane è possibile ascoltare i dialoghi come
si fosse ad un palmo dal parlante. In grecia prese maggiormente piede la
tragedia, mentre a Roma ebbe sorte migliora la commedia. Gli attori della
tragedia avevano una lunga tunica e delle scarpe che li rendevano decisamente
più alti; inoltre avevano delle maschere di legno, che esaltavano
le caratteristiche dei personaggi stereotipati.
Struttura del teatro greco
Gli abiti e le Maschere
Gli attori della commedia si presentavano con tunica corta e calzari
bassi.Gli abiti convenzionali degli attori Greci erano una tunica lunga
dal collo fino alle caviglie, con le maniche lunghe fino alle mani, ornata
da vivacissimi disegni colorati e figure simboliche, i colori dovevano
servire a esprimere lo stato d'animo di un personaggio. Oltre la tunica
gli attori indossavano un mantello. Naturalmente il re portava una corona,
i vecchi si appoggiavano a un bastone utilizzando altri accessori per caratterizzare
i personaggi.
Le calzature, avevano un'alta suola di legno, spesso dipinta con colori
simbolici, esse servivano a elevare l'attore per renderlo più visibile
agli spettatori più lontani. Contribuivano a ergere l'attore anche
gli onkos, delle parrucche molto alte. Riguardo le maschere abbiamo notizie
da Polluce (sofista e grammatico greco del II sec. d.C.). Da lui si evince
che le maschere usate dagli attori Greci fossero molte, fatte di stoffa
gessata, corredate da parrucche, avevano la capacità di amplificare
la voce come fossero dei microfoni. Naturalmente la maschera serviva a
caratterizzare il personaggio, quindi era fatta in modo tale da indicare
l'età, il ceto di appartenenza, lo stato d'animo e il carattere
di un personaggio.
Da: http://www.bdp.it/~copc0001/dioniso/index2.html
Il ditirambo
Il nesso del ditirambo con il culto di Dioniso è indubbio. Quale
che sia l'origine della parola, ditirambo designa il genere di danza e
di musica che accompagnava il sacrificio tipicamente dionisiaco e che attraversò
il passaggio dalla forma dell'azione rituale propriamente detta a quel
genere essenzialmente letterario e soprattutto musicale che lo stesso ditirambo
divenne, senza che con ciò perdesse la sua originaria relazione
con Dioniso. Se, seguendo la teoria di Aristotele, si ammette che i tre
generi di spettacolo (commedia, tragedia, dramma satiresco) ebbero origine
dal ditirambo, il patronato generale di Dioniso sul teatro si comprenderebbe
facilmente, ma questa teoria si scontra con difficoltà oggettive.
Non vi è soltanto da rilevare il fatto che, a quanto sembra, nel
ditirambo non esistevano dialoghi., le teorie che fanno scaturire
i generi teatrali propriamente da esso riconoscono bensì che l'individualizzarsi
dell'exàrchon (colui "che dà inizio al ditirambo", secondo
la Poetica di Aristotele) di fronte al coro, implicava un embrione di dialogo.
Inoltre i tre generi propriamente teatrali comportavano la maschera o,
più precisamente, travestimenti che definivano il carattere degli
attori, ma anche dei coreuti. Invece nei testi dove si parla dei coreuti
del ditirambo letterario non si trova nessuna allusione alla maschera,
nemmeno in senso lato.
Il dramma satiresco
Il caso del dramma satiresco merita di essere considerato a parte per
il fatto stesso della partecipazione dei satiri, le cui danze costituivano
una delle attrattive dello spettacolo, esso sembra aver avuto relazioni
più dirette con Dioniso e il suo seguito. Sulla danza satiresca,
tuttavia, non si hanno però che notizie incomplete. Il dramma satiresco
sembra aver preso fuori dall'Attica, nell'area dorica, la forma cui restò
fedele. Secondo una osservazione fatta già dagli antichi eruditi,
che si trova in Aristotele, il termine "dramma" come designazione di un'azione
mimata può essere derivato dal vocabolario di un paese dorico (ciò
è stato confermato da alcuni filologi moderni: dran, nel senso di
agire, nella lingua attica è una parola poetica munita di una valenza
religiosa di cui è invece privo il termine corrispondente prattein).
