
lo so che da tanto tempo non si usa più rivolgersi
direttamente
a colei o colui che apre la prima pagina di un
libro. Sembra quasi di voler cogliere qualcuno di sorpresa, o peggio
ancora
di scoprire brutalmente le regole
della finzione. Il fatto è, però, che questo libro
racconta
storie di libri, di giornali, di lettere, di diari, di letture e
di scritture in generale. Per cui ho pensato che in un caso del genere
la
vecchia apostrofe al lettore non solo
non sarebbe risultata fuori luogo ma faceva addirittura parte
dell'argomento.
Avrei tante domande da rivolgerti. Per esempio sarei curioso di
conoscere
i tuoi gusti in fatto di libri e il
nome della città in cui abiti. Ma soprattutto vorrei chiederti:
che
cosa ci fai, tu, con quello che leggi? Saperlo
mi sarebbe molto utile, perché le storie contenute nel mio libro
parlano
proprio di questo. Cosa significa per
te vivere con i libri? Forse mi stai già rispondendo, magari a
fior
di labbra, ma anche se ti mettessi a gridare
io non potrei sentirti perché stiamo comunicando attraverso un
libro:
che è uno degli strumenti più sordi e
imperfetti che gli uomini abbiano mai escogitato. Io posso comunicare
con
te - seppure infrangendo le regole
della moda e della buona creanza letteraria, dato che ti parlo
direttamente.
Ma in nessun caso tu potresti
comunicare con me. Che strane situazioni si creano, con i libri.
Naturalmente
sarebbe possibile far seguire
un questionario a quest'apostrofe, e tu potresti inviarmi le risposte a
un
numero di fax. Ma somiglierebbe a
una campagna di promozione pubblicitaria o a un talk show televisivo. E
noi
siamo lettori di libri, non
possiamo subire di queste umiliazioni.
Meglio rassegnarsi all'idea che i libri sono fatti così,
prevedono
un autore e un lettore. Per fortuna i ruoli sono
intercambiabili e molti lettori sono anche autori, mentre tutti gli
autori
sono (o dovrebbero essere) dei lettori.
Il resto è completamente affidato al caso o alla buona
volontà
della gente. Una volta mi è capitato di
incontrare al mare una persona che stava leggendo un libro scritto da
me.
E' stata la prima e, penso, l'ultima
volta nella mia vita. Ho avuto subito la tentazione di rivolgermi a lui
(la
famosa "apostrofe al lettore" sarebbe
finalmente diventata una cosa reale) ma mi sono trattenuto. A me
avrebbe
fatto piacere conoscerlo, ma che
effetto avrei fatto io, a lui? Mi è parsa una situazione da
«lupus
in fabula», come dice il proverbio: quando si
parla di una persona e quella improvvisamente compare. Così si
sarebbe
certo sentito il mio lettore
vedendosi venire incontro l'autore del libro che stava leggendo. Ho
riflettuto.
Il fatto che in situazioni del
genere si usi proprio l'immagine di un lupo per indicare la persona che
compare
all'improvviso, mi ha sempre
fatto pensare che questa esperienza non sia considerata particolarmente
piacevole.
Io non avevo nessuna
intenzione di fare il lupo e di spaventare il mio lettore. Ho girato le
spalle
e me ne sono andato.
Per tutto il tempo in cui ho continuato a scrivere queste storie non
mi
è stato possibile leggere, o sfogliare, se
non pochi libri. Intorno a me ne avevo, seppure meno del solito, salvo
che
- per una di quelle circostanze
della vita personale che raramente vengono menzionate in un libro - non
ero
in grado di alzarmi e di
andarmeli a prendere. Quante volte ho pensato a tutti coloro per cui i
libri
sono sempre e irrimediabilmente
fuori mano. Prima di adesso non avrei mai sospettato una cosa del
genere.
E invece come possono essere
lontani, anche i libri! La mia condizione comunque si presentava
paradossale.
Volevo scrivere un libro sui
libri e non potevo toglierne neanche uno dallo scaffale. Mi occupavo di
libri
e non avevo la possibilità di
sfogliarli, parlavo della lettura e non avevo quasi niente da leggere.
E
anche quando ce l'avevo non riuscivo a
farlo. Meno male che potevo almeno scrivere. Questo libro parla dunque
di
libri visti da lontano, di libri
ricordáti, spesso addirittura immaginati o sognati. Sai lettore?
Anche
così sono stati una straordinaria
compagnia.
Tutto era cominciato il giorno in cui Cidippe navigò verso
Delo,
in pellegrinaggio. La ragazza aveva solo
diciannove anni e dell'isola si diceva che fosse piena di meraviglie.
Il
viaggio non durò più di poche ore, alla
sera già attraccavano, e il mattino seguente la visita
cominciò.
Piena di stupore, Cidippe si appoggiò all'albero
con le corna di capra, e a lungo contemplò la palma a cui Latona
si
era tenuta abbracciata per partorire
Apollo. Un luogo santo per tutte le donne. Ma giunta di fronte al
tempio
di Artemide, in pieno mezzogiorno,
qualcosa le rotolò fra i piedi. Era una mela, fresca e lucente
come
se fosse appena caduta dall'albero.
Cidippe si guardò intorno meravigliata, ma non c'erano meli
attorno
a lei, solo marmi e cespugli di ginestra.
Dopo un istante di incertezza la nutrice si decise a raccogliere quel
frutto
misterioso e vide che sulla buccia
erano incise delle lettere. La donna non sapeva leggere e porse la mela
a
Cidippe. "Leggi" le disse, e la
ragazza lesse ad alta voce. Sulla buccia era incisa questa frase:
"Giuro
per Artemide di non sposare altri se
non Aconzio". Quando Cidippe capì il significato di quello che
stava
leggendo era troppo tardi. Aveva già
pronunziato il giuramento.
Il giovane Aconzio osservava la scena di nascosto. Ormai Cidippe si era
legata
a lui per sempre, l'amore a
prima vista era riuscito a realizzarsi con la stessa rapidità
con
cui era stato concepito. Com'erano potenti i
caratteri dell'alfabeto! Anche se Cidippe, finito il suo pellegrinaggio
e
tornata a casa dai genitori, avesse
dimenticato quello strano episodio, il giuramento che la mela le aveva
strappato
avrebbe comunque
continuato a legarla per sempre ad Aconzio. E così accadde.
Perché
qualche tempo dopo i genitori della
ragazza, ignorando ciò che era capitato alla figlia, la
promisero
a un altro sposo. Ma ecco che, proprio alla
vigilia delle nozze, la povera Cidippe si ammalò per volere di
Artemide.
La dea pretendeva il rispetto del
giuramento fatto in suo nome: Cidippe avrebbe dovuto sposare Aconzio
oppure
morire. Adesso Cidippe
giace nel suo letto, vegliata dall'ignaro fidanzato, e non sa se
leggere
o meno la lettera che Aconzio le ha
mandato per chiederle di soddisfare finalmente il giuramento e di
sposare
lui. Solo così potrà scampare alla
morte. Ma Cidippe non ha il coraggio di leggere quella lettera. E se
fosse
un altro inganno? e se quelle frasi
servissero solo a vincolarla più strettamente?
Aconzio è un uomo che scrive. Per legare a sé la
persona
che ama si è servito dei caratteri incisi sulla
buccia di una mela; per convincerla a compiere finalmente il giuramento
che
le ha estorto, le ha inviato una
lunga lettera. Il comportamento di Aconzio è molto strano. Se si
era
innamorato di Cidippe, come diceva,
perché non le era andato incontro sulle gradinate del tempio di
Artemide?
Avrebbe potuto dichiararle il suo
amore con frasi gentili. Era bello, era ricco, era nobile, la fanciulla
non
lo avrebbe certo rifiutato e i suoi
genitori avrebbero accondisceso volentieri al matrimonio. Invece se
n'è
rimasto nascosto dietro le colonne
del tempio per catturarla con un'esca, come se fosse un pesce o un
passerotto,
e l'ha ridotta in fin di vita.
Anche adesso, che Cidippe sta per morire e lui (almeno a parole) si
dispera,
non si decide però ad andare a
parlare direttamente con lei o con suo padre. Ancora una volta
preferisce
starsene appartato e inviare una
lettera, facendosi rappresentare dai caratteri dell'alfabeto.
Perché?
Sospetto che Aconzio abbia altre donne. Per questo non ha il tempo di
andare
da Cidippe e rifiuta di parlare
con i suoi genitori. Scrivere è facile, quando si ha il dono di
saperlo
fare, e chissà a quante altre Aconzio può
aver spedito la formula del giuramento. Ho la prova di quel che dico.
Non
si tratta soltanto dell'astuzia della
mela - così insolita e bizzarra da poter essere attribuita solo
(si
presume) a un seduttore esperto. La prova
della mia supposizione sta nel modo stesso in cui il giuramento
è
formulato: "Giuro per Artemide di non
sposare altri se non Aconzio". Non c'è un nome, un soggetto
preciso,
ma solo un verbo. La formula non dice
"Io, Cidippe, giuro" ma soltanto "Giuro". Aconzio ha concepito il
giuramento
come un assegno non intestato o
come il facsimile di una dichiarazione, in cui sono le circostanze a
mettere
il nome. Quel giuramento poteva
valere per chiunque altro, non era rivolto esclusivamente a Cidippe:
solo
il caso ha fatto di lei il soggetto della
frase. Per esempio, se la nutrice non fosse stata analfabeta, e non
avesse
passato la mela alla ragazza, a
giurare sarebbe stata lei invece di Cidippe. E adesso Aconzio si
ritroverebbe
una vecchia come promessa
sposa. Ma siamo sicuri che questo lo avrebbe messo in imbarazzo?
Aconzio, l'uomo che scrive, appartiene alla razza degli autori che
sanno
farsi leggere. Su questo non c'è
alcun dubbio. Somiglia a un romanziere da supermercato, a un
industriale
della canzone, a uno psicologo da
settimanale. Scrive solo frasi che gli garantiscano la fedeltà
del
lettore, chiunque esso sia, non fa differenza
se ottiene l'amore di Cidippe o quello della nutrice. Aconzio non
scrive
per comunicare un messaggio a
qualcun altro ma, al contrario, per ricevere lui stesso quello che ha
scritto.
Anche i pubblicitari sono degli
Aconzi. Seduti di fronte a modem e tecnigrafi incidono ogni giorno una
mela
diversa ma il paradosso che
devono risolvere è sempre il medesimo: "me lo sono scritto da
solo
che amo questo prodotto, però facciamo
in modo che a dirlo sia tu". Aconzio è un vero seduttore, non
prega,
non implora, non costringe. Non si fa
neppure vedere, e nessuno ha mai udito la sua voce. Lui si limita a
scrivere
un copione, a parlare sono solo
le sue vittime. Sono loro che giurano e si dichiarano, non lui, e in un
tribunale
sarebbe difficile incastrarlo. La
scrittura di Aconzio è il seme di tutte le scritture astute, e
l'unico
modo per sottrarsi alla sua trappola sarebbe
quello di non leggerla. Ma è possibile?
Cidippe mi ha sempre fatto simpatia. Molti, forse lei stessa per
prima,
avranno pensato che leggere quella
frase senza riflettere fu un atto di grande leggerezza. Ma anche a me
sarebbe
accaduto esattamente lo
stesso. Anch'io leggo tutto quello che vedo scritto, e credo che in
realtà
ben pochi riescano a sottrarsi alla
fascinazione dei caratteri dell'alfabeto. Non solo a quella provocata
dalle
scritture astute, concepite al solo
scopo di essere lette, ma anche a quella che emana da qualsiasi
scrittura.
Leggendo la frase incisa sulla
mela Cidippe ha reagito come sempre si reagisce di fronte a ogni
scritta:
leggendola. Quando si viaggia con
la macchina, per esempio, è impossibile non leggere la frase
"dio
c'è" sui segnali stradali, mentre a piedi, per
la via, gli occhi restano infallibilmente catturati dalle insegne dei
negozi
("Farmacia" "Alimentari"
"Hardware"...) e dai menù appesi fuori dalle pizzerie. Tutto
ciò
che è scritto da qualche parte, anche la frase
più stupida e inutile, obbliga automaticamente alla lettura.
Per questo non si può neppure evitare di leggere i graffiti sui
muri
e i numeri di telefono lasciati dai maniaci
nelle toilettes. E' ovvio che non ha senso accettare questo dialogo
cieco
e senza ritorno ("Comunisti bastardi"
"La Fossa" "Sophie sucks"...) Chi scrive graffiti non intende
rivolgersi
a un interlocutore, né desidera
realmente inoltrare un messaggio - tant'è vero che l'autore
delle
scritte, per definizione, non sarà in quella
cabina telefonica o in quello scompartimento del treno quando il
messaggio
verrà finalmente raccolto. Il
graffito materializza la pulsione a un linguaggio segreto,
incomunicabile,
che nessuno dei suoi autori oserebbe
mai trasformare in un messaggio autentico o in un discorso pubblico.
Quello
che si consuma nella toilette del
treno non è un atto di comunicazione ma al contrario un atto di
ostilità,
la creazione di un vortice
comunicativo in cui qualcuno, prima o poi, possa essere risucchiato.
Eppure,
anche sapendo tutto questo, si
continua a leggere. Più di una volta capita persino di cadere
nella
stupidissima trappola della frase "scemo
chi legge", variante più volgare del giuramento estorto a
Cidippe.
Chiunque di noi è stato legato almeno una
volta, come la vittima di Aconzio: se non da un giuramento d'amore,
almeno
dalla propria ingenuità di lettore.
La lettura è un obbligo, un'attività compulsiva. Bisogna
leggere,
tutto e fino in fondo. Per questo motivo
molte persone non riescono neppure a lasciare un libro a metà.
Una
volta che hanno cominciato a leggerlo
debbono finirlo, altrimenti il libro diventa insopportabile come un
rimorso.
E se lo hanno rimesso nello
scaffale, per non vederlo più, dopo qualche giorno i loro occhi
vengono
catturati dal titolo scritto sulla costola
- proprio come accade con l'insegna "Alimentari" o con la
pubblicità
delle automobili - e sono costretti a
riprenderlo in mano per finirlo. E' come se ogni libro iniziato si
trasformasse
automaticamente in un debito. Si
può pagarlo in contanti, subito, oppure un tanto al mese. Ma
c'è
comunque l'obbligo di saldare.
Forse tutto questo accade perché a leggere si impara a
scuola,
sotto la sorveglianza di un maestro. I primi
voti, le prime punizioni, i primi elogi li riceviamo in relazione alla
lettura.
Così la capacità di decifrare le
lettere dell'alfabeto si mescola indissolubilmente con il senso del
dovere
e con l'obbligo di obbedire ai
superiori. Leggere bisogna, leggere si deve. La condizione di colui che
impara,
quella del discipulus, porta il
nome di disciplina, ma disciplina è anche l'educazione
all'obbedienza.
Per questo ogni volta che all'orizzonte
compare una fila di caratteri scatta l'obbligo di leggerli: si
obbedisce,
come se fossimo ancora sotto l'occhio
del maestro. Non lo facciamo per rispetto alle frasi che si vedono o ai
libri
che si leggono, spesso del loro
contenuto non ci importa nulla. E anzi, se potessimo prevedere in
anticipo
il significato delle frasi che si
stanno per leggere spesso non le guarderemmo neppure. Proprio come
Cidippe,
che sdraiata sul suo letto di
dolore continua a ripetere "se solo avessi immaginato che cosa stavo
per
leggere!" Le ho ben raccontato
della frase "scemo chi legge", e della generale impossibilità di
sottrarsi
a questo stupido trabocchetto. Ma
sapere che leggere è una disciplina, un imperativo a cui
è
impossibile sottrarsi, non è riuscito a consolare
Cidippe.
La scrittura è una trappola. E colui che la tende, sia
esso
Aconzio, il pobblicitario o l'ignoto che scrive
graffiti sui muri, non sfrutta solo la curiosità o la debolezza
altrui.
Molto spesso fa leva addirittura sui
sentimenti migliori di una persona, come l'educazione, la
franchezza
o la generosità. Tutte le volte in cui si
vede una frase scritta da qualche parte è come se,
improvvisamente,
uno sconosciuto si mettesse a parlare
di fronte a noi. In questi casi, la prima reazione è quella di
chiedere
gentilmente "scusi, sta parlando con
me?" Quando ci si accorge che l'altro stava semplicemente parlando da
solo,
o con qualcuno dietro di noi, è
troppo tardi, il contatto è già stabilito. Le frasi
scritte
sui muri, le insegne, i manifesti hanno il potere di
attirarci in un dialogo a cui non avevamo nessuna intenzione di
partecipare
e che in realtà non riguardava
specificamente noi. Ma quando la scrittura è riuscita ad
acchiappare
un interlocutore lo lega a sé, come ha
fatto Aconzio con Cidippe.
Anche i libri funzionano alla stesso modo. I libri legano, proprio come
il
giuramento che Cidippe ha
pronunziato senza accorgersene e come la goffa frase "scemo chi legge".
Se
io ora scrivessi su un muro o
su una mela "Stendhal chi legge", oppure "Giuro per Artemide di non
sposare
altri se non Lev Tolstoj", credo
che molti resterebbero meravigliati. O forse offesi. Non si possono
paragonare
i capolavori della letteratura
con dei giochetti di innamorati o peggo ancora con le stupidaggini che
qualcuno
scrive nelle toilettes. Eppure
sono sicuro che coloro i quali hanno letto Il rosso e il nero o Guerra
e
Pace capiscono perfettamente a cosa
mi riferisco. Non si legge impunemente. Chiunque si accinge a leggere
un
libro deve sapere che alla fine
avrà contratto un legame indissolubile con ciò che ha
letto,
diventandone addirittura prigioniero. Purtroppo
questo accade non solo con i grandi libri ma anche con quelli piccoli.
E
persino con i romanzi da
supermercato, che catturano lettori per la stessa assurda compulsione
che
ci costringe a leggere la frase
incisa su una mela. Ai libri si obbedisce come a qualsiasi altra
trappola
tesa dalla scrittura. Perché leggere è
una disciplina.
Nel frattempo Cidippe è morta.
Nessuno saprà mai di preciso quante stazioni radio contenga
la
gamma di un sintonizzatore. Solo scorrendo
da un grado all'altro, nello spazio di un millimetro, si può
passare
da un concerto di Mozart alla pubblicità dei
pannolini. Basta ruotare la manopola con la punta del dito e il mondo
cambia
radicalmente. Si fa serio, idiota,
allegro, rumoroso, oppure talmente appassionante che dispiace perdere
anche
una sola parola per colpa di
un'interferenza. Con i libri è lo stesso. Specie se c'è
di
mezzo il sentimento dell'amore.
I libri hanno il potere di sintonizzare, come la manopola della radio.
Non
credo che siano in grado di produrre
direttamente l'amore, come pensano alcuni, ma hanno sicuramente il
potere
di intonarlo. Rendendolo serio,
idiota, allegro, rumoroso, e via di questo passo. Ma non solo. I libri
hanno
il potere di mutare vestiti e cappelli
degli amanti, inducono a passeggiate per vialetti ombrosi o a corse in
motocicletta.
Suscitano persino
determinate parole che alla fine, sotto la pressione più o meno
conscia
dei libri, sono finalmente pronunziate.
Che gioia! E se non sono effettivamente pronunziate vengono in qualche
modo
intuite dietro i discorsi
dell'amato, il quale intendeva magari parlare di tutt'altro. Una lode
dei
gabbiani, per favore! Da giorni sto
aspettando il momento in cui mi dirai che tu andrai dove ti porta il
cuore
o che il tempo ha il movimento
reversibile di uno yo-yo. Naturalmente la qualità delle parole
attese
o pronunziate dipende fortemente da
quella dei libri che si leggono. Così, in un mare di discorsi
quotidiani,
contraddittori, pratici, i libri hanno la
virtù di sintonizzare la frase ritenuta giusta facendo
dimenticare
tutto il resto. Sospetto che i libri possano
persino intonare tratti del viso ed espressioni degli occhi, per non
parlare
di momenti ancora più intimi.
Naturalmente, tutto questo accade anche con le canzoni. Che sono i
libri
di quelli che non leggono.
E se la sintonia non funziona? E' molto brutto, come quando
l'altoparlante
si mette a gracchiare per una
interferenza e non si capisce più quello che si ascolta.
Cominciano
allora i malintesi, le incomprensioni, le
attese frustrate, e l'amore finisce in reciproche accuse di
volgarità.
Come sei banale, che animo meschino!
Cioè diverso dai libri. Quando vanno a impigliarsi nella vita, i
libri
possono produrre grande felicità ma anche
molta amarezza. Per forza, sintonizzare l'amore sui libri equivale ad
affrontare
un viaggio in automobile
seguendo un bollettino di radio-informazioni relativo ad una strada
diversa
da quella che si sta percorrendo.
Qualche indicazione potrà anche coincidere perché, in una
strada
come nell'altra, ci saranno pur sempre
degli incidenti o dei lavori in corso. Ma almeno la destinazione finale
sarà
per forza diversa da quella che ci
si aspettava. Per questo motivo ho deciso di raccontare una storia in
cui
l'amor di libri si è svolto in modo del
tutto opposto rispetto a come l'ho descritto finora. Opposto e molto
più
felice.
L'ultima volta ci siamo incontrati a Parigi, ammesso che il nostro
possa
essere considerato un incontro. Lei
infatti non c'era, io nemmeno. Al mio posto avevo mandato Odette Swann
mentre
lei, al suo, aveva inviato
Julien Sorel. E' sempre stato così fra noi. Ci davamo degli
appuntamenti
poi, all'ultimo momento, io mandavo
una donna al mio posto e lei mandava un uomo al suo. Dopo di che
entrambi
tornavamo a sdraiarci sui nostri
rispettivi lettini, in spiagge remote e lontane l'una dall'altra,
oppure
spengevamo la luce per addormentarci da
soli.
Come tutte le storie d'amore anche la nostra ha un inizio preciso. Si
sa
sempre quando l'amore scocca, a
volte addirittura dopo mesi o anni che ci si conosce - può
essere
in bicicletta, mentre si segue una donna che
pedala in salita; oppure al ristorante, mentre lui scuote la testa in
un
certo modo rivolgendosi al cameriere. Il
mio caso però è diverso perché io mi sono
innamorato
di lei la prima e unica volta che l'ho vista. Oltretutto di
sfuggita, non sono neppure sicuro del fatto che fosse davvero lei la
donna
che ho incontrato. Quella sera ero
andato all'Opera all'aperto, davano la Lucia di Lammermoor. La notte
era
bella, fresca, di metà Luglio, e
quando Lucia tese le mani a Edgardo, nel parco di Ravenswood, lei si
alzò
di scatto e volle uscire dalla fila.
"Verranno a te sull'aure..." Per me questo è il momento
più
bello di tutta l'opera. La sala era sospesa, come
in sogno, al filo della melodia, ma io guardavo solo lei. Passando mi
sfiorò
col gomito, era piccola, sottile,
quasi un'adolescente, e aveva il volto segnato di lacrime. Come l'ho
amata,
in quel momento! Anche nei
giorni seguenti la sua immagine continuò a ossessionarmi, cercai
persino
di telefonarle. Non era in casa. Alla
fine le inviai un biglietto per dichiararle il mio amore.
Sono pazzo di te, le dicevo, le tue lacrime, all'opera, hanno scavato
un
solco nel mio cuore. Vediamoci.
Quanti anni hai? Sedici? Trentacinque? Non importa. Ti aspetto in
Scozia,
al Castello di Ravenswood, lunedì
25 Novembre alle sei e mezzo. Non ero mai stato così emozionato.
Dentro
di me vissi la scena di
quell'incontro - noi due nel parco di Ravenswood, in una sera umida -
almeno
mille volte. Poi non ricordo più
che cosa successe, contrattempi, forse addirittura malumori. Era un
periodo
difficile per me. Pensai che
l'aria fredda e asciutta delle Alpi mi avrebbe fatto bene, prenotai una
stanza
a Davos Platz e andai una
settimana a sciare sulla montagna incantata. Il volo per la Scozia lo
avevo
già prenotato, pensai che al mio
posto avrei potuto benissimo mandare Madame Chauchat, e così
feci.
Fu una settimana intensa, la neve, il
caldo delle serate in albergo, le discussioni in sala da pranzo mi
avevano
ridato il buon umore. Ma tornato in
città, alla vita normale, il ricordo tornò prepotente.
Fu lei a rifarsi viva dopo circa due mesi. Aveva perso le mie tracce,
diceva,
e indirizzava la lettera in ufficio
sperando di ricordare bene il nome della via. Le dispiaceva di non
esser
potuta venire a Ravenswood, quel
lunedì di Novembre, ma non si era sentita di fare un passo
così
decisivo. Amava la Scozia, anzi l'adorava.
Con l'intenzione di prepararsi al nostro incontro era addirittura
arrivata
con alcuni giorni di anticipo e aveva
iniziato a visitare i luoghi con grande diligenza. Poi però
erano
subentrate l'incertezza e la malinconia. Giunta
a Edimburgo si era fermata in un Hotel molto gaio, decisa a visitare la
città,
ma poi le sue condizioni erano
peggiorate. E quel lunedì, invece di venire a Ravenswood, aveva
preferito
restare chiusa in camera con i
suoi romanzi preferiti. Al suo posto aveva mandato Tom Jones. Ma
nonostante
questo la tempesta nel suo
cuore non si era calmata. Adesso che il tempo era passato, e che il suo
ritratto
di signora si era fatto più
chiaro, aveva deciso di rivedermi. Sperava solo che i miei sentimenti
per
lei non fossero cambiati, che il
tempo non avesse distrutto quello che lei considerava un amore, l'unico
amore,
della sua vita. Sarebbe stata
a Trieste, di fronte alla cattedrale di S. Giusto, giovedì
quattordici
Ottobre alle cinque.
Per quanto l'avessi amata teneramente, e ancora continuassi ad amarla,
non
potevo dire di conoscerla. Per
cui, nella risposta, ritenni opportuno tacerle il fatto che neppure io
ero
andato a Ravenswood quel lunedì di
Novembre e che al mio posto avevo mandato Madame Chauchat. Spero che
lei
e Tom Jones si siano fatti
buona compagnia! mi dissi con un moto improvviso di ironia. Un
sentimento
indegno dell'amore, lo so. Nella
lettera che immediatamente le inviai, all'indirizzo segnato sul retro
della
busta, le dicevo che i miei sentimenti
erano sempre quelli e che mi sarei precipitato a S. Giusto. Mancavano
circa
quindici giorni all'appuntamento
e, come un ragazzo, o un carcerato, segnai quindici crocette sul
calendario.
Mi sembrava che il tempo fosse
diventato immobile come un macigno.
Quel giovedì di Ottobre salii sul treno alla sei di mattina, non
volevo
rischiare di arrivare in ritardo. La
giornata era brutta, fuori dal finestrino c'erano solo acqua e lampi.
Alla
stazione di Bologna il treno si fermò
per circa un'ora a causa di una tempesta di vento, poi fummo deviati
verso
l'interno. L'idea era che, giunti
che fossimo a Milano, i viaggiatori diretti a Trieste avrebbero potuto
prendere
un espresso diretto a Zagabria
e raggiungere finalmente la loro destinazione. Ma quando il nostro
treno,
che per la bufera viaggiava
praticamente a vista, entrò nella Stazione di Milano, l'espresso
per
Zagabria era già partito. Tutte le linee
erano sconvolte, all'ufficio informazioni, preso d'assalto da una folla
di
disperati, seppero consigliarmi soltanto
di aspettare una coincidenza che, forse, ci sarebbe stata nel
pomeriggio.
Ammesso che gli scambi avessero
ripreso a funzionare entro un'ora ragionevole. Cominciai a disperare di
poter
raggiungere in tempo Trieste. E
lei dov'era, in quel momento? Forse come me era bloccata da qualche
parte,
e provava la stessa ansia che
provavo io. La pioggia continuava a scendere a torrenti, a tratti si
mutava
persino in grandine. Mi infilai nella
libreria della stazione e acquistai una copia de La Bufera di Eugenio
Montale.
Poi mi chiusi nella sala
d'aspetto.
Montale mi appassionò. Non conoscevo che una minima parte delle
sue
poesie, le avevo studiate a scuola,
da ragazzo, ma quelle che leggevo adesso mi parevano incomparabili.
Erano
poesie dell'assenza, della
speranza, della vita che comunque trionfa. Credo che quel pomeriggio,
nella
sala d'aspetto della stazione di
Milano, si sia consumata una delle esperienze più importanti
della
mia vita. Quando finalmente annunciarono
il treno per Zagabria non ebbi la forza di alzarmi dalla sedia. Non
pensavo
più a lei che, stretta nel suo
impermeabile giallo, mi avrebbe atteso invano passeggiando di fronte a
S.
Giusto. Al mio posto mandai Clizia,
e non ci pensai più.
I nostri rapporti si fecero sempre più complicati. Lei
tornò
a farsi viva ma, contrariamente a quello che mi
aspettavo, non fece menzione dell'appuntamento mancato. In seguito mi
avrebbe
confessato che anche lei
era rimasta bloccata dalla bufera, quel lunedì di Ottobre, e al
suo
posto aveva inviato Zeno Cosini. In
compenso, nel suo biglietto alludeva con insistenza a una mia lettera
che,
diceva, l'aveva sconvolta, eppure le
aveva procurato attimi di felicità inaudita. Rimasi sconcertato:
io
non le avevo scritto. Forse mi confondeva
con qualcun altro? o lo faceva per farmi ingelosire? Riportava anche
alcune
frasi di quella lettera che
indiscutibilmente erano mie, o perlomeno erano scritte nel mio stile.
Ma
soprattutto come faceva a sapere
che io, nel frattempo, avevo conosciuto un'altra donna? Che avevo
creduto
di esserne innamorato ma poi,
quando si era veramente trattato di decidere, l'immagine di lei vestita
di
un impermeabile giallo mi aveva
convinto del fatto che l'altra non aveva nessuna importanza per me?
Cominciai a non capire più. Risposi con un biglietto molto
interlocutorio.
Parlavo dell'altra definendola "quella
signora" e suggerendo la possibilità che si fosse trattato solo
di
un'amicizia, di una frequentazione che aveva
giovato molto alla mia educazione sentimentale. Lei mi rispose con un
telegramma
in cui mi chiamava
Tancredi Falconeri, io ricominciai a frequentare assiduamente l'altra.
Dopo
sei mesi la sposai. Adesso la mia
vita è molto più serena di prima, ma questo non è
bastato
a farmi dimenticare di lei.
Fra noi c'è un rapporto talmente singolare che per molti anni
non
sono stato capace neppure di descriverlo.
Ma col tempo e con la maturità penso di aver capito in che cosa
consiste.
La passione è finita, forse è finito
anche l'amore, ma io continuo ad abitare i suoi libri e lei continua ad
abitare
i miei, proprio come il primo
giorno. Siamo rimasti imprigionati nei reciproci caratteri a stampa, un
po'
come accade quando si sale la
scalinata di Trinità dei Monti e si resta inquadrati, senza
saperlo,
nelle istantanee dei turisti. Chissà in quanti
album la nostra immagine spunta dietro una sposa, o accanto a un
giapponese
col berrettino in testa, e noi
non lo sapremo mai. Così è accaduto a me e a lei fin
dall'inizio.
Ci siamo impigliati l'uno nei libri dell'altro e
col tempo le nostre vite si sono strette sempre di più: anche se
di
libro in libro io capisco sempre meno chi
sono, e lei altrettanto. "La malattia di Natascia" mi ha scritto
recentemente
"non desta più preoccupazioni, e
mi sento molto sollevata. Ieri l'ho udita riprendere i suoi solfeggi,
nella
stanza delle bambinaie, erano mesi
che non sentivo la sua voce. Vieni, ti prego, affrettati, lei non
fa
che rammentare il suo Pierre..." Perché
mai dovrei affrettarmi? Non so neppure di quale Natascia stia parlando.
Ma
non ha importanza, ho deciso
che andrò. Tanto so già che, all'ultimo momento, io
dimenticherò
Natascia e, al mio posto, manderò
Andromaca o la bella Hélène. Le nostre immagini vanno ad
impigliarsi
sempre più lontano da noi due ma ad
ogni equivoco, ad ogni appuntamento mancato, il nostro amore invece di
indebolirsi
si rafforza. Forse è
perché noi ci amiamo dovunque e in qualsiasi momento. Anche nei
ritagli
di tempo.
"Stasera ti porterei con me in una casa di campagna" le ho scritto in
un
recente messaggio "ma di quelle che
conosco io, con il vento che fischia fra i rovi e la luna gialla. Ti
stringerei
fra le braccia in una stanza che
odora di pietra, e accenderei il camino. Là non ci sono
né
automobili né sirene, non c'è gente che grida".
Robert Woodruff decise di lasciare la Scozia per l'odio che portava
a
un bicchiere. Era un bicchiere di
cristallo rosso, sfaccettato, che abitualmente stava sulla scrivania
vicino
a una bottiglia di Porto. Ma ogni
volta che Woodruff apriva l'Odissea e cominciava a leggere, l'immagine
di
quel bicchiere gli si piazzava in
mezzo alla mente e non se ne voleva più andare. Woodruff aveva
provato
a toglierlo dalla scrivania, aveva
persino smesso di bere Porto e aveva nascosto la bottiglia in un
armadio.
Ma non c'era niente da fare, quel
bicchiere si era indissolubilmente legato all'Odissea e, si trovasse o
meno
sulla scrivania, tornava a farsi vivo
ogni volta che Woodruff ricominciava a leggerla.
Il caso era singolare. Se Woodruff apriva l'Eneide di Virgilio o le
Metamorfosi
di Ovidio il bicchiere non si
manifestava. In quei casi poteva continuare a leggere anche per ore,
indisturbato,
mentre la sua mente
vagava nel campo dei Troiani o contava diligentemente le lunghe e le
brevi
dell'esametro. L'apparizione si
verificava sempre e soltanto in relazione all'Odissea. Probabilmente
era
accaduto che l'immagine del
bicchiere, come un sigillo che si imprime sulla cera molle, aveva
impressionato
la sua fantasia proprio una
volta che stava leggendo l'Odissea. E adesso quel bicchiere faceva
parte
del libro. Ma questa spiegazione,
anche se probabile, non riusciva a consolare Woodruff. Desiderava
leggere
l'Odissea, non le Metamorfosi di
Ovidio. Oltretutto, nel caso di Woodruff il bisogno di leggere
l'Odissea
era talmente profondo che per lui
l'assenza di quella lettura si era trasformata in una sorta di
consunzione.
Non sorrideva più, non parlava, e
Madigan, il suo cameriere, era molto preoccupato per la salute di
Woodruff.
Madigan non immaginava certo
che la colpa fosse tutta di quel maledetto bicchiere. Ma se anche
l'avesse
saputo, come avrebbe potuto
aiutare il suo padrone?
Nonostante la malinconia causatagli dall'immagine del bicchiere,
Woodruff
non riusciva a privarsi
completamente della sua Odissea. A volte provava timidamente a
riprendere
in mano il poema, incredulo lui
stesso sulla tenacia della propria mania, ma quando giungeva al momento
in
cui il volto di Ulisse si riga di
lacrime, alla corte dei Feaci, accadeva immancabilmente che l'eroe si
nascondesse
non dietro il proprio
mantello ma dietro un bicchiere; e quando il Ciclope, ormai cieco,
tastava
il suo capro chiamandolo "caro",
sotto la pancia dell'animale non stava aggrappato Ulisse ma un
bicchiere.
Persino le riflessioni più care a
Woodruff, quelle sulle formule omeriche e sull'origine orale, non
scritta,
del poema, erano continuamente
turbate dal caratteristico lampo rossastro che accompagnava la sua
visione.
Prendere appunti gli era
diventato impossibile. "La formula «e quando l'Aurora dalle dita
di
rosa» viene ripetuta in contesti diversi"
annotava Woodruff a margine della sua copia dell'Odissea "con lievi
variazioni,
e questo significa...."
bicchiere, bicchiere, bicchiere. Era diventata un'ossessione.
Lo sfortunato Robert Woodruff stava scoprendo a sue spese i pericoli e
la
fragilità della lettura. Su questo
tema cominciò a riflettere con sempre maggiore attenzione.
