KATIA VERDIANI
L'organizzazione
sociale delle api:
l'alveare
come immagine dell'ordine e come rappresentazione della societas romana
I punti di
contatto tra l’organizzazione
della società umana e quella dell’alveare sono numerosi e,
sicuramente,
nel mondo antico gli elementi di
somiglianza sono molti di più rispetto a quelli avvertiti dalla
nostra cultura.
Intorno a
questo insetto ruotano tutta una serie di significati culturali, per
cui esso
diventa paradigma di perfezione sia individuale, sia, soprattutto,
collettiva
e, testimonianze in tal senso si possono raccogliere trasversalmente
sia nei
testi greci che latini.
Il primo autore che ci parla
dell’ape come animale sociale è
Aristotele, il quale, nell’Historia animalium, 488 a, annovera
le api
tra gli animali sociali che vivono in un gruppo organizzato, in cui
tutti i
membri si adoperano per un fine comune, proprio come fanno l’uomo, le
vespe, le
formiche e le gru. Inoltre, le api si contraddistinguono anche per il
fatto di
sottomettersi ad un capo. Le caratteristiche dell’ape, tuttavia, non si
esauriscono con la sua definizione di animale “altamente sociale”, dal
momento
che le sue connotazioni culturali sono molteplici (Per una più approfondita analisi del significato
culturale ed
antropologico
dell’ape nella cultura romana si rimanda a Bettini, Antropologia e
cultura romana,1986
pp. 205-255. Per un’analisi della valenza
simbolica delle api e dell’alveare nella rappresentazione della morte e
nell’orizzonte mitico e per un’abbondante bibliografia sull’argomento
si veda
Roscalla, Presenze simboliche dell’ape nella Grecia antica,
Firenze
1998).
Per ricordarne brevemente alcune,
l’ape è l’ animale puro per
eccellenza, che rifugge da tutto ciò che è putrido, non
è soggetto ai piaceri
di Venere, è in continuo contatto sia con gli uomini sia con gli
dei, perché ha
in sé il germe del divino, è dotato di poteri divinatori,
ed è capace di designare con la
propria presenza anche
l’esito di eventi futuri o la fortuna di grandi uomini.
Inoltre, fatto che a noi interessa
più da vicino, nelle modalità di
organizzazione della vita della comunità, le api dimostrano una
notevole
capacità di scelta, che le contraddistinguono e pongono su un
livello superiore
rispetto a tutti gli altri animali, talvolta addirittura anche
all’uomo, in
quanto, differentemente dagli uomini, questi insetti conoscono soltanto
l’utile
comune ed il bene dell’intero gruppo ed agiscono in funzione di questo.
Plinio
il Vecchio, nel libro della Naturalis
Historia dedicato per gran
parte
alla descrizione delle caratteristiche degli insetti, afferma proprio
che alle
api spettano il primato ed una speciale ammirazione, dal momento che
queste,
uniche tra gli altri insetti, sono genitis hominum causa, create apposta
per l’uomo, meraviglia incomparabile
prodotta dalla natura, alla
cui razionalità, specialmente se
paragonata alle piccole dimensioni, non potrebbe essere paragonata
quella di nessun
uomo, proprio perché non conoscono altro se non l’interesse
comune, nihil
novere nisi commune (XI,11-12).
L’alto livello di socialità
delle
api e la loro vicinanza alla comunità umana si riscontra prima
di tutto nella
scelta del luogo in cui la comunità andrà ad abitare,
che, nelle fonti,
obbedisce a criteri molto simili. Secondo
Varrone (III, 16, 12), infatti,
l’alveare deve essere posto nei pressi della fattoria, in un punto in
cui non c’è eco, rivolto verso oriente nei mesi invernali, in
una zona dal
clima temperato con intorno abbondante pascolo ed acqua pura. In
particolare,
la presenza di acqua limpida, non stagnante, rappresenta una costante
nelle
fonti che parlano del luogo adatto per porre un’arnia. Questo accade
perché
l’acqua pulita costituisce uno degli elementi più importanti
nell’alimentazione
delle api, dunque l’alveare deve essere situato vicino ad un ruscello
di acqua
corrente o ad un laghetto di acqua sorgiva (ibid. III, 16, 27).