Pare in effetti assodato che il dramma satiresco fu importato in Atene
in un'epoca probabilmente vicina a quella dell'inizio della attività
letterario di Eschilo. La naturalizzazione fu rapida, perché il
dramma satiresco fu presto considerato come quarto elemento nell'ordinamento
delle opere tragiche in tetralogie; e Eschilo scrisse drammi satireschi
di cui sono stati recentemente trovati dei frammenti. Possiamo farci almeno
un'idea di tale genere teatrale in base al Ciclope di Euripide e I segugi
di Sofocle. Secondo la giusta sensazione di Aristotele, la forma di esso
era assai vicina a quella della tragedia per via dell'impiego del coro
e di pochi attori (forse erano due soltanto). Qui il coro dei satiri è,
per molti versi, il protagonista e l'azione deve in gran parte il suo carattere
all'idea che ci si faceva di tali figure (e del loro padre e capo, Sileno,
già concepito come colui che ebbe cura di Dioniso). Il successo
che il genere ebbe sulle scene ateniesi è confermato proprio dal
frequente ricorrere del tipo del sileno danzante sui vasi della serie nera
e sui primi della serie rossa, all'inizio del V secolo a.C. o poco prima.
Il procedimento evolutivo rivela però due ambiguità:
una riguarda il passaggio dalla danza di possessione propriamente detta
alla danza di "carattere", acrobatica e grottesca, l'altra l'assenza di
maschere e travestimenti nel culto di Dioniso. Ebbene, in Grecia maschere,
mascherate, confraternite o associazioni con maschere e travestimenti ve
ne sono certamente state, specie nel culto di Artemide: affiora quindi
un elemento pre-dionisiaco, anzi, probabilmente pre-ellenico. Del resto,
però, gli antichi sentivano l'affinità esistente, in genere,
tra l'universo dionisiaco e le maschere esposte per scongiurare le influenze
malefiche. Un personaggio di Aristofane dice: "si chiede dove si trova
il dionisismo? Dovunque vengono appesi mormolykeia",
che sono appunto maschere di questo tipo sogghignanti e terrifiche.
Vi sono certamente due modi opposti con cui il divino si impossessa dell'individuo,
trasformandolo: per mezzo della maschera che lo cambia esteriormente di
fronte agli altri prima di trasformarlo interiormente, facendogli svolgere
la parte di un personaggio divino o demonico, oppure per mezzo dello stato
di possessione che lo trasforma direttamente e che agisce sul suo modo
di comportarsi. I demoni cavallini o caprini - satiri, sileni e simili
-, che nel folklore hanno vivamente colpito l'immaginazione popolare, si
manifestano per mezzo della possessione e, al tempo stesso, dei travestimenti
da cui deriverà il tipo che si presenterà sulle scene. Il
dramma satiresco, genere letterario, si affermò attraverso manifestazioni
di membri delle confraternite o di altri elementi travestiti da demoni
cavallini che, secondo l'idea che si aveva di tali esseri, si davano a
esibizioni orchestiche rievocanti il comportamento dei posseduti autentici.
Queste manifestazioni furono regolate in modo tale che un aneddoto, una
piccola leggenda, bastavano come spunto, mentre successivamente danze
e canti, pur restando l'essenziale, furono commentati da un dialogo. Nel
corso di questa evoluzione, il dramma satiresco contribuì potentemente
a staccarsi del tutto da quella figura piena di contrasti, che era il Dioniso
originario. Si stava affermando la figura unica e complessa presentata
dal Dioniso evoluto.
La commedia.
Le relazioni della commedia con il culto di Dioniso non sono senz'altro
da negare, ma restano alquanto incerte. Certo è che i passatempi
e soprattutto le scene con maschere da cui si sviluppò la struttura
alquanto elaborata della commedia antica rientravano nei divertimenti rustici
delle feste di fine autunno poste, a partire da un certo periodo, sotto
il segno di un Dioniso associato o identificato con qualche divinità
fallica. Quanto al resto, le maschere e i personaggi della commedia non
hanno una relazione precisa con Dioniso o con i demoni del suo seguito,
non più di quanto ne abbiano gli episodi della sua leggenda con
il soggetto della azione comica dove l'intervento del dio sembra essere
stato eccezionale.
La tragedia.
Molte teorie, spesso fragili, sono state proposte a sostegno della
tesi di un legame fondamentale tra Dioniso e la tragedia. Per esempio,
è stato supposto che lo schema iniziale dei poemi tragici avesse
relazione con la passione di Dioniso, oppure, ricorrendo a una etimologia
possibile della parola tragedia, si è pensato che i coristi della
tragedia in origine si travestissero da satiri. È famosa la definizione
della tragedia data da Aristotele, il quale ne caratterizzò la natura
in base a sei elementi, di cui tre (le parole, la musica e lo spettacolo)
sono i mezzi di una imitazione (mimesis), e gli altri tre (la favola, i
caratteri e i sentimenti) sono gli oggetti della imitazione. Ancor più
nota è la definizione aristotelica del fine cui sarebbe ordinata
la tragedia:
"Suscitando pietà e paura, essa porta alla catarsi di tali sentimenti".