Almeno
in apparenza leggere un libro costituisce
un'operazione banale. Basta avere una buona confidenza con i caratteri
dell'alfabeto
e le parole scorrono
sotto gli occhi una dopo l'altra. Chiunque, sembrerebbe, può
leggere
un libro, basta che non sia analfabeta.
La realtà delle cose invece è molto diversa, e il
processo
enormemente più complesso. La lettura implica
infatti il trasferimento di un intero mondo, fantastico e astratto,
dentro
l'esiguo spazio di una biblioteca o di
una stanza privata. Contemporaneamente essa richiede anche l'oblio
completo
di tutto ciò che sta intorno a
questo mondo di finzione. Ma come si può pretendere che la vita
reale
non si prenda qualche volta la sua
rivincita, e non intrometta i propri oggetti quotidiani dentro la
lettura?
La tradizione editoriale si è sforzata in ogni modo di
trasformare
i libri in oggetti piatti, monotoni, ripetitivi,
proprio per far sì che niente venga a turbare il fragile
miracolo
dell'esistenza alfabetica. I caratteri sono tutti
rigidamente uguali l'uno all'altro, il formato dei fogli non muta, e
pagina
dopo pagina il numero e la lunghezza
delle righe restano sempre gli stessi. Tutto questo viene fatto con lo
scopo
di rendere il libro, e lo scritto, così
perennemente identico a sé stesso da diventare a un certo punto
trasparente
fino a scomparire. In questo
modo il lettore finisce per dimenticare che, tutto ciò che vive
e
sente leggendo, in realtà è solo una
convenzionale costruzione di caratteri alfabetici. A volte la monotonia
dei
caratteri e della loro immutabile
successione può essere interrotta da alcune illustrazioni -
nell'Odissea
di Woodruff, per esempio, c'era un
bell'Hermes neoclassico col profilo netto e le alucce color seppia - ma
queste
immagini non sono fatte per
distogliere la mente dalla lettura. Anzi, esse favoriscono la
concentrazione
sul mondo immaginario che le
lettere laboriosamente costruiscono nella mente del lettore,
suggerendogli
l'impressione di vivere e vedere,
non di leggere.
Se si può rendere sottile e trasparente il libro, fino ad
annullarlo,
è però impossibile fare altrettanto con il suo
contesto. Attorno al libro staranno pur sempre voci ed oggetti, e per
quanto
il bibliotecario imponga il silenzio
nella sala o il lettore tenga ordinata (cioè a dire spoglia) la
propria
scrivania, qualche cosa, da fuori, finirà pur
sempre per scivolare dentro. Come quel bicchiere. Il libro è
vulnerabile
e, in qualche modo, permeabile
perché non ha né contesto né supporto fuori da se
stesso.
Si regge solo sull'energia che si sprigiona dalla
successione dei suoi propri caratteri - una "a" che si oppone a una
"m",
una "o" a cui segue una "r", poi una
"e", e così all'infinito - come un complicato castello di carte
da
gioco che sta in piedi solo perché ciascuna
carta, premendo, impedisce la caduta dell'altra. Ma non c'è
niente
all'infuori di questo, l'impalcatura del libro
è tutta interna. E poi, bisogna pur riconoscere che a volte
insensibilmente,
e malignamente, il libro cerca di
sua volontà un contesto esterno su cui appoggiarsi. Specie
quando
la concentrazione è minore, la lettura può
decidere tacitamente di puntellarsi sull'imprecazione di un passante o
sull'ambiguo
odore della tappezzeria.
Oppure sulla superficie brillante di un bicchiere, come era accaduto a
Woodruff,
il quale aveva
evidentemente l'abitudine di sorseggiare Porto mentre leggeva
l'Odissea.
Il libro non è una creatura così pura
ed ingenua come lo si raffigura. Rassomiglia piuttosto a un gentiluomo
bene
educato - anche Woodruff del
resto lo era - che però, di nascosto, coltiva l'abitudine di
frequentare
i bordelli.
Quando un libro prende questa via, che è una via di distrazione
e
di perdizione, e soprattutto quando il lettore
se ne accorge in modo così evidente, l'unico rimedio possibile
consiste
nel prendere una decisione netta. Per
questo Robert Woodruff, incapace di sopportare oltre l'interferenza di
quel
bicchiere con la sua lettura
dell'Odissea, abbandonò bruscamente la Scozia per recarsi in
Grecia.
Il suo cameriere, Madigan, avvertito
all'ultimo momento, ebbe appena il tempo di preparare come poteva
alcuni
bauli e di condurre la carrozza di
fronte alla porta della villa. Era l'alba, ma Woodruff lo aspettava
già
nel vialetto con aria cupa e impaziente.
Dalla tasca della sua lunga giacca da viaggio sporgeva una copia
dell'Odissea.
Padrone e cameriere sbarcarono al porto del Pireo in una bella
giornata
del Giugno 1776. L'aria era
profumata, e in lontananza la luce dei marmi quasi feriva gli occhi con
il
suo candore. Dunque era quella la
Grecia, la patria degli dei. Una terra piena di origano e di sole, dove
ogni
pietra serba memoria dell'antico
splendore e le api producono il miele della poesia. Madigan stesso, che
per
la verità era abbastanza
ignorante, sembrava percepire tutta l'emozione che quella terra e quel
cielo
ispirano ad ogni animo sensibile.
Per cui fu doppiamente sorpreso quando scoprì che il padrone,
nonostante
la sua passione per l'arte antica,
non aveva nessuna intenzione di visitare Atene. Scesi che furono sulla
banchina
del porto, infatti, Woodruff
lo pregò di cercargli al più presto un imbarco per Itaca.
Madigan
tentò timidamente di farlo ragionare,
dicendogli che la Scozia era molto lontana e che difficilmente nella
sua
vita gli sarebbe capitata una nuova
occasione per scendere fino ad Atene e vedere la città. Ma
Woodruff
non volle sentire ragioni, e giunse
quasi a minacciare il povero cameriere. Il lungo viaggio e la visione
della
Grecia, evidentemente, non
avevano esercitato alcun effetto benefico sulla malinconia del padrone.
Madigan,
rassegnato, cominciò a
cercare il nuovo imbarco che Woodruff tanto ansiosamente desiderava. Ma
ottenerlo
non era facile, perché
l'isola era lontana e nessun marinaio aveva voglia di spingersi fino
laggiù
per trasportare due soli passeggeri.
Finalmente si trovò un capitano che, per una somma di sterline
invero
abbastanza alta, accettò di condurre i
viaggiatori fino all'isola di Ulisse. Quando? chiese Woodruff. Non
prima
di questa sera, rispose il capitano.
Woodruff, che non nascondeva la sua fretta di salpare, rimase in
silenzio
per l'intera giornata. E dedicò il suo
tempo a studiare una mappa di Itaca che aveva portato con sé
dalla
Scozia.
Finalmente giunse la sera. Cominciò a spirare un vento fresco,
prima
leggero poi sempre più intenso, e il
capitano dette il segnale di sciogliere le vele. La piccola nave si
mosse
e dopo poco più di un'ora la costa era
completamente scomparsa nel crepuscolo. Attorno non si vedeva altro che
mare.
Fu allora che Woodruff,
come se si fosse liberato da un peso, estrasse dalla tasca la sua copia
dell'Odissea
e sorrise. Madigan non
ricordava che il suo padrone avesse più sorriso da almeno due
anni.
Woodruff sorrideva, beato, e
ammiccando verso il capitano gli chiese quando prevedeva di arrivare.
"Non
prima di domani pomeriggio, se
il vento tiene" "Va bene" rispose Woodruff "va molto bene". Poi si
sedette
a prua su un mucchio di funi e
cominciò a fissare intensamente il mare. La sera si faceva
sempre
più piena di stelle.
All'alba Madigan, che non aveva sentito Woodruff scendere
sottocoperta,
salì sul ponte a cercarlo. Lo trovò
seduto nella stessa posizione in cui l'aveva lasciato la sera prima. Il
padrone
dichiarò che aveva dormito
qualche ora all'aperto, coprendosi con una vela, ma era falso. Non si
era
mai mosso da dove stava, e aveva
contemplato il mare per tutta la notte. Quando Madigan gli
domandò
se avrebbe gradito una tazza di caffé,
Woodruff gli fece un ampio gesto con il braccio e disse semplicemente:
"E'
colore del vino" "Che cosa?"
chiese Madigan meravigliato "Il mare pescoso" rispose Woodruff. Poi
tirò
fuori l'Odissea dalla tasca e si
mise a leggere, continuando a fare ogni tanto dei gesti con la mano e
pronunziando
frasi che a Madigan
suonavano alquanto singolari. "Dalle dita di rosa, figlia della luce"
oppure
"e lei di nuovo si immerse nel mare
ricco di onde, come una folaga..." Erano da poco passate le quattro del
pomeriggio
allorché il capitano venne
ad informare i passeggeri che Itaca era in vista. Ma Woodruff se n'era
già
accorto e stava dicendo a
Madigan, indicandogli la costa che si avanzava a prora: "è
aspra,
non adatta ai cavalli..." Al tramonto la
piccola nave attraccava nel porticciolo dell'isola. L'umore di Woodruff
era,
se possibile, ancora più lieto di
come era stato durante tutta la giornata.
Adesso sembrava che non avesse più fretta. Accettò che
Madigan
contrattasse una sistemazione
abbastanza comoda nella casa di un pescatore ricco, poi
passeggiò
tranquillamente per le vie del minuscolo
borgo, scambiando sorrisi e cenni del capo con tutti quelli che
incontrava.
La sera cenò abbondantemente e
fu simpatico con Madigan, concedendogli una confidenza a cui non si
abbandonava
facilmente. Woodruff
raccontò delle sue avventure nell'esercito, delle donne che
aveva
conosciuto, e Madigan, seppure con
discrezione, fece capire al padrone di esserne al corrente, visto che
in
Scozia la sua fama era già
considerevole. Woodruff continuava a ridere e a raccontare, sempre
più
allegro. Ma quando l'ignaro
cameriere, credendo di fare cosa gradita al padrone, estrasse dalla
valigia
di cuoio una bottiglia di Porto e un
bicchiere di cristallo rosso, quel famoso bicchiere, Woodruff
impallidì.
La conversazione cadde bruscamente
e Madigan ebbe l'impressione che il padrone fosse sul punto di piombare
nuovamente
in uno di quegli
attacchi di malinconia che tanto spesso lo avevano colto negli ultimi
tempi.
Ma fu solo un attimo. Woodruff si
riprese rapidamente e, indicando il bicchiere, pronunziò questa
frase:
"coppa di vino, da bere quando il cuore
mi inviti". Poi disse che era stanco e preferiva andare a dormire. Il
giorno
seguente avrebbero cominciato ad
esplorare l'isola.
Così avvenne, infatti, Woodruff e Madigan trascorsero l'intera
giornata
camminando per sentieri scoscesi e
cespugli di timo. Aiutandosi con la sua mappa, Woodruff riuscì
finalmente
a raggiungere un luogo che aveva
individuato come l'antico Antro delle Ninfe. Qui volle sostare a lungo,
seduto
su un masso, mentre Madigan
si faceva vento col cappello di paglia e beveva limonata dalla
borraccia.
Woodruff lesse e rilesse il passo
dell'Odissea in cui era descritta la grotta, declamò al
cameriere
la storia di come Atena fosse apparsa ad
Ulisse simile a un giovane pastore, narrò dei lebeti e dei
tripodi
preziosi. Poi fu la volta delle rovine della
reggia di Ulisse - o almeno, di quelle che Woodruff aveva individuato
come
tali servendosi sempre della
famosa mappa. Probabilmente erano solo i resti di antichi muri a secco,
o
di uno stallo per animali. Battendo
palmo a palmo il terreno del recinto Woodruff dichiarò di aver
trovato
persino il vecchio ceppo di olivo su cui
Ulisse e Penelope avevano fabbricato il loro intrasportabile letto.
Madigan
vedeva il suo padrone in piedi su
quel ceppo mentre, con un sorriso malizioso, gridava: "Oh donna,
davvero
è doloroso quello che dici. Chi ha
spostato altrove il mio letto?"
Woodruff era felice. Era bastato venire a leggere in situ, nel medesimo
ambiente
presupposto dalla sua
Odissea, e il famoso bicchiere aveva smesso di piazzarglisi in mezzo
alla
mente. Adesso egli sentiva tutta la
forza del libro, non più fragile, permeabile ad ogni
interferenza
esterna, ma capace di imporsi lui sulle cose e
di modificarne il significato. Il presente era diventato una semplice
incrostazione
di cui il libro, con il suo
potere risolutivo, non faceva fatica a liberare l'essenza della
realtà.
Woodruff era sempre più sicuro del fatto
suo. Dove tutti i pescatori di Itaca vedevano solo una spiaggia lui
aveva
individuato con certezza il porto di
Forchis, il luogo in cui era sbarcato Telemaco. Mentre una vecchia
colonna
di pietra, residuo forse di
qualche rozza cappella bizantina, era stata identificata come il
pilastro
a cui Eumeo e Filezio avevano appeso
il traditore Melanzio. Poi toccò alle rovine di un ovile
sperduto
fra i monti, in un luogo che i pastori
frequentavano malvolentieri perché dicevano che era abitato
dalle
donnole e dagli spiriti delle Nereides. Ma
Woodruff aveva individuato lassù i resti della capanna del
fedele
Eumeo. Al termine di ogni escursione
Woodruff, sedendosi nell'erba o appollaiandosi su uno scoglio battuto
dal
maestrale, con i capelli nel vento,
leggeva la sua Odissea. Nessuna interferenza veniva più a
turbare
dall'esterno la dolce e lineare coerenza
delle lettere dell'alfabeto, e anzi erano loro, le lettere, che
lasciavano
le pagine per posarsi sulle rovine e sui
paesaggi: come uno sciame di api laboriose, avrebbe detto Omero, che
fuggite
nel bosco rapidamente
coprono le fronde di una quercia col brulichio delle loro ali e
costruiscono
un nuovo alveare.
Woodruff decise di rimanere per sempre a Itaca. Madigan, dopo aver
tentato
inutilmente di dissuaderlo dal
suo proposito e di convincerlo a ritornare in patria, si separò
piangendo
dal suo padrone e dopo un anno
esatto dal loro arrivo riprese tristemente il mare verso il Pireo e
verso
la lontana Scozia. Woodruff continuò
a cercare luoghi per leggere l'Odissea e a trovarne ovunque, in piedi,
seduto,
sdraiato fra le greggi del
Ciclope, contemplando le vacche del Sole che scampanavano allegre lungo
una
valletta in faccia al mare.
Trascorse anche indimenticabili giornate con Calipso, nella grotta di
un
pastore, finché Hermes non venne a
spiegargli che avrebbe fatto bene a smettere e ad andarsene da
lì
al più presto. La gente del luogo si era
abituata alla sua presenza, benché a volte guardasse con
curiosità,
e persino con ironia, quell'uomo con la
lunga giacca che leggeva in continuazione il suo libro recitando strane
formule.
E quando Woodruff morì
l'intero borgo si raccolse attorno alla sua salma.
Molte donne, con indosso lo scialle del lutto, si colpirono il petto e
versarono
lacrime di pianto. Molti uomini
restarono immobili, con gli occhi asciutti, mentre il canto della
prefica
guidava il coro delle piangenti. Erano
passati trentadue anni da quel giorno del 1776 in cui Woodruff, con un
gesto
del braccio, aveva indicato a
Madigan la costa di Itaca che si affacciava a prora: "è aspra,
non
adatta ai cavalli..." Fu chiamato il Pope
dell'isola, che in un greco certo molto diverso da quello che Wodruff
era
abituato a leggere nella sua
Odissea, pronunziò l'orazione funebre per lo scomparso. Il passo
più
saliente del suo discorso, forse, fu
questo: "Addio Woodruff. Nessun uomo, a Itaca, riuscirà
più
a camminare per i sentieri dell'isola, né a
contemplare il porticciolo che tu chiamavi Forchis, senza che il tuo
libro
gli si piazzi in mezzo alla mente".
L'uomo nella pioggia porta una mantella di tela cerata e un cappello
floscio.
Sembra il capitano di una nave
che sta affrontando la bufera. Io ho indosso solo la camicia e per la
pioggia
i capelli mi si appiccicano sulla
fronte. Stiamo facendo insieme un tratto di strada, lungo University
Street,
lui non ha bisogno di ombrello, io
sì, ma non ho certo il coraggio di dirgli che preferirei cercare
un
cornicione e aspettare. Ho l'impressione che
a lui tutta quella pioggia piaccia e gli metta addosso un'allegria
quasi
infantile. I coni luminosi dei lampioni
sono pieni di fili d'argento. "Ci sarà pur stato un passaggio,
una
frattura" dice l'uomo nella pioggia mentre
continuiamo a camminare "Almeno nei sogni questo momento corrisponde
per
me all'immagine di un
bambino che corre incontro a suo fratello grande. Nella mano destra
tiene
il sussidiario, nella sinistra il libro
di lettura: «Che cosa ci si deve fare» chiede il bambino
«con
i libri?» E' il primo giorno di scuola della quinta
elementare". L'uomo nella pioggia dice che suo fratello non risponde, e
il
sogno si interrompe.
"Fino a quel momento leggere era stato come camminare o come andare in
bicicletta.
Una volta imparato lo
si fa, non ci si domanda perché bisogna farlo o a che scopo. A
scuola
la maestra mi chiedeva di leggere solo
per vedere se ero in grado di farlo, non c'era altro da sapere. Al
massimo
capitava di imparare a memoria
qualche filastrocca. Ma quando arrivarono i due grossi libri della
quinta
elementare - il libro di lettura pieno di
poesie e di prose con le note, il sussidiario diviso in storia,
geografia,
matematica - si vide chiaramente che le
cose erano cambiate. Adesso bisognava leggere per uno scopo, per fare
qualcosa
con quelle pagine. Che
cosa?" L'uomo nella pioggia dice che, nei sogni, suo fratello grande
non
risponde, ma nella realtà rispose. Ci
sono due modi diversi per studiare i libri, gli spiegò, il primo
consiste
nell'imparare a memoria quello che c'è
scritto per poterlo ripetere pari pari, il secondo nel capirlo e nel
saperlo
ridire con parole tue: devi scegliere
tu. L'uomo nella pioggia dice che da allora la situazione per lui non
è
cambiata. "Che cosa ci si deve fare con
i libri?" ancora si chiede. Come quel bambino del sogno.
Non conosco quell'uomo ma University Street è lunga diverse
miglia,
anche di notte si finisce sempre per
incontrare qualcuno. Quando abbiamo cominciato a camminare insieme la
pioggia
scrosciava già, e neppure
adesso il ritmo accenna a cambiare. Potrebbe durare per sempre. "E lei
cosa
ci fa, con i libri?" mi chiede
bruscamente. Non rispondo. Dovrebbe sapere che la mia funzione, in
questo
dialogo, è solo quella di
ascoltare e di tacere. Ho già le mie preoccupazioni, con tutte
quelle
pozzanghere da evitare. Oltretutto lui a
ogni semaforo rosso si fa quasi un dovere di attraversare anche se
passa
una macchina, provocando frenate
improvvise e schizzi d'acqua e fango. Per fortuna gli autisti si
limitano
a dare un colpo di clackson o a
lanciare qualche imprecazione che la pioggia rende sorda.
"A lungo avevo letto per piacere" continua l'uomo nella pioggia "Tom
Saywer,
Il Corsaro Nero, Capitani
Coraggiosi. Soprattutto mi piacevano le avventure di mare, con i colpi
di
colubrina e le navi cariche di pirati.
Leggevo per il gusto fisico di fare colazione e leggere, bere latte e
leggere,
dare il primo morso a un biscotto
e attaccare il primo rigo del capitolo. Ricordo benissimo tutti quei
libri,
i nomi dei personaggi, le notti di luna
sull'isola, gli assedi dal mare col lampo delle bombarde sulle mura. A
quel
tempo credevo che leggere i libri
rientrasse fra le funzioni fisiologiche, o meglio fosse un'aggiunta
necessaria,
una seconda voce che si
accompagnava al resto della vita quotidiana. Non mi sono mai chiesto
che
cosa ci si dovesse fare con
Capitani Coraggiosi, lo leggevo e basta. Quando al campo accendevano il
fuoco
e cucinavano la carne sulla
brace, era come se mangiassi anch'io. Vede" continua l'uomo nella
pioggia
"quella per me era come l'età
dell'oro. Quando c'era cibo per tutti senza che si dovessero coltivare
i
campi, c'erano vino e latte perché
zampillavano spontaneamente dalla terra. Gli uomini allora non si
domandavano
che cosa ci dovessero fare
con il mondo che avevano intorno, non pensavano né di
trasformarlo
né di sfruttarlo. Ci vivevano e basta.
Così era nella mia età dell'innocenza, quando leggevo i
libri
solo per leggerli, perché c'erano, a portata di
mano, e davano piacere. Poi l'età dell'oro si interruppe
bruscamente.
Forse fu proprio quella la frattura,
come nel sogno: il primo giorno della quinta elementare, quando
qualcuno
improvvisamente mi chiese conto
di quello che leggevo. E con enorme sconcerto mi accorsi che con i
libri
ci si doveva fare qualche cosa. Ma
cosa?"
Beato lui che ha un impermeabile e un cappello da marinaio. Anche se
fosse
al timone, in una notte di
tempesta in mezzo all'Atlantico, riuscirebbe a restare asciutto. Io
invece
sono bagnato come se fossi caduto
in mare con tutti i vestiti. University è una strada talmente
lunga
che sembra non avere mai fine. "Ho letto
libri noiosissimi solo perché li sentivo nominare a scuola o li
trovavo
nella biblioteca di casa. Se tutti dicevano
che bisognava leggerli, e se quei libri esistevano, come potevo non
leggerli
io? Le Tragedie di Vittorio Alfieri,
gli Inni sacri del Manzoni, le Confessioni di un italiano. Ogni tanto
avevo
la tentazione di smettere ma poi,
quando meno me l'aspettavo, mi imbattevo in un verso o in una frase che
mi
pareva di colpo bellissima.
Allora la sottolineavo e cercavo di impararla a memoria. Forse era per
questo
che si leggevano i libri?
Perché contengono delle frasi memorabili? Ma anche con quelle
frasi
non sapevo che farci. Mi domandavo
se bastava saperle per poterle ridire a qualcuno e far vedere agli
altri
che avevo letto, o se non dovessi
piuttosto trasformare quelle frasi in qualche altra cosa dentro di me.
Ma
non avevo idea di come avrei potuto
fare. Era sempre lo stesso dilemma in cui mio fratello mi aveva
lasciato,
la ragione per cui, nel sogno, non mi
risponde. Conosco tante persone che hanno continuato semplicemente a
ripetere
i libri che leggono, a
chiedersi l'un l'altro «hai letto l'ultimo romanzo di...»
oppure
a citare una frase di un libro famoso per vedere
se l'altro la riconosce. Ma non può essere che i libri esistano
solo
per essere ripetuti o citati. Sarebbe come
dire che vengono scritti solo perché qualcuno possa coniugare un
verbo
e dire «ho letto».
In ogni caso oggi sono certo che, in questo modo, i libri non servono.
Ho
letto tutti i drammi storici di
Shakespeare, ma non mi ricordo più nulla e non saprei citare
più
nulla. La lunghezza degli atti era
interminabile, le scene si succedevano talmente fitte che a un certo
punto
perdevo addirittura l'orientamento.
Dove eravamo? Ma io andavo avanti con avidità, con un piacere
quantitativo
e un po' nauseante (oggi ho
letto cento pagine, domani proverò se arrivo a centocinquanta) e
quando
chiudevo il libro godevo nel vedere
il segnalibro che marcava un terzo, poi metà, e finalmente un
fascio
di pagine talmente grosso da far pensare
che ormai ero alla fine. Ancora poco e avrei potuto dire di aver letto
tutti
i drammi storici di Shakespeare.
Ho ancora quei volumetti in fila su uno scaffale, in camera da letto,
ma
oggi posso dire di ricordarmi solo il
nome Bolingbroke, che mi faceva pensare a una palla, e una donna detta
Doll
Tearsheet. Nient'altro. La
prego" dice l'uomo nella pioggia "non giudichi troppo male la mia
frenesia
e la mia superficialità di allora. La
verità è che mi trovavo di fronte al muro della vita e
disperatamente
cercavo una breccia per entrarci. Ero
convinto che i libri fossero quella breccia". Figurarsi se io potrei
giudicarlo
male perché leggeva i libri troppo
in fretta. A me basterebbe solo che smettesse di piovere.
L'uomo si ferma bruscamente. "Sa che a un certo punto mi sono persino
provato
a polemizzare con gli
autori? A scuola avevo studiato un po' di filosofia e leggendo L'elogia
della
follia, a diciassette anni, me la
prendevo a margine persino con Erasmo. «In questo modo»
scrivevo
«tu trasformi gli uomini in cani da
corsa...» Lo so che è un nota cretina, ma lo facevo per
disperazione.
I libri mi facevano arrabbiare, non
sapendo che cosa farci li criticavo - forse era per quello che si
leggeva,
per ostilità, per inimicizia, per
affermazione di sé? Molti del resto continuano a farlo tutta la
vita,
e in questa lettura arrogante, più simile a
una lotta che a una decifrazione, pensano di aver trovato la ragione
dell'esistenza
dei libri. Ma io mi sentivo
solo uno sciocco. Smisi di polemizzare. Purtroppo, però, non
riuscivo
più a leggere senza questa". L'uomo
nella pioggia tira fuori una matita da sotto la mantella e me la mette
sotto
il naso.
"Persino i libri belli, quelli che mi davano piacere, ormai li leggevo
sottolineando,
non facevo più distinzione
fra Il gattopardo e i romanzi di Gabriele D'Annunzio. Continuavo a
cercare
delle frasi da citare, che mi
facessero fare buona figura quando le avessi ripetute, oppure delle
frasi
sciocche da segnare con tanti punti
interrogativi. A forza di sottolineare mi abituai a fare confronti e mi
perdevo
dietro a mille analogie. Questo
lo dice meglio Thomas Mann, questo sta già in Proust anche se ad
altro
proposito, qui Tasso in realtà traduce
Ovidio. Mi inebriavo di quei paralleli ma intanto guardavo con invidia
i
miei compagni che studiavano il
manuale di anatomia o il trattato di scienza delle costruzioni. Loro
sapevano
che cosa dovevano farci, con i
loro libri, li avrebbero usati per curare la gente e per fare la case.
Ma
io? Avevo perfezionato la mia
capacità circolare di andare da un libro all'altro, di
confrontare
e criticare, ma era come un gioco di biliardo,
con la pallina che batte quattro sponde e anche di più, se il
giocatore
è bravo a dare il giro. Usavo i libri per
passare continuamente ad altri libri. Ma non uscivo comunque da
lì".
L'uomo nella pioggia riprende a camminare. E' grande e grosso, nella
sua
mantella di tela cerata, eppure il
suo passo ha ancora qualcosa di infantile, come se da un momento
all'altro
potesse mettersi a correre a
scomparire dietro un muretto. University è una strada molto
lunga
ma so che fra non molto, anche se la
pioggia non accenna a diminuire, arriveremo alla spianata. "Facevo
lunghe
passeggiate, come questa, e
parlavo con i miei amici. Ore e ore di conversazioni defatiganti,
deludenti,
perché loro non leggevano libri o
se ne leggevano non ne parlavano, e non si domandavano perché li
leggevano.
Tornavo a casa esausto e mi
rimettevo a leggere. Avevo l'impressione che la breccia non si aprisse,
anzi,
il muro era sempre più spesso.
Avevo creduto che i libri mi avrebbero aiutato e invece era il
contrario.
Tornavo a casa ed ero solo perché
pensavo che i miei amici erano diversi dai libri che leggevo, e anche
le
ragazze che conoscevo erano diverse
da quelle che imparavo dai libri - le belle Micol, le dolci Sally che
suonavano
il pianoforte, le Marie brune e
pensierose che vivevano in case piene di fiori. Man mano che mi
entravano
dentro, i libri che leggevo mi
facevano sempre più simile a loro stessi e, invece di aiutarmi a
entrare
nella vita, me ne allontanavano. I libri
suggeriscono l'esistenza di tante belle persone che però,
disgraziatamente,
non esistono, e in questo modo
spingono circolarmente verso loro stessi. Si cercano sempre nuovi libri
perché
non si possono frequentare
persone simili a quelle che si leggono. Forse c'è un disegno in
tutto
questo. I libri suggeriscono l'impossibile
per poter continuare ad esistere senza essere disturbati. Come tutte le
caste,
anche quella dei libri tende a
mantenersi in vita con tutti i mezzi, anche i più astuti".
Passa un cane, si volta verso di noi, improvvisamente ha gli occhi
rossi.
L'uomo nella pioggia accenna un
movimento brusco, come se volesse correre dalla sua parte, e il cane
attraversa
la strada con uno scarto.
Poi scompare fra le auto di un parcheggio. "Cominciai a scrivere di
libri"
continua lui "le mie rozze note a
margine diventarono saggi e recensioni. Forse era per questo che i
libri
esistevano, pensavo, per poterne
scrivere. Io scrivevo di libri e altri leggevano quello che scrivevo,
per
potere a loro volta scrivere di me e dei
libri di cui scrivevo io. In un certo senso, gli altri scrivevano per
rispondermi,
come se ci scambiassimo delle
lettere sui libri. Credo che sia questa l'origine di ciò che
chiamano
critica letteraria, il bisogno di fare
comunque qualcosa con tutti i libri che ci sono in giro. Mi accorgevo
che
adesso stavo prendendo l'altra delle
due vie che mio fratello mi aveva indicato da bambino, provavo a ridire
con
parole mie quello che leggevo.
Proprio come prima cercavo di imparare a memoria delle belle frasi da
citare,
per far vedere che avevo
letto. Ma crede che così io fossi finalmente felice?" Mi stringo
nelle
spalle. Come potrei saperlo? "I libri della
mia biblioteca erano diventati oggetti da squadernare e scarabocchiare,
li
trattavo con la sicurezza un po'
sprezzante con cui un falegname prende i pezzi di legno di cui ha
bisogno
per costruire le sue scaffalature. Li
riempivo di fogli incollati e il loro volume aumentava smisuratamente.
Accanto
ai libri che usavo, con le
copertine gualcite e sformate, cominciai ad allineare i miei, quelli
che
scrivevo su di loro. Il bisogno di
scrivere di libri cominciò ad attanagliarmi, il tempo non
bastava
mai. Per scrivere di libri bisognava leggerne
in continuazione, alla fermata dell'autobus, nella coda del
supermercato,
in treno. Leggevo per avidità e per
possesso, per trasformare quello che leggevo in una cosa mia. Leggevo
il
giornale abbandonato da qualcuno
sulla poltrona a sdraio, nella certezza che se non lo avessi fatto
subito
quell'occasione non si sarebbe
ripresentata mai più. Leggevo in stato di continua emergenza,
come
si leggono delle istruzioni in codice, alla
fine delle quali sta scritto «adesso inghiotti il
foglio».
A volte" l'uomo nella pioggia abbassa la voce "ho
persino rubato per questo. Quando vedevo un libro che poteva essermi
utile
lo nascondevo sotto la giacca e
lo portavo via, per impedire ad altri di leggerlo e di farne lo stesso
uso
che volevo farne io. Non immagina
fino a che punto si può scendere, con i libri..."
Finalmente siamo arrivati alla spianata, la fine di University
Street.
Un tempo qui c'era la banchina del porto,
ma da molti anni questo tratto di baia è stato interrato.
Davanti
a noi non si vede acqua ma solo una grande
distesa di camion e di gru. La baia è lontana, segnalata appena
dai
rintocchi della campana che nella nebbia
guida i battelli verso l'attracco. Ci fermiamo sotto un lampione.
"Faccio
il conto dei miei anni" continua
l'uomo nella pioggia "e penso a quanti libri potrò ancora
leggere.
Un numero finito. Da ragazzo credevo che
i libri fossero infiniti ma non è vero. O perlomeno, sono
infiniti
i libri che esistono, ma non quelli che si
possono leggere. Con che criterio dovrei scegliere i libri che mi
restano
ancora da leggere? E soprattutto,
vale la pena di continuare a farlo?" Non capisco perché l'uomo
nella
pioggia lo chieda a me. Francamente mi
interessa molto di più essere arrivato alla spianata "Anche
Vittorio
Alfieri se lo era domandato. La sua
risposta era che, continuando a leggere, avrebbe avuto la soddisfazione
di
morire meno asino di come era
venuto al mondo. E' una frase molto spiritosa, non trova? Invece
Seneca,
alla fine della vita, diceva alla
Natura: ti restituisco sapendo quello che mi hai dato quando non sapevo
nulla.
Un modo di mettere le cose
molto più dignitoso di quanto non facesse Alfieri. Belle frasi.
Non
per nulla stanno nei libri. Ma non dicono
molto di più se non che bisogna continuare a leggere libri
perché
vale la pena leggerli".
Ho capito che ormai stiamo per salutarci. La spianata è piena
di
lampioni, per via del parcheggio dei camion.
"Ormai ho rinunziato a capire. Probabilmente i libri sono come Dio, la
loro
esistenza segue dei piani troppo al
di sopra della mia mente perché io possa sperare di
comprenderli.
Forse dovevo leggere dei libri solo perché
una goccia di quel loro succo infinito (infinito come Dio, che è
tutto
in tutto) rifluisse anche dentro le mie
vene, e di qui dentro ad altre vene, in un movimento senza fine. Il
perché
non lo so. I libri sono come Dio, ci
devono essere e basta. Però" continua l'uomo nella pioggia "io
non
riesco a dimenticare la mia età
dell'innocenza, prima che ci fosse quella frattura del sogno. Quando
leggevo
Capitani coraggiosi e Il Corsaro
Nero, quando non avrei mai pensato che, con i libri..."
Sulla spianata c'è un vecchio locale, si chiama "The Schooner".
Sta
lì dai tempi in cui di fronte alla sua porta
c'era la banchina e le navi a vapore attraccavano per scaricare grano
ed
emigranti. Pur essendo così tardi
"The Schooner" è ancora illuminato e dentro si vedono uomini che
bevono
e fumano. Se si voltano le spalle
alla spianata per guardare fisso verso la porta di legno e la lanterna
di
ottone, simile a quelle delle navi, pare
ancora di stare sulla banchina, con l'acqua della baia che lambisce le
pietre,
e non ai bordi di un parcheggio.
L'uomo nella pioggia si toglie il cappello di tela cerata e mi porge la
mano.
Adesso che lo vedo col capo
scoperto, sotto la luce dei lampioni, mi accorgo che è
bellissimo.
Ha il viso perfetto di un adolescente, gli
occhi azzurri, i capelli biondi e lunghi fino sul collo. Sono talmente
colpito
dalla sua bellezza che quasi non
riesco a trovare la mano che mi porge. "Buona notte" mi dice con un
sorriso.
"Buona notte" gli rispondo con
la lentezza stupita di un sogno "capitano Hornblower".
Alma e Aadan abitano insieme da circa dieci anni. Alma è
molto
anziana, ma sta bene, e se non fosse che
vede così poco potrebbe essere contenta della sua vecchiaia.
Aadan
è più giovane, anche se non molto, e
viene dalla Somalia. Passa le sue giornate in casa ed esce solo la
mattina
per fare la spesa. Una volta la
settimana, se non piove, Alma e Aadan vanno fuori insieme per guardare
le
vetrine. Aadan le descrive ad
Alma, che peraltro sostiene di vederle, e spesso sembra veramente che
le
veda. A volte ad Aadan mancano
le parole e Alma gliele suggerisce, pur senza distinguere bene gli
oggetti
di cui parlano. "Grande vestito blu"
"E' un cappotto" la corregge Alma. Alla fine della loro breve
passeggiata
le due donne entrano regolarmente
nel negozio di fiori dove però non comprano mai niente. Alma ama
le
piante, e Aadan, al suo paese, faceva
la contadina. Il profumo del negozio piace a tutte e due.
Alma non legge più da tanto tempo, perché non vede. Aadan
è
analfabeta. "Come fai a ricordarti così bene i
numeri di telefono?" si lamenta Alma " se solo avessi un po' della tua
memoria!"
Aadan ricorda
perfettamente il telefono dell'idraulico, quello del laboratorio di
riparazioni
tv e persino i prefissi delle città.