Anche in Virgilio, Georgica
IV, vv. 18-24, la presenza di
acqua, in particolare di acqua limpida,
rappresenta un parametro fondamentale, con l’aggiunta del
dettaglio che è meglio se il corso o la
fonte di acqua si trovano vicino ad un luogo ombreggiato, dove le
giovani api
si possano ristorare. Inoltre, ai vv. 48-50, Virgilio ribadisce
l’importanza di
tenere lontano l’alveare dall’ acqua putrida. Columella, nel De re
rustica, intitola un intero
paragrafo De sedibus apibus
eligendis (9,5),
ed è ancora più preciso sia di Varrone che di Virgilio
nella descrizione del
luogo in cui deve essere posto l’alveare. Questo non deve essere
né troppo
caldo, né troppo freddo, ma, soprattutto, lontano da ogni tipo
di odore
nauseabondo, come quello delle latrine e dei letamai, oltre che,
ovviamente, da
quello del pantano delle paludi.
La relazione tra i luoghi paludosi
e le api
permette di stabilire un rapporto piuttosto stretto tra insediamento
ideale per
gli alveari ed insediamento ideale per la comunità umana, che,
come è stato
dimostrato in maniera molto convincente in uno studio di Federico Borca
sui vv.
48-50 della IV Georgica, obbediscono ad analoghi precetti di
ordine
igienico (cfr. F. Borca, Altae
neu crede
paludi: api e paludi in Verg.,Georgiche, 4.485, in “Sileno”,
1995, 21
(1-2),
pp. 161–165)
Infatti, proprio come, nella scelta del luogo in cui porre l’alveare
Varrone e
Virgilio ritengono indispensabile la presenza di acqua, ma ribadiscono
più
volte che deve trattarsi di acqua pura e non di acqua stagnante o
paludosa,
suggerimenti analoghi si trovano negli autori antichi a proposito della
scelta
del luogo ideale in cui porre una fattoria. Lo stesso Varrone afferma
più volte
nel libro I del De re rustica che nell’atto di costruire un
villa
bisogna porre attenzione alla scelta di un luogo salubre, possibilmente
vicino
ad un corso d’acqua, ma
non di una palude, perché in essa si sviluppano
animali piccoli ed invisibili che penetrano nell’organismo e provocano
malattie
pericolose per gli occhi e per le vie respiratorie. Anche in Plinio, Naturalis
Historia, XVIII,
33, troviamo un consiglio molto simile a quello di Varrone: Convenit
nec
iuxta paludes ponendam esse [villam](...). Vitruvio nel De
Architectura, I,4,1, consiglia di evitare la palustris
vicinitas
anche riguardo alla scelta del luogo adatto per l’edificazione di una
città.
Come osserva Borca, “il biotipo
palustre, con la sua melma e le
esalazioni da essa emanate, è infatti percepito dagli antichi
come
particolarmente sfavorevole sia all’apicultura, sia all’insediamento
umano”,
perché “la melma dei pantani non rientra nel modello di ordine
previsto dal
codice culturale: essa è al contrario percepita come confusa e
caotica e perciò anche sporca e
impura”. Le api, in
particolare, animali culturalmente
connotati come puri per eccellenza, di cui Varrone, III, 16, 6 ci dice
che secuntur
omnia pura, hanno come acerrimi nemici, oltre a vespe e calabroni
proprio
gli abitanti palustri, cioè le zanzare e le rane (Si vedano Varro, r.r., III,16,19;
Plin., Nat. XI, 61s., Aelian. Ha, I, 58; V,11).