Il punto interessante è che l'uso della musica nel trattamento
e nella cura di certe affezioni dovute alla possessione, deve essere stato
cosa corrente e importante. E il gioco da cui sembra aver avuto origine
quella tragedia divertente che è il dramma satiresco, procede direttamente
da tale pratica. Non vi è comunque nessun indizio positivo
che possa corroborare la conclusione a cui vorrebbero giungere molti autori,
ossia che la tragedia originaria fu un ludo della passione di Dioniso.
Su circa seicento drammi il cui soggetto è più o meno noto,
nemmeno una ventina hanno una qualche relazione con le leggende su Dioniso;
nessuna ha per argomento le sofferenze del dio. Nonostante ciò,
numerose sono state le teorie avanzate per connettere l'origine della tragedia
al culto di Dioniso.
L’origine della tragedia
Non è un caso che le più significative di tali
teorie siano state formulate verso la fine del primo decennio di questo
secolo. Era, quello, il tempo in cui l'attenzione dei filologi si era portata
sul problema dell'origine e del carattere religioso del teatro greco in
seguito al diffondersi degli studi di etnologia e di storia comparata delle
religioni, i quali avevano messo in luce l'associarsi di rappresentazioni
a carattere drammatico con le cerimonie religiose dei più diversi
popoli primitivi. In particolare, queste ricerche avevano dato rilievo
alla relazione, spesso accertata, fra l'origine del teatro e la esibizione
di personaggi mascherati. Un saggio di un americanista tedesco, Theodor
Preuss, dal titolo L'origine demoniaca del dramma greco, spiegata in base
a paralleli messicani (1906), sembra aver notevolmente contribuito a dirigere
in questo senso l'attenzione dei filologi, almeno tedeschi. Uno dei primi
a seguire la via indicata dal Preuss è stato Albert Dieterich. Il
suo studio Origini della Tragedia, uscito nel 1908, ha aperto all'esplorazione
su base filologica delle religioni dell'antichità classica vie nuove
e audaci. Partito dalla constatazione che personaggi del tipo capripede,
pani o satiri (con caratteri non cavallini), in alcune pitture su vasi
sono stati rappresentati in pose mimiche vicino a una divinità che
sembra spuntare dal suolo, talvolta sporgendo solo con la testa, e che
tale scena è stata spesso interpretata come l'uscire alla luce,
egli ha visto in queste scene la prova che i demoni dionisiaci erano demoni
della fertilità i quali compivano o riproducevano simbolicamente
riti agrari. Nella realtà del culto, a questi demoni avrebbero corrisposto
personaggi mascherati incarnanti gli spiriti dei morti. Orbene, la tragedia
deriverebbe da Misteri di tal genere, celebranti la nascita o la rinascita
di un dio. Malgrado la considerazione che tale teoria merita, non si può
non coglierne la debolezza: non si sa niente di preciso sul genere di spettacolo
che i Misteri potevano offrire a chi vi prendesse parte, manca ogni indizio
per supporre che vi intervenissero personaggi vestiti da capri, e comunque
la teoria non rende conto del modo in cui sarebbe avvenuto il passaggio
da inquadrature del genere alla messa in scena di leggende a carattere
eroico. Murray ha svolto, a sua volta, diverse considerazioni intese a
dimostrare che la struttura della tragedia sarebbe stata ricalcata sul
ludo a cui dava luogo, ogni anno a primavera, l'idea della morte e della
resurrezione dello spirito della vegetazione. Questo spirito, per il Murray,
era Dioniso, e la morte e resurrezione non sarebbero che la "passione"
di Dioniso. Contro questa teoria ingegnosa è però facile
obiettare che essa parte da premesse (rappresentazione di un dramma stagionale
come elemento del culto di Dioniso, origine e caratteri agrari della personalità
di questo dio) aventi esse stesse un carattere di mere ipotesi. Resta soltanto
il nesso assai vago che può esistere fra le scene di un dramma carnevalesco
che celebrava il rinnovarsi della natura e ciò che può considerarsi
come un embrione di rappresentazione drammatica e, se si vuole, di tragedia.