Però Alma non è mai riuscita a convincerla del fatto che
esistono
i numeri civici delle vie, Aadan preferisce
dire "strada verduraio" o "palazzo automobili". Se non conosce
già
il posto dove deve andare fa lunghi giri
concentrici, chiedendo informazioni ai passanti, e alla fine trova
immancabilmente
il portone o il negozio che
cercava. Per lo stesso motivo riesce a cucinare dei dolci
complicatissimi
senza dimenticare né un ingrediente
né una dose. A volte Alma le dà dei suggerimenti del
tutto
inutili "Bastano solo trecento grammi di zucchero
se metti mezzo chilo di farina". Aadan non sa leggere la bilancia e fa
tutto
a occhio. In compenso Alma ha
due libri di cucina pieni di vecchie ricette, scritte da lei o dalle
sue
amiche, che ormai non servono a nessuno.
Alma non ha più occhi per leggere, Aadan non ha mai imparato.
Per
una la lettura è un ricordo, per l'altra un
sospetto, e per entrambe i libri e i giornali sono muti. Gran parte del
tempo
lo passano a parlare e, molto
spesso, a raccontare.
"Parlami del tuo paese" le chiede immancabilmente Alma. Aadan sorride,
poi
allarga le braccia "Ancora?"
"Non mi racconti mai niente. Le avete le galline?" Alma pensa che la
Somalia
sia simile all'Astigiano di
quando lei era bambina, e forse non ha tutti i torti. Crede che ci
siano
i contadini che tornano a casa la sera,
sul carro, e le ragazze che guardano da dietro la porta di casa "Noi
abbiamo
tenda, non porta" dice Aadan
"molto caldo in Somalia". E' vero però che Aadan non racconta
volentieri
della Somalia, probabilmente ha
visto scene troppo brutte. L'unica cosa di cui parla è suo
figlio,
perché ha studiato ed è tornato in patria per
fare l'avvocato "Lui tanti libri in casa, come te" "Potessi leggerli"
esclama
Alma "ce ne sono ancora tanti che
non ho letto!" Per Alma i libri sono solo quelli vecchi che ha nella
sua
libreria: di nuovi non ne ha più visti da
almeno dieci anni e piano piano si è dimenticata del fatto che
continuano
a uscirne. Probabilmente non le
interesserebbero nemmeno più, l'incapacità di leggere
rafforza
la sua convinzione che la vita, e dunque
anche i libri, siano solo quelli di una volta. Dei suoi vecchi libri
crede
di riconoscere alcune copertine -
Orgoglio e Pregiudizio, La saga dei Forsythe, Le memorie di un uomo
inutile
- e qualche volta le mostra ad
Aadan. "Questo è molto bello" le dice seriamente, indicandole un
libro
che lei pensa sia La saga dei
Forsythe. Nessuno sa che cosa pensi davvero Aadan dei libri. Li
spolvera
spesso, ma non è mai accaduto
che ne togliesse uno dallo scaffale.
Il figlio di Aadan parla francese, ha fatto l'Università a
Nanterre.
Quando si arriva a questo punto la parola
passa immancabilmente ad Alma, che comincia a raccontare. "Anche mio
nonno
parlava benissimo
francese. A quei tempi, in Piemonte, tutte le persone colte sapevano
parlare
francese. La mia famiglia
abitava nella Villa dei Lamarmora perché mio nonno era
intendente
dei beni del Marchese" "Intendente?"
"Vuol dire uno che si occupa di amministrare la ricchezza di un altro,
le
terre, i conti in banca, le azioni.
Chiedi a tuo figlio, l'avocat, vedrai che te lo spiega. Il marchese
invece
è un nobile, una persona importante"
Aadan si appassiona sempre molto ai racconti di Alma, soprattutto
quando
ci sono di mezzo dei nobili. In un
certo senso è vero che la Somalia rassomiglia all'Astigiano di
tanti
anni fa. "Il Marchese Lamarmora, il
vecchio, era un eroe, è quello che ha fondato il corpo dei
bersaglieri.
Sono i soldati che corrono sempre, con
la tromba, e hanno le piume sul cappello". Aadan conosce bene i
bersaglieri,
li ha visti alla televisione. E
anche al suo paese ciascun nobile ha i propri soldati. "A quei tempi
non
si scherzava" continua Alma "sulle
colline c'erano i briganti e quando mio nonno portava i soldi in
città,
con la diligenza, c'era sempre la
possibilità di incontrarli" Aadan non sa che cosa sia di preciso
una
diligenza ma questo ha poca importanza
"E poi sulla diligenza viaggiava spesso anche la Marchesina Lamarmora,
che
andava a scuola a Torino con
le mie zie, al Collegio dell'Adoration " "Non bersaglieri?"
"Macché
bersaglieri, a quei tempi non avevano
paura di niente. Mio nonno metteva un cuscino sotto i piedi delle
ragazze,
perché non si sciupassero le
scarpe. Ma quel cuscino era pieno di monete d'oro. Una volta i briganti
fermarono
davvero la diligenza e
rubarono il portafoglio a mio nonno, però non pensarono di
togliere
il cuscino da sotto i piedi dalle ragazze"
Aadan sorride. Avevano molto rispetto per le donne, quei briganti
"Molti
briganti in Somalia, anche vicino a
mio villaggio. Noi paura per le ragazze" "E non ci sono i soldati, la
polizia?"
Aadan allarga le braccia.
"Racconta di zio Paolo". Aadan conosce quasi tutte le storie della
famiglia
di Alma, ma le piace sentirle
ripetere. Non avendo mai letto una sola riga in vita sua, Aadan
concepisce
il racconto, di chiunque e di
qualunque cosa, come l'unica possibile alternativa alla noia e al
silenzio.
Dal racconto si aspetta tutto e non si
aspetta nulla. Sa bene che certe volte dai racconti potrà
ricevere
molto divertimento, e persino degli
insegnamenti, mentre altre volte essi risulteranno del tutto
indistinguibili
dalla chiacchera più banale. Ma in
ogni caso non importa, è così che si fa e si è
sempre
fatto. Per cui è giusto che ora Alma le racconti di zio
Paolo. "Oh lui. Da giovane voleva fare il capitano di mare, sulle navi
che
andavano in America, mio nonno
però non aveva voluto che lasciasse il paese. Zio Paolo voleva
vedere
il mondo e correre delle avventure,
come quelle che leggeva nei libri. Ma mio nonno non ne voleva sapere.
«Guarda
il mar ma statti alla riva» gli
ripeteva. Capisci che cosa vuol dire questo proverbio? Che le cose
belle
ma pericolose, come il mare, è
meglio guardarle di lontano. Quando io l'ho conosciuto zio Paolo era
già
vecchio e abitava in una piccola
casa" Alma avrebbe voluto dire una dépendance "in fondo al
giardino
della Villa. Cavava i denti ai contadini.
Facevano degli urli, quei poveretti! Mio nonno lo aveva messo là
perché
non voleva sentire quegli urli".
Aadan è terrorizzata dai dentisti e si mette una mano sulla
bocca.
Anche al villaggio veniva qualche volta un
dentista e lei, quando passava davanti a quella casa, voltava gli occhi
dall'altra
parte.
"Prima però zio Paolo aveva fatto la bella vita, a Torino. A mio
nonno
diceva che studiava per prendere la
laurea in medicina, invece affittava persino una carrozza, con i soldi
che
gli mandavano le sorelle, e se ne
andava su e giù con le ballerine. Quando poi aveva finito i
soldi
vendeva il cappotto" "Grande vestito blu"
pensa probabilmente Aadan "e passava le notti in un caffé. Dopo
un
po' le zie mandavano altri soldi e lui
ricominciava da capo a divertirsi con le ballerine e a girare in
carrozza.
Quando mio nonno se ne accorse lo
costrinse a tornare immediatamente a casa e gli fece prendere la laurea
per
corrispondenza. Cioè per
lettera". Questa cosa che le lettere possano servire persino a prendere
la
laurea è sempre sembrata molto
misteriosa ad Aadan. Che cosa ci deve essere scritto, in una lettera,
perché
possa servire a prendere una
laurea come quella di suo figlio? "Così zio Paolo aveva passato
tutta
la sua vita alla Villa, in quella piccola
casa in fondo al giardino. Stava sempre in camera sua a leggere, gli
piacevano
soprattutto i libri di viaggi e i
romanzi di avventure. Una volta al mese si vestiva elegante e usciva,
portando
con sé una borsa di cuoio
rosso. Stava via da casa un paio di giorni, nessuno era mai riuscito a
sapere
dove andava. Chi diceva che
aveva un'amica a Torino, altri che era per una visita medica, altri
sussurravano
persino che avesse una
famiglia di nascosto da tutti. Quando tornava, sempre con la sua borsa
di
cuoio rosso, si infilava in casa
senza dire una parola e si metteva di nuovo a leggere" "Sempre libri?"
chiede
Aadan sospettosa "Sempre
libri".
Zio Paolo leggeva libri di viaggi, e quando i contadini avevano bisogno
di
lui bussavano alla porta della
piccola casa. Entravano, urlavano, poi uscendo si inchinavano e zio
Paolo
portava in casa un pollo oppure
delle bottiglie di vino. "Negli ultimi tempi però erano
diventati
poveri e a Villa Lamarmora li tenevano quasi
per carità. Le mie zie lavoravano in casa, facevano le bambole
per
un commerciante di Asti, e quando si
trovavano in difficoltà più gravi vendevano qualche
mobile.
Se non li avessero venduti tutti adesso ne avrei
chissà quanti" Alma non ha mai digerito questa faccenda dei
mobili,
anche se da allora devono essere passati
almeno ottant'anni "mi è rimasto solo il cassettone
dell'ingresso.
Quello è un bel mobile davvero, ti ricordi che
quando è venuto il falegname lo voleva comprare per cinque
milioni?"
Cinque milioni. Una somma
incredibile. "Anche libri venduti?" chiede Aadan. Alma lì per
lì
non risponde "Chissà. Di sicuro però alla
morte di zio Paolo successe una cosa molto strana". Aadan si aspettava
qualcosa
di strano da uno che
leggeva tutti quei libri.
"Dopo il funerale le sorelle entrarono nella piccola casa in fondo al
giardino
per mettere un po' d'ordine.
Pensavano che c'era il laboratorio da dentista da smontare, le pinze, i
trapani,
le bottiglie di etere, poi i vestiti
di zio Paolo che si potevano dare alle suore perché li
distribuissero
ai poveri. Ma quando entrarono nella
stanza da letto videro che era completamente piena di libri. Ce n'erano
dappertutto,
sui comodini, sui
davanzali delle finestre, sul divano, ma la maggior parte erano
ammucchiati
per terra. Le sorelle dovettero
farsi aiutare da due contadini per metterli nei sacchi e portarli in
giardino,
da sole non ce l'avrebbero mai
fatta". Aadan sta sempre aspettando quello che successe, la cosa
strana.
"Insomma, quando una di loro ebbe
sgombrato l'armadio dai libri che Paolo aveva ammucchiato anche
lì,
vide che sul fondo era appoggiata la
famosa borsa di cuoio rosso. Le sorelle restarono in dubbio se dovevano
aprirla
oppure no. In fondo lui la
usava solo per quelle sue gite segrete, forse non avrebbe avuto piacere
che
loro guardassero cosa ci
nascondeva. Ma alla fine decisero di aprirla. Nessuno avrebbe mai
potuto
immaginare quello che videro.
Dentro la borsa c'era una sciabola, un'uniforme blu e un berretto da
ufficiale.
Sulla fascia interna del
berretto, che era ancora nuovo, c'era scritto: «Capitano Paolo
Amerio».
Una volta al mese, zio Paolo andava
chissà dove per vestirsi da capitano di marina, come aveva
sempre
desiderato di fare. Strano che nessuno lo
avesse mai incontrato vestito in quel modo. Forse si rinchiudeva in una
stanza
d'albergo o forse, per sentirsi
un marinaio, gli era già sufficiente tenere i vestiti chiusi
nella
borsa. Proprio come diceva mio nonno, guarda
il mar ma statti alla riva"
Alma ride. Da bambina, quando le zie le raccontavano questa storia, lei
si
immaginava zio Paolo mentre, con
l'elsa della sciabola stretta sotto il braccio, guardava il mare dalla
riva
dei libri.
C'è molto vento. Ho appoggiato la carta su una tavoletta,
seduto
sui gradini, ma non so per quanto tempo
riuscirò a scrivere. Veloci come insetti passano fili d'erba,
frammenti
di corteccia, grumi di terra. Si
arrestano per un attimo sulla superficie bianca del foglio poi, con la
stessa
velocità, riprendono il volo e
scompaiono. Ho scritto poche righe, solo la data e l'inizio di una
descrizione:
"Salomies, il giorno IV di Ecatombeone
C'è molto vento. Ma il sole è forte come al solito, e
nei
turbini che portano terra e odore di menta arriva
anche il canto di una cicala. Sono le quattro del pomeriggio, e penso
che
tu..."
Non ho altro mezzo per comunicare se non scriverti. Qui a Salomies,
dove
mi trovo ormai da più di tre mesi,
non esiste telefono, posso solo scriverti una lettera. Che però
non
potrò spedirti perchè non c'è neppure la
posta. Al massimo la mia lettera resisterà qualche minuto sulla
tavoletta,
qua fuori, poi prenderà il volo
assieme ai fili d'erba e scomparirà chissà dove.
Così
tu non potrai mai sapere che esisto ancora.
Ma io saprò che esisti tu. Almeno nella mia lettera esisterai e
domani,
quando vedrò il sole nella stessa
posizione, e altri fili d'erba correranno col vento, tu tornerai qui ad
esistere.
Del resto che tu ci sia davvero o
no, dall'altra parte di questa lettera, non me ne importa niente. Mi
accorgo
che la consolazione che mi dai,
esistendo dentro le mie lettere, appartiene solo a me. Le mie sono
diventate
lettere di puro egoismo. Il
pronome che ti rappresenta è più che sufficiente.
Scrivendo
"tu" posso scrivere anche "io", e così esistiamo
già tutti e due, dove mi pare e quando mi pare, col solo vincolo
di
una trama (fatta di lettere mie) che dà
senso alle cose che ti racconto.
La lettera, mi ha detto Ermogene, è come la metà di un
dialogo.
Si sbaglia. O perlomeno questo non vale per
la mie lettere a te, che sono un dialogo tutto intero. Forse la lettera
forma
la metà di un dialogo quando
dall'altra parte c'è una persona diretta, che attende di
ricevere
delle notizie e vuole rispondere. Ma tu non sei
una persona diretta, e non potrai mai rispondermi. Ermogene ha la barba
a
punta, quando mi ha sorpreso a
scrivere, seduto sui gradini del Tempio, ha subito voluto dimostrarmi
che
conosceva l'arte della definizione.
"Cos'è una lettera?" ha esclamato "nient'altro che la
metà
di un dialogo". Ma Ermogene è un retore
schematico, e dell'argomento "lettere" deve essersi occupato solo
frettolosamente.
Se si fosse impegnato di
più, avrebbe scoperto anche quanta simulazione contengono. In
realtà
ho sempre avuto difficoltà a scrivere
lettere vere a delle persone autentiche. Non mi piace ingannare la
gente.
Come tutti, in questi casi ho
sempre preferito telefonare.
"Salomies, il giorno V di Ecatombeone
Ho fatto dei lavori, sai? ho tolto i rovi, sgombrando
l'ingresso,
e insieme a Lica abbiamo persino tirato su due
tamburi di colonna. Il Tempio è piccolo, forse è per
questo
che nessuno l'aveva mai utilizzato per abitarci.
Vedrai quando farà freddo! mi dice Ermogene, e può darsi
che
abbia ragione. Ma per ora sto molto bene,
non ho mai vissuto in una casa così bianca. Gli uccelli si sono
abituati
alla mia presenza, e ogni mattina una
ghiandaia mi sveglia per chiedermi le briciole di pane. Temo di averla
viziata..."
Preferisco telefonare perché il telefono non richiede
simulazione,
specie se si conosce già chi sta dall'altra
parte del filo. Ma anche se non lo si conosce, pochi toni di voce, lo
stesso
modo di dire "pronto" o "this is
Charlie Ross", sono sufficienti a dare un volto all'interlocutore. Dopo
di
che a ogni domanda segue una
risposta, il sì e il no nascono immediati. Quanto si può
simulare
dentro un microfono che dà la tua voce in
presa diretta ? Ben poco. Il telefono non ti permette di tornare
indietro
su un discorso sbagliato, per
annullarlo e farne un altro più adatto alla situazione. Il
telefono
non si cancella, per questo è refrattario alla
simulazione. Al massimo si può evitare la conversazione
raccomandando
a qualcuno "per favore, digli che
non ci sono!" Ma poi l'altro richiamerà, oppure richiameremo
noi,
snervati, incapaci di rimandare ancora. E la
simulazione, anche quella poca che consiste nel negare se stessi,
sarà
per forza finita. In una lettera invece il
tempo e i mezzi per simulare sono infiniti, ogni discorso può
essere
cancellato e riscritto quante volte si
vuole.
Ecco perché le lettere si prestano così bene ad essere
scritte
a qualcuno che non c'è. Basta inventare o
riscrivere non solo le cose che si dicono ma anche la persona a cui ci
si
rivolge. In questo modo le lettere
danno anche una grande consolazione. Invece il telefono, in casi del
genere,
non serve proprio a nulla. Non
si può telefonare a qualcuno che non c'è. Il telefono da
solo
non fa mai compagnia, e non è capace di
riempire alcun vuoto. Telefonare a qualcuno che non c'è
significa
solo ascoltare un segnale che si perde
chissà dove, assieme alla speranza.
"Salomies, il giorno VI di Ecatombeone
Da un momento all'altro mi aspetto la visita del capitano bizantino.
Il
forte è a cinque miglia da qui, costruito
su un picco che guarda la baia. Ieri tre soldati, armati di lance, si
sono
fermati a lungo sulla collina di fronte.
Avevano l'aspetto di Bulgari, ed erano quasi degli straccioni. Forse
Lica,
il pastore di cui ti ho parlato, li ha
avvertiti della mia presenza (gli avevo raccomandato di non farlo).
Oppure
passavano di qui per caso e
hanno capito che nel Tempio ci abita qualcuno. Prima o poi il capitano
verrà,
vorrà conoscermi. Forse crede
che io sia un mendicante, o un eremita! Verrà, se non altro per
spiegarmi
come ci si deve comportare nel
caso che sbarchino i pirati. O magari per sincerarsi che io non sia uno
di
loro, pronto a far segnali di notte, a
tradire: come sono pronti a tradire i suoi soldati, com'è pronto
a
tradire Lica, con i suoi occhi bruni e molli
come fichi secchi. Hai paura per me? Qua si muore così
facilmente..."
Per fortuna non mi leggerai. Altrimenti dovrei stare attento a
quello
che scrivo, dovrei tacere tante cose e
cercare solo di farti ridere. Come facevo prima, quando ti spedivo
realmente
le mie lettere. Scrivere lettere
vere, a persone vive, è molto difficile. Solo un retore
(sarà
stato Ermogene ad avvertire il capitano della mia
presenza?) può credere che queste "metà di dialogo" siano
come
una registrazione telefonica in cui le battute
della conversazione sono state trascritte su fogli separati. In
realtà
le lettere vere sono persino più
immaginarie di quelle fantastiche, e la mente deve sforzarsi molto di
più.
Ricordo quando ci scambiavamo realmente delle lettere. Te ne ho scritte
centinaia
nella mia vita. Ti ho
scritto dal treno, dalla nave, da casa, ti ho scritto da remoti
alberghi
di vacanze e dal bar sotto le tue finestre.
Il mio destinatario, tu, eri vero, eppure io dovevo immaginarti ogni
volta.
Eri il termine dei miei pensieri, io
prendevo quello che vedevo, o quello che sentivo, e per te lo mettevo
in
forma di parole: "Qui dove siedo
l'aria è molto chiara, e di fronte a me il mare corre in una
prospettiva
che sembra infinita..." Figurarsi se non
è immaginaria una persona che fa da termine a pensieri sull'aria
e
sul mare! Ma questo non è ancora nulla.
Perché mentre scrivevo mi capitava a volte di vederti, o di
pensarti,
mentre a casa tua avresti letto quello
che scrivevo. E allora sì che ero costretto ad immaginarti,
ancor
più di quando eri solo un sentimento, un
fantasma lucente che faceva da termine ai miei pensieri. Immaginavo
come
avresti potuto essere al
momento in cui la mia lettera ti fosse arrivata, perchè certo la
tua
persona sarebbe stata molto diversa
dall'ultima volta in cui ci eravamo parlati: o dall'ultima volta in cui
ci
eravamo scritti. Il tempo è una sostanza
terribile, che a tutto si mescola e tutto cambia. Per questo bisogna
consumare
gran parte della propria mente,
e della propria vita, per pararne i danni in anticipo. Pensare al tempo
porta
via un sacco di tempo.
Da quando non ti spedisco più le mie lettere è tutto
molto
più facile. Non devo immaginare niente che ti
riguardi mentre ti scrivo, niente che si allontani dal modo in cui il
mio
capriccio, il mio egoismo, ti ha fissato
una volta per sempre. E anche riguardo a me, non solo riguardo a te,
sono
molto più tranquillo. Perché allora,
quando ti scrivevo davvero, dovevo continuamente immaginare anche me.
Me
stesso come tu mi volevi, o
come mi piaceva che tu mi volessi. Oppure immaginare me stesso come
sarei
stato quando la mia lettera
fosse giunta a destinazione - una persona per forza differente rispetto
a
quella che in quel momento ti stava
scrivendo. Nella lettera cercavo il più possibile di farmi
rassomigliare
all'"io" che sarei stato il giorno in cui
"tu" mi avresti letto. Solo che non riuscivo mai a prevedere
esattamente
come sarei stato in quel momento.
Nel frattempo sarei persino potuto morire, ma tu avresti continuato a
leggermi
come se fossi stato vivo.
Ripensandoci oggi, mi sembra di aver passato giorni e giorni a
stiracchiare
me stesso, quando ti scrivevo
davvero, raddoppiandomi nella forma di un fantasma supposto e
inesistente.
"Salomies, il giorno VII di Ecatombeone
Penso che il capitano stia per arrivare. Mi sembra persino di
sentire
il passo del suo cavallo. Temo che i
suoi soldati siano già stati avvertiti: meirákia!
avrà
ordinato il capitano senza scendere di sella, solo un colpo
di lancia, senza rumore, ma prima guardatevi bene in giro..."
Se solo dovessi pensare che "tu", in qualche modo, potresti leggere
questa
lettera e rispondermi! che tra una
settimana, o tra un mese, Lica potrebbe arrivare trafelato, portandomi
una
busta con su scritto "urgente" "per
favore" "fate presto..." Dovrei sforzarmi di immaginare. Ah già,
esclamerei,
deve essere la risposta a quella
lettera in cui scrivevo che il capitano stava per arrivare, per questo
ci
sono delle frasi così angosciate! Avrei
di fronte agli occhi il tuo viso spaventato - e subito dopo dovrei
anche
cercare di immaginare te come sei
invece "adesso", cioè nel momento in cui ricevo la tua lettera.
Una
persona ancora differente da quella che,
nella lettera, mi scongiurava di stare attento e di scappare. Una
persona
che nel frattempo è diventata più
tranquilla, che magari si è addirittura messa (come si dice) il
cuore
in pace. Comincerei inevitabilmente a
pensare che fra te e i caratteri della tua lettera c'è un vuoto
senza
fine. E allora potrei anche impazzire, non
ci sarebbe più certezza di nulla. Neppure di me che certo,
quando
mi scrivevi, tu immaginavi in una
condizione (riverso sui gradini del Tempio, nascosto fra i rovi, in un
burrone...)
differente da quella in cui
potrei trovarmi al momento in cui ti leggessi. Perché nel
frattempo
potrebbe benissimo essere accaduto che
il capitano bizantino non fosse venuto affatto, oppure che fosse venuto
e
si fosse dimostrato amichevole e
simpatico. In quel caso io potrei persino trovarmi a leggere la tua
lettera
di terrore proprio mentre sto
giocando a scacchi con il capitano, sui gradini del Tempio. Dio mio, ma
quanti
condizionali e quanti
congiuntivi sono necessari per descrivere che cosa capita con le
lettere
vere!
"Salomies, il giorno VIII di Ecatombeone
che ne diresti se ti descrivessi finalmente la mia amica ghiandaia?
Ha
un color verde scuro, e tutte le mattine
si affaccia fra i tamburi delle colonne frullando le ali per
svegliarmi.
Oggi però non si è fatta vedere.
Ermogene, che si picca di disquisire su tutto, anche sugli argomenti
più
futili, dice che gli uccelli sentono il
pericolo molto prima degli uomini, e che quando scompaiono
bruscamente...."
Il vento cresce, e il foglio su cui stavo scrivendo è volato
fra
i sassi, verso il mare. Come tutti gli altri. Si
perde un'altra lettera indirizzata a te, che non ci sei. Proprio come
non
c'è il pastore Lica, non c'è Ermogene,
il retore con la barba a punta, e non c'è neppure il capitano
bizantino
che sta per spuntare da dietro la curva.
Da quando ho smesso di spedirti le lettere che scrivo tutta la mia
esistenza
combacia molto meglio di prima.
Vivo in un mondo completamente fantastico eppure la mia immaginazione
si
riposa tanto di più. Ma gli
uccelli si sono zittiti completamente, e nel sole ho visto un lampo di
metallo.
"Meirákia!"
"Quando la tromba annunziò la visita del generale Baistrocchi
Peppino
aveva appena buttato gli spaghetti.
Cioè li aveva buttati il suo attendente" "Intendente?"
interrompe
Aadan "No, ho detto attendente" la corregge
Alma "l'intendente era mio nonno, quello che curava i beni dei
Lamarmora.
L'attendente invece sarebbe un
soldato che fa i servizi a un ufficiale. Rifà il letto, cucina,
stira..."
Anche Aadan sta stirando, in salotto con
Alma, e le sembra strano che un soldato possa fare gli stessi lavori
che
fa lei. Al suo paese i soldati uccidono
la gente con le bombe e il fucile, non stirano i vestiti.
La televisione è rimasta spenta. Fanno vedere solo morti
ammazzati,
si lamenta Alma, e un sacco di
maleducati che gridano! Così Aadan sta stirando e Alma siede
composta
sul divano, con la piccola persona
un po' sprofondata nel cuscino. Accanto allo schienale c'è un
porta
giornali con dentro un rotocalco, il
reportage delle nozze fra Prince Charles e Lady Diana. E' stata
l'ultima
cosa che Alma, se pure aiutandosi
con la lente, è riuscita a leggere, e da allora quel rotocalco
è
rimasto lì, unico, senza essere sostituito da
nessun altro. Ormai Aadan si è abituata a spolverarlo con la
stessa
diligenza priva di curiosità con cui tratta
la zuppiera bianca di Bassano e la statuetta del violinista. Alma sta
raccontando,
come spesso accade
quando Aadan stira e lei si annoia. Dai suoi racconti la vecchia somala
impara
un'Italia che non esiste più da
almeno cinquant'anni, e forse non è neppure mai esistita. Se
Alma
avesse ancora gli occhi buoni
probabilmente leggerebbe ad Aadan, che stira, quello che sta scritto
sui
settimanali, storie di politici e di
attori. Un'Italia ugualmente falsa e irreale, ma perlomano identica a
quella
di cui leggono e parlano anche
tutte le altre persone. Ma Alma non ci vede abbastanza per leggere, e
Aadan
è analfabeta. Per cui,
soprattutto quando Aadan stira, l'Italia torna ad essere quella di zio
Paolo,
dell'intendente dei Lamarmora e
del generale Baistrocchi. "Figurati Peppino quando sente dire che
è
arrivato il generale! Tremava dalla
rabbia. Per lui gli spaghetti erano sacri, e quel Baistrocchi veniva a
fare
l'ispezione proprio pochi minuti
prima che l'attendente glieli scolasse nel piatto. Peppino uscì
dalla
tenda e disse all'attendente che sarebbe
tornato prima possibile".
Peppino era un vecchio militare che aveva cominciato la carriera come
ufficiale
di complemento nella
grande guerra. Dopo di che non era più riuscito a lasciare
l'esercito.
Diceva che quando era tornato a casa
si era accorto di non saper fare altro se non il militare, per cui era
subito
tornato sotto le armi e ci era
rimasto per sempre. Aveva combattuto come ardito in tante piccole
guerre
dimenticate, poi aveva
comandato una compagnia in Etiopia e infine era stato fatto prigioniero
a
El Alamein. Gli inglesi lo misero in
un campo di prigionia, in India, dove rimase a lungo. Ma delle sue
guerre
Peppino parlava poco, e sì che ne
aveva viste tante. Raccontava solo del generale Baistrocchi, di Torino
e
delle molte fidanzate che aveva
avuto nella sua vita. O forse è Alma che ha dimenticato tutto il
resto,
e adesso racconta solo di questo.
"Il generale entrò nell'accampamento tutto vestito di nero e con
il
fez sulla testa. Era un gran fascista.
Peppino gli andò incontro, si mise sull'attenti e gli disse
«Comandi
signor generale!» Ma era sempre
arrabbiato per via degli spaghetti. Il generale voleva vedere i soldati
che
saltavano nel cerchio di fuoco". Al
paese di Aadan nessun soldato ha mai saltato nel cerchio di fuoco. Lei
li
ha visti fare i caroselli con le jeep,
nel villaggio, e trascinare via la gente. Per questo ha lasciato casa
sua
e non vuole raccontare mai nulla di
lei. "A quell'epoca era venuto di moda che i militari dovessero fare
quell'esercizio
per dimostrare il loro
coraggio. Anche i soldati di Peppino saltavano, e a volte doveva
saltare
persino Peppino. Nella compagnia
c'era solo uno che aveva paura, e nessuno era mai riuscito a farlo
saltare
in quel maledetto cerchio di fuoco.
In genere, quando venivano le ispezioni, il sergente lo faceva
nascondere
in un magazzino, ma quella volta
Baistrocchi era arrivato all'improvviso. Portarono subito il cerchio,
che
tenevano sempre pronto perché così
voleva il generale, gli dettero fuoco, e Peppino fece schierare la
compagnia.
Poi cominciarono a saltare.
Peppino però pensava sempre agli spaghetti, che ormai ... " "E
quello
che non salta?" interrompe Adan "Era
schierato anche lui. Quando fu il suo turno prese la rincorsa,
arrivò
fino davanti al cerchio di fuoco poi si
fermò di botto e tornò indietro. Il generale era
già
furibondo. Ordinò che il soldato saltasse di nuovo ma lui,
che aveva paura, quando fu arrivato davanti al cerchio di fuoco si
fermò
nuovamente e tornò indietro.
Baistrocchi andò da Peppino e gli disse «Capitano, lei
è
un incapace!» Peppino stava sull'attenti e pensava ai
suoi spaghetti, che a quel punto erano già diventati colla.
Immobile,
sempre sull'attenti, gli rispose «Signor
generale, questo lo dica a sua sorella!» Baistrocchi lo mise agli
arresti,
Peppino tornò nella tenda e disse
all'attendente di buttare di nuovo gli spaghetti".
Da quando Alma ha raccontato ad Aadan questa storia, e lo ha fatto
più
di una volta, in casa gli spaghetti
sono migliorati. Adesso Aadan si affretta molto di più a
scolarli
e a condirli, e anzi, soffre quando pensa agli
spaghetti di Peppino che passavano di cottura mentre i soldati
saltavano
nel cerchio di fuoco. "Fatto
Peppino?" chiede ansiosa ogni volta che mette in tavola la zuppiera per
loro
due. "No, sono perfetti" le
risponde regolarmente Alma "al dente". Adan sorride. A volte dai
racconti
si imparano molte più cose che
dai libri.
Adan continua a stirare, Alma si alza e prende un cioccolatino.
"Peppino
non moglie?" chiede Aadan
insistendo col ferro su un colletto particolarmente grinzoso "No, anche
quando
era a casa stirava e cucinava
sempre l'attendente. Peppino non si è mai sposato. Però
ha
avuto tante fidanzate. Tutte cose serie, più di
una volta era stato sul punto di sposarsi e spesso aveva anche comprato
l'anello
per il fidanzamento ufficiale.
Poi all'ultimo momento ci ripensava e regalava l'anello a sua sorella.
La
sorella aveva un sacco di anelli,
quelli di tutti i fidanzamenti che il fratello aveva mandato a monte.
Neppure
lei si è mai sposata".
Donne lontane. Anche se Alma tutt'ora va due volte l'anno a trovare la
sorella
di Peppino e quando torna a
casa ha sempre qualche storia da raccontare. Giovani donne con la
collana
lunga e i vestiti tagliati dritti,
simili ad Alma com'è nelle fotografie che a volte fa a vedere ad
Aadan
dicendole "guarda bene, che qui ci
devo essere anch'io!" E le mostra dei gruppi di giovani signore
eleganti,
sorridenti, degli ufficiali col berretto
duro e la mantella azzurra. Aadan, di fronte a ogni fotografia, dice
regolarmente
che c'è anche Alma e che
l'ha riconosciuta "Quante fidanzate Peppino?" "E chi lo sa. Cinque,
dieci,
nessuno può dirlo. Però quella più
ricca si chiamava Lucrezia.
Era la figlia di un allevatore pugliese e Peppino non l'aveva mai
vista.
Aveva combinato tutto la famiglia, al
paese. Un giorno Peppino si era visto arrivare una lettera da casa. Non
ne
riceveva mai". Aadan si
preoccupa sempre quando sente parlare di lettere. L'unica volta che suo
figlio,
l'avocat, invece di telefonare
le aveva spedito una lettera, era stata una vera tragedia.
"Perché
lettera a Peppino?" "Suo padre gli scriveva
che lo aveva fidanzato con una ragazza molto ricca e, secondo lui,
molto
bella. La famiglia di lei voleva
conoscerlo al più presto, insomma, doveva scendere in Puglia per
il
fidanzamento. Nella busta c'era anche
una fotografia della fidanzata, una ragazza con i capelli biondi e
molto
lunghi. Peppino infilò la lettera nella
cornice dello specchio e disse all'attendente di preparare i bagagli
per
il treno. Dopo un giorno e una notte
arrivarono alla stazione di Foggia. Era il mese di Luglio e fuori dalla
stazione,
ad aspettarli, c'era una
bellissima macchina scoperta. Il padre di Lucrezia era seduto davanti,
accanto
all'autista. Peppino dette la
mano al suocero, l'attendente si sedette sullo strapuntino e partirono
per
la campagna".
Fa caldo d'estate in Puglia, e Peppino aveva il colletto duro. Ma non
se
lo poteva slacciare di certo.
L'ufficiale è sempre un signore, come si usava dire a quei
tempi!
"Quando arrivarono alla fattoria era
mezzogiorno e Lucrezia li aspettava per il pranzo. Peppino disse
all'attendente
di portar su la valigia e si
cambiò. Poi scese nella sala. Lucrezia aveva effettivamente i
capelli
biondi e lunghi, che le scendevano quasi
fino alla vita. Dalla fotografia però Peppino l'aveva immaginata
più
alta. Pranzarono, Peppino raccontò di
Torino, della vita militare, delle feste che dava il colonnello
comandante.
Il suocero si sentiva molto
soddisfatto, era ricco ma non era nobile, e avere per genero un
ufficiale..."
"Lamarmora nobile" la
interrompe Aadan. Le piacciono i nobili "I Lamarmora erano marchesi,
una
gran nobiltà! Invece i suoceri di
Peppino avevano fatto i soldi con la campagna" "Come tuo nonno" "Ma no,
che
sono tutti morti poveri, te l'ho
detto. Le mie zie facevano addirittura le bambole per vivere. I suoceri
di Peppino invece avevano tanta
terra, tante greggi di pecore, si poteva girare per ore con la macchina
ed
era tutta roba loro. Alla sera ci fu
la festa di fidanzamento, Peppino aveva portato un bellissimo anello.
