SILVIA ZAMBON
Il silenzio parlante di Filomela
 
Con questo seminario mi sono proposta una rilettura dei principali tratti che pertengono alla figura mitica e letteraria di Filomela-rondine, con il fine di individuare alcuni spunti di carattere antropologico che consentano di chiarire quale sia la percezione della voce di questo personaggio metamorfico nel mondo antico. Il filo conduttore di questo lavoro consiste pertanto nell’analisi delle modalità espressive, delle scelte comunicative, non solo linguistiche, ma anche e soprattutto gestuali, che caratterizzano Filomela prima dell’ornitomorfismo. Ne è scaturito inoltre un lavoro di lettura e catalogazione di un numero considerevole di informazioni e di descrizioni relative alla figura dell’uccello in cui la giovane donna si sarebbe mutata.
La letteratura classica ha rivolto particolare attenzione alle vicende mitiche di Filomela-rondine: nella tradizione greco-romana donna ornitomorfa e uccello sono strettamente intrecciati, al punto che risulta impossibile studiare tale figura metamorfica scindendone i tratti umani da quelli animali. Nei racconti dei mitografi, Filomela è una giovane donna che subisce un’atroce sequela di violenze d’ordine fisico, sessuale e psicologico: la fanciulla viene violentata dal cognato Tereo durante il viaggio che la deve condurre in Tracia, dalla sorella Procne; allo stupro si aggiungono quindi la relegazione in un luogo isolato e successivamente l’ablazione della lingua, che le viene inflitta per impedirle di mettersi in contatto con la sorella e di rivelarle in tal modo gli empi atti compiuti dal trace Tereo. È attraverso l’astuzia che la giovane riesce a riscattarsi dalla propria misera condizione: ella comunica a Procne quanto le è capitato attraverso un linguaggio non verbale, bensì materiale, gestuale. Filomela avrebbe ricamato su un tessuto o un messaggio scritto, una sequenza di parole, o una serie di figure, un disegno, affidando alla voce della spola (kerkídos phoné) l’incarico di rivelare i delitti di Tereo e di esprimere le lamentele, le angosce che la sua lingua mutilata non è in grado di riprodurre verbalmente e in modo articolato. Dopo essersi ritrovate, le due sorelle si vendicano offrendo in pasto a Tereo le carni del figlioletto Iti. Resosi conto dell’accaduto, il Trace insegue armato di una scure le due donne, le quali, nel frattempo, si sono date alla fuga. Ma l’intervento pietoso degli dei mette in salvo le due sorelle e porta alla trasformazione in uccelli di tutti i protagonisti della vicenda mitica. A Filomela spetta quindi l’ornitomorfismo in rondine: la fanciulla mutilata, priva di lingua ed incapace di esprimersi per mezzo di un linguaggio articolato, si trasforma in un animale caratterizzato sia da una intemperanza nelle modalità espressive (laliá), sia da una forma di limitazione fonatoria (traulótes). Questa creatura dell’aria è infatti nota al mondo antico come uccello particolarmente loquace, ma anche come animale che farfuglia, che balbetta, che emette sommessi gemiti e versi incomprensibili agli umani. Nell’emissione disarticolata della rondine è necessario pertanto che si scorga l’esito della glossotomia subita da Filomela per opera della ferocia di Tereo.
È chiara a questo punto l’opposizione del verso di questo pennuto a quello dell’usignolo in cui si sarebbe mutata Procne, l’uccello in grado di eseguire alla perfezione migliaia di tonalità musicali e di modulazioni differenti, che gli antichi apprezzavano non solo per la soavità del canto, ma anche per la predisposizione ad imitare il linguaggio umano e ad apprendere il greco e il latino.
Nella cultura greca, inoltre, alla rondine pertiene una precisa valenza metaforica: chelidón è infatti metafora e sinonimo di barbaro per la sua “favella” inarticolata e perciò incomprensibile. La lingua del bárbaros, del diverso, è collocata in un grado inferiore rispetto a quella greca: il barbaro, infatti, parla un vero e proprio linguaggio del tempo mitico, un linguaggio animalesco. E proprio l’espressione verbale chelidonízein ricorre in riferimento da un lato al tipico stridio emesso da questi volatili, dall’altro all’attitudine di alcuni esseri umani ad esprimersi in un linguaggio oscuro, simile a quello delle rondini.
Nella tradizione antica, il verso della rondine viene assimilato anche ad una particolare emissione fonica: il movimento meccanico della spola (kerkís) sull’ordito del telaio ingenera una sequenza melodica che i Greci associavano al garrire delle rondini ai primi bagliori del giorno. La spola si presenta quindi dotata di una reale e peculiare connotazione linguistica (phoné), e la predisposizione dell’oggetto a produrre una successione di note simile a quella intonata da Filomela-rondine era ben nota alla percezione uditiva dei Greci. Tutto questo si rivela coerente con la scelta comunicativa della muta Filomela attestata nelle testimonianze dei mitografi, secondo cui la filatrice silenziosa avrebbe ideato un nuovo idioma, appropriandosi della voce dell’arnese tessile e facendone quasi il proprio messaggero.