Il fatto essenziale è però che la tragedia si distingue profondamente
da quei giochi di maschere che possono essere stati degli scenari rituali,
probabilmente esistiti sia in forme popolari, sia come misteri più
o meno esoterici, senza però lasciare alcuna traccia sensibile nella
letteratura.
Leonardo da vinci.
Quest'opera, quasi monocromatica, è senza
dubbio l'ultimo quadro di Leonardo, il suo testamento. Vi ritroviamo il
gusto per il mistero e l'ambiguo. Quello che Leonardo ha scelto di dipingere
è un San Giovanni Battista molto diverso da quello dell'iconografia
classica. La tradizione lo rappresenta bambino (oppure vecchio profeta)
perso in mezzo al deserto; Leonardo ne fa un giovane uomo dalla bellezza
androgina che assomiglia in modo stupefacente al "Bacco" dipinto poco tempo
prima. L'androgino, che risponde al gusto di Leonardo ma anche ai canoni
estetici del Rinascimento, riflette la filosofia antica dell'essere perfetto:
uomo e donna uniti in una sola persona. Il "San Giovanni Battista" di Leonardo,
è tuttavia più di questo, sintesi mirabile e misteriosa che
rinvia alla metafisica. Come mostra quel dito puntato verso l'aldilà
del visibile. In questo dipinto Leonardo non crea uno sfondo paesaggistico
elaborato e dai colori sfumati, come fa di solito. Qui, invece, un'atmosfera
cupa e tenebrosa circonda San Giovanni: più del deserto, in cui
predicava il Battista, nelle intenzioni di Leonardo è l'oscurità
a sottolineare la prassi di vita di San Giovanni improntata all'ascetismo.
Il dito puntato verso il cielo in gesto ieratico, esprime trasporto spirituale
e interiore. Leonardo non fu il primo a raffigurare questa posa: se ne
trovano simili anche nelle antiche sculture romane, ma certamente egli
contribuì a diffonderla. La si ritrova infatti nelle opere dei suoi
seguaci per i quali tuttavia è solo una raffigurazione di maniera,
ripetitiva. Il sorriso del Battista è quasi inquietante. Alcuni
critici lo hanno persino definito diabolico, sardonico, ammaliatore. Ben
si addice a chi annunciava l'imminente giudizio di Dio su Israele e invitava
tutti al battesimo nel Giordano, per ottenere il perdono e sfuggire all'ira
divina con la confessione dei propri peccati.
Bacco-San Givanni, Tavola realizzata da Leonardo negli anni 1513-1515.
Francia, Parigi, Musée du Louvre.
Caravaggio, Ragazzo con il canestro di frutta, 1593-94, Galleria Borghese,
Roma
Questo celeberrimo quadro di Caravaggio è una delle prime opere
che egli realizza a Roma, dove vi era giunto all’età di ventidue
anni. Dopo un breve periodo passato a lavorare per un prelato marchigiano
di nome Pandolfo Pucci, andò a lavorare presso la bottega del Cavalier
d’Arpino, pittore il cui vero nome era Giuseppe Cesari. Qui fu impiegato
a realizzare «fiori e frutta», ed è qui che probabilmente
nacque il suo interesse per le nature morte. In questo quadro la natura
morta non è però a se stante, ma sorretta dalla figura di
un giovane ragazzo. Ciò che si nota è innanzitutto l’estremo
realismo con cui sono realizzate sia la figura del ragazzo sia il canestro
con la frutta che regge in mano. Già in quest’opera si nota la sua
estrema abilità e raffigura il reale così come appare, senza
alcuna trasfigurazione. Perché il ragazzo non ha un aspetto «idealizzato»:
ha la faccia autentica da vero ragazzo di quel tempo, ordinario non bello
quasi un po’ volgare. Alle sue spalle vi è subito una parete che
crea uno spazio ristrettissimo: uno spazio mosso da un una luce che proviene
dall’angolo superiore sinistro, luce che però non coinvolge la figura
in primo piano, la cui perfetta definizione è ancora memore di una
sensibilità tardorinascimentale.
Caravaggio, Bacchino malato, 1593-94, Galleria Borghese, Roma
Rispetto al «Ragazzo con il canestro di frutta», questo
«Bacchino malato» appare ancora più sconvolgente nel
suo crudo realismo. La figura dovrebbe rappresentare il dio Bacco, visto
che ha un tralcio d’uva in testa e un grappolo in mano. Tuttavia questo
non è un ipotetico ritratto del dio del vino, ma è il ritratto
preciso e inconfondibile del modello che doveva imitare Bacco. In pratica
egli è talmente preciso nel rappresentare ciò che vede, che
nessuno, guardando questo quadro, può immaginare di vedere un dio
greco. Ciò che si vede è solo un ragazzo romano della fine
Cinquecento agghindato come se fosse il dio Bacco. Un ragazzo dall’aspetto
un po’ malaticcio, pallido, con labbra livide, e decisamente poco attraente.