Lucrezia
indossava un vestito bianco e
la collana di perle, Peppino invece aveva messo la divisa nera, da
sera,
ed aveva le scarpe di vernice. Già lui
era terribile con gli attendenti! Se solo c'era una macchiolina sulle
scarpe
gliele faceva pulire da capo. Alla
festa saranno state duecento persone, forse di più, erano venuti
da
tutta la regione. Ci fu la cena, poi il ballo,
Peppino era un gran ballerino e Lucrezia aveva dei capelli bellissimi.
C'era
solo una cosa che non andava
bene" "Cosa non andava bene?" "Lucrezia non dava di niente".
Aadan non capisce "Così almeno diceva Peppino. Lucrezia aveva
dei
bellissimi capelli, lunghi fino alla vita,
però non dava di niente, era una donna insignificante. Non
sapeva
parlare, non sapeva scherzare" "Sapeva
leggere?" "Certo che sapeva leggere, era istruita, aveva studiato a
Bari
in collegio. Però era una ragazza
noiosa, l'unica cosa che aveva erano i soldi e dei capelli bellissimi.
Peppino
ballava, tenendo la persona ben
dritta come gli avevano insegnato ai balli dell'esercito, e intanto
ammirava
tutto quello sfarzo e quelle luci.
Ma ogni volta che diceva qualche cosa a Lucrezia lei gli rispondeva con
delle
frasi sciocche, e gli sorrideva
in un modo che non dava di niente. A un certo punto il suocero
interruppe
l'orchestra e fece portare un
piccolo tavolo al centro della sala. Peppino ci mise sopra la scatola
con
l'anello e Lucrezia, a sua volta, posò
sul tavolo un bellissimo orologio d'oro. Era il dono di nozze che
avevano
preparato i genitori di Lucrezia. Il
giorno dopo Peppino partì, perché doveva tornare al
reggimento.
Il matrimonio era già fissato per il mese
successivo".
Peppino tornò a Torino e andò subito dalla sua amica.
Questo
è un lato della vita di Peppino che Alma tende
sempre a sfumare, per buona creanza. Peppino stesso faceva solo delle
allusioni
alle sue amiche del passato,
specie quando era presente la sorella. Quella a cui lui regalava gli
anelli
dei fidanzamente andati a monte.
Dunque Peppino aveva un'amica che abitava in via Lagrange. "Era un po'
birbone,
Peppino, per questo non
si sposava mai. All'amica non aveva raccontato nulla di Lucrezia, della
Puglia,
del suocero. Stava seduto di
fronte allo specchio e fumava una sigaretta. Poi chiese un foglio e una
penna
e si mise a scrivere una
lettera" "A Lucrezia?" "No a suo padre, in Puglia. Gli diceva che aveva
sbagliato
ad obbedirgli, che aveva
cambiato idea e che comunque il matrimonio non era fatto per lui.
L'amica
lo guardava senza capire"
"Sapeva leggere?" "Sì, certo che sapeva leggere, ma non si
leggono
le lettere degli altri. Peppino mise la
lettera in una busta, scrisse l'indirizzo e salutò bruscamente
l'amica.
Disse che sarebbe tornato più tardi".
C'è una buca delle lettere in via Lagrange, quasi all'incrocio
con
corso Vittorio - cioè, c'era ai tempi di Alma,
di Peppino e delle sue fidanzate. Peppino si fermò di fronte
alla
buca e per qualche minuto si mise a
considerare quello che stava facendo. Pensò alla cerimonia del
matrimonio,
alla macchina scoperta, alle
pecore del suocero. Pensò alla lettera del padre, che era
arrivata
fino dalla Puglia e che era rimasta infilata
nella cornice dello specchio. Decise che aveva avuto troppa fretta e si
rimise
in tasca la sua busta. Non
poteva spedirla. Poi alzò gli occhi verso la finestra dell'amica
e
vide che lei lo guardava attraverso le tendine.
Allora tirò fuori la lettera e la impostò. L'ufficiale
è
sempre un signore, e Lucrezia non dava di niente.
Un giorno che viaggiavo sulla Bart, la metropolitana di San
Francisco,
c'era il diavolo seduto di fronte a me.
Ma io non lo sapevo. Il diavolo si era vestito da yuppy e teneva in
grembo
un tabulato di bilancio. Nel
frattempo io avevo aperto il giornale.
Dopo un po' mi accorsi che lui, seduto dall'altra parte del foglio,
sbirciava
i titoli dello sport. Provai
bruscamente a voltare pagina, sperando che il diavolo si accorgesse del
mio
fastidio, ma lui si mise a
sbirciare anche il supplemento di economia e, subito dopo, la cronaca
locale.
Sembrava che tutto lo
interessasse. Allora abbassai il giornale, seccato. Il diavolo fece
finta
di niente e cominciò a guardare fuori
dal finestrino. In quel punto la Bart corre all'aperto, anzi, ben in
alto
sulla massicciata, e dal vetro si può
vedere persino la baia. Perché questo signore non guarda il
panorama?
mi domandavo. Non avrei certo
immaginato che si trattasse del diavolo. La gente che sbircia i
giornali
altrui mi ha sempre dato fastidio, li
considero dei maleducati. Quando si legge un libro, o un giornale,
è
come se si fosse impegnati in una
conversazione silenziosa, per cui chi sbircia si intromette di fatto in
un'intimità
che non gli appartiene. A
quell'ora il treno è pieno di giovani coppie che si tengono per
mano,
e a volte si baciano, sedute negli
scompartimenti di fondo. Forse che a qualcuno verrebbe in mente di
andare
ad ascoltare i loro discorsi?
Guardi che sto con il mio boy friend, direbbe la ragazza, ci lasci in
pace.
Io sono geloso della mia lettura, per
me è come parlare con una persona cara.
All'altezza di Oakland il treno si infilò di nuovo sottoterra e
io
riaprii il giornale. Immediatamente il diavolo si
mise a sbirciare la pagina degli esteri. Mi alzai di scatto e cambiai
posto.
In questi casi non ho vergogna di
reagire. Come tutti coloro che passano molte ore viaggiando, non posso
permettermi
il lusso di concedere il
mio tempo ai seccatori che incontro. Leggere in treno è un gran
conforto,
ma diventa un supplizio se si viene
avviluppati in una conversazione sul calcio o sulle malefatte dei
figli.
Prima di sedermi da qualche parte
osservo dunque con cura le facce delle persone che ci sono e prendo
subito
la mia decisione. Questi faranno
di certo amicizia e si metteranno a chiacchierare, dico passando di
fronte
al primo scompartimento;
quest'altro ha il walkman e la testa rasata, è probabile che
prima
o poi sfonderà le sue orecchie ma di sicuro
sfonderà subito le mie; questa signora invece è di sicuro
curiosa
ed estroversa (si vede da come mi guarda
mentre passo). Confesso però che il diavolo mi aveva tratto in
inganno,
aveva un'aria così professionale e
discreta. Avrei giurato che, appena il treno si fosse messo in moto,
avrebbe
cominciato a leggere i suoi
tabulati segnandoli con una penna biro.
C'è anche un'altra ragione per cui evito gli scompartimenti in
cui
ci sono delle persone che fanno
conversazione. Se ci si ostina a leggere mentre gli altri vorrebbero
parlare
si crea imbarazzo e sembra di
voler essere superbi. Dopo un po' i compagni di viaggio finiscono per
domandarsi:
cosa ci sarà scritto mai in
quel libro perché lui preferisca leggere piuttosto che
partecipare
ai nostri discorsi? La situazione è molto
simile a quella che si crea quando, nel bel mezzo di una conversazione,
qualcuno
viene chiamato al telefonino
e si mette a parlare allegramente con uno sconosciuto che sta
chissà
dove. Gli altri restano disorientati,
cominciano a bisbigliare e spesso finiscono solo per fare congetture,
più
o meno velate, su chi possa essere
stato a chiamare. Lo stesso accade anche quando si legge in treno. Dopo
un
po' di tempo si cominciano a
sentire degli apprezzamenti sulla copertina del libro o sul nome
dell'autore.
Cercano di attirarti nella trappola.
Naturalmente anche l'atto di sbirciare i fogli del giornale può
manifestare
l'intenzione di attaccare discorso.
Così accadde quella volta, sulla Bart che mi portava a Daly
City.
Dopo pochi secondi, infatti, il diavolo si alzò e venne
nuovamente
a sedersi di fronte a me. Il treno stava
passando sotto la baia, all'altezza di Bay Bridge, e il rumore era
molto
più forte di prima. Il diavolo si era tolto
i vestiti da yuppy e adesso appariva proprio come lo si descrive di
solito:
aveva la coda, le corna e le zampe
di capra. Confesso però che rimasi colpito soprattutto dal suo
sguardo
che, contrariamente a quello che mi
aspettavo, era poco intelligente. "Sono il diavolo" mi disse" "Lo vedo.
Vuoi
il giornale?" "No" rispose "non
saprei che farmene. Io non so leggere". Ma guarda un po', non avrei mai
sospettato
che il diavolo fosse
analfabeta.
"E allora perché sbirciavi i titoli di nascosto?" gli chiesi. Il
diavolo
fece un gesto con la mano, quasi di
rassegnazione. "Io sono il diavolo" ripeté "Ho capito, lo vedo"
dissi
"ma questo non ti giustifica dall'essere
analfabeta" E per di più curioso, avrei voluto aggiungere. Ma
ebbi
paura di offenderlo. "Il fatto è che i primi
tempi non c'era bisogno di saper leggere..." bofonchiò. Era
evidente
che nonostante i miei modi alquanto
bruschi, e il mio ostentato desiderio di leggere il giornale, lui aveva
deciso
di attaccar discorso. Fra tutti i
seccatori che avessi mai incontrato sui treni, il diavolo era
certamente
uno dei peggiori.
"Dio creò il mondo con la parola, non con la scrittura"
continuò
con una certa irritazione "questo sembra che
oggi non se lo ricordi più nessuno. La parola era tutto. Gli
angeli
non leggevano libri ma facevano delle
lunghe discussioni, fra loro o con il Padre, e per imparare la teologia
bastava
semplicemente stare a sentire.
E io imparavo facilmente. Anche quando mi cacciarono dal cielo
continuavo
ad essere informato su qualsiasi
cosa. Ho delle orecchie grandissime" lo guardai, era vero "mi basta
puntarle
in una direzione qualunque per
ascoltare tutte le conversazioni che si svolgono in quel momento. E' il
vento
che me le porta. In una sola
notte sono capace di ascoltare milioni di discorsi, da Nord, da Sud, da
qualsiasi
parte dell'universo. Ho
sempre saputo tutto semplicemente perché ascolto tutto. Quando
Caino
decise di ammazzare il fratello io lo
sapevo, l'avevo capito da un'allusione fatta vicino all'altare dei
sacrifici.
E anche la volta in cui Noé decise di
costruire l'arca ne ero perfettamente informato. Arrivai anzi in tempo
per
suggerirgli di aggiungere i topi e le
zanzare alla lista degli animali da salvare, altrimenti se ne sarebbe
dimenticato"
"Complimenti!" lo interruppi.
Il diavolo fece finta di non sentire "Furono i miei anni più
felici.
Ascoltavo, riferivo, ovviamente travisando
tutto, mettevo zizzania, ero capace di suscitare odi o passioni
infuocate.
Lo sai come mi chiamavano?
«Trico»..." "«Trico»? non l'ho mai sentito" "E'
una
parola latina" continuò il diavolo con un certo sussiego "io
sono is qui nectit tricas, colui che intreccia i garbugli e mette i
laccioli"
"Questo lo so" lo interruppi di nuovo
"e mi risulta che anche nelle questioni di sesso ti piace fare
pasticci".
Per quanto possa sembrare strano lui arrossì. "Cosa vuoi
insinuare?"
disse. Avevo letto che certe volte il
diavolo assume le fattezze di una donna, bionda o bruna che sia ma
sempre
bellissima, e poi se ne va in giro
a sedurre i maschi. In questo modo fa scorta di sperma, che conserva
nei
suoi visceri freddi. La volta dopo
prende invece corpo di maschio e riversa il seme che ha accumulato
dentro
il grembo delle donne che
seduce, fecondandole. Spesso il diavolo assume persino le fattezze
rassicuranti
del marito, o del fidanzato,
per ingannare meglio le sue vittime, così che quelle povere
donne
pensano di aver concepito un erede del
tutto legittimo. In questo modo il diavolo riesce a ingarbugliare
persino
le parentele e le famiglie,
disseminando figli naturali all'insaputa di tutti. E' veramente un bel
Tricone,
il diavolo. "Mi riferivo alla
faccenda dei cosiddetti figli del diavolo, che in realtà poi non
sono
neppure figli tuoi..." "Queste sono cose
che non ti riguardano" mi interruppe bruscamente. Oltre che analfabeta,
il
diavolo era anche pudico. Il treno
si era fermato alla stazione di Powell Street.
In un attimo lo scompartimento si riempì di ragazzi con in testa
il
berretto di una squadra di Baseball.
L'allenatore, nonostante la confusione che facevano, aprì "Usa
Today"
e cominciò a leggere. Il diavolo si
mise immediatamente a sbirciare i titoli. "Finisci il racconto" gli
dissi
"tanto non sai leggere". Lui fece un
gesto di stizza e continuò in questo modo "Poi furono inventati
i
caratteri dell'alfabeto. Sul momento non ci
feci caso, mi pareva una di quelle tante cose nuove, come il fuoco, la
ruota,
l'arco con le frecce, che a me
non interessavano affatto. E anche quando la scrittura si diffuse
continuai
a non badarci perché in ogni caso
loro leggevano tutti ad alta voce" "Ad alta voce?" "Certo. Una volta
nessuno
leggeva con le labbra chiuse,
come fate voi. Che si trattasse dell'inventario dei buoi reali o del
Poema
della creazione, per leggere
bisognava per forza declamare. Facevano così anche i contabili"
"Per
questo prima tenevi in braccio un
tabulato di bilancio?" Il diavolo cercò meccanicamente il suo
pacco
di fogli, ma evidentemente era rimasto
sull'altro sedile insieme ai vestiti da yuppy. "Audit" disse con aria
solenne
«Audit»? ma che diavolo...?" Lui si
adombrò "Scusa. Avevi detto «audit»" "E' questa la
formula
che si usa ancora in inglese per indicare la
revisione dei conti. Perché anche in quella circostanza c'era
uno
che leggeva le cifre ad alta voce e un altro
che lo stava a sentire, in latino audire" "Come sei pedante!" "Va bene"
riconobbe
il diavolo. Poi continuò:
"Benché gli uomini scrivessero sempre di più, io
continuavo
ugualmente ad essere informato su tutto perché
ogni cosa che veniva letta era anche recitata. Conoscevo il contenuto
delle
lettere d'amore che Fedra
scriveva a Ippolito, e persino tutti i dettagli delle fatiche di
Ercole.
A proposito, chi credi che sia stato a farlo
avvelenare?" "Disgraziato". I ragazzi scesero tutti alla fermata di
City
Center, eravamo di nuovo soli.
"Poi un giorno sentii dire che a Milano..." "In Italia?" "Se mi
interrompi
sempre perdo il filo" "Hai ragione" "a
Milano c'era un vescovo che si metteva di fronte ai libri sacri e
restava
muto per ore. Si chiamava
Ambrogio. Credevo che fosse semplicemente un mistico contemplativo
invece
quell'uomo leggeva: ma senza
pronunziare una sola parola ad alta voce. Teneva le labbra chiuse e
leggeva
con la voce della mente. Sed
cum legebat oculi ducebantur per paginas et cor intellectum
rimabatur....."Ti
piace proprio il latino!" "Sono il
diavolo" "Capisco".
"Quell'abitudine si diffuse rapidamente, ma non bisogna credere che si
sia
trattato di un grande progresso.
Perlomeno non dal punto di vista morale. Prima gli uomini erano
più
onesti..." "Ora ti sta a cuore anche
l'onestà?" "Stavo parlando di loro, non di me. Quando leggevano
ancora
ad alta voce si preoccupavano che
l'autore fosse in qualche modo presente, gli lasciavano almeno la
possibilità
di disporre di una voce. La
lettura era ancora una forma di dialogo, un racconto che l'autore
faceva
al lettore servendosi della voce di
lui. Una cosa molto graziosa" "Specie per un curioso" "Sono stato io
stesso
a dirti che mi piace sapere tutto.
Un tempo i lettori erano meno arroganti di come sono adesso,
ammettevano
di essere solo degli interpreti, o
meglio degli attori che recitavano delle frasi scritte da un altro.
Oggi
invece i lettori vogliono essere tutti degli
autori, non degli interpreti. Leggono ma non parlano, non fanno
trasparire
nulla. Trattano le cose scritte da
altri come se fossero roba loro. Chi può sapere cosa ne fanno,
dentro
la loro mente, di quello che leggono?"
"E tu, che cosa ne facevi di quello che origliavi?" "Uff".
"Man mano che la gente imparava a leggere in quel modo muto le
pubbliche
declamazioni scomparivano, e
persino i poeti scrivevano zitti zitti, senza lasciar trapelare neppure
una
rima. Le ragazze continuavano a
leggere le loro lettere d'amore in camera, la sera, ma si chiudevano
dentro
la cortina del letto e sorridevano,
piangevano, languivano senza emettere neppure una sillaba! Io andavo
persino
ad appostarmi dietro le
inferriate però non riuscivo ugualmente a captare una sola
parola.
Erano diventate tutte agitatissime e mute.
E' stato allora che ho preso l'abitudine di sbirciare" "A che scopo, se
non
sapevi leggere?" "Infatti non capivo
niente..." "Ma non potevi andare a scuola per farti insegnare?"
"Ci
sono andato" borbottò il diavolo "ma non
c'è niente di peggio di quando le cose si studiano male la prima
volta.
Io avevo imparato l'alfabeto ebraico, e
persino il demotico, ma lo usavo soltanto alla rovescia per fare gli
incantesimi.
I maghi che frequentavo mi
avevano giurato che così rivoltata la scrittura era molto
più
potente. Solo che poi, quando andavo a sfogliare
un codice e tentavo di leggere quello che c'era scritto, non riuscivo
assolutamente
a raccapezzarmi" "Ma
insomma vuoi spiegarmi perché, se non sai leggere, ti ostinavi a
sbirciare
i titoli del mio giornale?" "Soffro
tanto".
Il diavolo era davvero umiliato. Continuava a lisciarsi la sua zampa di
capra
e io, francamente, avrei tanto
desiderato rimettermi a leggere il giornale. Ma sapevo che lui avrebbe
fatto
di tutto per impedirmelo, e poi
dovevamo essere quasi arrivati a Daly City. "Secondo me" dissi "gli
uomini
hanno cominciato a leggere muti
proprio per evitare che tu stessi sempre ad origliare quello che
dicevano.
Credi che non se ne fossero
accorti? Se tu fossi stato un po' meno maleducato avrebbero continuato
a
leggere ad alta voce, e forse non
avrebbero neppure avuto bisogno di inventare i caratteri
dell'alfabeto..."
Dovevo aver colpito nel segno,
perché a questo punto lui abbassò addirittura la testa.
"Escluso"
sospirò "mi hanno escluso. Sono secoli che
le idee più importanti mi sfuggono, che faccio delle gaffes, che
trovo
sempre qualcuno che scoppia a ridere
quando tricas meas nectere conor..." "Mi vuoi spiegare finalmente
perché
sei rimasto così affezionato al
latino?" "E' stata l'ultima lingua in cui ho sentito leggere ad alta
voce
delle cose sensate".
"In effetti" continuai "devi essere ben ignorante, scusa se te lo dico.
Sicuramente
non conoscerai, che so, la
Gerusalemme liberata..." "Ne ho sentito recitare dei brani ad alta
voce"
"la Critica della ragion pura..."
"Questa in effetti non l'ho mai sentita " "E neppure i Promessi
sposi..."
"Ah no, conosco bene l'inizio: «Quel
ramo del lago di Como...»" "Basta per favore, non lo sopporto"
"Un
tempo i ragazzi lo imparavano a
memoria per ripeterlo in classe..." "Devi avere un'idea ben strana
della
nostra cultura" "Adesso non
esageriamo" "Ma se non hai mai letto nulla!" "Frequento assiduamente
tutti
i teatri, i cinema, e seguo persino
la Lectura Dantis in Orsammichele. La Divina commedia la so a memoria.
E
poi conosco un sacco di
frammenti e di citazioni, io sto sempre con le orecchie tese e ogni
tanto
capita che qualcuno dica delle frasi
come «Mi illumino di immenso». Deve essere il verso di un
poeta
famoso..." "Sono solo pezzetti, bocconcini,
spizzicati di qua e di là come se fossero gli stuzzichini
dell'aperitivo!"
"Guardo molto la televisione".
Daly City. Il treno si fermò bruscamente e io scesi quasi senza
salutarlo.
Sul marciapiede volli tirar fuori il
giornale per leggerlo lungo la scala mobile ma mi accorsi che lo avevo
dimenticato.
Troppo tardi, le porte
scorrevoli si stavano già chiudendo e il treno, lentamente,
prese
velocità. Dal finestrino il diavolo mi fece un
cenno, non so se di imbarazzo o di ironia, poi prese il giornale che
avevo
lasciato sul sedile e lo aprì. Penso
che lo facesse per darsi un contegno.
Zio Paolo che cava i denti nella dépendance di Villa
Lamarmora,
o Peppino che affronta Baistrocchi mentre
i suoi spaghetti passano di cottura, fanno parte di storie che i
familiari
di Alma hanno sentito raccontare
decine di volte, in conversazioni che li attraggono poco ma che, dopo
pranzo,
si debbono fare per
convenienza e per affetto. I familiari di Alma non solo non hanno
interesse
per queste storie, e le ascoltano
solo per amore di lei, ma soprattutto non si sognerebbero mai di
narrarle
a loro volta. Fra i nipoti e le nipoti di
Alma, per esempio, non ce n'è uno a cui verrebbe in mente che la
storia
di Peppino e di Baistrocchi è
qualcosa che si può raccontare anche ai propri compagni di
scuola.
Le storie di Alma entrano, forse,
attraverso qualche orecchia, ma di sicuro non escono e non usciranno
più
da nessuna bocca.
Quelle di Alma sono storie vecchie, come si dice, ma non lo sono
soltanto
perché narrano fatti che
appartengono al passato. L'atto stesso di raccontarle è vecchio,
perché
si è già compiuto decine di volte. Ma
soprattutto appartiene al passato quell'insieme di sensazioni, di
immagini,
di comportamenti dati per scontati
che costituiscono la sostanza dei racconti di Alma così come
quella
di qualsiasi altro racconto. Per esempio,
la storia di Peppino col colletto duro nonostante il caldo del luglio
pugliese
è una storia vecchia almeno tre
volte: perché Peppino appartiene all'Italia del 1930,
perché
il racconto che lo riguarda è già stato fatto da
Alma in molte occasioni e perché la giustificazione di questo
colletto
duro nonostante il caldo - l'ufficiale è
sempre un signore - appartiene a un mondo che non esiste più.
Nessuno
oggi troverebbe qualcosa di
interessante nel fatto che l'ufficiale debba, anzi dovesse, essere
sempre
un signore. Tutti i racconti di Alma
hanno la caratteristica di essere un trionfo, anzi un'enciclopedia del
passato.
Per questo motivo i suoi
familiari si annoiano quando lei racconta, e non penserebbero mai di
narrare
ad altri le sue storie.
Probabilmente non le considerano neppure storie.
In condizioni normali i racconti di Alma sarebbero già morti da
un
pezzo, e la loro sopravvivenza si deve solo
a una combinazione di circostanze. Alma non può più
leggere
perché non ci vede, e quindi non rinnova la sua
riserva di storie attingendone di più attuali ai settimanali e
ai
rotocalchi. Se solo potesse seguire le avventure
di attori, principesse e politici che compaiono ovunque sulla stampa,
non
avrebbe bisogno di ricorrere a zio
Paolo per fare due chiacchiere con Aadan, e quelle vecchie storie le
tornerebbero
alla mente con molta
minore insistenza. D'altra parte Aadan è straniera e analfabeta,
dunque
neppure lei può leggere i giornali per
guadagnarsi la propria razione quotidiana di storie. E poi viene da un
paese
così remoto e lontano da trovare
le vecchie storie di Alma non noiose ma, paradossalmente,
appassionanti,
perché hanno per lei qualcosa di
arcano.
Dicono che la concomitanza fortuita di certi fattori naturali a volte
finisce
per preservare i tratti arcaici di un
ambiente, e persino per svilupparli. Nello stesso modo, al primo piano
di
una casa alquanto buia del centro
storico una serie di coincidenze ha fatto sì che alcuni vecchi
racconti
non solo sopravvivano ma addirittura
tornino a prosperare. E soprattutto che torni a prosperare l'antica
pratica
del racconto. Non parlo del
racconto orale professionale, quello che ancora si pratica alla
televisione
da parte di comici, "protagonisti" e
gente invitata a parlare nei talk-show. Mi riferisco al racconto
occasionale,
fatto da una persona qualunque
che parla non di eventi speciali ma di fatti, appunto, qualunque: e che
potrebbero
appartenere alla memoria di
chiunque altro. Questo tipo di racconto di fatti qualunque, specie da
parte
di donne anziane ad altre donne
anziane, lo si è fatto per millenni (aniles fabellae, le
chiamavano
già i Romani, "racconti di vecchie"), e di
sicuro ha molto contribuito allo sviluppo della nostra tradizione
narrativa.
Solo che oggi non lo si pratica più, e
ormai occorrono delle condizioni eccezionali, come quelle in cui vivono
Alma
e Adan, perché questo genere
di storie torni inaspettatamente a vivere.
Perché la scrittura è come un grosso animale, che a causa
della
propria forza e della propria mole uccide
anche quando non avrebbe intenzione di farlo. Nessun editore ha mai
deciso
di stampare il proprio rotocalco
con lo scopo precipuo di distruggere i racconti della gente qualunque
per
sostituirli con quelli di politici e top
model. Ma nei fatti è questo che accade. Sia pure in buona fede,
le
aniles fabellae sono state soppiantate dai
servizi che compaiono sui settimanali.
A differenza dei familiari, Aadan è un'ottima ascoltatrice
delle
storie che Alma racconta. Però anche lei non
riferirebbe mai a nessun altro le storie che sente. Non potrebbe farlo
neppure
se volesse, visto che tutto il
proprio tempo lo passa in casa con Alma. Ad Aadan manca un
interlocutore,
elemento fondamentale per far
sì che qualunque racconto possa essere narrato. Anche nel caso
di
Aadan insomma le storie di Alma
entrano dalle orecchie ma non escono e non usciranno mai da nessuna
bocca.
Le storie di Alma, che una
sola persona desidera ascoltare, e nessuna vorrà o potrà
raccontare
di nuovo, sono veramente arrivate alla
fine del loro cammino. Come un torrente che si insabbia perché
dalla
riva del mare lo separa l'immensa
barriera del deserto.
"Per arrivare da Torino a Piazza Armerina" racconta Alma "in Sicilia,
ci
vollero quasi due giorni di treno.
Papà aveva avuto il posto al Liceo di laggiù ed eravamo
dovuti
partire in quattro e quattr'otto. L'ultimo tratto
del viaggio però si doveva fare con la diligenza perché
il
treno si arrestava molto prima della città. Salimmo e
insieme con noi, sui sedili, avevano ammonticchiato le valige e i bauli
con
i vestiti. Una gran confusione, dopo
tutte quelle ore di treno! A quell'epoca mammà portava dei bei
cappelli,
grandi, con le piume di struzzo,
secondo la moda di allora. Anche sulla diligenza per Piazza Armerina,
nonostante
il viaggio, ne aveva uno
sulla testa. Un tempo le signore erano così, sempre eleganti. Ma
quando
i ragazzini la videro, seduta là in alto
con il suo cappello e le piume di struzzo che svolazzavano al
finestrino,
cominciarono a inseguire la diligenza
gridando «arrivano i saltimbanchi, arrivano i
saltimbanchi!»
Figurati mammà, che veniva da Torino e credeva
di essere elegante" Aadan sembra attratta più dai cappelli che
dai
saltimbanchi "Tu porti cappelli" la
interrompe. Alma in effetti ha diversi cappellini nell'armadio, pur se
non
hanno le piume di struzzo e non sono
grandi come quelli di mammà. "I cappelli piacciono tanto anche a
me,
ma ora li metto di rado, solo quando fa
freddo. Sai che da giovane volevo fare la modista?"
"Modista?" "E' quella che fa i cappelli, un bellissimo mestiere. L'ho
desiderato
tanto di fare i cappelli. A
Piazza Armerina invece la marchesa Trigona..." "Nobile?" Ad Aadan i
nobili
continuano a interessare "sì,
come i Lamarmora. La marchesa Trigona, che era una gran signora della
città,
non aveva la modista per i
cappelli, ma aveva il modisto" "Un uomo?" "Un uomo, che appunto
chiamavano
«il modisto» e che lavorava
nel palazzo della marchesa. Faceva i cappelli solo per lei. Quando
mammà
fu arrivata laggiù da qualche
giorno, e ci fummo sistemati come si poteva, la marchesa Trigona le
mandò
un biglietto in cui le chiedeva se
poteva mandare il modisto a copiare i suoi cappelli. Da tanto che erano
belli.
Si vede che la marchesa aveva
visto passare mammà per strada ed era rimasta colpita dalla sua
eleganza.
Mammà disse subito di sì,
figurarsi, e questo modisto venne. Era un ometto magrolino, molto
ossequioso,
che arrivò portando una
cartella di cartone come quella dei pittori. Mammà gli
aprì
l'armadio dei cappelli e lui li copiò tutti sopra dei
grandi fogli di carta" "Te piaceva cappelli" "Io ero piccola ma lo
guardavo
con grande ammirazione mentre
disegnava le piume. Mi sembrava impossibile che lui fosse capace di
fare
tutti i cappelli che voleva.
Una sera la marchesa Trigona dette una grande festa e invitò
anche
mammà e papà, probabilmente per
ringaziare dei cappelli che il modisto aveva copiato. Mammà
avrebbe
voluto andare, a lei piaceva ballare,
però rispose alla marchesa che non poteva perché non
sapeva
con chi lasciarmi. Io avevo solo sette anni. La
marchesa mandò un altro biglietto in cui diceva che ci sarebbe
stata
una stanza anche per i bambini, con le
bambinaie, e che portassero anche me" "Mettevi cappello?" "Sì,
avevo
anch'io un cappellino con i nastri. A
quell'epoca il cappello si portava sempre. Il palazzo Trigona era
bellissimo,
io mi ricordo bene i lampadari che
erano tutti di cristallo. Quando arrivammo l'orchestra suonava
già,
però i bambini non potevano andare nel
salone con i grandi. Invece a me sarebbe tanto piaciuto vedere
com'erano
vestite le signore! Mi portarono
subito nella stanza delle bambinaie, dove c'erano alcuni bambini
più
piccoli di me. Io mi misi a sedere su un
divano e mammà mi promise che ogni tanto sarebbe venuta a
trovarmi.
Però non avevo paura. Tant'è vero
che quando mammà venne a vedere come stavo non mi trovò
più.
Come si spaventò, poveretta! Dice che
rovistarono in tutte le stanze, e che la marchesa in persona gridava
alle
domestiche «guardate nel ripostiglio
delle coperte!» «provate nelle cantine!» A nessuno
venne
in mente di guardare nella stanza del modisto.
Io invece ero lì, quell'ometto ossequioso mi stava
insegnando
come si disegna la tesa di un cappello e come
si girano i feltri nella forma. Lui aveva tante cose in quel
laboratorio,
avresti dovuto vedere. Persino un
mazzo di piume di struzzo e rocchetti di nastri di tutte le altezze e
di
tutti i colori. Sopra uno scaffale ci
teneva gli album dei cappelli, che gli arrivavano fino da Parigi.
«Questo
è leggero» diceva «per la mattina.
Per le serate eleganti a Parigi si porta quest'altro, con un
galà
di strass, ma qui a Piazza la marchesa non lo
metterebbe mai. Qualche volta ne porta in valigia uno simile quando va
a
Palermo, dai cugini. Bello poi è
questo, tutto in velluto, per le signore sportive che escono a
cavallo».
C'erano cappelli per tutti i momenti della giornata e per tutte le
stagioni.
Quelli estivi, di paglia e fiori di seta,
sembravano davvero dei bouquet. «La paglia si lavora
peggio»
mi spiegava il modisto «io ho poca simpatia
per la paglia. Il feltro dà tutta un'altra
soddisfazione...»
Quando mi trovarono mammà era sconvolta e il
povero modisto non sapeva proprio come scusarsi. Io non volevo
più
uscire dalla sua stanza. Da quella volta
cominciai a dire che da grande avrei fatto la modista, e quando lo
dicevo
tutti ridevano. Ma io parlavo sul
serio" "Tu hai fatto cappelli?" "Magari! Una volta ci ho provato
davvero
a dire a papà che volevo lasciare la
scuola per fare la modista. Mi sembra sempre di sentire gli urli che
fece.
Bisognava studiare, altro che fare i
cappelli" "Studiare con libri" "Eh sì, con i libri".
La mia scuola era in Via del Platano, ma questo non mi giustifica
dall'aver
conservato una foglia di tiglio
dentro il libro di geometria. Ho sempre evitato di mettere foglie o
fiori
fra le pagine dei libri, "gialli boccioli
appassiti / fra pagina e pagina", come dice Robert Browning in una
poesia
che non ho mai letto. Però, il fatto
che la mia scuola fosse in via del Platano, e che quella foglia fosse
di
tiglio, deve essermi sembrato una
ragione sufficiente per farlo. Fu un errore. In ogni caso, questa
analogia
mi ha sempre impedito di buttare via
la foglia. Ormai credo non che ci riuscirò più. Quella
foglia
sta lì da oltre trent'anni, e io non apro mai il mio
libro di geometria: però so che quella foglia c'è, che
è
di tiglio, e dunque che la mia scuola era in Via del
Platano.
Pur non avendola mai letta, so che la poesia di Browning si chiama
Pippa
Passes. Un titolo strano. Presumo
che Pippa sia il nome di una ragazza, ma non so altro. La vedo
passeggiare
in un giardino, di fronte alla casa
dei suoi genitori, con indosso un vestito molto voluminoso e in testa
un
cappello legato da un nastro. So bene
che a questo punto dovrei andare a prendere le opere di Browning e
controllare
come stanno realmente le
cose, solo che non sono materialmente in grado di farlo. Ma anche se
potessi
alzarmi e andare in biblioteca
credo che non lo farei ugualmente. Dentro quel libro avrei paura di
trovarci
dei fiori secchi, "gialli boccioli
appassiti / fra pagina e pagina", come dice l'unico verso di quella
poesia
che conosco. Saranno stati di rosa,
questi boccioli? Certamente. Pippa li coglie nel giardino dei suoi
genitori.
E' anche probabile che fosse
proprio lei a metterli dentro i libri, e che qualcuno (Pippa stessa, il
poeta)
provasse poi una certa commozione
nel ritrovarceli dentro appassiti. Per questo non ho nessuna intenzione
di
andare a leggere quella poesia, così
come mi guardo bene dall'aprire il mio libro di geometria con
dentro
la foglia di tiglio.
Negli ultimi tempi mi sono fatto delle idee molto precise sulla poesia
Pippa
Passes, anche se non la conosco.
Perché "passa", Pippa? E' strano infatti che di lei si dica
proprio
questo, che "passa", e addirittura nel titolo.
Secondo me Pippa passa proprio perché aveva l'abitudine di
mettere
dei boccioli nei libri. Se non lo avesse
fatto non passerebbe affatto. Bisogna evitare di mettere nei libri
fiori
o foglie perché, appassendo, fiori e
foglie trasmettono il tempo ai libri: che da questo contagio sono di
per
sé immuni. Pippa si è comportata
come una ragazza imprudente, che nel roseto ha piantato una rosa con i
pidocchi,
o dentro la voliera (ci sarà
pur stata una voliera, nel giardino di Pippa) ha messo un canarino
malato.
Così tutte le rose sono seccate e i
canarini sono morti. Pippa non avrebbe dovuto mettere gialli boccioli
ad
appassire fra pagina e pagina, ecco
che ora i suoi libri sono stati contagiati dal tempo e lei, poverina,
"passa".
Già mentre ne stiamo parlando
Pippa ha abbandonato la casa dei suoi genitori e adesso è una
signora
sposata, alquanto malinconica, che
vive con il marito in un appartamento di Londra. Non ha quasi
più
il tempo di leggere, ci sono i ragazzi che
vanno a scuola e una grande casa a cui badare. Pippa passa. E non
è
ancora finita.
