Mythologica Einaudi
Bettini M. - Franco C., Il mito di Circe, Torino Einaudi 2010
Figlia
del Sole e di una ninfa, ambiguamente oscillante fra dea e maga, femme
fatale e dama soccorrevole, amante vendicativa e divinità benigna,
prostituta e madre di eroi, signora della natura selvaggia e maestra di
raffinati lussi, da secoli la figura di Circe si modula sulla doppia
natura dei pharmaka cui è affidato il suo potere: pozioni potenti, in
grado di produrre lugubri degradazioni, ma anche luminose sublimazioni,
capaci di rendere l'individuo migliore o addirittura di trasformarlo in
dio.
«Mythologica esplora le innumerevoli metamorfosi a cui
i miti classici, dall'antichità fino ai giorni nostri, sono andati
soggetti fra racconto, immagini e interpretazione. Il mito infatti non
è mai esaurito - c'è sempre un'altra versione da leggere, il mito non è
mai concluso - c'è sempre un'altra versione da scrivere».
C'è
chi racconta che li trasformasse tutti in maiali prima ancora di
chiedere come si chiamassero, chi invece sostiene che prima se li
portasse a letto e poi ne mutasse uno in leone, un altro in toro o in
ariete o in gallo. Altri dicono infine che non li tramutava affatto, ma
semplicemente sapeva rivelare chi già erano, facendone affiorare la
natura nascosta di porci o di asini. Figlia del Sole e di una
ninfa, ambiguamente oscillante fra dea e maga, femme fatale e dama
soccorrevole, amante vendicativa e divinità benigna, prostituta e madre
di eroi, signora della natura selvaggia e maestra di raffinati lussi,
da secoli la figura di Circe si modula sulla doppia natura dei pharmaka
cui è affidato il suo potere: pozioni potenti, in grado di produrre
lugubri degradazioni, ma anche luminose sublimazioni, capaci di rendere
l'individuo migliore o addirittura di trasformarlo in dio. La
figura di Circe come perfida seduttrice continuerà a essere composta e
ricomposta per secoli fino alle immagini fin de siècle di donna
«belva», pronta a invischiare i maschi nella sua sessualità onnivora e
ferina. Il lato positivo del potere di Circe sarà invece riscoperto
dalle artiste del Novecento, per le quali Circe diventa figura della
donna moderna, libera e consapevole, capace di contestare gli
stereotipi della cultura eroica patriarcale («Non sei stanco di
uccidere? - chiede a Odisseo la Circe di Atwood. - Non sei stanco di
dire Avanti?»), ma anche simbolo dei rischi di isolamento e delle
difficoltà di comunicazione con l'altro sesso insiti nella nuova
condizione femminile.
Bettini M. - Spina L., Il mito delle Sirene, Torino Einaudi 2007
Donne pesce o donne uccello? Esseri alati con volto umano e corpo di volatile o donne con squame e code di pesce? La
mitologia antica e la pittura hanno tramandato immagini ricche e
complesse di Sirene: esseri già in sé doppi, ibridi, capaci di far
convivere nella popria identità somatica sembianze umane e sembianze
animali, esseri non estranei a nessuno dei grandi spazi del mondo,
acqua, terra, cielo. Esseri, tuttosommato, facili da incontrare. Per
alcuni secoli, infatti, forse sull'onda dei viaggi e delle scoperte di
nuovi mondi, le apparizioni di Sirene furono all'ordine del giorno. Le
vide Alessandro il Grande dopo la vittoria su Dario. Le videro Teodoro
Gaza e Giorgio Trapezunzio. Le vide Cristoforo Colombo di ritorno dalle
Americhe (e sembra che già prima le avesse incontrate in Guinea). E
ognuno di loro, a proprio modo, le raccontò. Molti sono gli
incontri e molte le Sirene che ancora si possono conoscere e sognare
nelle pagine di questo libro. Molti sono i ricordi del loro canto che
ammalia e spaventa chi lo ode; il piú noto dei quali è nel racconto di
Ulisse che, per ascoltare le Sirene, si fece incatenare all'albero
della nave. E non fu il solo. Ma se in realtà le Sirene non avessero
mai cantato? se invece nessun suono fosse mai uscito dalle loro
affascinanti bocche socchiuse? e se fosse stato piuttosto il silenzio a
incantare e a sedurre? Emblema di ciò che resta inaccessibile e insieme
attira senza fine, la Sirena-uccello, pesce, ape, demone, musica
celeste, non ha ancora finito di sedurre (e spaventare) gli umani.