È stato ipotizzato che questo sia in realtà un autoritratto
di Caravaggio. Dalle testimonianze di Giovan Pietro Bellori, che nel 1672
pubblicò un libro dal titolo «Vite de’ pittori, scultori e
architetti moderni», sappiamo che Caravaggio, dopo essere rimasto
poco tempo nella bottega del Cavalier d’Arpino, si mise in proprio e le
prime opere che realizzò le fece posando lui stesso davanti ad uno
specchio. Siccome in quegli anni ebbe anche un incidente per il quale dovette
essere ricoverato in ospedale, da ciò deriverebbe forse l’aspetto
un po’ malaticcio che ha nel quadro. Ma, indipendentemente da ciò,
il quadro è emblematico del verismo di Caravaggio, verismo come
mai prima si era visto in un pittore. Se si confronta questa immagine con
gli dei e le divinità che in quegli anni Annibale Carracci realizzava
nella Galleria Farnese, si capisce immediatamente fino a che punto il verismo
di Caravaggio appare rivoluzionario e sconvolgente.
Caravaggio, Canestro di frutta, c. 1596, Pinacoteca Ambrosiana, Milano
Questa opera di Caravaggio è anch’essa divenuta un’icona della
pittura, rappresentando sicuramente la natura morta più famosa dell’arte
italiana. Del resto è questa l’unica natura morta certa, attribuibile
al Caravaggio, che pure è stato a lungo considerato come il primo
pittore italiano ad occuparsi di questo nuovo genere, nato qualche decennio
prima nei Paesi Bassi. Il realismo dell’immagine è davvero sorprendente:
non vi è alcun particolare che non sia di una precisione estrema.
Ma ciò che più impressiona è il particolare della
mela bacata. Un particolare che ci introduce ad una inaspettata dimensione
drammatica: di fuori le cose possono apparire perfette, ed invece il male
è già dentro che mina dall’interno. Del resto, conoscendo
Caravaggio, non c’è da meravigliarsi di questa nota pessimistica,
che traspare sempre da un arte che non è fuga nel sogno ma coscienza
piena della drammaticità della vita.
Il brindisi, è un invito a bere motivato da un pensiero e come tale estraneo alla furia delirante dell'ebbrezza. Da Omero a Platone ne trovavamo conferma. Adesso, possiamo rivelarne addirittura l'immagine. La Baccante dei Musei Capitolini di Roma è l'icona più fedele a questa definizione. Ella è talmente elegante che il nome baccante pare stonato. Osserviamola: il capo è sostenuto, il mento alto, le spalle erette e aperte, il seno destro è visibile, una coppa perfetta come quella che il braccio sinistro avanza e innalza al di sopra della linea delle spalle. Un piede è leggermente avanzato, segno di un incedere solenne, per passi brevissimi e sicuri. La fissità della postura contrasta efficacemente con lo svolazzare arioso dei veli, sottolineato dal braccio destro leggero e sinuoso, che li accompagna. Non conosciamo una figura con una coppa in mano più composta di questa. Il brindisi è ancora una volta rito maschile, a cui la donna partecipa come ispiratrice e termine.
UNA LEGGERE EBREZZA
Sebbene Antoine Vestier (1740 - 1824) sia un pittore considerato di
secondo piano, questa sua Baccante con una coppa di vino in mano, conservata
nel Museo di Belle Arti di Tours, è deliziosa. Lo è, malgrado
le continue citazioni. La più evidente è il recupero del
tema dell'androgino. La figura è al tempo stesso femminile e maschile.
Meno accentuata, l'androginia era già presente nel Bacco-San Giovanni
di Leonardo. Solo che qui le parti sono invertite. Nel Bacco i tratti di
donna sono dalla bocca in su, mentre nella Baccante sono dalla bocca in
giù, e ciò permette a questo pittore minore di toccare un
altro luogo comune della pittura del brindisi: il solito gioco di rimandi
tra coppa del seno e coppa di vino.