Nessuno direbbe mai che Lucia Mondella "passa". Lucia sta lì, e
dall'inizio
alla fine - dall'inizio alla fine del
libro, dall'inizio alla fine del tempo - continua a fare le stesse
cose:
tiene gli occhi bassi, è insidiata da Don
Rodrigo, si nasconde nel convento della Monaca di Monza. Per sincerarmi
di
quello che dico basta che io
prenda i Promessi sposi e cominci a leggerli. Lucia è sempre
lì.
Ma anche se questo non sta accadendo, se
io non sto affatto leggendo i Promessi Sposi e anzi tengo il libro
accuratamente
chiuso nello scaffale, non c'è
dubbio che Lucia continui imperterrita a comportarsi nello stesso modo.
Ci
mancherebbe altro che Lucia -
non vista, non letta - si fosse messa a fare delle cose diverse! Per
esempio,
avesse deciso di strapparsi dalla
testa tutti quegli spilloni, che la mamma le ficca fra i capelli la
sera
prima delle nozze, e fosse scappata in
America per cercare Manon Lescaut. Qualsiasi cosa accada Lucia non
passa,
è sempre lei. Invece Pippa,
nel frattempo, è stata abbandonata dal marito ed è
tornata
a vivere nella vecchia casa dei suoi genitori, dove
ha ripreso a sfogliare i suoi libri pieni di fiori appassiti. In paese,
comunque,
si dice che abbia per amante lo
stalliere dei vicini. Nella sua vita non c'è veramente nulla di
definitivo.
Il bello dei libri invece è che, li si legga o meno, non mutano.
Si
può lasciare Robinson Crusoe sulla sua isola,
a metà del volume, e ritrovarlo trent'anni dopo sotto il
medesimo
albero. Anche il teorema di Pitagora - in un
triangolo rettangolo la somma dei quadrati costruiti sui cateti... -
non
passa. Non ha un'età, non ha un tempo,
è sempre lui, come Lucia Mondella e Robinson Crusoe. A meno che
uno
non abbia commesso l'errore di
mettere una foglia di tiglio dentro il libro di geometria, come avevo
fatto
io quando andavo a scuola. Ecco
perché non penso mai di aprire quel libro. Già
così,
solo tenendolo chiuso nello scaffale, è capace di
ricordarmi che la mia scuola era in Via del Platano, figuriamoci cosa
accadrebbe
se lo aprissi. Sarei
costretto ad accorgermi che il teorema di Pitagora è passato,
che
ha un tempo e si è appassito come quella
foglia che ci avevo imprudentemente infilato. E quella Pippa, che
metteva
continuamente boccioli di rosa fra
le pagine! Più ci penso e più mi convinco del fatto che
Pippa
è come Pandora, tutte le disgrazie dei libri
vengono da lei, e forse anche quelle dei lettori. Ecco perché al
suo
funerale non c'era quasi nessuno, solo la
figlia della vecchia balia e due cugine di Birminghan. Pippa passes.
Questo
succede, avrebbe dovuto dire il
pastore nel suo sermone funebre, quando si ha l'abitudine di mettere
gialli
boccioli ad appassire fra pagina e
pagina. Se non avesse commesso questa sciocchezza Pippa sarebbe per
sempre
rimasta la graziosa ragazza
che passeggia nel giardino dei suoi genitori. Ferma ed immobile come
Lucia
Mondella, come Robinson
appoggiato al suo albero.
L'unica cosa che i libri sopportano fra le loro pagine è il
segnalibro,
che non è contagioso e non ha nulla a
che fare col tempo. A meno che non si abbia l'abitudine di usare a
questo
scopo delle cartoline e di lasciarle
poi fra le pagine a libro finito. Dicono che il segnalibro ideale una
striscia
di cartoncino brillante, solido, con
sopra l'immagine di un gatto o di un castello. Però va bene
anche
un biglietto usato dell'autobus, o una
striscia di carta strappata dalla pagina di un quotidiano. Finito che
sia
il libro, il segnalibro viene infilato senza
rammarico nel successivo e così via, di libro in libro, oppure
viene
gettato nel cestino. L'importante
comunque è non dimenticarlo dentro il libro dopo averlo finito
perché,
se questo avviene, si fa violenza alla
natura stessa del segnalibro. Che in questo è veramente il
contrario
delle foglie o dei boccioli appassiti. Una
volta racchiuso fra le pagine, il fiore non si può più
spostare,
è irreparabilmente destinato a invecchiare nella
medesima nicchia di carta in cui Pippa lo ha racchiuso. La natura del
segnalibro,
invece, è del tutto opposta,
nel suo codice genetico sta scritto che esso deve andarsene. Con i
libri
ha un rapporto temporaneo,
occasionale, mentre il fiore e la foglia sono "per sempre" - proprio
come
gli amori di Pippa, che chiusa nella
sua stanza sognava di dare il suo cuore a uno, e uno soltanto. E invece
fu
abbandonata dal marito.
Il fatto è che il segnalibro misura lo spazio, non il tempo.
Appartiene
alla geografia, non alla storia. Man
mano che avanza fra le pagine il segnalibro funziona come una
bandierina
piantata nella mappa del libro: "fin
qui", segnala, alla maniera del comandante fortunato che dopo ogni
battaglia
marca su una cartina i progressi
delle sue truppe. Il segnalibro è bello perché con lui si
vince
sempre. Se il libro ci piace si arriva velocemente
in fondo, sbaragliando il nemico. Se invece non ci piace al massimo si
interrompono
le operazioni e si ottiene
subito una tregua. Però, di sicuro, col segnalibro non si
arretra
mai, coi libri non si perde, mal che vada si fa
pari. Io sono arrivato fin qui, dico, e il territorio che ho occupato
me
lo tengo: tu autore tieniti pure il resto,
che tanto a me non interessa.
Come si sarà già immaginato, quel verso di Browning
l'ho
trovato citato in un altro libro. Me lo ero segnato -
non si sa mai, come si dice in questi casi. Sono fortunosamente
riuscito
a riprendere in mano quel libro e, in
effetti, dopo pochi secondi ho subito ritrovato il passo che volevo.
C'era
una freccia puntata a margine, non
bella, anzi storta, e due o tre righe sottolineate: "In Pippa Passes,
Robert
Browning richiama l'attenzione
sull'usanza, ancora largamente diffusa, di comprimere fiori freschi fra
le
pagine dei libri, «gialli boccioli
appassiti / fra pagina e pagina». Il fiore secco, che un tempo
era
vivo, è l'equivalente psichico del testo
verbale". Non sono d'accordo con questa interpretazione della poesia di
Browning,
anche se colui che la dà,
diversamente da me, quella poesia l'aveva letta. L'autore del saggio
vuol
sostenere che i libri, e la scrittura in
generale, irrigidiscono nella morte le parole che una volta erano solo
parlate:
e che l'uso di infilare fiori fra le
pagine vorrebbe alludere al carattere appassito che contraddistingue
ogni
testo scritto rispetto al suo
equivalente parlato. Sarà. Ma quando mai il teorema di Pitagora
era
stato una parola parlata? Eppure io a
scuola, in Via del Platano, avevo avuto la dabbenaggine di infilare una
foglia
di tiglio proprio nel libro di
geometria. Francamente non sono neppure convinto del fatto che qualcuno
possa
immaginare i Promessi
Sposi nella forma di semplici parole parlate, con Alessandro Manzoni
che
li racconta ai suoi amici seduti
attorno al caminetto. Eppure, se si cercasse bene nelle case,
chissà
quanti fiori secchi si troverebbero anche
dentro i Promessi Sposi. Come si fa a pensare alla storia di Renzo e
Lucia
- con tutti quei "La c'è, la c'è la
provvidenza" e relative cronache in italiano secentesco - mentre viene
narrata
a viva voce da qualcuno che
ha per di più un accento lombardo?
Il fiore secco non è l'equivalente psichico di un discorso
orale,
è semplicemente l'equivalente vegetale del
tempo del lettore. Quel fiore sono "io". Sta qui il mitico errore di
Pippa,
fanciulla mai abbastanza deprecata, e
anche il mio. Una volta infilata la foglia di tiglio nel libro di
geometria,
trascinato dalla colpa di Pippa, ho
messo me stesso fra quelle pagine, il mio tempo e quello del teorema di
Pitagora
si sono messi a oscillare
sulla stessa lunghezza. Adesso noi passiamo insieme. Il fiore nel
libro,
o la foglia, sono come il tizzone di
Meleagro, in cui era stata magicamente racchiusa la sua vita. La madre
dell'eroe,
Altea, custodiva
gelosamente quel tizzone, ma una volta si arrabbiò col figlio
che
aveva ucciso i fratelli di lei, e lo gettò nel
fuoco a bruciare. Così Meleagro morì, senza neanche
sapere
che la sua vita e quella di un tizzone avevano
sempre oscillato sulla stessa lunghezza.
Tutto sommato, però, ho fatto bene a segnare con la matita
quelle
righe su Browning. La mia sottolineatura,
e soprattutto la freccia, anche se sono piuttosto brutte mi hanno
aiutato
a ritrovare qualcosa che altrimenti
avrei di sicuro dimenticato. Evidentemente quella volta, man mano che
procedevo
nella mia avanzata lungo
le pagine, mi ero anche preoccupato della preda - cosa che non sempre
val
la pena di fare, con i libri che si
leggono. Perché il segnalibro è un confine rapido ma
teorico:
mentre le frecce, le barre, le sottolineature
sono dei marchi molto più concreti, valgono come tante trincee
espugnate
dal fante che avanza, tante
bandierine issate non sulla mappa, al comando, ma sul campo. Uno
sottolinea
e dichiara "questo adesso
appartiene a me, caro autore", è roba mia. Per questo non ha
molta
importanza la qualità del segno che si fa.
Certo, se uno è bravo come Petrarca può disegnare a
margine
delle belle manine, delle dita lunghe e
affusolate che indicano con eleganza i passi conquistati. Ma non
è
necessario. L'importante è segnare. Da
alcuni anni a questa parte molta gente ha preso persino l'abitudine non
di
sottolineare ma di evidenziare,
cospargendo la pagina di righe colorate, gialle, blu, rosse, che
trasformano
il testo in una tavolozza da pittore.
Così anche i cattivi disegnatori hanno l'illusione di essere
bravi.
Sono certo che mi ricorderò di tutti i passi che ho segnato
nei
libri che ho letto? Magari. Mentre scorrevo le
pagine di quel libro, alla ricerca della citazione di Browning, ho
visto
decine di frasi sottolineate, interessanti,
di cui ovviamente non mi ricordavo affatto. Eppure ero stato io a
segnare
quelle pagine. La sottolineatura è
un'esortazione, una speranza, ma non ha nulla di sicuro. Al contrario
è
un segno di ansia, se ho bisogno di
sottolineare significa che non sono affatto certo che mi
rammenterò
di quella frase. Altrimenti basterebbe
soltanto che la leggessi, senza contaminare con le mie inquietudini
anche
le pagine del libro. Sottolineando o
evidenziando cerco in tutti i modi di accrescere il peso dello scritto,
e
quasi lo raddoppio. Adesso c'è un
segno, la parola, più un altro segno, il mio. Dopo che l'ho
marcata,
esaltando graficamente la mia conquista, è
come se quella frase fosse stata scritta due volte. Platone, che a suo
dire
disprezzava la scrittura, sosteneva
che le cose veramente "importanti" non si scrivono, si dicono soltanto:
o
se si scrivono, vuol dire che non
sono importanti. Noi invece scriviamo le cose importanti addirittura
due
volte, aggiungendo la nostra
sottolineatura ai caratteri usati dall'autore. Forse però aveva
ragione
Platone. Se dimentichiamo così in fretta
tutto quello che abbiamo sottolineato, vuol dire che quelle frasi tanto
importanti
non erano. Il fatto è che,
come accade con i territori conquistati, per mantenerne davvero il
possesso
bisognerebbe lasciare le truppe a
presidiarli. Altrimenti gli sconfitti dopo un po' si ribellano e si
sottraggono
al dominio degli occupanti. Solo
che, per far questo con tutti i libri che sottolineiamo, di quanti mai
soldati
dovremmo disporre? La
sottolineatura è un presidio fittizio, una bandiera issata su un
forte
difeso solo da manichini di stoffa.
"In Pippa Passes, Robert Browning richiama l'attenzione sull'usanza,
ancora
largamente diffusa..."
Osservando meglio la mia freccia di allora, sul margine di questa
frase,
riconosco sì che è storta ma per un
motivo diverso dalla mia normale inettitudine. Mentre tracciavo la riga
la
matita deve essersi spezzata, si
vedono ancora le minuscole macchie che la polvere di grafite ha
lasciato
sul bordo della pagina. Rivedendo
quelle macchie posso anzi dire di ricordare vagamente il momento in cui
questo
è accaduto, e quasi risento il
rumore secco della mina che si rompe. Nella sua dispersione quel
pulviscolo
nero ha disegnato come
l'abbozzo di una figura, sembra quasi la corona di un boccio. Ancora la
maledizione
di Pippa. Inevitabilmente
quella frase sottolineata adesso ha un tempo per me, e io so che ce
l'ha.
Come la foglia di tiglio mi rammenta
Via del Platano, e dà un tempo al teorema di Pitagora,
così
quella corona di grafite mi richiama
inevitabilmente "me" nel preciso momento in cui scopro l'esistenza di
Pippa,
e il significato del suo gesto solo
in apparenza così gentile e innocuo. Ho sottolineato una frase a
proposito
dell'abitudine di mettere i fiori nei
libri e, in un certo senso, è come se anch'io ne avessi messo
uno
dentro il libro che stavo leggendo.
Se volessimo tenere i libri al riparo dal tempo, ed evitar loro ogni
possibile
contagio, non bisognerebbe
neppure sottolinearli. Forse non bisognerebbe neppure sfogliarli, per
evitare
di gualcirli, meglio ancora
sarebbe non leggerli per niente e lasciarli nello scaffale così
come
sono.
"Perché Dio, il mio Dio, è un combattente gagliardo,
che
lotta di là dal velo". Così disse il profeta con aria di
sfida, e sul momento mi mancò il modo di rispondergli. Non
potevo
certo dirgli che il mio dio, messo a
combattere anche lui dietro a quel velo, perderebbe sicuramente.
Perché
il mio dio non è un combattente,
anzi, è piuttosto fragile, e non so neppure che mestiere faccia.
Mentre
l'altro, il Gagliardo, so bene che cosa
fa e come passa il suo tempo. Scrive libri.
A scrivere cominciò quasi per caso. Dicono che prima avesse
fatto
vari mestieri, il conciapelli, il falegname,
forse addirittura il soldato, poi aveva scoperto che scrivere gli
piaceva
e in pochi giorni aveva già steso un
volume in cui descriveva le avventure di un mitico popolo di nani: i
Resolonghi,
che abitavano sulle montagne
del Falgàr. Quei nani trasportavano le zanne dell'elefante
Bulgur
dalle miniere del Caldo al Lago
dell'Avvoltoio, e durante il loro viaggio incontravano ogni sorta di
animali
fantastici e di erbe miracolose. Fu
un successo straordinario, il Libro dei Resolonghi raggiunse
rapidamente
il milione di copie e le ristampe non
si contavano più. Alle avventure dei Resolonghi seguirono allora
quelle
dei Sumbula, un popolo di giganti che
abitava ancora più a oriente, e di cui il Gagliardo descriveva i
costumi
mostruosi e le arcane crudeltà.
"Adjakar, la città reale dei Sumbula, fu un giorno destata da un
turbine
di candide tortore..." Candide come le
donne delle pianure, che i Sumbula violentavano per motivi mistici. Fu
un
successo ancora più grande del
precedente, il secondo libro del Gagliardo fu rapidamente tradotto in
cinquantadue
lingue e la Storia dei
Sumbula diventò anche un film di successo. I ragazzi, sulla
spiaggia,
indossavano magliette con su scritto
"Alozal Strambi!", la frase pronunziata dal sire dei Sumbula in
risposta
ai motteggi del cammello turchino.
Mentre le storie dei Resolonghi venivano drammatizzate nei boschi da
adolescenti
armati di computer e di
elmi di cartone.
Visto che la gente leggeva i suoi libri con un interesse così
grande,
il Gagliardo si decise a scrivere un
volume interamente autobiografico. Vi si narrava di lui che appariva al
re
dei Resolonghi, un nano sapiente di
nome Atabil, e grado dopo grado lo iniziava alla rivelazione del
Baldrùs.
Il Gagliardo trascinava Atabil lungo i
cammini della Pietraia, un luogo dove ovviamente lo sguardo era
abbacinato,
dove le rocce erano
regolarmente di cobalto e le aquile avevano almeno due teste.
Lassù,
fra quelle pietre aspre e immacolate, il
nano Atabil ricevette ogni tipo di insegnamento - da come si dovevano
tenere
le gambe sotto il tavolino al
numero esatto delle parti in cui l'anima si suddivide - mentre il
Gagliardo,
sempre più certo della sua
superiorità, trattava il re in modo sprezzante. Lo chiamava
omuncolo,
nano, persino deficente, derideva la
sua cecità di fronte al fulgore del Baldrùs. Atabil era
sempre
più schiacciato dalla grandezza del Gagliardo,
del Baldrùs non capiva quasi niente ma aveva vergogna a dirlo
perché
sarebbe stato deriso ancora di più.
Intanto i servi del Gagliardo, montanari dalle chiome bionde e dallo
sguardo
di fuoco, accompagnavano la
rivelazione con il fragore dei loro tromboni. Atabil sentiva che la
vita
gli sfuggiva, mentre il Gagliardo era
sempre più ebbro della sua rivelazione: "al cinquecentesimo
gradino
del Baldrùs sta la pietra chamata Saà,
che ama la quiete della Sorrestra e protegge i cigni dalla nuvola di
fuoco.
Se vuoi cercare Trebanti Alfredo
nell'elenco telefonico di Milano guarda sotto Rossi Trebanti
Maddalena..."
Alla fine Atabil morì, schiacciato
dal rombo dei tromboni, e il Gagliardo lo spinse con il piede
giù
dalle rupi. Che gli importava ormai di lui? Il
libro, il suo Libro, era scritto.
Le opere del Gagliardo furono presto raccolte in un solo volume. Ma il
lavoro
era stato svolto in fretta, e
benché il Gagliardo avesse talento per la scrittura ci si
accorse
che fra le varie parti dell'opera c'erano
squilibri e contraddizioni. Il Gagliardo non si perse d'animo. Per
prima
cosa stese di fronte a sé un grande
velo, poi arruolò un certo numero di scribi e di commentatori.
Le
istruzioni le impartiva direttamente da dietro
il velo, e ben presto la sua opera riprese nuovo vigore. Le lacune
furono
colmate, le contraddizioni vennero
spiegate, le parti più povere di dettagli furono arricchite con
varianti
che si dicevano tratte dagli appunti
manoscritti dell'autore. Nacque una vera e propria filologia a servizio
del
Gagliardo, e coloro che la
professavano erano capaci di intervenire sul testo ovunque e con
precisione
chirurgica. Atabil, a un certo
punto, si faceva una sauna sulla montagna? Dato che i nani Resolonghi,
come
tutti sanno, non conoscevano
la sauna, che è in uso esclusivamente fra i popoli del
settentrione,
è ovvio che questo episodio doveva essere
inteso come una pura allegoria ahurvedica ((CONTROLLARE LA GRAFIA!)): a
significare
l'ardore che
purifica dall'umore della passioni corporee. La stessa figura di
Atabil,
talora un po' troppo quotidiana,
meschina, certo inadeguata a recepire tutta l'immensità del
Baldrùs,
fu rapidamente trasformata in una
metafora dell'umanità oppressa dalla miseria e dall'ignoranza.
Ormai
il Gagliardo si era stabilmente
conquistato il suo posto dall'altra parte del velo, e combatteva con i
suoi
nemici solo da là dietro. Nessuno è
più riuscito a sconfiggerlo.
Alcuni dicono che il Gagliardo sia un mostro, altri che è un
folle.
Io so che non si tratta né dell'una né
dell'altra cosa. Il Gagliardo è semplicemente un grafomane. Per
lui
è come una febbre, ha bisogno di
occuparsi di tutto, e ne gode. Vuol dire la sua sul modo in cui si
costruiscono
le barche, sulle genealogie degli
eroi, sulle posizioni dell'amore e sui nomi dei concessionari Ford.
Dato
che nel Baldrùs non era riuscito a dire
tutto quello che voleva (eppure la sua scienza torrenziale aveva
persino
causato la morte di Atabil),
muovendosi abilmente da dietro il velo egli fa in modo che i suoi
esegeti
arricchiscano di ogni tipo di
significato anche le minime avventure dei Sumbula o le più
insignificanti
azioni dei Resolonghi. In questo
modo I tre libri del Gagliardo sono già diventati una specie di
enciclopedia
universale. Una volta, per
esempio, nacque una questione abbastanza importante: gli scappamenti
devono
essere rivolti verso l'alto,
come li hanno i bus di città, o è meglio che siano
orizzontali?
Nel Baldrùs non c'è traccia di scappamenti, né
il Gagliardo si era preoccupato di impartire istruzioni specifiche al
povero
Atabil anche a questo riguardo.
Allora si è pensato di fare così. Interrogato da dietro
il
velo, il Gagliardo ha puntato il dito su un passo della
storia dei Sumbula, in cui si parla di un carro a quattro stanghe "che
sulle
tracce del pitone Za solleva polvere
urlante sino alle stelle". Se il carro alza polvere fino alle stelle,
hanno
commentato di qua dal velo, e questa
polvere è definita "urlante", vuol dire che gli scappamenti
devono
essere rivolti verso l'alto. Adesso si sta già
provvedendo a una generale modifica in questo senso di tutte le
autovetture
in circolazione.
I Libri del Gagliardo sono scritti immancabilmente all'imperativo,
anche
quando sembra che egli si serva
dell'indicativo o del congiuntivo. Per lui l'imperativo è una
specie
di arci-modo della sintassi, che contiene tutti
gli altri e in tutti si manifesta. Mentre racconta, il Gagliardo
prescrive:
e quando esplicitamente prescrive,
come accade nel Baldrùs, in realtà ordina. I libri del
Gagliardo
danno del "tu" a tutti, non conoscono altre
forme o altri pronomi se non questo per rivolgersi al lettore. Non fa
differenza
se si tratta di un bambino o di
un vecchio, di un dotto o di un ignorante. Lo sterminato pubblico del
Gagliardo
legge esclusivamente per
ammirare, per stupirsi, per punirsi, per fare fagotto e incamminarsi.
Non
legge mai per leggere. E come se
non bastasse il Gagliardo continua a scrivere, muovendosi dietro al
velo
su una sedia a rotelle. Cigni, marinai,
bicchieri, pietre filosofali, romanzi gialli e saggi matematici sulla
teoria
dei frattali...Si sussurra che ormai i
suoi libri li detti direttamente ai propri esegeti, i quali si
preoccupano
di arricchirli con note istantanee. Veloce
come il vento, con la spada fiammeggiante fra le mani, il Gagliardo
gesticola,
allude, significa senza dire, e la
sua parola si fa istantaneamente Libro.
A me il Gagliardo è antipatico. Se Dio deve essere un
grafomane
preferisco farne a meno. Ovviamente
riconosco che la vita eterna sarebbe in sé una bella cosa, e
anzi,
come molti altri della mia generazione, per
un certo periodo sono stato anche educato a crederci. Forse la fortuna
del
Gagliardo deriva proprio da
questo, che i suoi libri sono capitati fra le mani di gente che ha
ancora
una grande nostalgia della vita eterna.
Non che lui la prometta, il Gagliardo è furbissimo e non si
metterebbe
mai nella condizione di poter essere
smentito. Però tutte quelle iniziazioni sciamaniche, quelle
pelli
d'orso che si animano e partoriscono zaffiri
aromatici, rassomigliano molto alla vita eterna. I libri del Gagliardo
sono
tutti ambientati "da un'altra parte", in
luoghi simili al Tibet o alla Siberia, e comunque sempre diversi dal
mondo
di qua. Come appunto dovrebbe
accadere con la vita eterna che, se c'è, sta per forza in un
luogo
diverso da quello in cui si vive di solito. Il
Gagliardo è abilissimo nel gioco dell'ambiguità. La
Pietraia,
le rocce di cobalto, la città dei Sumbula sono
semplicemente dei luoghi primitivi ed esotici, come il Serengeti o il
Mato
Grosso, oppure laggiù, per qualche
motivo, il divino si è manifestato davvero? La rivelazione del
Baldrùs
è una interminabile sequenza di
metafore, da affidare all'antropologo o allo psicanalista, oppure i
cammini
che essa indica portano realmente
dall'altra parte dell'universo?
Il Gagliardo utilizza un'altra, sottilissima tecnica per suscitare
attraverso
i suoi libri l'impressione dell'eterno.
Spesso si allude da solo e, scrivendo, significa abilmente la sua
stessa
scrittura. Dietro le descrizioni del
sacro fiume Zaber o della Pietraia abbacinata lascia intravedere
sé
stesso mentre, scrivendo, imprigiona in
una pagina le mutevoli forme del mondo. I Libri del Gagliardo sono
nello
stesso tempo scrittura e allegoria
della scrittura. Perché fa questo? Perché ha capito che,
fra
tutte le arti escogitate dall'uomo nel corso dei
millenni, la pratica dell'alfabeto è quella che più
rassomiglia
alla conquista della vita eterna. La scrittura
realizza il bisogno di proteggere, l'impulso a durare, l'ansia di
redimere
e di salvare. E questa stessa cosa il
Gagliardo continuamente suggerisce, lasciando vedere la sua persona
scribens
nella filigrana delle montagne
calcinate dal sole. Il Gagliardo sa che i caratteri dell'alfabeto sono
gli
ultimi barlumi di quella eternità che, a
un certo punto, ci è stata sottratta. Per questo, fra tutti i
mestieri
che poteva scegliere per diventare Dio, il
Gagliardo ha pensato bene di fare lo scrittore.
"Il mio dio" risposi finalmente al profeta "è un mingherlino,
ha
gli occhiali grandi e i capelli grigi. Sembra un
bibliotecario, o meglio ancora un vecchio zio, di quelli che vivono in
una
casa piena di libri e ogni volta finisce
che ne prestano qualcuno. Il mio dio non ha veli dietro cui nascondersi
e
gli piace anzi farsi vedere da tutti.
Non combatte, non rivela, non ordina, e soprattutto non scrive. Il mio
è
un dio che legge..." "Un dio che
legge? Ma che dici?"
Specialmente a casa, la sera. Legge romanzi, poesie, libri di musica e
persino
trattati di medicina. Il mio dio è
talmente schivo che sostiene persino di non essere l'unico. Al
contrario,
dice, noi dèi siamo tanti, addirittura
in numero infinito. "Ogni libro" ama ripetere "ogni autore è una
provincia,
e ogni provincia è sotto la
giurisdizione di un dio. Il politeismo non è morto, anzi,
è
più vivo di prima. Solo che adesso si è spostato nelle
biblioteche". Una volta gli ho chiesto che cosa intendeva per
politeismo,
e lui mi detto quello che mi
aspettavo. "Gli antichi pensavano che quando qualcuno si innamora entra
nella
giurisdizione di Eros, quando
si mette a commerciare occupa la provincia di Hermes, e quando fa la
guerra
calpesta quella di Ares. Ecco
perché bisogna raccomandarsi di volta in volta a ciascuna
divinità
e implorarla di concederci il suo favore.
Allo stesso modo, quando alla sera si apre un volume delle poesie di
Rilke
si entra nella provincia di un dio
pallido, fragile ma potente, che alcuni chiamano il dio Amaro. Questo
dio
ha un aspetto un po' alabastrino,
inclina alla malinconia ben disegnata ed è cugino della Musica.
Se
invece si aprono i racconti di Diderot, o
quelli di Voltaire, allora si entra nella provincia del dio Irriverito:
che
è un dio bizzarro, simpatico, ragionatore,
talmente amante del paradosso che spesso chiede al lettore di fargli,
logicamente,
uno sberleffo. E così via.
Proust conduce nella provincia del dio Lungo, detto anche Andante
Sfumato,
mentre i trattati di medicina
stanno nella provincia del dio Preoccupato (preoccupato che la scienza
di
cui è signore muti senza che lui ne
sia stato informato) e i saggi di matematica nella provincia del dio
Riservato.
Il politeismo dei libri" dice il mio
dio "è talmente vasto che non ne possediamo neppure la
più
sommaria delle mappe. Basta pensare
all'imprevedibile esistenza del dio Tattico, che pure signoreggia nelle
Biblioteche
delle Accademie Militari, a
quella della dea Tenerona, che presiede alla lettura dei romanzi rosa,
o
al dio Cipollaccio, che si occupa dei
trattati sui tulipani in vaso. Gli dèi dei libri sono migliaia,
forse
milioni, e appartengono alle categorie e ai livelli
più disparati. Possono corrispondere a generi letterari, ad
autori,
ad argomenti, a singoli periodi storici, a
momenti della critica...Omnia plena deorum, tutto è pieno di
dèi
"dice il mio dio con un grande sorriso "ed è
bello che sia così. Perché in questo modo ciascuno
è
libero di sperdersi e di scoprire, ogni sera, in quale
remota provincia della divinità il suo capriccio lo abbia
sospinto".
Il profeta era inorridito. Non si aspettava, evidentemente, che al
mondo
esistessero ancora i pagani e gli
idolatri. Si stringeva sul petto il secondo libro del Gagliardo (che
è
il suo preferito) e mi guardava con occhi di
fiamma. Ma io non mi sono spaventato. Gli ho detto apertamente che, a
mio
parere, il Gagliardo non era
affatto l'unico dio dei libri ma, al massimo, il titolare di una fra le
infinite
province librarie, quella dei Libri
sarcofago, non che il signore della Scrittura presuntuosa. Poi gli ho
anche
spiegato che, secondo il mio dio, la
vita eterna non ha niente a che fare con la scrittura, e neppure con la
lettura.
Sulla lettura circolano infatti
molte idee grandiose e superficiali, di cui i ciarlatani si
approfittano
per vendere a questo e a quello libri che
si pretendono miracolosi. Questa gente va raccontando in giro che la
sostanza
dei libri sarebbe granitica,
misteriosa, perenne, sovrannaturale. Non è vero. I libri nascono
e
muoiono, proprio come gli uomini, e anche
i milioni di dèi che li rappresentano sono mortali. I libri e i
loro
dèi possono avere una vita più lunga della
nostra, come quella delle querce e delle sorgenti, ma la loro sostanza
è
mortale. Anzi, è persino dubbio che i
libri posseggano una loro sostanza autonoma e particolare. Il mio dio
sostiene
infatti che i libri da soli non
esistono neppure..." Come puoi provare tutto ciò?" mi ha
assalito
il profeta brandendo il libro del Gagliardo.
Ma io sapevo come ribattere.
"Voglio farti una domanda" gli ho detto. "Che cosa si legge, quando si
legge?"
Lì per lì il profeta non sapeva
come rispondere. Probabilmente gli pareva una questione troppo facile e
troppo
difficile nello stesso tempo.
Prima ha provato a dirmi "le lettere" poi "le parole", ma io continuavo
a
scuotere la testa. Allora, credendo
forse che volessi spingermi nella provincia della semiotica e della
linguistica,
ha cercato di essere più preciso:
"la frase, no, il significato..." Il mio dio è molto paziente,
gli
ho detto, non è un energumeno come il Gagliardo.
Se fosse qui di fronte a te si limiterebbe ad alzare le spalle. Ma la
volta
in cui aveva rivolto a me questa
stessa domanda, fece molto di più. Prese infatti la pagina di un
libro
e la scosse, facendo cadere a terra tutte
le lettere. "Lo vedi?" mi disse "i caratteri dell'alfabeto sono
impalpabili
e fatti di puro colore. In sé non hanno
né sostanza né corpo. Per questo il loro oggetto
materiale
è fatto solo da colui che li legge". La lettura è una
lente puntata in primo luogo sul lettore, questo dice il mio dio. I
libri
parlano sistematicamente di noi, e ogni
lettura altro non è che la decifrazione di una parte diversa di
noi
stessi. Ecco perché per scrivere è
sufficiente un solo dio, come il Gagliardo, ma per leggere ne occorrono
tanti.
Omnia plena deorum, tutto è pieno di dèi ma noi,
purtroppo,
non siamo educati a rendercene conto. Solo
raramente capiamo che cosa significa avere il privilegio di uscire
rapidamente
dalla provincia del dio Russo,
che è quello dei romanzi di Tolstoj (un dio dall'intelligenza
grassa
ma profonda, come quella di Kutuzov), per
entrare in un batter d'occhio nella provincia della dea Ingarbugliata:
quella
che presiede alle ricerche di
metrica classica. Al dio Amaro, al dio Irriverito, ad Andante Sfumato
dovremmo
raccomandarci ogni sera -
specie quando usciamo dalla loro provincia per entrare in un'altra - e
soprattutto
ringraziarli per essere così
numerosi. Ai lettori politeisti non toccherà mai il privilegio
di
godere della vita eterna, questo è vero, ma
grazie agli dèi dei libri essi avranno comunque la
possibilità
di vivere non una sola vita ma tante tutte insieme.
A queste parole il profeta si voltò di scatto e corse via,
verso
il velo del Gagliardo. C'era una certa
agitazione, là dietro.
Antonio Rendine dedicava un'attenzione scrupolosa alla stesura del
proprio
diario. Aveva cominciato all'età
di diciotto anni e da allora non aveva più smesso. Ma nonostante
la
diligenza con cui lo curava, e la grande
quantità di tempo che vi aveva dedicato, questo diario non
ammontava
a molte migliaia di pagine, come ci si
potrebbe aspettare, bensì a qualche decina di fogli protocollo.
Rendine
evitava accuratamente di annotare
fatti di cronaca, mutamenti politici, malattie o eventi significativi
della
famiglia. Non scriveva neppure
riflessioni ingarbugliate sulla vita, né confessioni dei propri
timori
e delle proprie speranze. Si limitava a
registrare sensazioni banali, riflessioni piatte e luoghi comuni. Il
diario
Rendine costituirebbe un documento
del tutto inutile per qualsiasi storico, anche il più
sofisticato,
a motivo della sua completa estraneità ai tempi
nei quali è stato scritto. Così come risulterebbe
mortalmente
noioso per qualsiasi lettore. Rendine aveva
composto un diario assolutamente cretino.
Le note di Rendine sono infatti di questo tipo: "disgusto per il pesce
cappone"
"il freddo mi fa male", "chi la fa
l'aspetti", e via di questo passo. Come si vede si tratta di frasi
brevi
e talora sentenziose, ma nelle quali
l'attenzione alla propria interiorità è molto bassa e la
cui
utilità non supera lo zero. Talora l'autore si concede
pensieri leggermente più lunghi, ma tali da non andare mai oltre
le
due righe e sempre di contenuto scontato:
"Mi fa male la pancia perché ho mangiato castagnaccio. Il 27
gennaio
1972". Rendine era attentissimo alle
date. Ciascun pensiero o ciascuna sensazione portava infatti, in calce,
la
registrazione di giorno, mese e anno
della medesima. Talvolta Rendine annotava persino l'ora. Per esempio,
siamo
informati del fatto che il
disgusto per il pesce cappone era stato identificato alle 15 e 35 del
12
Gennaio 1981, mentre "chi la fa
l'aspetti" risaliva alle 7 e 30 del 4 Agosto 1965.
Come si vede già da questi pochi esempi, la disparità
delle
date, dalla metà degli anni sessanta, ai settanta, ai
primi anni ottanta, non comporta nessuna diversificazione nel tipo di
annotazioni
che Rendine registrava, né
dal punto di vista dei contenuti né dal punto di vista dello
stile.
Rendine ha continuato a scrivere le stesse
insulsaggini, e nello stesso modo, per oltre trent'anni. Capita anzi
che
la medesima annotazione ricorra, a
distanza di tempo, praticamente immutata. Il disgusto per il pesce
cappone,
per esempio, ricompare in forma
appena variata ("che schifo il pesce cappone" "pesce cappone, puuh!")
in
altre due occasioni oltre a quella
già indicata. Queste annotazioni ripetute, abbastanza frequenti
nel
diario, appaiono inoltre contrassegnate a
margine da uno o più "bene!" Segno che Rendine si rileggeva
spesso
e, lungi dall'esserne contrariato,
accoglieva con favore questi ritorni di sensazioni o sentimenti banali
anche
a distanza di decenni.