Bettini M. - Guidorizzi G., Il mito di Edipo, Torino Einaudi 2004
«Mythologica
esplora le innumerevoli metamorfosi a cui i miti classici,
dall'antichità fino ai giorni nostri, sono andati soggetti fra
racconto, immagini e interpretazione. Il mito infatti non è mai
esaurito - c'è sempre un'altra versione da leggere, il mito non è mai
concluso - c'è sempre un'altra versione da scrivere». Tutto accadde su
una strada. Su una strada un bambino fu abbandonato a morire; su una
strada un giovane uccise un uomo più anziano; su una strada l'omicida
fu sfidato da un mostro con corpo di leone e testa di donna a risolvere
un enigma: l'uomo vinse e divenne re. Su una strada, anzi su molte
strade, lo stesso uomo trascinò i suoi passi di vecchio cieco
appoggiato a un bastone, con la sola compagnia della figlia. La
strada, che tante volte ricompare nel mito di Edipo, non è solo una
metafora della vita, ma anche il simbolo del tempo che procede e
dell'identità che si trasforma pur rimanendo una. Un uomo è se stesso
eppure è sempre diverso. Alla domanda «chi è Edipo?» non si può,
dunque, che rispondere in molti modi, perché - in realtà - non esiste
un solo Edipo, ne esistono tanti. Molteplici e singolari sono le
identità che il mito ha assunto nei secoli: dalla maschera arcaica e
tribale a quella sventurata e sofferente di Sofocle e Seneca;
dal-l'Edipo medievale alla tragedia moderna dei drammi di Tesauro o
Voltaire; dagli enigmi e dagli oracoli ai sogni e ai lapsus. Ma è
nel Novecento che prende forma il «nuovo» Edipo: un eroe cioè non più
in lotta contro il destino, ma contro una parte di se stesso, una parte
ignota che lo attrae irresistibilmente. Edipo si trasforma, infatti, in
un personaggio difficile e tormentato: un uomo pienamente moderno,
dalla personalità oscura, un intreccio di forze implacabili davanti
alle quali la volontà consapevole appare disarmata. Fondando la
psicanalisi, Freud scelse poi proprio l'Edi-po del dramma greco come
simbolo di un altro tipo di dramma; con lui, lo sventurato figlio di
Laio e Giocasta diventa, definitivamente, mito fondante di una diversa
visione dell'uomo e di un suo famoso «complesso»: ora la colpa è
necessità e il Fato si trasforma nell'Inconscio.
Bettini M. - Pellizer E., Il mito di Narciso, Torino Einaudi 2003
Narciso
che si specchia nella fonte e si innamora per sempre della sua immagine
riflessa. La ninfa Eco che vede il giovane mentre si specchia e si
innamora in eterno di lui. L'incontro non è dato: a generarsi è -
fatalmente - un complicato gioco di specchi. Tutt'intorno un turbinio
di lacrime e pugnali, da cui si generano fiori e fiumi. Dalle lacrime
versate dagli infelici amanti scaturiscono, infatti, sorgenti, polle
d'acqua e fontane; dal loro sangue nascono, invece, fiori bianchi
candidi o rosso fuoco. Ecco il mito di Narciso che conosciamo, quello
che si è diffuso in tutta la cultura europea dando vita a una ricca
serie di rifrazioni e varianti. Ma questo è soprattutto il racconto
ovidiano. Non tutti sanno infatti che, prima di Ovidio e nel mondo
greco, la storia del giovane Narciso non esisteva se non in una forma
piú banale: senza Eco, sicuramente, e soltanto in un contesto di
racconti erotici a sfondo omosessuale. È con Ovidio, e con la comparsa
al fianco di Narciso della sfortunata Eco, che il mito esplode in tutta
la sua fortuna e che, pur da un'estrema economia di contenuti
narrativi, riesce tuttavia a generare una ricca messe di varianti che
appare inesauribile. Dalle Metamorfosi di Ovidio, alle Silvae di
Stazio, a Filostrato, a Pausania, a Plotino. Dalle trasformazioni
medievali che iniziano a vedere un'immagine di donna nel riflesso della
fonte, a Boccaccio, a Calderón de la Barca, alle càrole boscherecce, ai
girotondi amorosi del Pastor fido, ad artisti e pittori, a Freud
naturalmente. Nei secoli e nei millenni, in forma diversa e con voci
diverse, si è tentato di rispondere alla stessa domanda: «Che cosa ha
veramente visto, o che cosa cercava di vedere Narciso nello specchio
della sua chiara fonte?» Tutti conoscono il mito di Narciso che si
riflette nella fonte. O almeno pensano di conoscerlo. Eppure con il
mito vale sempre la pena di ricominciare.
Bettini M. - Brillante C., Il mito di Elena, Torino Einaudi 2002
Figlia
del padre di tutti gli dèi, creatura di bellezza straordinaria, Elena è
uno dei personaggi piú noti della letteratura classica e, secolo dopo
secolo, ha ispirato numerosi racconti e leggende. L'Iliade e l'Odissea,
naturalmente, ma anche due celebri episodi dell'Eneide, nonché tragedie
di Eschilo e Euripide, un dramma satiresco di Sofocle, due palinodie di
Stesicoro. La sua bellezza è cantata da Saffo e da Alceo, ricordata da
Erodoto nelle Storie, e da Esiodo nel Catalogo delle donne. La sua
leggenda gode di notevole fortuna nell'Oriente bizantino e, come
modello di donna seduttrice, attraversa il medioevo per rivivere in
epoca piú recente nel Faust di Goethe e nelle opere e musiche di Gluck,
Berlioz, Saint-Saëns. A inizio Novecento un'Elena «tacita e serena,
come la luna, sopra il fuoco e il sangue» è ritratta nei Poemi
conviviali di Giovanni Pascoli, mentre una sua immagine, influenzata
dalla psicanalisi, è celebrata nell'opera di Hofmannsthal musicata da
Strauss. Secolo dopo secolo, molte voci ne raccontano la storia e
numerosi sono gli scultori e i pittori che la ritraggono e che sempre
piú abbandonano l'illustrazione idealizzante del mito per concentrarsi
sul suo volto e sul suo corpo, sulla sua femminilità conturbante e
sull'invincibile energia seduttiva. Poi arriva il cinema. Il volto di
Elena e il racconto della sua storia mutano di epoca in epoca e si
rifrangono di versione in versione: è Elena una sposa infedele causa
della guerra di Troia, o è la donna di Sparta legata alle feste di
primavera e alla sposa di maggio? È una dea o un demone? È meretrice o
donna che seduce? È una o sono due? Tutti conoscono il mito di Elena la
bella. O almeno pensano di conoscerlo. Eppure con il mito vale sempre
la pena di ricominciare.
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