Appena accennata e per questo assolutamente amabile è l'ultima
citazione. Si osservi la linea del vino nella coppa. E' obliqua. Questa
baccante, che non pronuncia un brindisi, rievoca la leggera incertezza
nella postura del Bacco michelangiolesco.
L'uomo con il bicchiere di vino di Velazquez (1590 - 1660), conservato
nel museo di Toledo (USA), è un'opera in questa direzione. Oltre
all'uomo comune, quale soggetto del brindisi, compaiono due novità:
una tematica e una stilistica. La prima, quasi irrilevante, è l'assenza
della coppa e la presenza del calice, la flute; la seconda è la
cifra del suo genio. Si faccia attenzione: la tela è dipinta sulle
fasce, il centro è vuoto. L'uomo è di semiprofilo e con lo
sguardo ammicca all'osservatore, mentre il calice affusolato copre la parte
destra. Il manicotto a scendere allunga idealmente la flute. Velazquez
è un genio della sintesi. Il suo messaggio è chiaro: il vino
è il più grande amico dell'uomo. E' quanto ci dice un altro
grande seguace di Caravaggio, Frans Hals. Ne L'allegro bevitore# si ritrae
un uomo con un grande cappello. L'uomo è posto questa volta al centro,
con la sinistra tiene un bicchiere in atto di avvicinarcelo, mentre con
la destra aperta pare dica: "questo è tutto".
L’allegro Bevitore di Frans Hals
Il decoro
Nel riquadro centrale dell'urna il decoro è costituito da una
scena di vita quotidiana che evidenzia il momento della preparazione del
banchetto, in questo caso tuttavia allusiva del banchetto funebre: due
servitori, vestiti con un chitone corto, uno di fronte all'altro afferrano
per le anse un'anfora vinaria posta al centro, tra le due figure.
L’urna
Proveniente dal territorio perugino e databile tra il II e I sec. a.C.,
il cinerario è composto da un'urna a cassetta decorata a rilievo
sul lato frontale e da un coperchio a doppio spiovente decorato anch'esso,
solo sul lato anteriore, da un rilievo frontale costituito da un fiorone
centrale con quattro petali e bottone.
Bibliografia:
ALESSIO G., 1976, Lexicon etymologicum. Napoli
ANDREOLLI B., 1994 . La terminologia vitivinicola nei lessici medioevali italiani ,in: Dalla vite al vino, fonti e problemi della vitivinicoltura italiana medievale, a cura di J.L. Gaulin e A.J. Grieco, Clueb, Bologna.
ANDRÉ J., 1983, Contribution on vocabulaire de la viticulture: les noms de cepages. Revue des études latine, 30, 126-156, Paris
ATHENEO, libri I-IV
BACCI A., 1596, De naturali vinorum historia, Roma
BAILLY A.,1950, Dictionnaire Grec - Francais, Paris
BAUHIN G., 1671, Theatri Botanici Opus, XL annorum. Bale, J Roy
BERTOLDI V., 1933 - Relitti etrusco-campani, Studi etruschi VII,
BILLIARD R., 1913, La Vigne dans l’Antiquité. Libr. H. Lardanchet, Lione
BRUNI A., 1845, Dell’agricoltura e pastorizia nel regno di Napoli di qua dal Faro, Napoli
BUCHNER G., RUSSO C.F., 1955, La coppa di Nestore ed una iscrizione metrica da Pitecusa dell’VIII sec. a.C. Rend. Acc Linc. Cl. VIII, Vol. X, 215-234.
CARLUCCI M., 1896, Il vino Aglianico, Giornale di viticoltura ed enologia, 4.80
CARLUCCI M., 1909, Aglianico, in: Viala P.- Vermorel V., Ampelographie, 5, Paris
CATONE M. P., 234 -149 a.C.,, De agricultura
CATONE M.P. , 234 - 149 a.C., Liber de Agricultura CXXXV
CERCHIAI L., 1995, I Campani. Biblioteca di Archeologia, Longanesi, Milano.