A chi erano destinate le note del diario Rendine? A lui medesimo,
è
ovvio, come mostra il fatto che passava
il proprio tempo a rileggersi. Rendine si riteneva un ottimo
interlocutore
di se stesso, tanto da comunicarsi
appunti e osservazioni. Questa interpretazione presenta però una
difficoltà.
Che bisogno aveva di informare
se stesso circa il proprio disgusto per il pesce cappone o la propria
convinzione
che il castagnaccio gli faceva
venire il mal di pancia? Questo disgusto e questo mal di pancia lo
provava
direttamente lui, non aveva certo
bisogno di rendersene informato. Avrà ben saputo che il pesce
cappone
gli faceva schifo. Invece non si
stancava di ripeterlo.
Forse, si dirà, Rendine parlava con se stesso solo in apparenza.
Si
potrebbe pensare che concepisse il
proprio diario non come un vero e proprio alter ego ma come un
interlocutore
esterno, ancorché fittizio. In
questo caso, la sua tendenza a registrare insistentemente le proprie
sensazioni
risulterebbe molto più
comprensibile, perché si tratterebbe in realtà di
informare
qualcun altro, e non lui medesimo, del fatto che il
pesce cappone gli faceva schifo. Ma chi potrebbe essere questo
misterioso
interlocutore? Non è necessario
supporre che si tratti di una persona reale. Molta gente infatti usa
tenere
diari rivolgendosi ad essi con la
formula "Caro diario", come se ogni volta cominciasse una lettera. In
casi
come questi il diario, trattato con il
"tu" e apostrofato con l'epiteto di "caro", assume palesemente la
funzione
di un amico, di un cugino, di un
fidanzato, a cui comunicare sentimenti e passioni personali dello
scrivente
che si ritengono in qualche modo
sconosciute al destinatario.
Ma niente di simile poteva valere per Rendine, in quale era ben
consapevole
di rivolgersi solo e soltanto a se
stesso, non a un interlocutore esterno, sia pure fittizio. Tanto
è
vero che, il 14 gennaio 1983, egli annotava:
"Caro Antonio, il pesce cappone è veramente una schifezza". A
margine
stanno tre "bene!" Come si vede, in
questa nota egli si rivolgeva esplicitamente a se stesso chiamandosi
addirittura
con il proprio nome di
battesimo preceduto dall'aggettivo "caro": come nell'intestazione di
una
lettera che si fosse indirizzato da
solo. Dunque non ci sono dubbi che Rendine intendesse la scrittura del
proprio
diario come un protratto, e
talora iterato, dialogo con se stesso. Ma che motivo poteva avere
Rendine
per continuare a ripetersi che il
pesce cappone gli faveva schifo?
Gli amici ritenevano che Rendine fosse semplicemente un pazzo. In
effetti,
la sua abitudine di passare gran
parte del proprio tempo a distillare stupidaggini sembrebbe confermare
questa
ipotesi. Tanto più che
Rendine, quando non si occupava del proprio diario, si appostava dietro
le
colonne dell'ingresso per impedire
al postino di avvicinarsi alla sua porta. Questo comportamento gli era
già
costato un paio di convocazioni in
questura, dove il commissario aveva dovuto ascoltare le sue smozzicate
giustificazioni
a base di "a me quello
di libri non me ne deve consegnare!" e anche "se il postino ci riprova
col
«Club dei Lettori» lo prendo a
bastonate". Nonostante queste stranezze, però, resto convinto
del
fatto che la meticolosità con cui Rendine
redigeva il suo insulso diario avesse delle motivazioni più
profonde
e più serie di una banale mania.
Non sono mancati coloro che hanno voluto dare interpretazioni
esoteriche
del diario Rendine. Soprattutto per
quanto riguarda la faccenda del pesce cappone, e del disgusto da esso
provocato
nel diarista, si è fatto
presente che circa la metà delle note relative a questo tema
sono
collocabili in periodi in cui il sole si trova
per l'appunto nella costellazione dei Pesci: mentre l'altra metà
ha
sì una collocazione astrologica fuori da
questo segno, ma cade comunque in periodi in cui case e ascendenti sono
in
qualche modo riconducibili a
segni d'acqua. Si potrebbe perciò supporre che Rendine, in
quelle
notazioni, utilizzasse un codice segreto,
noto solo ad una ristretta cerchia di adepti, per significare una sua
visione
dell'universo profondamente
segnata dalla scienza degli astri. Per la verità, però,
gli
interpreti stessi ammettono di non saper definire nei
dettagli in che cosa precisamente sarebbe consistita questa visione
"acquatica"
del mondo che attribuiscono
a Rendine, mentre nessuna testimonianza appare in grado di suffragare
dall'esterno
la teoria astrale. Fortuna
non maggiore ha avuto l'interpretazione psicoanalitica del diario,
inteso
come il risultato di un antico
complesso di castrazione con conseguente disgusto per il proprio
"pesce"
capponato. Non sono mancate
infine spiegazioni puramente biografiche delle peculiarità del
diario.
La moglie di Rendine era infatti figlia di
un pescivendolo, e certo è difficile escludere che questo fatto
abbia
esercitato qualche influenza sul disgusto
del marito per il pesce cappone. Ma perché Rendine non si
decideva
a parlare di questo problema con la
moglie, o con il suocero, invece di scriverlo in continuazione sul
diario?
Ho una mia interpretazione del diario Rendine, e a questo punto
ritengo
giusto sottoporla all'attenzione del
lettore. Per arrivare alle mie conclusioni sono partito da una secca
nota
dell'autore stesso, datata 5 Luglio
1959, dal seguente tenore: "i libri". La nota viene ripetuta anni dopo,
il
24 Maggio 1968, nella forma "libri,
uff", siglata a margine con due "bene!" Queste note così
criptiche
trovano fortunatamente dei riscontri
concreti nella biografia di Rendine. Da un lato infatti esse richiamano
la
sua antipatia per il postino, con
conseguenti appostamenti nell'atrio di casa e misteriose allusioni alla
temuta
consegna di libri. Dall'altro, esse
corrispondono a una idiosincrasia del Rendine ben nota nella cerchia
dei
suoi conoscenti: cioè a dire la sua
avversione per qualsiasi tipo di lettura. Rendine infatti ammetteva
tranquillamente
di non aver mai letto un
libro in vita sua, così come evitava con estrema circospezione
persino
il giornale.
Non si trattava di analfabetismo, naturalmente, visto che Rendine era
in
grado di tenere un diario. Egli non
rifiutava la lettura per incapacità, ma per scelta. A mio
giudizio,
la motivazione di questo atteggiamento
appare indicata in due ulteriori note di diario, entrambe risalenti
all'Ottobre
1961: "libri ammazzano", e poi
"libri succhiano". Frase che non ha il significato dell'equivalente
idiomatico
inglese "books suck" - peraltro
molto volgare - come ritengono gli interpreti. Al contrario,
questa
espressione deve essere presa in senso
molto letterale, e costituisce a mio parere la chiave del mistero.
Che cosa succhiavano i libri secondo Rendine? Anche questa nota si
spiega
tenendo conto delle personali
idee sui libri e sulla lettura che Rendine aveva sviluppato nel tempo.
Sempre
stando alla testimonianza dei
conoscenti, infatti, egli sosteneva che i libri in sé non
avrebbero
alcun significato, ma lo ricevono unicamente
dall'energia mentale che il lettore impiega per interpretarli. Questo
vale
in primo luogo per lo sforzo che si fa
quando a scuola ci insegnano a leggere interpretando le lettere
dell'alfabeto:
un'operazione molto faticosa, in
cui si è costretti ad attribuire un valore e dei suoni
particolari
a delle stringhe di segni che di per sé sono sordi
e muti. Ma l'intrinseca insignificanza dei libri, e la totale
dipendenza
del loro significato dall'intervento del
lettore, sarebbero soprattutto dimostrate dal fatto che, a un livello
di
cultura superiore, quasi nessuno
interpreta un libro nello stesso modo in cui lo interpreta anche un
altro.
E anzi, molto spesso le
interpretazioni di uno stesso libro differiscono in maniera radicale a
seconda
di chi li legge. Dunque a parere
di Rendine i libri sarebbero sostanzialmente muti e privi di vita. Sono
gli
uomini, i lettori che, credendo in
buona fede di attingere significati, trame, idee dai libri, in
realtà
gliele attribuiscono, facendosi così
"succhiare" vita e midollo dalle lettere dell'alfabeto.
Un'altra immagine frequentemente usata dal Rendine per parlare della
lettura
era la seguente:
"ventriloquismo". Chiunque leggesse un libro, secondo lui, si
comportava
come un ventriloquo, il quale fa
parlare un fantoccio privo di vita impegnando fino allo spasimo i
muscoli
della sua pancia. Secondo Rendine,
insomma, tutta la cultura occidentale non sarebbe stata altro che una
colossale
opera dei pupi, in cui uomini
simpatici e intelligenti, pieni di succhi vitali e di risorse,
avrebbero
sperperato le loro energie per dare un po'
di vita e di voce a un esercito di larve senza viscere. Nei suoi
momenti
di maggiore odio verso i libri, Rendine
arrivava addirittura a sostenere che i libri non erano solo fantocci
immoti
ma mostri maligni, crudeli, che
godevano nel succhiare le midolla degli uomini e oltrettutto li
umiliavano,
ostentando la propria superiorità nei
loro confronti. Per questo aveva giurato a se stesso che non avrebbe
mai
letto una sola riga.
E per questo stesso motivo, penso, egli passava il proprio tempo a
leggere
soltanto cose che si era scritto da
solo. In questo modo Rendine si sentiva certo che, almeno quelle frasi,
non
gli avrebbero succhiato sangue e
midolla perché si componevano di sostanze che comunque erano
già
sue. E anzi, per maggiore sicurezza si
limitava a comunicarsi sensazioni cretine, inutili, prive di qualsiasi
rilevanza.
Sapeva infatti che, per
interpretare la frase "che schifo il pesce cappone" o "chi la fa
l'aspetti"
gli sarebbe occorsa una quantità di
energia così minima che, anche qualora quelle frasi avessero
rivelato
qualche inclinazione al vampirismo
interpretativo, la quantità di sangue che gli avrebbero
succhiato
non sarebbe stata superiore a poche gocce.
Per lo stesso motivo Rendine si sentiva particolarmente felice tutte le
volte
in cui scopriva che il pesce
cappone gli aveva già fatto schifo anche vent'anni prima: e
costellava
con i suoi "bene!" ogni insulsaggine
che ricorresse più di una volta nel corso del diario. Quanto
più
egli leggeva cose sue non solo cretine ma
anche arcinote, ripetute e consuete, tanto più egli si sentiva
al
riparo dalla vampiristica minaccia della lettura.
Antonio Rendine è morto il 4 Ottobre 1992, come rivela una
nota
del suo diario ("ahi che male"). Negli ultimi
tempi egli si era dimostrato sempre più ossessionato dal terrore
per
la lettura, e dalla quotidiana, maniacale
attenzione verso la banalità delle frasi che registrava ("quando
piove
prendo l'ombrello" "due più due fa
quattro"). Non c'è dubbio che a un certo punto la sua mente
fosse
stata sfiorata dall'ala dell'idiozia, anzi, più
che sfiorata ne era stata percossa. Ma le circostanze della sua morte
hanno
comunque lasciato una profonda
impressione di inquietudine in tutta la sua famiglia e nella cerchia
dei
conoscenti. Perché certo non è
consueto che un uomo sano e fisicamente robusto, anche se turbato da
qualche
innocua mania, si spenga per
un'improvvisa emorragia dopo che il postino aveva consegnato alla
moglie
un pacco contenente un volume
del «Club dei lettori». Il giorno dopo il postino, con
molte
scuse, passò a riprendersi il volume, sostenendo di
averlo consegnato in casa Rendine per errore.
In piedi sull'erta del fosso non so se devo lasciarmi scivolare
giù
o invece non sarebbe meglio tornare
indietro, perché la scesa è troppo ripida. E' il cuore
dell'estate,
scivolare lungo un'erta erbosa pare la cosa più
naturale del mondo. Intorno è ancora tutto pieno di fiori. Ma
sarà
pericoloso? Il dubbio dura solo un attimo
perché nel calcagno sento uno schiocco forte, come di un grosso
elastico
che si rompe, poi un dolore acuto.
E cado giù. Possibile che mi abbiano tirato una sassata in un
calcagno?
Ma no, dietro di me non c'è nessuno
e devo semplicemente essermi slogato una caviglia. L'ultima immagine
che
mi rimane, da prima della caduta,
è quella di un pescheto carico di grossi frutti color di rosa.
Sarà
meglio risalire in macchina e cercare un
pronto soccorso.
Il pronto soccorso lo trovo in una cittadina della pianura, un
bell'ospedale
piccolo e dall'aria pulita, dove un
infermiere mi carica subito su una sedia a rotelle e mi porta
all'accettazione.
Nome, età, indirizzo, la solita
cerimonia, poi vengo accompagnato nella sala delle radiografie. La
caviglia
si gonfia, e fa male.
La radiologa è categorica, di rotto non c'è nulla.
Comincio
già a rassegnarmi all'idea che, al massimo, mi
toccherà passare qualche giorno seduto col piede appoggiato su
una
sedia: "a guardare le olimpiadi" dice
l'infermiere che mi spinge ("a leggere un libro" correggo mentalmente).
Entriamo
dal medico di guardia. E'
un grande uomo con la pipa, non si alza neppure da dove è seduto
e
molto rassicurante mi dice "nulla di rotto,
si tratta solo di una distorsione". Dopo di che infila nuovamente le
radiografie
nella busta e comincia a
riempire un foglio. Come già avevo fatto in radiologia, indico
al
dottore il punto in cui la caviglia mi fa più
male. Di fronte a questo stesso gesto la radiologa aveva sì
commentato
"lì c'è il tendine", ma questa
affermazione non aveva portato alcun seguito concreto. La mia
insistenza
sul "punto del tendine" non
smuove neppure il dottore con la pipa, che resta seduto dov'è e
non
ritiene necessario venirmi a palpare.
Una settimana di riposo, se fa male posso mettere del ghiaccio.
L'infermiere
mi fa la più bella fasciatura
elastica che abbia mai avuto in tutta la mia vita. Certo che esistono
certi
materiali, al giorno d'oggi!
L'infermiere stesso ne è molto orgoglioso.
I giorni passano, la caviglia continua a far male però si
sgonfia
leggermente. Impossibile reggersi sulla
gamba o camminare, forse lo deve fare. «L'u' dd'ha fa'», lo
deve
fare, mi dice scherzando un amico al
telefono. E' la frase che il meccanico del suo paese usava quando
qualcuno
gli portava una macchina che
faceva uno strano rumore nel cruscotto o prendeva gas un po' troppo
lentamente.
Sarà che lo deve fare, ma
la caviglia non regge. Seduto in giardino, mentre l'estate infuria
lontano
da me, leggo libri sulla cultura orale e
anche un romanzo in tedesco. Quale migliore occasione per leggere cose
che
altrimenti non leggerei? Max
Frisch, Homo faber, un bel tedesco facile che va bene anche per me. La
lettura
di Frisch mi assorbe molto.
Quando l'aereo del protagonista compie il suo atterraggio di fortuna e
i
personaggi passano alcuni giorni nel
deserto messicano, sono sinceramente proccupato per la loro sorte (dato
che
non riesco ad acchiappare un
vocabolario, che sta al piano di sopra, solo per intuizione arrivo a
capire
che laggiù il caldo è talmente
infernale che le donne osano girare con indosso il solo "reggiseno",
Büstenhalter).
I soccorsi arriveranno in
tempo oppure no? Non riesco a staccarmi dal libro, nonostante il
fastidio
della caviglia devo arrivare al
momento in cui li tolgono di lì. Per fortuna un elicottero
atterra
e sono salvi. Ma non sono salvo io.
Dopo qualche giorno decido di farmi vedere dal medico che qualche volta
mi
ha curato per il mal di schiena.
Venga qui, dice, stia fermo in piedi, adesso cammini. Mmh, distorsione,
provi
a non caricare sulla gamba
sinistra e se mai a mettere dei grossi zoccoli di tipo olandese. Gli
racconto
dello schiocco che ho sentito, sarà
mica che mi sono rotto il tendine. Il dottore sorride molto
canzonatorio
e mi dà una pacca sulla spalla. Se
fosse il tendine, dice, sa che dolore sentirebbe! Esco con le
stampelle.
Compráti gli zoccoli olandesi mi pare
d'essere diventato un infermiere anch'io, ma le cose non migliorano.
Passano
altri giorni, il romanzo di Max
Frisch comincia mio malgrado a languire. E se mi facessi fare un po' di
fisioterapia
da un medico sportivo?
Con tutte le distorsioni che vedono in partita, devono essere dei maghi
della
caviglia. Prendo l'appuntamento
per il giorno dopo. Una volta raggiunta la sicurezza che i passeggeri
sono
stati tratti in salvo dal deserto
messicano, e capito che il caso, o la necessità, sta trascinando
il
protagonista di Homo faber a incontrare
nuovamente il suo antico amore in un paese dell'America Latina, mi
decido
ad abbandonare il romanzo di
Frisch al suo destino. Il tedesco è troppo impegnativo per una
persona
che porta grossi zoccoli da infermiere
e ha una caviglia gonfia. Casualmente il postino mi consegna un pacco,
contiene
l'edizione di alcuni Dialoghi
di Seneca. Chissà che non servano a consolarmi. Li leggo
diligentemente,
trovo delle belle frasi, ma almeno il
De Providentia mi lascia scettico. Vado dal medico sportivo.
Il quale, visto semplicemente il modo in cui cammino, esclama "ma
lei
ha la rottura del tendine di Achille!"
Mi spiega che si capisce già solo da come il paziente mette il
piede.
Un rapido esame conferma la diagnosi
in modo inequivoco. Altro che fisioterapia, ci vuole un intervento e la
faccia
del medico sportivo fa presagire
che non si tratta di una cosa banale. Ma possibile che gli altri due
medici...
balbetto io. Lui si stringe nelle
spalle. Afferra il piede e me lo articola, il muscolo del polpaccio
resta
immobile. Il tendine rotto non
comunica il movimento. Pare che anche gli studenti di medicina
conoscano
questo sintomo e sappiano
riconoscerlo. A patto, naturalmente, di avvicinare almeno una mano al
piede
del malcapitato, cosa che
nessuno aveva fatto finora. Ma poi chissà. Seneca direbbe che i
voleri
della providentia sono, almeno per il
momento, imperscrutabili.
Nonostante il periodo sfavorevole, Ferragosto, trovo rapidamente
qualcuno
disposto a operarmi. Sono
fortunato o almeno mi sembra. Però ho una preocupazione. Cosa mi
porto
da leggere in ospedale? Penso
che devo ancora finire i Dialoghi di Seneca, e stavolta aggiungo anche
i
Contes di Diderot. Lettura
abbastanza gaia, Le neveu de Rameau lo conosco già. Mi piace la
storia
di questo briccone che viene
invitato a pranzo, a turno, nelle case dei conoscenti ma a patto che
non
dica una sola parola. E quando costui
rompe la consegna, cercando di partecipare alla conversazione, si alza
un
coro ironico e adirato, un solo
grido "Oho, Rameau!" E il poveretto annega il viso nel piatto e nella
sua
"fureur", mentre gli altri convitati
scoppiano a ridere. Ma mi piace molto anche il racconto Mystification,
che
ho tempo di leggere sul lettino
dell'ospedale.
Salgo sulla barella con la testa piena di Diderot. Che buffo, penso,
scendere
in una sala operatoria
mescolando l'ansia per l'intervento e le invenzioni che un impostore,
fingendosi
medico, ha inventato per farsi
restituire da una donna un ritratto compromettente. La parola che mi
torna
in mente più spesso è "mystifié".
Ancora non so che si tratta in realtà di un presagio, di un
maledetto
omen relativo a quello che sta per
capitarmi. L'anestesista è gentile e mi spiega che subirò
un'anestesia
di tipo "tronculare", limitata alla sola
gamba. Mi prega anzi di non spaventarmi se sentirò delle grosse
scosse
elettriche nel piede e nel polpaccio.
Così accade in effetti, più che spavento comunque si
prova
dolore. Nello stordimento generale sento che,
mentre i chirurghi tagliano, l'anestesista si chiede perché in
Italia
esistano vari posti che si chiamano
«Zambra». Trova che il nome sia strano, io invece trovo
bello
che un anestesista, in sala operatoria, abbia
delle curiosità di questo tipo. Con un filo di voce gli chiedo
"vuole
proprio sapere che cosa significa il nome
«Zambra»?" Lui meravigliato risponde che lo vuole sapere, e
io
gli dò la mia flebile etimologia. Flebile ma,
crederei, esatta. Poi non ricordo più niente.
Mi sveglio con un gran dolore, e corrono ad allentarmi il gesso.
Capita
con quello post-operatorio, dicono,
spesso è troppo stretto e l'arto invece si gonfia più del
dovuto.
Adesso trasformiamo il gesso in una doccia e
vedrà che passa tutto. Non passa gran che, adesso le facciamo
un'iniezione,
dicono, stia tanquillo. Che roba
è? chiedo. "Contramal".
Un nome molto esplicito per un antidolorifico. Nello stordimento
dell'anestesia
e del "Contramal" mi viene in
mente Lessing con la sua teoria dei "redende Namen", ovvero "nomi
parlanti".
Nelle commedie di Plauto i
personaggi portano spesso dei nomi che già da soli sono in grado
di
significarne le caratteristiche: Pseudolo
ovvero il "Mentitor di inganni", Arpace ovvero "Colui che rapina",
Pasicompsa
ovvero la "Tutta bella". Anche
il mio "Contramal" è un nome parlante dello stesso tipo.
Parlante
e benefaciente. Il mio vicino di stanza è un
uomo bruno e pelosissimo, guarda la televisione dalla mattina alla sera
e
mi impedisce di leggere. Del resto
non so neppure se ne avrei voglia. Per tre giorni godo di
un'informazione
completa sul mercato del calcio con
relative coppe estive, sul parto dei leoni marini e sui "cliffs" delle
isole
Aaran. Inoltre ho imparato a memoria
alcune decine di pubblicità differenti. Ho letto con fatica
qualche
pagina del De Otio di Seneca, penso con
l'argomento che anche all'ospedale si è costretti a stare in
ozio.
Ma lette sul campo, le esortazioni di Seneca
paiono non solo fiacche ma, qualche volta, persino ipocrite. Quanto a
Diderot,
è rimasto a dormire nel
cassetto del comodino. Mi rimandano a casa quasi subito.
Il gesso che ho non va bene e deve essere cambiato. A una prima
visita
tutto risulta in ordine, il piede è
gonfio e smagrito e fa anche male. Ma dopo un intervento è ovvio
che
sia così (per forza, "l'u' dd'a fa"). Il
guaio è che fa male sempre di più. A casa riesco a
leggere
solo un po' di giornale, decido che Seneca
riuscirà a consolare quelli che stanno bene ma non certo i
malati
veri, Max Frisch vola chilometri sopra la
mia testa, come i suoi aeroplani che cascano nel deserto messicano, e
Diderot
è troppo difficile da seguire.
Se si esclude però Ceci n'est pas un conte, un raccontino a
dialogo
che mi piace per il tono insolitamente
duro che l'interlocutore fittizio di Diderot si permette di usare con
il
suo autore. Bisogna essere davvero un
grande scrittore per accettare di essere trattati così male da
uno
dei propri personaggi. Al mio nervosismo fa
bene il tono perentorio di quell'ignoto interlocutore. Non quanto bene
mi
fa il "Contramal", naturalmente,
meraviglioso nome parlante che mi aiuta a sopravvivere qualche notte.
Visto
che non posso leggere, perché
il piede mi fa sempre più male, penso improvvisamente che potrei
mettermi
a scrivere, magari senza farmi
trattare male dai miei personaggi come faceva Diderot. Del resto non
potrei
neppure permettermelo, so bene
che per farsi maltrattare a quel modo bisogna essere grandi. E poi non
ho
bisogno di essere ulteriormente
maltrattato. Non potendo dormire, la notte ho cominciato a guardare la
televisione.
Ho già acquisito una
certa competenza sulla differenza fra le reti virtuali e le reti reali
(Rai
due, dopo le tre del mattino) per merito
di un professore dall'accento piemontese che tiene lezioni di
elettronica
all'università notturna. Soprattutto ho
rivisto molte puntate del tenente Kozjack.
Mi cambiano di nuovo gesso. Pare che il dolore, che aumenta di
giorno
in giorno, sia causato dal fatto che ho
un gesso troppo piccolo, adesso mi rinchiudono la gamba con tutta la
coscia.
Nella sala gessi ho modo di
apprezzare la straordinarie competenze sportive di dottori e
infermieri,
che usano calcio o ciclismo come una
sorta di codice esclusivo in cui cifrare ogni tipo di allusione e di
battuta.
Nonostante i giorni trascorsi in
camera col mio vicino bruno e peloso, nonché le svariate notti
televisive,
io non capisco quasi nulla di quello
che si dicono. Con nostalgia ripenso al mio "Contramal", dal nome
così
esplicito e parlante. Un dottore in
particolare mi colpisce. Ha un fare gentilissimo, ma conosce persino i
nomi
delle componenti la squadra
italiana di ciclismo femminile non che quello dei vari individui
(età,
professione, etc.) con cui le più carine
hanno affari di cuore. Con il mio enorme salame di gesso vengo caricato
a
fatica in un'automobile e riportato
a casa di peso. I dolori aumentano. Adesso trascorro le mie giornate su
una
poltrona a rotelle, il dolore mi
distoglie dalla lettura ma non dalla scrittura, che per qualche ora
almeno
continua ad essere in grado di
distrarmi. Scrivo su una mensolina appoggiata sui braccioli della
poltrona.
Che cosa scrivo, poi, lo sa solo dio.
Sto inventando strane storie in cui compaiono il diavolo nella
metropolitana
di San Francisco, un divino
grafomane che ho chiamato «il Gagliardo», uno scozzese
ossessionato
da un bicchiere e persino Aconzio e
Cidippe (la cui vicenda non sono riuscito a rileggere perché non
posso
procurarmi le Heroides di Ovidio). La
notte mi inebrio di "Contramal", con un misto di orrore e di lusinga ho
appreso
che si tratta di un oppiaceo.
L'ho scoperto quasi per caso, da una frase incidentale delle istruzioni
per
l'uso: "Come tutti gli oppiacei,
anche il Contramal...". Durante il giorno nella mente mi riaffiorano
antiche
storie della mia famiglia, uno zio
di mia madre che faceva il dentista nell'astigiano, un ufficiale che
proprio
non si rassegnava all'idea di
sposarsi, mia madre piccola a Piazza Armerina con mio nonno professore
e
la mia nonna col cappello. La
notte continuo a guardare la televisione, dopo le due, su Rai Uno,
mandano
in onda i programmi di oltre
trent'anni fa. Con stupore rivedo Lelio Luttazzi, Johnny Dorelli, le
gemelle
Kessler, Giorgio Gaber che
sembra un adolescente, la bellissima Mina. Forse aiutato dal mio
oppiaceo,
la notte rivivo tutta la mia infanzia
e a tratti, nel dolore, sono incredibilmente felice.
Essendo la situazione insostenibile, mi ricoverano nuovamente in
ospedale.
In realtà nessuno capisce che
cosa abbia. Mi visitano e mi rivisitano, faccio eco- di qualsiasi tipo
e
di ogni possibile terminazione
morfologica (eco-doppler, eco-grafia etc.), per fortuna mi hanno
tagliato
il gesso, riducendolo a una semplice
doccia, e quando non mi vedono posso togliere la gamba dall'astuccio e
massaggiare
dolcemente il tallone.
Casualmente ho fatto una grande scoperta. Non so se abbia a che fare
con
qualche principio della medicina
cinese o con la più banale, e occidentale, dinamica del dolore
umano,
ma quel massaggio tallonare, assieme
al "Contramal", è l'unica cosa che riesce a placare un po' il
mio
dolore. Vivo in una stanza tranquilla e in un
reparto dove tutti sono disponibili, se si esclude naturalmente la
capacità
di capire perché sto male. Nella mia
solitaria posizione fetale, con il tallone nella mano sinistra e un
piccolo
volume BUR nella destra, rileggo tutto
Guerra e Pace. Avevo cominciato con Agatha Christie, temendo la mia
abituale
incapacità di leggere col
male al piede, ma la fortunata scoperta del massaggio tallonare, una
delle
poche tappe benefiche del
pensiero medico, almeno per quel che mi riguarda fino a questo momento,
mi
spalanca inattesi orizzonti di
lettura. Vado talmente in fretta che non fanno in tempo a portarmi
tutti
i volumi che mi occorrono. In quattro
giorni i medici non hanno ancora capito nulla di quello che possa
riguardare
i miei dolori, ma in compenso io
sono già valorosamente giunto all'epilogo del romanzo. Che
Tolstoj,
secondo me, avrebbe potuto anche
risparmiarsi perché è molto più brutto di tutto
quello
che precede. E' come se Alessandro Dumas, non
richiesto, avesse direttamente aggiunto ai Tre moschettieri un
riassunto
di Vent'anni dopo. Ma questi giorni
passati a massaggiarmi il tallone in compagnia di Napoleone, di Pierre,
di
Natascia, e del rude Bagrátion che
cavalca incurante delle pallottole e degli ordini ricevuti, resteranno
fra
i più belli e i più dolorosi della mia vita.
Disgraziatamente, dopo qualche giorno un medico mi piomba nella
stanza
fuori orario, alle otto di sera, e si
accorge della mia astuzia tallonare. Continua a non capire
perché
ho male al piede ma in compenso mi
rimprovera come uno scolaretto colto in fallo e mi rinchiude
definitivamente
la gamba nella doccia di gesso,
legandola con una fascia. La lettura si riduce, aumenta il "Contramal".
Dopo
due giorni mi fanno un nuovo
gesso, il quarto, stavolta in vetro resina, e mi rimandano a casa. E'
certo
che con questo nuovo apparecchio
non avrò più dolore. La prima notte già
impazzisco,
alla televisione rivedo per l'ennesima volta La dolce Vita
(non ne ho mai sopportato il finale, come in Guerra e Pace) e un film
dove
Amedeo Nazzari va a caccia di
briganti post-unitari in Sicilia. Sono ridotto talmente male che quando
"Rraffa-Rraffa",
il capo brigante,
muore accoltellato dal suo rivale, mi metto a piangere. E sì che
avrei
dovuto essere contento, era lui il
cattivo.
I giorni passano, siamo già sopra quaranta, e si avvicina la
data
in cui avrò diritto a un gesso più piccolo con
il quale potrò uscire e poggiare finalmente il piede per terra.
Il
mondo mi è divenuto abbastanza indifferente,
se si esclude la voglia di scrivere (mi sto appassionando al tema dei
fiori
messi ad appassire nei libri) e di
prendere "Contramal" all'inizio della notte. All'ospedale, dove sono
tornato,
scongiuro un ortopedico di
lasciarmi il gesso aperto, magari solo per qualche giorno,
affinché
io - ecco, io possa far vedere il piede a
qualcun altro, magari un reumatologo, o un neurologo! Mi sono fatto
coraggio
e ho detto bruscamente quello
che desideravo dire da tanti giorni (nel tono penso di essermi ispirato
inconsciamente
all'interlocutore di Ceci
n'est pas un conte, quello che trattava male il suo autore). Per tutta
risposta
l'ortopedico mi solleva il piede,
mentre sto seduto su un panchetto della sala gessi, e me lo martella
qua
e là chiedendomi se sento delle
scosse elettriche. Sì, forse qui, aspetti, dico, forse anche
qui,
ma lui va talmente veloce col martelletto che
non riesco a distinguere fra dolore, formicolio, scosse elettriche e
nulla
cosmico, quello in cui navigo ormai da
tanto tempo. Penso con amara nostalgia a quando ero entrato nella sala
chirurgica
con la mente piena di
Diderot. "Mystification". A quei tempi pensavo che il mondo avesse un
ordine
e che ci si potesse permettere
di entrare nella sala chirurgica con la testa che uno preferiva. Mi
sbagliavo.
Non riesco quasi più nemmeno a scrivere. Un amico, a cui ho
fatto
leggere alcuni dei racconti composti
durante la malattia, mi assicura del fatto che quello scritto nel
momento
di maggior dolore è senz'altro il
migliore. Come possono essere buoni gli amici, o forse, come può
essere
bizzarra la vita. Dopo due notti di
Gaber con faccia da bambino e di reti virtuali, col solito professore
piemontese
inquadrato da camera fissa
su sfondo di formule, non che alla fine delle gocce di "Contramal", mi
decido
a farmi vedere da un altro
ortopedico. Gli basta sentire la descrizione dei sintomi, gli stessi
che
tante volte ho già tentato di spiegare
sfruttando tutte le risorse della mia eloquenza, e il nuovo ortopedico
mi
dice che evidentemente mi è stata
lesa qualche terminazione nervosa durante l'intervento e il dolore
deriva
da questo. Un esame meticoloso,
condotto con una penna rovesciata dalla parte del cappuccio e usata
come
se fosse un martelletto, conferma
la diagnosi. L'ortopedico, un professore tranquillo e dagli occhi molto
dolci,
gira finalmente la penna dalla
parte con cui si scrive e segna il punto in cui secondo lui la lesione
è
localizzata: con una bella croce blu.
Debbo ricoverarmi per essere operato nuovamente. Chiedo di essere
ricoverato
in un'altro ospedale, sono
fortunato, mi prendono. Nella speranza di poter almeno tornare al
massaggio
tallonare, se mi tolgono il gesso
per accertamenti, decido di portare con me Anna Karenina . E' sabato
pomeriggio,
l'ospedale rigurgita di
parenti (quasi tutti venuti dal sud) e di casi così gravi che
non
si potrebbe nemmeno immaginare.
Mi accuccio nel letto che mi è stato destinato mentre intorno
sento
parlare di anche rovesciate e rifatte, di
femori spaccati, di necrosi ossee che si spandono a macchia di leopardo
e
che i medici del luogo, con
pazienza infinita, individuano e sostituiscono con protesi costruite in
strane
leghe. Mi viene tolto il gesso e
con un piacere indicibile posso ricominciare a praticare il mio
massaggio
tallonare. Per la notte chiedo, e
ottengo, un'iniezione di "Contramal", Anna Karenina è
bellissimo.
In quel letto d'ospedale il mondo ha
paradossalmente, e dolorosamente, riacquistato una parte del suo
significato.
Non so se è solo
un'impressione mia, che vengo da una lettura recente di Guerra e pace,
ma
com'è bravo Tolstoj a darti
l'impressione che il tempo è passato, che la nobiltà
russa
non è più quella dei tempi di Kutuzov e dello Zar
Alessandro! Gli bastano pochi accorgimenti, come sostituire le parole
francesi
di Pierre e di Natascia con
quelle inglesi di Dolly e di Kitty. Quando leggevo queste cose da
ragazzo
non mi accorgevo di nulla, forse
ero preso solo dall'adulterio di Anna e dalla cinica passione di
Vronskij.
Invece quell'amore era soltanto una
delle fibre che componevano un'umanità molto più
complessa.
In quell'ondeggiare fioco di luci, malati e
corridoi, mi viene in mente un verso di Yeats: "giovani ci siamo amati
/
senza capirne niente".
Le sale operatorie sono tutte impegnate, ci saranno da aspettare
almeno
tre o quattro giorni. Il mio tempo
trascorre in compagnia di Anna Karenina e di parecchie visite, mentre
il
massaggio tallonare si è ormai
trasformato in una pratica totale, che abbraccia l'intero arto in uno
sfregamento
continuo e generalizzato,
dalla punta al collo del piede, alla pianta, alla caviglia. I miei
visitatori
non ci fanno più caso. Purtroppo la
notte il massaggio deve cessare, per l'ovvio motivo che il sonno
esclude
il movimento (ah se si potesse
continuare a massaggiarsi anche dormendo!), e a quel punto il dolore
ricomincia.