COLUMELLA , De Arboribus, IV-V
COLUMELLA, De Re rustica I-V, IX-XII
COLUMELLA N.O., 1806, Delle cose rustiche, ovvero dell’agricoltura teorica, Stamperia Flantiana, Napoli
COSMO I., POLSINELLI , 1960, Il Riesling italico, I vitigni da vino coltivati in Italia, Ministero Agricoltura e Foreste
COVA A., 1988, Problemi tecnici ed economici della produzione del vino in Italia tra Otto e Novecento in: Il vino nell’economia e nella società italiana medioevale e moderna,
Acc. Econ.-Agraria dei Georgofili, Firenze. 319-337
CUPANI F., 1695, Hortus catholicus. Napoli
D’AMBRA A., Comunicazione personale
D’ASCIA G., 1867, Storia dell’isola d’Ischia, St.Tip. G. Argenio, Napoli
DALMASSO G., 1931-1937, Storia della vite e del vino in Italia. 3 vol., Milano
DALMASSO L., 1961, Riesling italico, Registre ampelographique international, vol. I, Paris
DAY F., 1932, Agriculture in the life of Pompei, Yale Class. Studies, III, 165
DE CRESCENZI P., 1495, Opus ruralium commodorum (ed. italiana), Venezia
DEL TREPPO M., 1985, Marinai e Vassalli: ritratti della gente del mare campana nel
sec. XV, in Rassegna storica salernitana, 4
DI ROVASENDA G., 1877, Saggio di una ampelografia universale. Torino
ESTIENNE C., 1570, L’agriculture et maison rustique. Paris
FERRANTE L., 1927, Un vitigno di antica nobiltà: il Greco di Tufo, Avellino
FLORUS, Epitomae, II, 8
FORNI G., 1996, Le tecnologie a l’economia vitivinicola italiota e siciliota desunta dalla tavole di Eraclea e dalla paleontologia linguistica. Convegno "Alle radici della civiltà del vino nel Mediterraneo:3000 anni di storia", Menfi, 6/7/96
FREGONI M., 1991, Origini della vite e della viticoltura, Musumeci Ed., Quart (Valle d’Aosta)
FURET F., 1981, Il quantitativo in storia, in: Fare storia,
a cura di J. Le Goff e P. Nora,
Piccola Biblioteca Einaudi, Torino
GASPARRINI N., 1845, Osservazioni su le viti e le vigne del distretto di Napoli.
Ann. Civici del Regno delle Due Sicilie, LXIX, Napoli
GIUGLIERINI P., 1996, La documentazione letteraria ed archeologica della vitivinicoltura in Magna Grecia e Sicilia nell’epoca pre-romana. Atti Convegno "Alle radici della civiltà del vino nel Mediterraneo: 3000 anni di storia", Menfi, 6/7/96
GOETHE H., 1887, Hanbuch der Ampelographie. 2e Anfl. Berlin
GUERRERO AYUSO V.M., 1995, El vino en la protohistoria del Mediterráneo occidental, in : Arquelogia del vino, Les origines del vino en Occidente, Jerez de la Frontera, 75-104
GOK C.F.N., 1829, Die Weinrebe mit ihren Arten und Abarten..., Stuttgart
GUSSONE G., 1854, Enumeratio plantarum vascularum in insula marina, Tip. Vanni, Napoli
ISIDORO (VI-VII) Etymologiarum VII, 5
JASOLINO G. (1588), De remedi naturali che sono nell’isola di Pithecusa oggi detta Ischia. 1a ed., Napoli
KIMMIG W., 1983, Die griechische Kolonisation im westichen Mittelmeergebiet und ihre Wirkung auf die Landschaften des westlichen Mitteleurope, .... des Röm. Germ. Zentralmuseum, Mainz, 30, 578
LANCERIO S., 1536-1546, I vini d’Italia giudicati da Papa Paolo III Farnese e dal suo bottigliere S. Lancerio. Pubblicato da G. Ferrario nel 1882 a Torino
LEPORE E., 1989, Colonie greche dell’Occidente antico, NIS, Roma
LEPORE E., 1989, Origini e strutture della Campania antica. Il Mulino ricerca, Bologna
LIZIER A., 1902, L’economia rurale nell’Italia preromana, Palermo
MACROBIO, Saturnalia III
MANFREDI V.M., 1996, I greci dell’Occidente. A. Mondadori Ed., Milano
MARTIN J.M., 1987, Le travail agricole: rytmes, corvées, outillage. in: Terra ed uomini nel Mezzogiorno normanno-svevo. Atti VIII Giornate normanno-sveve, Bari, 15- 17/10/1985
MARZIALE, Epigrammata, I - XIII
MAS A., PULLIAT V., 1874. Le vignobles, Paris
MC GOVERN P.E., MICHEL R., 1995, The analytical and archeological challenge of detecting ancient wine: two case studies from the ancient near East. in: The origins and ancient history of wine, edited by P.E. Mc Govern, G.J. Fleming, S.H. Katz, Gordon a. Breach Publ.