Per cui riesco a dormire
molto poco. E' una via senza uscita, se mi massaggio non dormo, se non
lo
faccio ci riesco ancora meno. Il
mio vicino di letto, che ha un'anca rifatta, non riesce a dormire
nemmeno
lui per il dolore, e vuole che gli
racconti "storie del mondo antico". Le chiama così e le ascolta
come
fossero fiabe, in fondo è ancora un
ragazzo. "Un ragazzo di trent'anni" dice di sé, parlando
seriamente.
E' nato con l'anca danneggiata, buona
parte della sua vita l'ha passata tra un ospedale e l'altro e,
giustamente,
si sente ancora in credito della sua
giovinezza. Si mette giù con le mani dietro la testa, sul
cuscino,
e ascolta. Ha bellissimi occhi chiari. Gli
racconto la famosa "Carità romana", cioè la storia della
figlia
che dava il seno alla propria madre carcerata
attraverso la grata, per nutrirla, poi la festa dei Saturnali, con i
padroni
che servivano a tavola gli schiavi, e
soprattutto gli descrivo le origini della colonizzazione greca in
Italia,
da Pithecussa in là. Lui che è di Napoli
partecipa molto intensamente alla colonizzazione greca, non si capacita
del
fatto che i Greci abbiano
cominciato a colonizzare la zona di Napoli e non la Sicilia, che era
molto
più vicina a loro. E io che posso
dirgli? Poi mi chiede consigli su un certo affare di ragazze e anche
pareri
sulle poesie che scrive. Scopro con
gioia che scrivere, quando si sta male, fa bene a tutti. Le mie notti
passano
impegnate dal racconto orale e
dal massaggio totale. Nel buio, con solo una minuscola lampada da
comodino
fissata alla copertina di Anna
Karenina, dobbiamo essere una ben strana coppia: un ragazzo di
trent'anni
con l'anca smontata che ascolta
storie da uno che si massaggia un piede ininterrottamente. Una vecchia,
nella
corsia accanto, ad ogni suono
di campanello, con conseguente segnale rosso di chiamata, si mette a
gridare
che per favore qualcuno si
decida finalmente ad aprire la porta.
La sera prima dell'operazione si svolge un vero e proprio rito di
passaggio.
Un infermiere mi consegna un
pacco, poi mi spiega che bisogna fare la doccia e il pediluvio con
l'amuchina.
Il bagno è uno stanzone grande
e fioco, che rimbomba di rumori lontani come le sale notturne delle
regge
omeriche. Il resto della notte
trascorre nella mia attività di "story teller" non che nella
contemplazione
del contenuto del pacco: un camice,
una cuffia di plastica e un gambale di stoffa verde. Cominciano a
operare
alle sei e mezza, e vanno avanti
fino alle sei di sera, a volte anche più tardi. Smontano,
cuciono,
buttano all'aria ogni genere di ossa e di
cartilagini per poi rimontare il tutto con protesi e innesti. Molti
pazienti
hanno già il posto prenotato in sala
rianimazione ma, dicono, è solo una precauzione. Sono ammirato
da
questa straordinaria officina della
malattia e della salute. Dove avranno imparato a fare tutte queste
cose,
i dottori che operano qui? Dove
saranno i loro benefici libri? Vorrei tanto vederli e capire come sono
fatti.
Da qualche parte, dentro
quell'immenso edificio, devono aver murato la Biblioteca di Esculapio.
Sono il secondo della mattina, quello prima di me ha sballato i
tempi
ed è stato portato in sala rianimazione
perché ha perso troppo sangue. Le ore trascorrono nell'attesa.
Da
un pezzo il "Contramal" è stato sostituito
da una flebo di "roba più forte", come dice l'infermiere, ma non
sono
riuscito a capire di che si tratta. Di
sicuro comunque il nuovo antidolorifico non ha un nome altrettanto
parlante.
Ma perché Vronskij è così
cinico? E il marito di Anna, che povera, dolorosa figura. Lo capisco
soltanto
adesso. Giovani ci siamo amati,
senza capirne niente. Finalmente chiamano il mio nome e mi portano al
piano
terra per essere operato di
nuovo, con cuffia camice e gambale. Questa volta non ho la testa piena
di
libri come due mesi fa, non c'è
Diderot e (speriamo) non c'è neppure "mystification".
L'anestesia
mi coglie talmente impreparato che, subito
dopo aver contemplato con meraviglia il carattere quasi spaziale
dell'alluminio
che tappezza l'avanti-sala, mi
risveglio sei ore dopo nel mio letto in corsia. Pare che abbiano
trovato
il punto, alcune terminazioni nervose
erano state intrappolate nel tessuto della cicatrice e per questo il
nervo
si infiammava. Sperano di averle
riacchiappate tutte ma non sono sicuri perché il tessuto
cicatriziale
è molto confuso. Si augurano che, fra
qualche giorno, il dolore cominci a diminuire.
Rientro a casa dopo un viaggio abbastanza lungo e quasi una
settimana
di assenza. Nel mio studio ci sono
altri libri, appunti lasciati a metà, pacchi di fogli stampati e
già
corretti. Ma non so se mi rimetterò davvero a
leggere. Il massaggio tallonare posso praticarlo, con il "Contramal"
invece
mi consigliano di farla finita. Forse
continuerò a scrivere. I giorni passano ma nel frattempo
è
accaduto qualcosa che certo non potevo
prevedere nel momento in cui mi sono affacciato su quell'erta erbosa,
chiedendomi
se dovevo lasciarmi
scivolare giù o se era meglio tornare indietro. Qualcosa che non
mi
aspettavo neppure mentre scrivevo le
imprese del «Gagliardo» o quando la notte, dentro di me,
riaffiorava
il ricordo delle vecchie storie di famiglia.
E' accaduto che il dolore degli altri, tanto più forte e crudele
del
mio, si è mescolato alle mie letture, alle
storie che ho scritto e anche a quelle che ho raccontato al mio vicino
di
letto. Seduto di fronte alla tastiera
del computer, penso alla biblioteca miracolosa e nascosta, quella che
contiene
i libri che servono ad alleviare
il dolore degli uomini. La Biblioteca di Esculapio. E di colpo capisco
che
non solo i libri di medicina, ma
anche tutti gli altri, ne fanno parte.
Il giorno in cui l'interprete scese dalla cattedra mi accorsi che
teneva
un coltello nella tasca della giacca. Gi
altri, troppo impegnati ad applaudire, non notarono il pomello d'ottone
che
sporgeva fra i cappucci delle
penne. Ma io sì, e mentre mi passava accanto sfilai il coltello
con
delicatezza lasciandolo cadere nella mia
cartella. Prima o poi sarebbe venuto a riprenderselo, e allora avrebbe
dovuto
darmi delle spiegazioni.
Si trattava di un oggetto solido, dalla lama lunga e ricurva, come
quelli
che usano i cacciatori. Il manico era
di corno e terminava con un pomello di ottone lucente. Se l'interprete
fosse
stato meno vanitoso, e si fosse
accontentato di un coltello ordinario, io forse non lo avrei notato e
questa
storia non sarebbe mai cominciata.
Invece, dopo qualche ora, il campanello suonò e l'interprete,
visibilmente
imbarazzato, entrò nel salotto di
casa mia. "Lei capisce..." disse per prima cosa. Io non capivo, ma lo
pregai
ugualmente di sedersi. Era un
grande interprete, molto rispettato, non potevo lasciarlo in piedi. Il
coltello
stava sulla cassapanca sotto la
finestra, in pieno sole.
"Tanto vale che lei mi spieghi subito a che cosa le serve" dissi "poi,
per
quel che mi riguarda, se lo può
riprendere". L'interprete allungò una mano verso la cassapanca,
ma
subito la ritrasse. "Ci sviscero" disse
rapidamente. Come avevo fatto a non pensarci? Quella parola mi
attraversò
la mente come un lampo e mi
parve addirittura di vedere la scena. L'interprete, con in mano il suo
lungo
coltello da cacciatore, stava
seduto alla scrivania e sviscerava i libri. "I testi" precisò
"non
si sviscerano libri, ma testi". "E non si
insanguina?" chiesi con un moto di disgusto "A volte sì. Ma
è
necessario". Ho un cane, e a queste parole
dell'interprete lo vidi alzarsi di scatto con la coda puntata a terra,
fremente,
come se aspettasse di lanciarsi
da un momento all'altro in un inseguimento. Così rimase, in
attesa,
per quasi tutto il tempo del nostro
colloquio. "I testi sono come animali selvatici" continuò
l'interprete
"io li bracco, li abbatto, e quando sono
finalmente nelle mie mani li metto nel carniere" "E dunque? " "Si
tratta
di selvaggina, prima di ogni altra cosa
i testi devono essere sottoposti a un trattamento speciale. I
cacciatori
hanno una parola apposta per indicarlo,
si dice «starnare», e consiste nell'aprire la pancia
dell'animale,
un fagiano, una lepre, o quel che sia, per
strappare via le viscere con un colpo netto. Se questa operazione non
viene
compiuta subito si rischia che
tutta la bestia prenda sentore di selvatico e diventi immangiabile"
"Dunque
questo coltello le serve per
starnare i testi?" "Per sviscerarli" disse l'interprete con un sorriso
sottile
"i testi si sviscerano, non si starnano.
Le piace la selvaggina?" "Sono contrario alla caccia".
Ci fu un momento di imbarazzo. "Fate tutti così?" domandai
"Più
o meno. Solo che molti interpreti non sono
capaci di sviscerare veramente un testo. Lasciano dei residui, non
puliscono
bene, e dopo qualche tempo il
testo comincia a puzzare. Ragion per cui diventa immangiabile. Allora
devono
chiamare qualcuno di noi,
interpreti più bravi, perché lo svisceriamo da capo. In
questi
casi il coltello non basta" "Non basta?" "No,
occorrono strumenti più sofisticati, come si usa dire. Conosce
l'opera
Anatomia della critica? L'ha scritta
Northrop Frye, un interprete molto famoso. E' un trattato completo, per
qualsiasi
dubbio può dare un'occhiata
lì. Comunque una cosa è certa, il cattivo lavoro degli
interpreti
precedenti può avere effetti disastrosi. Se non
si sviscera bene fin dall'inizio, la selvaggina è compromessa e
il
testo risulta irrecuperabile. Resta
quell'odorino, come dire..." "E se uno mangia un testo che non è
stato
sviscerato a dovere?" "Niente di
grave, però non lo assimila. Sarà capitato qualche volta
anche
a lei di leggere senza assimilare. Quasi
sicuramente si trattava di un testo che precedentemente non era stato
sviscerato
come si deve. D'altra
parte, se non si assimila, che cosa si legge a fare? Lo dicevano anche
gli
antichi che la vera cultura è un
fatto di digestione, non di accumulo. E' perfettamente inutile tenersi
tutta
quella roba sullo stomaco, dicevano,
se poi non entra in circolo a formare nuova sostanza per l'organismo,
nuovo
sangue e nuove forze" "Io
credevo che i libri andassero già bene come sono" "I libri forse
sì,
i testi no di sicuro. I testi sono crudi,
sporchi, quando si prendono in mano la prima volta fanno quasi
impressione.
Gliel'ho detto, sono come
selvaggina, per questo hanno bisogno di un trattamento particolare". A
queste
parole il mio cane, sempre
fremente e in posizione di attesa, si mise ad abbaiare come se fosse
impazzito,
e mi ci volle un po' per
calmarlo.
"Solo delle belve" continuò l'interprete "divorerebbero una
lepre
o un capriolo ancora palpitanti, con la testa e
il pelo. Ma si sa che le belve non conoscono la cultura, non
distinguono
fra il cadavere e la carne da
consumare come cibo. In sostanza non sanno la differenza che c'è
fra
il crudo e il cotto. Le belve
azzannano, si lordano la bocca di sangue, gli uomini invece, fin dagli
albori
della civiltà, hanno scoperto l'arte
di lavorare la carne e di cucinarla. Alcune lingue usano persino due
parole
diverse per distinguere la carne
viva e insanguinata da quella che si può consumare. Per un
francese
la «char» è una sostanza ripugnante, un
pasto da belve, mentre la «viande» è un cibo
delizioso.
La stessa cosa accade con i testi che l'interprete,
sviscerandoli, rende commestibili e assimilabili. La funzione che noi
interpreti
svolgiamo è per l'appunto
quella di far entrare i testi nella cultura. Prima del nostro
intervento
sono solo dei brandelli di natura bruta,
dopo" così dicendo l'interprete ammiccò in direzione del
suo
coltello, che nel sole risplendeva di acciaio e di
ottone "fanno parte a tutti gli effetti della civiltà. Una volta
sviscerato
a dovere, il testo è completamente
culturalizzato. Nel senso che non crea più alcun problema,
né
di odore, né di sapore". Quell'uomo era
disgustoso.
"Ma io non credo affatto che i libri..." "i testi" mi corresse lui "va
bene,
i testi si debbano mangiare. E per
questo non penso neppure che lei sia autorizzato a sviscerarli" "Si
sbaglia"
ribatté prontamente l'interprete "i
testi si mangiano e come. Fino dall'antichità i libri sono stati
considerati
un alimento da assimilare. Non ha
mai sentito frasi del tipo «una persona nutrita di buone
letture?»
E anzi noi interpreti moderni, che abbiamo
sviluppato una capacità di sviscerare che fu totalmente ignota
agli
antichi, svolgiamo un'opera di grande
democrazia e civiltà. Il nostro lavoro permette a tutti di
accostarsi
a un nutrimento che prima era concesso
solo ai dotti e ai professori, mentre per gli altri poteva risultare
addirittura
pericoloso" "In che senso?"
"Diamine, nel senso che un tempo i dotti svisceravano solo per loro e
al
popolo lasciavano testi contaminati.
Di questo si poteva anche morire. Conosce Artemidoro?" "Solo per
sentito
dire..." "E' stato un grande
specialista di onirocritica, l'arte di interpretare il significato dei
sogni.
Senta che cosa dice a proposito del
sogno di mangiar libri: «Questo preannunzia benefici per i
professori,
i sofisti, e per tutti quelli che si
guadagnano da vivere con le parole e con i libri. Ma per tutti gli
altri
uomini, tale sogno predice morte».
Come vede, un tempo sofisti e professori si preoccupavano solo del loro
nutrimento
e del loro guadagno. Se
poi le persone comuni morivano, tanto peggio per loro. Oggi invece, per
merito
di noi critici...Io per esempio,
oltre che alle mie ricerche mi dedico molto anche a sviscerare i testi
per
la scuola". Quell'uomo, oltre che
disgustoso, era anche ipocrita.
"Spero che avrete almeno un po' di rispetto per la poesia!" sbottai
"Perché?"
Mi resi conto che non avrei
saputo rispondere a questa domanda, e abbassai gli occhi. "Al
contrario"
continuò l'interprete felice del mio
imbarazzo "il testo poetico è molto più difficile da
assimilare,
e per questo ha un assoluto bisogno di essere
sviscerato a dovere da noialtri. Non si faccia trarre in inganno dalla
sua
eventuale piccolezza, la poesia è
come un tordo, un passerotto, un beccafico. Chiunque potrà
confermarle
che è molto più difficile starnare un
tordo che non un fagiano. E anche la dissezione, nel caso della poesia,
si
presenta particolarmente
impegnativa perché occorre avere confidenza con la forma metrica
del
testo, che è più complessa di quella
prosastica. La procedura comunque è questa: prima si individuano
i
«cola», cioè le «membra» della frase
ritmica, poi si pratica la «caesura», cioé il
«taglio»
all'interno dei singoli versi ovvero, a seconda del tipo di
metrica usata, la «diaeresis» cioé lo
«scostamento»
delle «membra» che sono state precedentemente
individuate dal taglio. In questo modo il testo poetico appare
già
sezionato secondo le sue principali linee
anatomiche. Poi viene la fase più difficile, si procede
cioè
all'amputazione dei vari «piedi» di cui il verso si
compone, mentre, se i «piedi» del verso contengono
«dattili»,
cioè «dita», è ovvio che bisogna procedere a
una seconda amputazione. Certe volte il verso potrà poi
presentarsi
già «acefalo», cioè «senza
testa»,
e in
questo caso non ci sarà bisogno di decapitarlo...". Mi pareva di
assistere
al finale del Tieste, quando il padre
riconosce sul vassoio teste, piedi e dita dei figli che ha appena
divorato.
Pensavo a tutta la poesia che avevo
letto, cioè assimilato, come diceva lui, e invece me la sentivo
balzare
nello stomaco come se desse l'ultimo
sussulto.
"Io credevo che i testi fossero solo dei libri" "Si sbaglia, sono dei
corpi"
ribatté seccamente l'interprete.
Quando un autore muore, e non si può più aggiungere altro
alla
sua produzione se non pochi scritti postumi,
allora si procede a comporre il corpus completo delle sue opere,
ovvero
la raccolta di tutti i testi che
riguardano l'autore" "Già sviscerati?" "In genere sì.
Quando
si passa a redigere un corpus, i testi sono stati
già ampiamente sviscerati, in lungo e in largo" Questo suo modo
di
esprimersi, che un tempo avrei
probabilmente trovato normale, mi fece di nuovo venire i brividi. "Ma
dove,
scusi..." "Nell' introduzione,
normalmente il corpus dei testi viene sviscerato nell'introduzione" "E
dopo
aver composto questo corpus"
mentre lo dicevo, mi accorgevo che anche il cadavere, normalmente,
viene
composto nella bara
"...ovviamente sviscerato come si deve, che cosa ne fate?" "Lo
collochiamo
in uno scaffale, come del resto
si è sempre fatto. Ha le opere di Seneca?" Le avevo, e seppur
riluttante
mi alzai per andargliele a cercare.
Con sgomento mi accorsi che le possedevo in edizione completa, l'intero
corpus,
con ampia introduzione.
L'interprete trovò rapidamente quello che cercava. Stai a vedere
che
mi sviscera Seneca sotto gli occhi,
pensai, ero già pronto a impedirglielo. Per fortuna non aveva
quella
intenzione "Si tratta del dialogo Sulla
tranquillità dell'anima, capitolo nove paragrafo sei. L'autore
parla
dell'abitudine, frequente anche ai tempi
suoi, di riempire le biblioteche con i corpora completi di tutti i
possibili
autori, noti ed ignoti..." "Sviscerati?"
"Non si tratta di questo. E poi di riporli in tecto tenus exstructa
loculamenta,
cioè in loculamenta costruiti fino
all'altezza del soffitto. Capisce cosa voglio dire?" "No" "Che gli
scaffali
delle librerie sono dei loculamenta,
dei loculi, come le cellette di un obitorio, o gli scomparti di un
grande
refrigeratore". "Si riprenda il coltello" gli
dissi bruscamente "e stia alla larga dai miei libri" "A me interessano
solo
i testi, dei libri non so che farmene".
Il cane si era messo a ringhiare.
"Mi è successo un inconveniente" dice l'idraulico "il
flessibile
si è rotto e devo vuotare di nuovo l'impianto.
Ha dei giornali?" Casa mia rigurgita di giornali, ne raccolgo cinque o
sei
e li porgo all'idraulico. L'uomo li
stende sotto l'acquaio e poi si sdraia anche lui, per smontare il
flessibile.
"Sa, è molto vecchio..." "Che cosa?"
gli chiedo "Il flessibile" "Ah, credevo il giornale". L'idraulico non
mi
risponde neppure. Mentre lui si dà da
fare con una grande chiave inglese il mio sguardo si fissa su un
titolo,
proprio sotto il flessibile:
Identificato l'assassino della donna decapitata a Cattolica
Accanto al titolo sta la fotografia di una casa qualunque, una
specie
di condominio a terrazze, circondato da
vecchi pini. Evidentemente è il luogo del delitto o la casa
dell'assassino.
Ma è solo un attimo, perché una
grande chiazza di acqua rugginosa si spande sopra il giornale e
l'immagine
viene inghiottita.
Credo di ricordare vagamente la storia, una ragazza in vacanza, forse
una
maestra, comunque dalla vita
irreprensibile. L'avevano trovata decapitata nel bagno. Ma niente
più
di questo. Non ricordo né il nome della
donna né i particolari della vicenda. Dietro le spalle
dell'idraulico
cerco di leggere almeno la data del giornale,
ma anche quella è scomparsa sotto la chiazza. Come si chiamava
la
maestra? Per qualche tempo quella
donna era diventata importante e il suo caso aveva appassionato
migliaia
di persone. Ma adesso la sua storia
si è dileguata, come tutte le altre vicende di cronaca che
compaiono
sui quotidiani. La memoria non le
trattiene, è impossibile ricordare tutto quello che si stampa.
"Per
favore, altri giornali" dice l'idraulico
preoccupato per l'acqua che continua a spandersi. Glieli passo, lui li
apre
rapidamente uno sull'altro. Non
saprò mai chi aveva ucciso quella ragazza, e perché.
Sopra
il feroce omicidio di Cattolica si stende adesso
una gigantesca pubblicità della Macintosh, prontamente
inghiottita
dalla medesima macchia marrone, poi
tocca alla cronaca di una giornata politica, chissà quale, a un
articolo
culturale su revival di Omero...L'acqua
continua a scendere, assorbita da altre vicende che in quel liquido
marrone
trovano il loro oblio definitivo.
Veder scomparire tutte quelle parole e quelle immagini mi procura
improvvisamente
un senso di dolore. "Ci
vorrebbe della segatura" dice l'idraulico "i giornali vecchi non
bastano".
E' vero, sono solo dei giornali vecchi,
perché mi preoccupo tanto? Sarebbe come preoccuparsi per
la
sorte della segatura. Basta che siano
passate poche ore, e nessuno si sognerebbe più di pensare che i
grandi
fogli di carta dei quotidiani
contengano delle cose da leggere o da ricordare. Sono già
diventati
segatura. Bisogna riconoscere che i
giornali rispettano scrupolosamente il loro nome, durano sempre e
soltanto
un giorno. Il mondo della parola
scritta non ha mai conosciuto nulla di così prezioso e di
così
effimero come i quotidiani, nessun prodotto
dell'alfabeto ha mai alternato fascinazione e disgusto a un ritmo
così
frenetico. I giornali vecchi sono un
escremento, formano lo spurgo della nostra società mediatica
proprio
come la segatura è lo spurgo delle
segherie e la paglia quello della trebbiatura. A volte i giornali
vecchi
li chiamiamo anche carta straccia, che è
un altro modo per dire che sono degli avanzi. Proprio come la
biancheria
che, anche la più fine, quando si
logora diventa "straccio" e finisce dal meccanico per asciugare le
ruote
degli ingranaggi. I giornali sono la
biancheria che la nostra cultura quotidianamente indossa, e
capricciosamente
getta via subito dopo essersene
servita.
"Se la ricorda la storia di quella ragazza che avevano trovato
decapitata,
a Cattolica?" chiedo all'idraulico
"No. Mi dia degli altri giornali, per favore, guardi che qui si allaga
tutto..."
"Un delitto incomprensibile. La
ragazza non aveva nemici, e non frequentava ambienti sospetti. Una vita
esemplare,
un fidanzato che non
era con lei..." "Perché non era con lei?" mi interrompe
l'idraulico,
sempre ansimando. Il dado che stringe il
flessibile è rugginoso, e non vuole smuoversi. "Non era con lei
perché
- era imbarcato, capitano di corvetta
della marina" "Ah, un militare" commenta l'idraulico.
Ormai è fatta, ho inventato. Non ricordo niente di quella
vicenda,
soltanto che la ragazza era (forse) una
maestra e conduceva una vita irreprensibile. Però non sopporto
l'idea
che una sostanza futile e sporca come
l'acqua rugginosa abbia inghiottito per sempre la sua vita. Nata per
l'opera
infaticabile di qualche giornalista,
la storia della maestra muore adesso per il capriccio di un flessibile
e
(probabilmente) per la scarsa
previdenza di un idraulico. Ma è giusto questo? "Un bel
giovane..."
"Chi?" "Il fidanzato della morta" "Lei l'ha
visto?" "No, ma c'erano le foto sui giornali" "L'aveva ammazzata lui?"
"Al
contrario, fu subito escluso dalle
indagini. Prima di tutto perché non aveva alcun movente per
uccidere
la fidanzata, e poi perché il giorno del
delitto era a largo di punta Stilo, in navigazione" "E allora, chi l'ha
uccisa?"
Già, chi l'ha uccisa? A questo non sono preparato, la domanda
dell'idraulico
mi mette in difficoltà. Come i
cantori antichi, quelli che improvvisavano le gesta degli eroi nelle
regge
dei re omerici, cerco di tirare in lungo
il racconto utilizzando delle formule stereotipate. "Il caso si
presentava
difficile" continuo "anche perché
chiunque avesse ucciso la ragazza non era entrato da lei con la
violenza.
Le finestre erano tutte chiuse
dall'interno, nessun segno di effrazione. E la porta aveva la mandata.
L'assassino,
insomma, disponeva della
chiave, che del resto non fu più trovata nel mazzo della
maestra"
"La maestra?" "Sì, non gliel'ho detto? La
ragazza era una maestra di Vicovaro, Maria Luisa Gardoli, si chiamava,
una
bella donna di circa trent'anni"
"Ah, era bella?" "Bellissima". L'idraulico lascia la chiave inglese e
si
mette a sedere, guardando verso di me.
L'acqua continua a gocciolare, ed è sempre più rugginosa
"Vuole
altri giornali?" "Mi bastano. Ha detto che
era una bella ragazza?" "Non di una bellezza volgare, intendiamoci,
tutto
al contrario. Era alta, magra, con un
viso piccolo ma molto vivace. Somigliava un po'..." "A chi?" "a
Catherine
Spaak, se la ricorda?" "Certo che
me la ricordo" esclama l'idraulico con un sorriso "l'ho rivista l'altro
giorno
in televisione nel film Adulterio
all'italiana. Che donna, la Spaak!" Bel film, confermo, che donna.
Naturalmente
il film non l'ho visto.
"E insomma, chi era stato ad ucciderla?" L'idraulico insiste, io non
riesco
a escogitare nulla di plausibile. "La
polizia non sapeva proprio che pesci prendere. Anche l'unico indizio di
cui
disponevano era molto esiguo"
"Sarebbe?" "Cioè, esiguo per modo di dire. Avevano addirittura
l'arma
del delitto" "Ah, però" "La trovarono
quasi subito. L'assassino, fuggendo, l'aveva gettata dentro un
cespuglio,
nella pineta" "E la polizia non riuscì a
scoprire a chi apparteneva?" "Per la verità si trattava di
un'arma
così strana, così insolita, soprattutto in un
posto come Cattolica..." "Che arma era, un coltello da sub?" "Magari,
se
fosse stato così avrebbero potuto
fare delle indagini nei negozi specializzati. Era, era - un lungo
coltello
col manico di corno, piuttosto primitivo,
con la lama di ferro ma molto, molto affilata. Intervistarono subito
alcuni
esperti di armi da taglio, non fu
difficile identificarlo come un tipico coltello da gaucho argentino"
"Quelli
che vivono nella Pampa?" "Sì, quelli.
Un coltellaccio che usavano i gauchos di una volta per abbattere i capi
da
macello. Un'arma rara, gli stessi
Argentini non usano più quel coltello da molti anni. Ma non le
pare
che questo flessibile continui a perdere un
po' troppo?" "Lo deve fare finché la guarnizione non prende. Mi
passi
un altro giornale. E allora chi era
l'assassino, forse un collezionista d'armi anche lui?"
"No" continuo, mentre passo all'idraulico altre cronache dimenticate,
altre
recensioni di libri che nessuno ha
letto "Maria Luisa aveva pochi amici, tutti ben noti a Vicovaro.
Nessuno
di loro aveva passione per le armi.
Lei del resto conduceva una vita semplice e molto regolare, assieme al
ragazzino..."
"Quale ragazzino?"
chiede l'idraulico meravigliato "Un figlio, che aveva avuto anni prima
da
un uomo che non aveva voluto
sposare" "Ma senti un po', anche un figlio, aveva. E non poteva essere
lui,
l'assassino?" "Chi, il ragazzino?"
"No, il padre" "Impossibile. Al momento dell'omicidio era già
morto
da due anni in un incidente stradale".
Squilla il telefonino dell'idraulico, segue una breve conversazione in
cui
lui dice che in mattinata di sicuro no,
perché deve finire un lavoro, ma forse sarebbe passato nel
pomeriggio.
"Povero ragazzo!" esclama
rimettendo in tasca il telefonino "che sfortuna" "Davvero.
Chissà
come si sarà sentito, in tutta questa storia"
"Quanti anni aveva?" "Vuol dire quando la mamma fu uccisa? Sette"
"L'età
di mio figlio" dice l'idraulico "ma
perché poi non si erano sposati?" "Il padre del ragazzino aveva
già
una famiglia. Era un direttore didattico di
Sarzana. Lui forse sarebbe stato anche disposto a divorziare ma Maria
Luisa
si era opposta. Era molto
religiosa. Aveva preso questa rinunzia come una espiazione, un prezzo
da
pagare per l'errore che aveva
commesso".
L'assassino ancora non vuole venir fuori eppure continuo ad andare
avanti,
io stesso ne sono meravigliato.
Sono certo che prima o poi troverò anche chi ha ucciso Maria
Luisa.
Mi accorgo anzi che, da un po' di
tempo a questa parte, ad ogni tappa del racconto vedo come delle
immagini
di titoli e di occhielli: «Il figlio
segreto della maestra» «Parla don Pietrino, il
parroco
di Vicovaro» «Ritrovato il diario di Maria Luisa: so di
aver peccato»... Tutti questi grassetti, maiuscoletti, corsivi
scandiscono
nella mia testa i momenti di una
vicenda del tutto inesistente, ma che ha il potere di appassionare
l'idraulico
come se si trattasse di un
autentico caso di cronaca. Ho l'impressione che potrebbe durare
all'infinito.
"Secondo me era stato il fidanzato" azzarda l'idraulico "era geloso,
solo
l'idea che la sua donna aveva già un
figlio da un altro! La gelosia è una brutta bestia, molta gente
non
ragiona più, quando è gelosa" "Ma le ho
detto che il fidanzato, al momento del delitto, era in navigazione" "E
se
avesse preso un elicottero? Con un
elicottero si va e si torna in pochi minuti, e si atterra dove si
vuole"
"Non era mica un agente segreto, era
solo un capitano di corvetta" "E' vero "riconosce l'idraulico "e poi un
ufficiale
di marina non avrebbe mai
usato quella strana arma per ucciderla. Ma insomma, quel coltello da
gaucho,
hanno scoperto di chi era?"
Siamo di nuovo al punto cruciale, l'idraulico vuole sapere chi era
l'assassino
di quella bella donna, che
rassomigliava a Catherine Spaak e che era anche tanto religiosa. Non
posso
dargli torto, piacerebbe anche a
me sapere a chi apparteneva quello strano coltello. E anche chi aveva
ucciso
la maestra Maria Luisa.
"A un certo punto lo hanno scoperto, ma assolutamente per caso. Sembra
che
un tale di Albissola, che era
emigrato in Argentina da ragazzo, quasi cinquant'anni prima, fosse
inaspettatamente
ritornato in Italia.
L'uomo aveva anzi cercato di rimettersi in contatto con la sua
fidanzata
di allora, e l'aveva scongiurata di
sposarlo. Ma lei non lo aveva voluto perché nel frattempo si era
sposata
con un altro e aveva già figli e
nipoti. Allora l'uomo aveva cercato di rapirla, c'era stata una
colluttazione
col marito e l'argentino lo aveva
ferito. Fu subito arrestato dai carabinieri. Oltretutto la donna
giurava
che quell'uomo era un impostore, che il
vero Andrea Barlomi..." "Andrea Barlomi?" "L'argentino diceva di
chiamarsi
così. Ma secondo la donna il
vero Andrea Barlomi, il suo fidanzato di allora, era morto di tifo
durante
la traversata. Fosse o non fosse
Andrea Barlomi, comunque, quell'uomo in Argentina aveva fatto un po'
tutti
i mestieri, facchino, soldato,
contrabbandiere, ballerino di tango. L'Argentina di allora era molto
diversa
da quella di oggi. Poi Barlomi
aveva aperto un locale notturno a Buenos Aires e aveva fatto fortuna.
In
Italia era tornato ricco, questo
Barlomi, ammesso che fosse lui, naturalmente" "E come fu che lo
ricollegarono
al caso di Maria Luisa?"
"I giornali, sempre i giornali. La stampa si era subito interessata al
«Gaucho
di Albissola», come era stato
definito, e avevano pubblicato dei servizi su di lui. Gli inquirenti
del
caso di Maria Luisa si erano insospettiti,
soprattutto quando avevano letto che Barlomi aveva aggredito il rivale
con
un coltello. Decisero perciò di
mandare un ispettore a interrogare il sedicente Barlomi nel carcere di
Savona.
Non ci volle molto a farlo
cadere in contraddizione e a fargli confessare che era lui l'assassino
di
Cattolica" "Ma guarda che
storia...Dunque era veramente Barlomi, o un impostore?" "Ma non le
interessa
piuttosto sapere perché
Barlomi aveva ucciso la povera Maria Luisa?" "Certo che mi interessa.
Come
aveva fatto?"
Il guaio è che, almeno per il momento, questo continuo a non
saperlo
neppure io. Non ho la più pallida idea
del perché un ex-immigrante di Albissola, magari un po' violento
di
carattere ma comunque già anziano,
avrebbe potuto decidersi a lasciare l'Argentina per venirsene fino a
Cattolica
e uccidere una brava maestra,
bella come Catherine Spaak, molto religiosa, che non aveva mai
incontrato
e di cui fino a quel momento
ignorava l'esistenza. Forse potrei guadagnare altro tempo dicendo
all'idraulico
che effettivamente quell'uomo
non era Andrea Barlomi ma un impostore, come del resto sosteneva
l'antica
fidanzata del Barlomi - ma
allora che motivo avrebbe avuto, l'impostore omicida, per andare poi
fino
ad Albissola e rapire una signora
non più giovane, con tanto di figli e di nipoti, sostenendo di
essere
il suo primo fidanzato? L'acqua continua a
gocciolare, l'idraulico non chiede neppure altri giornali. Quello che
gli
interessa, ormai, è solo che io gli finisca
la storia e gli spieghi perché Andrea Barlomi aveva ucciso Maria
Luisa.
Solo allora lui riaprirà finalmente il
contatore dell'acqua e io potrò rientrare in possesso della mia
cucina.
Prima però bisognerà togliere tutta
quella distesa di giornali inzuppati, che ormai è più
vasta
della Pampa su cui cavalcava un dì «Il gaucho di
Albissola».
"A volte le vicende più drammatiche nascono da un'inezia" dico
finalmente
all'idraulico "una circostanza del
tutto casuale. Sembra che Barlomi, di ritorno dall'Argentina, avesse
deciso
di prendersi qualche giorno di
vacanza prima di tornare ad Albissola. Sbarcato all'aereoporto di
Milano
aveva lasciato la sua roba al
deposito bagagli e aveva noleggiato una macchina, per visitare la
riviera
romagnola. In Argentina aveva
sentito parlare spesso di Rimini, di Riccione, di Cattolica, e magari
avrà
pensato che uno come lui,
avventuroso, esperto di locali notturni, da quelle parti avrebbe anche
potuto
trovare qualcosa da fare". Il
flessibile ha smesso finalmente di gocciolare, e mi pare un segno di
buon
augurio, anche per la storia di
Maria Luisa e del Barlomi. L'idraulico, che dichiara di andare ogni
anno
a Cesenatico con la famiglia,
conferma del resto che da quelle parti la vita notturna non manca.
"Giunto a Cattolica Barlomi noleggia un ombrellone sulla spiaggia..."
"che
era proprio accanto a quello di
Maria Luisa!" grida l'idraulico tronfante. Non ho difficoltà a
dargli
ragione, anche se io, per motivi estetici,
avrei preferito farli incontrare più tardi al self service del
bagno.