MENDOLA A., 1868, Trattato del catalogo della collezione di viti italiane e straniere radunate in Favara. Ed. Parrino e Carini, Favara
MELIS F., 1984, I vini italiani nel Medioevo. Le Monnier, Firenze
MOLON G., Ampelografia I - II, Hoepli, Milano
MORGERA V., 1890, Le terme dell’isola d’Ischia prima e dopo gli ultimi terremoti distruttivi. Studi ed osservazioni, Stab. tip. Lanciano e d’Ordia, Napoli
MUROLO G., 1985, Luci passate della viticoltura campana. Società Economica per la Provincia di Salerno.
NICOSIA F., 1735, Il podere fruttifero e dilettevole. Palermo
ODART C., 1854, Ampelographie universelle ou traité des cèpages le plus estimés dans tous les vignobles de quelque renom. Paris
PALLADIO, De Agricultura
PALLADIO, De Re rustica
PALUMBO L., 1988, La viticoltura del Regno di Napoli in età moderna (con particolare riguardo alla Puglia), in: Il vino nell’economia e nella società italiana medioevale e moderna, Acc. Econ.- Agraria dei Georgofili, Firenze, 285-303
PERPILLOU J.L., 1981, Vinealia 1. Vignes mycéniennes, homeriques, historiques: permanence de formules? RPR, 55, 41-55
PINI A.I., 1988, Il vino nella civiltà italiana, in: Il vino nell’economia e nella storia italiana medievale e moderna. Acc. Econ.-agraria dei Georgofili, Firenze, 1-12
PLINIO IL VECCHIO (I sec.), Naturalis Historia, I-XXXV
POLIBIO, I - XXIV
PORTA I.B., 1584, Villae Libri XII, 7. Vinea, Napoli
PORTES L., RUYSSEN F., 1886, Traité de la vigne et de ses produits. 3 vol. Dain ed., Paris
PULLIAT V., 1888, Mille varietes de vignes. Description et synonymie. 3 ed., Montpellier
QUILICI GIGLI S., 1987, Su alcuni segni dell’antico paesaggio agrario presso Roma,
Archeologia Laziale, VIII, 152-166
RENDELLA P., 1629, Tractatus de vinea, vindemia et vino. Venezia
RIDGWAY O., 1992, L’alba della Magna Grecia, Longanesi, Milano, 102
RITTER G.H., 1817, Die Weinlehre ........., Mainz,
ROHLF I., 1956, Vocabolario dei dialetti salernitani.
SACHS P.-J., 1661, Ampelographia, Lipsia
SALMON E.T., 1985, Il Sannio ed i sanniti, Einaudi, Torino
SEMMOLA V., 1848, Delle varietà dei vitigni del Vesuvio e di Somma, Tip. Reale Albergo dei Poveri, Napoli,
SERENI E., 1981, Terra nuova e buoi rossi ed altri saggi per una storia dell’agricoltura europea, Einaudi, Torino
SINNO A., 1954, Commercio ed industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo. Salerno,
STAZIO A., 1983, Moneta e scambi. in Megale Hellas, Milano
STRABONE, Geografia III - V, VII, XI
TARGIONI TOZZETTI A., 1856, Sulla malattia dell’uva. Firenze
TCHERNIA A., 1981, Le vin de l’Italie Romaine. Roma, Ecole francaise de Rome.
TORELLI M., 1981, Storia degli Etruschi. Laterza, Roma-Bari
TROOST G., 1989, Die Keltern zur Geschichte der Keltertechnik.
Gesellschaft für Geschichte des Weines, Nr 97, Geisenheim
VANDERMESCH C., 1994, Vins et amphores de Grande Grèce et de Sicilie, IV-III avant J.C. Etude I, Centre J. Bérard, Napoli
VARRONE, Res Rusticae I-II
VIALA P., VERMOREL V., 1909, Ampelographie, 5 vol., Paris
VINET E., 1607, La Maison Champétre et Agriculture, Paris
VIRGILIO, Georgiche, II - III
VITAGLIANO M., 1991, I vini DOC irpini. Camera di Commercio, Avellino
VITOLO G., 1988, Produzione e commercio del vino nel Mezzogiorno, in: Il vino nell’economia e nella storia italiana medievale e moderna. Acc. Econ.-agraria dei Georgofili, Firenze, 147-155
YANUCHEVITCH Z., NIKOLAYENICO G., KUZMINOVA N., 1985,
La viticulture a Chersonése de Taurique aux IVe - IIe siecle av.
n. é., d’apres les recherches archeologiques et paléoethnobotaniques,
RA 115-122