"Proprio così, l'ombrellone assegnato al
Barlomi era accanto a quello di Maria Luisa. Ecco perché le
dicevo
che a volte le storie più drammatiche
possono prendere le mosse da una circostanza del tutto casuale. Maria
Luisa
prova subito simpatia per
quell'uomo ormai anziano, così pieno di nostalgia da aver
lasciato
una buona posizione a Buenos Aires per
tornarsene alla sua cittadina natale. E poi l'ha colpita il suo
linguaggio,
pieno di 'entonces' 'vamos' 'yo' e di
forme dialettali liguri. E' una maestra, inconsciamente è spinta
a
correggere i suoi errori e cerca di rieducarlo
all'italiano di oggi. I due passano alcune ore chiaccherando, poi si
salutano
e Barlomi dice a Maria Luisa che
il giorno stesso sarebbe partito per Albissola".
"Invece non fu così" interviene l'idraulico che, per mia
fortuna,
adesso partecipa attivamente allo sviluppo
della storia "il Barlomi segue Maria Luisa, individua il luogo in cui
abita
e la sera va da lei" "Va da lei"
continuo io "e le chiede di correggergli una lettera che intende
spedire
alla sorella prima di tornare
definitivamente a casa. I giornali ne riportarono anche il testo,
perché
Barlomi, quel criminale, ebbe il
coraggio di spedirla davvero. Una cosa che fece molta impressione.
Dunque
Barlomi bussa alla porta di
Maria Luisa e lei lo fa entrare. Probabilmente Barlomi non pensava di
ucciderla.
Voleva davvero farle
correggere la sua lettera, sentire la mano di una maestra, giovane e
bella,
che lo aiutava a tenere la penna
fra le dita. Poi però perde la testa, è un violento, un
uomo
che ha corso molte avventure e ha ballato nei
locali più equivoci. Tenta di sedurre Maria Luisa, di farle
violenza,
e scoprendosi vecchio e incapace di
sopraffarla la uccide con il suo coltello..." "E la chiave?"
Già, la chiave. Mi ero dimenticato della faccenda della chiave
che
non fu più trovata nel mazzo della
maestra. E pensare che questo particolare l'avevo introdotto solo per
prendere
tempo, quando ancora
ignoravo l'esistenza del «gaucho di Albissola» e non avevo
la
più pallida idea di chi sarebbe stato l'assassino.
Ma ormai vedo terra, il caso è finalmente chiuso e questi sono
solo
gli ultimi strascichi della vicenda. "Per
alcune settimane i giornali avanzarono le ipotesi più diverse
sul
«Mistero della chiave scomparsa», come lo
definirono, mettendo persino in dubbio la ricostruzione della polizia e
negando
credibilità alla confessione di
Barlomi. Si arrivò persino a insinuare che non fosse lui
l'assassino
della maestra ma che fosse un mitomane,
o addirittura un impostore che convinto dal danaro coprisse la
responsabilità
di qualcuno molto, molto in vista.
Vecchio com'era, avrebbe avuto solo una lieve condanna...Ma la
spiegazione
era più semplice di quanto si
voleva pensare.
Subito dopo aver ucciso Maria Luisa, Barlomi sfilò la chiave dal
mazzo
di lei, controllò che le finestre fossero
tutte serrate dall'interno e si chiuse la porta dietro le spalle.
Sperando
così di far ricadere i sospetti sugli
amici intimi che una ragazza così bella, e così sola,
secondo
lui doveva per forza avere" "Non lo sapeva che
era tanto religiosa..." "Certo che no, avevano passato insieme solo
poche
ore" "Ma è possibile che nessuno li
avesse visti parlare, sulla spiaggia, quella mattina?" "Sì, un
bagnino,
il quale aveva dichiarato alla polizia di
aver visto Maria Luisa chiaccherare a lungo con un uomo anziano che
indossava
una camicia a fiori. Solo
che quel bagno è frequentato in buona parte da pensionati del
Nord
Italia, che hanno le vacanze
convenzionate, e quindi la deposizione del bagnino non era sembrata
molto
rilevante" "Ma guarda un po' che
storia" dice l'idraulico "certe volte la cronaca è ancora
più
incredibile dei romanzi" "E' a posto il flessibile?" gli
chiedo "Certo, guardi qua, ho riempito di nuovo l'impianto e non esce
più
neppure una goccia".
Lo pago, sulla porta l'idraulico vuole darmi la mano. "Senta" mi chiede
"ma
fu scoperto poi se quella canaglia
del Barlomi era veramente lui o un impostore?" "No" gli dico "non si
è
mai scoperto. O perlomeno" aggiungo
esausto "i giornali non ne hanno mai parlato".
"Antonio Rendine era solo un imbecille. Spero che tu te ne renda
conto".
Il mio dio ha sempre dei modi così
cortesi, non mi aspettavo che venisse a svegliarmi alle cinque del
mattino
per dirmi una cosa del genere. "Ma
che c'è, non capisco..." balbetto, cercando di accendere la
luce.
Finalmente trovo l'interruttore e lo vedo lì,
seduto in fondo al letto, con i suoi occhiali grandi e la faccia
simpatica
da vecchio zio. Ma questa volta
sembra agitato.
"Tutte sciocchezze" continua "il vampirismo, il ventriloquismo, la
cultura
come opera dei pupi. Di persone
come Rendine ne è pieno il mondo, semplicemente non sopportano
di
leggere qualcosa di diverso da quello
che hanno scritto loro. Sai come diceva Benjamin Disraeli? Se voglio
leggere
un bel romanzo, lo scrivo".
Provo a ribattere "Lui però non scriveva romanzi, scriveva solo
sciocchezze..."
"Appunto. Solo uno sciocco
può aver paura dei libri. I libri invece sono sempre una grande
risorsa,
anzi, molto spesso salvano. Ma non
ero venuto per dirti questo. Sembra che il Gagliardo sia malato grave"
"E
di cosa?" Sono davvero stupito, non
mi sarei aspettato che il Gagliardo potesse ammalarsi, neppure di
influenza.
"Per ora non si sa. Lo hanno
ricoverato ieri sera. Ecco qua, ti ho portato i giornali, in ogni caso
farai
bene a guardare il primo notiziario
alla televisione, dopo le sei". Il mio dio si alza e si avvia verso lo
studio.
Attraverso il riquadro della porta lo
vedo avvicinarsi a uno degli scaffali, nonostante la luce incerta del
mattino
è già lì che fruga fra i miei libri.
Ne tira fuori uno e si mette a sfogliarlo. Poi ne prende un altro e
scompare
dalla mia vista. Dev'essere già
entrato in qualche provincia del suo politeismo librario, forse ha
scoperto
che la sera prima mi ero dedicato al
dio Pasodoble, signore della storia della danza, e si è
incuriosito.
Oggi il mio dio si comporta stranamente. Di solito quando viene a
trovarmi
mi porta dei libri, qualche
romanzo dimenticato (che invece è molto più bello di
quelli
che si leggono di solito), una raccolta di proverbi
cinesi, il saggio di un critico americano che dichiara di aver
finalmente
svelato il mistero dei Sonetti di
Shakespeare. Invece questa volta mi ha portato un pacco di giornali,
raccomandandomi
persino di accendere
la televisione. Non lo aveva mai fatto. E poi, arrabbiarsi così
per
la storia del diario Rendine! La malattia del
Gagliardo deve averlo sconvolto. Nell'attesa del primo notiziario
televisivo
comincio a guardare i giornali.
Che il Gagliardo sia malato dispiace molto anche a me, e sono
preoccupato.
Su tutte le prime pagine sta la medesima foto del Gagliardo
rovesciato
su una barella, le mani immobili lungo
i fianchi. I titoli: «Il Gagliardo, improvviso malore»
«Il
Gagliardo d'urgenza all'Ospedale San Firmino, si teme
per la sua vita». Seguono le prime interviste ai medici. Si
può
supporre che si tratti di un infarto? Sembra di
sì, in un'improvvisata conferenza stampa il primario di
cardiologia
afferma però che ogni diagnosi è
prematura prima di
...«ma siamo già in grado di escludere categoricamente
che
possano presentarsi complicanze a carattere
renale...»
Questa frase inaspettata mi fa sobbalzare. La televisione si
è
accesa da sola (che sia stato il mio dio ad
azionare il telecomando?) e la stridula voce del primario si spande
intorno
a me come se fosse uscita viva dal
giornale. Adesso la stanza è illuminata da una nuova luce,
l'inconfondibile
raggio aurale del piccolo schermo.
Alzo gli occhi dai giornali e comincio a seguire il notiziario. La sala
stampa
del San Firmino è piena di
microfoni e di giornalisti. "Hai per caso le opere di Montesquieu?" mi
chiede
il mio dio dal buio dello studio
"Forse, nel terzo scaffale da destra, vicino alla finestra". Il
primario
è letteralmente assediato, microfoni e
telecamere sono protesi verso di lui come un'onda che non riesce a
rovesciarsi.
Il dialogo è confuso, l'audio è
imperfetto come le immagini, che procedono a scosse «Ma non c'era
già
stato in passato qualche episodio
del genere?» «A questa domanda non posso rispondere»
«Ci
sarà un intervento chirurgico?» «Non prima di
domattina» «Dunque ci sarà?» «Non ho
detto
questo». I giornalisti prendono nota delle risposte del primario,
mentre il commentatore della rete, anche lui con in mano un taccuino,
interviene
per dire che, se il primario si
esprime in questo modo, è facile supporre che un intervento ci
dovrà
essere. Il primario esce dalla sala
stampa, sempre seguito dai giornalisti che spingono verso di lui i loro
microfoni
come se fossero dei tizzoni
ardenti.
Dopo la pubblicità, altre immagini. Ecco il Gagliardo bambino.
Cammina
accanto a sua madre, su un sentiero
di montagna. Finito il collegamento col San Firmino sono subito
scattati
i servizi di repertorio. Deve essere un
vecchio filmino amatoriale, il Gagliardo bambino si volta verso
l'obiettivo
e fa una linguaccia. La mamma lo
minaccia affettuosamente con la mano, ha indosso scarponi, calze
pesanti
e una gonna a fiori. Sono certo
che l'immagine di quella linguaccia sta già facendo il giro del
mondo
via satellite e domani sarà su tutti i
giornali. Specie se, speriamo di no, le condizioni del Gagliardo
dovessero
aggravarsi. Ecco adesso il
Gagliardo che si agita dietro il velo, circondato da scribi e da
commentatori,
poi uno zoom sulla copertina del
Libro dei Resolonghi, il Gagliardo a una premiazione letteraria, in una
località
di mare, il Gagliardo che stringe
la mano al Presidente degli Stati Uniti. In pochi minuti la vita del
Gagliardo
è stata sezionata, tabulata,
amplificata. Fra stacchi pubblicitari e bollettini sanitari la
biografia
dell'illustre infermo si spande, come la
maionese fuoriesce da un tramezzino.
«Siamo di nuovo collegati col San Firmino per un
aggiornamento»
compare il solito commentatore della rete
col microfono e il taccuino «il paziente ha riposato e ha orinato
regolarmente».
Domani ci sarà di sicuro
polemica su questa frase. Si ha il diritto di parlare così
esplicitamente
delle urine di qualcuno? Non c'è un
limite all'informazione, che è dato dalle barriere corporali e
dalle
regole della decenza? Prima però
bisognerebbe decidere chi stabilisce le regole della decenza e
soprattutto
quali sono. Anche di questo,
comunque, ci sarà tempo per discutere a lungo nei prossimi
giorni.
Il primario è tutt'ora introvabile,
l'anestesista del reparto, stretto fra due ali di cronisti, scuote la
testa
con un sorriso imbarazzato, non si
rilasciano più dichiarazioni, oltretutto non si sa neppure se
sarà
necessario un intervento e dunque se
l'anestesista avrà o meno un ruolo in questa vicenda. Intanto
«sono
arrivati i saluti del presidente della
Repubblica». L'anestesista si chiama Guido Baldini «ma non
è
lei che ha operato anche Gino Bartali?» Non
è lui, è andata male. Però adesso c'è il
giallo
delle rose. Pubblicità, pochi secondi di stacco.
Il mazzo di rose è stato recapitato, anonimo, al San Firmino
verso
le sette e trenta. In quel momento il
custode stava parlando con un cronista e l'enorme fascio di rose non
è
sfuggito all'attenzione della stampa.
Per la verità, la tv riesce solo a trasmettere un bagliore
amaranto,
appena un lampo, poi il camice bianco di
un inserviente - «ma non si può, non si
può...»
- si interpone fra le rose e la telecamera. Dopo un'oscillazione
da capogiro l'immagine va a conficcarsi sulle scale del reparto
cardiologia.
Chi sarà stato a inviare quelle
rose? Intervistato dal commentatore della rete, un noto cronista avanza
le
prime ipotesi. Del resto io stesso
aveva già notato, su uno dei giornali che stamattina mi ha
portato
il mio dio, uno strano riquadro in terza
pagina: «L'ansia di Pauline». Adesso vado a riprendere
quella
pagina. Tanto c'è un altro stacco pubblicitario.
Si era nel 1985 e il Gagliardo non era ancora diventato così
famoso
come adesso. Aveva appena pubblicato
il Libro dei Resolonghi e una sera un giornalista mondano lo sosprese
in
compagnia di una ragazza fuori dalla
porta di un cinema. Per quanto il Gagliardo cercasse di coprirsi il
volto
col cappello fu riconosciuto subito. La
ragazza, poi, rimase come stranita dalla foto, una persona qualunque
che
non si aspettava un flash così
accecante. Adesso la storia è ritornata fuori. Si trattava di
Pauline
Sackermann, una ragazza di Freiburg che
il Gagliardo aveva conosciuto in una stazione sciistica. Finita la
pubblicità,
in tv già compare il portone di casa
della ragazza, a Freiburg. Un lussuoso palazzo a tre piani. La
telecamera
avvicina l'immagine e inquadra i
campanelli, in effetti sul terzo cartellino dal basso c'è
scritto
«Sackermann». Il dito di un giornalista schiaccia
il pulsante, una due tre volte. L'obiettivo si posa ansioso sul
citofono
in ottone lucidato. Nulla, Pauline non è
in casa o forse non vuole rispondere. Sarà stata lei a mandare
le
rose rosse? Il servizio da Freiburg si
conclude con un certo senso di delusione.
Compare un critico famoso al quale viene chiesto di tracciare un breve
profilo
letterario del Gagliardo.
«Un'opera che travalica la narrativa» dice «per
investire
l'intera cultura del nostro secolo e forse anche più
in là...» Il critico ha una gran pancia e siede sullo
sfondo
della sua biblioteca personale «Ci parli del velo del
Gagliardo» Il critico sorride «Non credo alla sua
esistenza»
dice pacatamente «il velo rappresenta solo
l'impenetrabilità della perfezione, è un puro simbolo
letterario....»
Bruscamente siamo di nuovo in
collegamento col San Firmino «ci scusiamo con i telespettatori,
torneremo
a collegarci col professor Tiranzi
subito dopo che...ecco, il primario, sì, l'informazione era
esatta,
il primario sta entrando nella sala stampa...»
Solita ridda di tizzoni ardenti, il primario avanza a fatica e si siede
dietro
il tavolo «siamo in attesa, ansiosi
ovviamente...eccolo dunque, devono aver finito...». Il primario
si
schiarisce la voce: «Posso dire che il
paziente ha superato felicemente la notte ed è fuori pericolo.
Si
è trattato di un semplice attacco anginoso,
non ci sono infarti o lesioni di sorta...» «Fra quanto
potrà
tornare dietro il velo?» lo interrompe una giornalista
«Al più presto, al più presto» sorride il
primario
«la prognosi è sciolta ma non voglio ancora pronunziarmi
sulla convalescenza» «Ha fatto colazione?» chiede un
altro
giornalista «Ha preso del the» «Ha chiesto i
giornali?» «Non gli è ancora permesso leggere, ma
posso
dire, sì, li ha chiesti...» «Aah...» L'audio
continua
a
essere pessimo mentre altre domande rimbalzano fra i rumori della sala
stampa:
quali sono state le prime
parole che il Gagliardo ha pronunziato quando ha ripreso conoscenza?
lei
conosce Pauline Sackermann?
pensa che il Gagliardo scriverà un libro sull'esperienza della
malattia?
è vero che il Gagliardo ha un
coccodrillo azzurro tatuato sulla pancia?
La domanda ha un effetto paralizzante sul primario e su tutti gli altri
giornalisti.
Lo si percepisce dal silenzio
in cui inspiegabilmente cade. E' come se questa uscita, per quanto
assurda
e inattesa, avesse rovesciato il
senso dell'evento, che ormai si avvia ineluttabilmente a diventare
questo:
un coccodrillo azzurro tatuato sulla
pancia del Gagliardo. Il misterioso tatuaggio interessa già
più
della salute stessa dell'infermo, più della sua
ripresa, più della sua futura attività letteraria. Ma
è
solo un attimo. Il primario esce dalla sala stampa,
agitando le mani, solita ridda di tizzoni ardenti, fino al prossimo
bollettino
non rilascerà altre dichiarazioni. Il
commentatore della rete, con il suo taccuino in mano e l'impermeabile
col
bavero rialzato, per far vedere che
fuori ha cominciato a piovere, passa la linea allo studio, dove il
professor
Tiranzi è ancora in attesa di
riprendere il suo profilo letterario del Gagliardo. Ma la faccenda del
coccodrillo
azzurro, appresa via monitor,
deve aver turbato anche lui. In ogni caso, le sue osservazioni
sull'importanza
dell'opera del Gagliardo
suonano ormai fiacche e prive di interesse. Un'altra notizia. Pauline
Sackermann
è stata rintracciata a New
York, dove pare che abbia rilasciato una lunga intervista in esclusiva
a
un settimanale americano. Avrà
mandato lei il mazzo di rose ? Non sapremo niente fino a domani. Torna
la
faccia del Gagliardo in
sovraimpressione, poi una rapida immagine del velo. Grazie professor
Tiranzi.
Pubblicità. Io mi alzo per
andare in cucina a farmi un caffé. Segue un servizio di
repertorio
sulle malattie di celebri scrittori. Vecchi
baffuti con accanto infermiere di stazza forte, giovanotti fotografati
alla
finestra di un sanatorio, «la volta in
cui Hermann Hesse rifiutò una trasfusione di sangue», la
malattia
più drammatica, più assurda, più protratta,
fu comunque quella di Cesare Pavese. Perché non fu vera
malattia.
Dino Campana in manicomio.
Torno in camera con il caffé. Il primario è di nuovo
nella
sala stampa. Dopo la terza o quarta conferenza ha
assunto un tono molto più sicuro. Ormai si sdraia letteralmente
fra
i microfoni e mette le gambe sul tavolino.
Dal taschino del camice penzola uno stetoscopio, sotto si intravede la
seta
splendente di una camicia di
prezzo. «Posso confermare il bollettino di un'ora fa. Il paziente
è
completamente fuori pericolo. Escludiamo
qualsiasi complicazione di carattere circolatorio. Le condizioni
generali
sono buone...» «Si prevede una
rapida ripresa?» «Rapidissima» «I familiari
sono
con lui?» Il primario sorride senza rispondere «Conosce
Pauline Sackermann?» Il primario sorride ancora «E' vero
che
il Gagliardo ha un coccodrillo azzurro tatuato
sulla pancia?» La voce è la stessa di pochi minuti fa e
intorno
si spande lo stesso, brevissimo gelo.
E' ormai chiaro che l'attenzione dei media si va concentrando
esclusivamente
sul coccodrillo azzurro. Lo
stesso commentatore di rete, per quanto privo di qualsiasi informazione
reale,
si sente costretto ad affrontare
l'argomento. Già parla di camicie Lacoste, di scarificazione
rituale,
di body piercing. In effetti nessuno
avrebbe mai potuto sospettare che il Gagliardo nascondesse un simile
segreto.
Ma se la notizia è circolata
vuol dire che qualcuno, un infermiere, o un dottore,
nell'intimità
dell'emergenza ha potuto notare la presenza
di questo tatuaggio sul ventre dell'illustre infermo. Altrimenti come
sarebbe
potuta nascere una notizia del
genere? Anche se non lo si dice ancora esplicitamente, si sospetta
l'appartenenza
a qualche società segreta,
oppure il residuo indelebile di un'avventura misteriosa che riemerge
dal
passato del Gagliardo. Che in effetti
è così poco conosciuto. Bisognerà scavare,
scavare.
Il Gagliardo è stato forse mercenario in Kenia? La
faccenda delle rose, e di Pauline Sackermann, è ormai passata
del
tutto in secondo piano. A meno che la
ragazza non sia in grado di fornire rivelazioni anche sul coccodrillo
azzurro.
Speriamo che al prossimo
notiziario, fra meno di un'ora, siano in grado di dare qualche nuova
indiscrezione.
Il mio dio fa capolino dallo studio con un libro in mano. Ha uno
sguardo
piuttosto ansioso. "E' fuori pericolo"
grido "si è trattato di un semplice attacco anginoso" "Ah, meno
male!"
dice con un sorriso. Sembra davvero
sollevato "Che cosa pensi della faccenda delle rose?" gli chiedo
posando
la tazzina del caffé "Quali rose?"
chiede a sua volta lui, meravigliato "Quelle che qualcuno ha mandato
all'ospedale.
Pensi che sia stata
davvero Pauline Sackermann?" Il mio dio ha lo sguardo di uno che,
sinceramente,
non capisce. "Ma non hai
sentito? E questo è niente. Sembra che il Gagliardo abbia un
coccodrillo
azzurro tatuato sulla pancia. Come
puoi capire, se questa notizia fosse confermata..." Il mio dio sembra
sempre
più stupito "Ma che cosa hai
fatto in tutto questo tempo?" gli chiedo "Ho cercato una frase, anzi un
verso
che cita Montesquieu nello
Spicilegio..." dice il mio dio stringendosi nelle spalle "Ma come, in
una
circostanza come questa ti sei messo a
leggere? con tutto quello che sta succedendo al San Firmino!" "E' un
bellissimo
verso" mi interrompe il mio
dio come se volesse giustificarsi "dice
«E che? abitate a Delfi, e credete all'oracolo!»
Era tanto tempo che lo cercavo" "Ma non ti interessava sapere come
stava
il Gagliardo?" "Certo, ero molto
preoccupato. Ma ora so che è fuori pericolo e sono contento"
"Però
non hai visto il mazzo di rose, la casa di
Pauline Sackermann, e soprattutto non sai nulla del coccodrillo
tatuato..."
Mentre continuo a parlare sento
chiudersi la porta di casa. Il mio dio dev'essere uscito. Credo che
come
al solito abbia ragione lui. Ma come,
abito a Delfi, e anch'io credo all'oracolo?
La foglia di alloro pende sopra il suo naso. Ovidio non la guarda,
non
la tocca, non la stacca, semplicemente
la sgrappola: cogliendo una ad una tutte le parole che la riguardano.
Verde
cupo, odore, taglio ondulato dei
bordi, nervi duri, bambino che la annusava (lui), narici (messa sotto
le)
fin quando il profumo non gli dava alla
testa. E poi Daphne, statua di lei a Sulmona, dita che si innervano di
rami,
e il sangue si fa linfa nelle vene (o
dèi, è già un verso!) occhi irrigiditi e alla
fine,
sul bordo estremo della vita, una chioma di foglie su cui posare
un bacio.
Ecco che la foglia non sta più semplicemente sopra il suo naso.
Si
è fatta descrizione e racconto, le sue
nervature a spina di pesce sono già diventate un albero
sintattico,
una specie di grafo. In pratica lui sarebbe
già pronto per scrivere su una tavoletta cerata: "Amo le foglie
di
alloro, mi è sempre piaciuto annusarle e
sentirne il taglio dell'orlo sulle labbra. Se dovessi scrivere una
poesia..."
O meglio ancora, sarebbe già in
grado di comporre direttamente dei versi sulla metamorfosi di Daphne.
Eppure
ha semplicemente visto una
foglia d'alloro che pende sul suo naso, solo questo. L'ha guardata
senza
neppure toccarla. Se fosse una
persona come tutte le altre Ovidio staccherebbe quella foglia dal ramo
e
se la passerebbe per un momento
sulle labbra. Poi la getterebbe via. Invece no, per vederla, per
toccarla,
per possederla, lui la mette
automaticamente in forma di parole.
Le cose non gli sembrano vere finché non ne ha trovato tutti i
possibili
equivalenti verbali. E per grazia delle
Muse possiede una capacità straordinaria nello scovarli. Se la
foglia
di alloro che gli pende sul naso non
avesse assorbito la sua attenzione probabilmente sarebbe toccato alle
nuvole
che trascorrono nel cielo
(bianche, spuma, fastose inesistenze, rimbalzano nel vento) o al dolore
che
prova alla spalla sinistra. Perché
neppure i dolori gli sembrano veri finché non ha trovato il modo
di
enunciarli. Questo naturalmente non gli
impedisce di sentire male come tutti gli altri ma, fino al momento in
cui
non si è imbattuto nelle parole adatte
(fiamma che nascostamente arde) non riesce a sentir bene neppure il
dolore.
Perché accade tutto questo?
La spiegazione è semplice. Ovidio ha una vita scritta. Ha
passato
anni e anni, quasi tutti quelli che ha vissuto,
a imparare a scrivere. E ci è riuscito. Gli hanno insegnato che
scrivere
è l'unico modo per capire il mondo e,
soprattutto, per capire se medesimo. Ovidio è convinto che
capire
e scrivere siano la stessa cosa, proprio
come vedere e scrivere, sentire e scrivere. La scrittura viene prima di
ogni
altra cosa e la vita, se non è
passata attraverso il suo filtro, è come se fosse inesistente.
Non
ci sono sensazioni finché non sono chiuse
dentro un giro di frase, non esistono foglie finché non si siano
mutate
in un grappolo di parole meticolose,
elastiche e sonore. Le persone comuni pensano che la scrittura sia
qualcosa
che si aggiunge alla vita e al
mondo, un di più, come la bravura nel cavalcare o l'arte della
cetra.
Si sbagliano. La scrittura non si aggiunge
alla vita, la contiene tutta.
Che hai, ragazzo? gli dicevano i vecchi quando lo vedevano arrossire al
passaggio
di una fanciulla. Sei
innamorato? E sorridevano al giovane Ovidio. Subito il precettore lo
prendeva
per mano e lo trascinava a
casa. Ecco le tavolette, ecco lo stilo, gli diceva, scrivi se vuoi
capire
cosa provi. Scava la tua via dentro i
sentimenti scrivendoli in tante parole rapide e ordinate. Solo in
questo
modo potrai pretendere di amare.
Occorrono aggettivi, verbi attivi e passivi, giochi di parole e di
sintassi,
figure di analogia - devi scriverti,
Ovidio, e scrivere lei. Altrimenti come potrai pretendere non solo di
amare
ma addirittura di esistere?
E da allora lui, ininterrottamente, non ha mai smesso di scrivere. I
suoi
compagni d'infanzia, come Marcello,
hanno già conosciuto l'amore, la guerra, poi la carriera
nell'esercito.
E continuano a vivere in questo modo.
Marcello, per quanto abbia ricoperto il grado di proconsole in Bitinia,
a
volte si concede persino la libertà di
stare ore e ore senza far nulla, specie quando rientra dai suoi lunghi
viaggi,
e va in cerca degli amici per
raccontare le sue avventure. Ovidio invece non smette mai di scrivere.
Non
solo quando traccia i caratteri
sulla tavoletta ma anche quando parla, quando soffre e quando mangia
oppure
quando gli capita sul naso una
foglia d'alloro. Scribo. Quando quel lampo di scrittura gli si accende
dentro,
cioè quasi ad ogni momento, c'è
una parola segreta che utilizza per dirselo (anche questa sensazione
deve
metterla in parole, se vuole
davvero provarla): Robisc. E' come il sibilo di un animale ignoto, il
colpo
di frusta che il padrone infligge ai
gladiatori mentre si esercitano.
Che cosa cerca Ovidio ogni volta che scrive? Ovviamente è in
grado
di spiegarlo, anzi di scriverlo. Robisc!
Quando subisce questa sua insostenibile frustata alla scrittura Ovidio
segue
una voce che ha dentro, così
rapida che spesso teme di non fare in tempo a registrarne le parole. E'
la
voce di un altro? No, è la sua voce
scritta. Talmente bella che a volte stenta a credere che davvero gli
appartenga,
e sarebbe proprio un
peccato che andasse perduta. Per questo la registra con tanta
diligenza.
Questa voce che pure è sua ha il
potere di raddoppiare lui, Ovidio, in una seconda persona mentre
cammina,
mangia, si esercita al Campo
Marzio, compie le sue funzioni fisiche. La voce lo separa da sé,
scrivendo,
e lo rende straordinariamente
bello e attraente. Ormai Ovidio non saprebbe più rinunciare alla
gioia
di questo specchio che, nel gioco dei
caratteri alfabetici, gli restituisce un'immagine perfetta di
sé.
Non c'è soltanto l'Ovidio che beve o che ama,
c'è anche l'altro Ovidio, che scrive di bere o che, amando,
scrive
il seme che si perde in un flusso prima
brusco poi sempre più lento, a scosse, mentre le membra si
sciolgono
nel languore. Robisc.
Ovidio sa che questa voce scritta, che tanto lo rende più
bello
di sé, gli sopravviverà nel tempo e diventerà
nei secoli la voce di altre migliaia di persone. Non sbaglia. L'Ovidio
bello,
che scrive e sgrappola foglie di
parole, l'Ovidio che spande seme in un sussulto prima brusco poi a
scosse
sempre più lente, resterà, anche
quando più nessuno si ricorderà dell'Ovidio che
semplicemente
sedeva sotto una foglia d'alloro o si
abbandonava al piacere con una flautista. Ovidio diventerà la
voce
di altri, che attraverso di lui si
raddoppieranno o apprenderanno il modo di farlo. E' il miracolo che la
scrittura
riesce a compiere quando,
con dolorosa e meticolosa privazione, fin dall'infanzia si è
imparato
a duplicare in forma alfabetica qualsiasi
momento della vita propria e di quella altrui.
E pensare che molte persone scrivono solo eccezionalmente e in casi
disperati.
Per loro la scrittura è una
forma di emergenza, di calamità naturale. Non scrivono mai se
non
quando sono immensamente infelici o
quando lasciano un biglietto sul letto prima di tagliarsi le vene.
Scrivono
come un astemio si concede un
boccale di vino forte per combattere un dolore che altrimenti sarebbe
insostenibile.
Con quello che mi è
successo, sembrano dire, posso anche permettermi qualche frase! Magari
si
azzardano persino a scrivere
delle poesie, pensano che in quei momenti nessuno potrebbe biasimarli.
Che
errore. Così la scrittura non li fa
belli, ma brutti. Perché il paradosso vuole che essi decidano di
raddoppiarsi
solo nei momenti in cui - amori
infelici, disperazione della vita, morte - il loro aspetto è
peggiore
e la loro voce più aspra. Che goffa
immagine lasceranno di sé, ammesso che qualcuno voglia davvero
ripeterla
e conservarla. Non hanno parole
magiche per la scrittura, solo grida strozzate, bofonchi o scoppi amari
di
risa. I loro racconti hanno trame
brutalmente calcate sulla vita, le loro poesie sono cariche di oggetti
come
la carretta di un emigrante.
Scritture senza miracolo. Oh, Robisc!
Ovidio ha scritto anche cose brutte, specie da giovane. Il suo
castigo,
il suo saltuario inferno terreno, consiste
nel ricordarsene. Egli non dimentica una sola frase di quello che ha
scritto
e a volte le parole goffe e
sbagliate che gli è capitato di usare tornano a stormo verso di
lui.
Sono frasi che emergono da una distanza
di trent'anni, un abisso pieno di parole che la sua memoria è in
grado
di ripercorrere palmo a palmo con la
precisione di un telescopio. "Dobbiamo andar per funghi" -
perché
quella volta ho usato il troncamento? "Lo
so, eravate stanchi e non aveste più voglia alcuna di
filosofare..."
che verso presuntuoso. "Le farfalle son
fiori / di primavera" che metafora triviale e senza senso. Nelle notti
insonni,
quando lo stomaco stenta a
digerire il vino bevuto, le parole sbagliate bussano alla sua mente
come
parenti ignoranti di cui provare
vergogna. Il rimorso per le parole brutte è l'unica punizione
che
la scrittura ha inflitto al suo figlio più caro.
Per il resto Ovidio ha avuto tutto dalla scrittura. Anche se in cambio
le
ha consegnato l'intera vita e,
addirittura, i suoi stessi occhi.
"Ho visto cose" gli ha detto Marcello di ritorno dalla campagna d'Asia
"che
altri mortali non vedranno mai.
Fontane che versano fiamme, alberi melodiosi, intere città
costruite
di foglie e di cristallo. Sui monti del
Caucaso ho incontrato uomini che ignorano l'uso del linguaggio e
fuggono
più veloci di uno stambecco..."
Marcello ha visto, con i suoi occhi, come tutti i viaggiatori. Ovidio
non
ha mai visto nulla, ha letto. E
soprattutto ha scritto, perché per lui leggere è sempre
stato
solo un mezzo per poter scrivere. Robisc. Con
un colpo di frusta il sibilo della parola magica gli ha distolto gli
occhi
da tutto ciò a cui avrebbe potuto
rivolgerli e lo ha costretto a fissarli unicamente sulla tavoletta
cerata.
Gli occhi di Ovidio non sono più
distinguibili dall'alfabeto, è la scrittura che per lui rende
visibile
la realtà. Marcello ha viaggiato e vagato,
conosce l'orrore notturno delle navi in fiamme, alla deriva, fuori
dalle
mura di Durazzo, mentre Ovidio non si
è mai mosso da casa sua. Però potrebbe scrivere tutto
quello
che Marcello gli racconta, anzi, mentre il suo
amico parla Ovidio lo sta già facendo. Che povere parole usa,
Marcello,
per descrivere ciò che ha visto!
Espressioni grumose, opache, a una a una Ovidio le diluisce, le lucida,
le
distende, finché la notte di Durazzo
è diventata un immenso cristallo che fiammeggia nel buio.
La foglia d'alloro oscilla come la lancetta di un pendolo. Tempo che
scorre.
Ovidio chiude gli occhi, per un
momento la voce della sua scrittura tace e la parola magica non
è
pronunziata dentro di lui. Non ce n'è
bisogno, l'anima oscilla come una barca sospesa fra due correnti
opposte
e quindi immobili. Ovidio ha
raggiunto il beato centro della sua perfezione, altra immagine di
sé
più compiuta di quella che la sua scrittura
adesso gli rimanda non potrebbe esistere. Ovidio è felice. Che
grande
fortuna è la sua. Lui infatti non
sospetta ancora niente.
Noi invece sappiamo che, ormai, non c'è più alcun bisogno
di
sciogliere e legare in un fascio di sillabe quella
foglia. Basta che entri dentro un'immagine ed è già
diventata
milioni di altre foglie, pronte a vivere altrettante
vite indipendenti da qualsiasi parola scritta. La realtà ha
imparato
a duplicarsi da sola, senza più bisogno di
ricorrere all'arte dei fantasmi alfabetici. Scrivere non serve
più
per afferrare il mondo, così come non serve
più per afferrare noi stessi e tutti gli altri uomini. Tra breve
sarà
sufficiente mettersi di fronte a una delle
infinite finestre luminose che punteggiano la nostra vita e guardare
senza
mai distogliere gli occhi. Dopo
pochi secondi, un brusco esplodere di linee e di punti avrà
già
disegnato sullo schermo il nostro ritratto e
quello di tutto ciò che ci riguarda. Tra breve quella voce
scritta,
sonora, con cui Ovidio si distaccava da sé
medesimo diventerà indecifrabile e soprattutto inutile. Nessuno
avrà
più alcun motivo per dedicare tutta la
propria esistenza all'arte di imparare a scrivere. Forse sarà
addirittura
una liberazione. Anni trascorsi a
sviluppare la musica mentale delle parole, la trasparenza delle
immagini,
l'orrore per le ripetizioni e le
stonature dello stile. A che scopo continuare a farlo? Ci saranno altri
specchi
per noi, sempre più facili e più
completi.
La scrittura muore, e tanta vita meticolosamente scavata nelle parole -
stilo,
penna, caratteri di stampa - è
destinata a svanire né più né meno della vita
ordinaria
di tutti coloro che non scrivono nulla. La scrittura
muore e con lei i libri si spengono, ad uno ad uno, come le lampade di
una
luminara che progressivamente
cedono al buio della notte per semplice consunzione dell'olio. Ma il
vento
sale, un altro soffio, un sibilo.
Robisc?