Gli uomini e le
api abitano gli stessi luoghi perché fanno parte di una
comunità ugualmente
organizzata e civilizzata: l’ape, lontana dalla natura selvaggia ed
incolta è
“metafora”dell’uomo civile. Questo avviene anche per le forme di
organizzazione
sociale adottate sia dalla comunità degli uomini che da quella
delle api.
L’alveare, infatti, costituisce spesso nelle fonti antiche l’explanans della
respublica, così come accade frequentemente
che la respublica rappresenti
il filtro metaforico attraverso il quale viene descritto l’alveare. L’immagine
dell’alveare come archetipo e simbolo dell’organizzazione sociale
è un’immagine
che circola diffusamente nella cultura greca e romana, attraversa il
medioevo e
sopravvive, confermata e rinnovata, nell’età moderna e
contemporanea (Per l’analisi dell’alveare
come immagine dello stato e per la fortuna del tema in età tardo
antica,
medievale e moderna, si rimanda alla chiarissima analisi di P. Costa, Le
api e l’alveare. Immagini dell’ordine tra “antico” e “moderno”, in
Sbriccoli, M., et. Al., Ordo
Iuris, Milano 2003). Già
Platone, fa ricorso all’exemplum della società delle api in
ambito
politico, sia in Politico, 301 d-e sia nella Repubblica, 520 b,
citando il re dell’alveare come modello ideale a cui ispirarsi per
perseguire l’interesse
dei cittadini e dello stato. In Cicerone, De
Officiis, I, 157, le api sono
descritte, proprio come gli uomini, come
animali sociali per natura, che, perciò, sono spinte a costruire
i favi proprio
in virtù di questa loro naturale tendenza a vivere in
comunità. L’alveare
rappresenta l’immagine di una res
publica compatta e coerente,
che può
dunque assurgere a livello di paradigma ed emblema di ogni altra
collettività
che, idealmente, per funzionare bene, dovrebbe funzionare proprio come
l’alveare. Varrone, De re
rustica, III, 16, 4,
afferma che le api sono animali abituati a
vivere in società, “apes
non sunt solitaria natura, ut aquilae, sed ut
homines” ma il dato più
interessante in assoluto non è tanto la loro
capacità di vivere in gruppo, quanto la qualità della
loro socializzazione.
Anche altri animali vivono in gruppo, ma le api si distinguono
perché riescono
a condividere una precisa attività lavorativa e produttiva, si
dividono tra
loro i compiti in maniera razionale, così da riuscire ad aedificare ed a cibaria
condere. Inoltre, le api,
proprio come gli esseri umani, hanno civitates, a capo delle quali si trova
un re ed all’interno delle quali ciascuno svolge un compito ben
definito.
Virgilio, Georgiche, IV, 201, chiama le api “parvos Quirites”, appellativo che apparenta in maniera
inequivocabile la società delle api non con una città
qualsiasi, ma
direttamente con Roma. Plinio, Naturalis
Historia, XI, 11, scende ancor
più nei dettagli della loro organizzazione interna e sostiene
che, addirittura,
le api: rem publicam habent,
consilia privatim quaeque, at duces gregatim
et, quod maxime mirum sit, mores habent praeter cetera […]
La rigorosa disciplina che vige
all’interno dell’alveare, per certi aspetti sembra più simile a
quella di un
esercito che a quella di una civitas, ed il re dell’alveare, per alcuni
tratti, assomiglia più ad un generale che ad un sovrano. Plinio,
infatti,
(XI,20 sg.), ci descrive l’alveare come un accampamento, in cui la
giornata e
le attività sono scandite da ritmi molto simili a quelli di un
esercito:
durante il giorno una guardia sorveglia le porte, interdiu statio ad portas
more castrorum, al mattino una
di loro le sveglia con un ronzio che è
simile ad uno squillo di tromba, quies in matutinum, donec una excitet
gemino aut triplici bombo, ut bucino aliquo. Alla sera, poi, un’ ape
volando compie il giro dell’alveare ed emettendo lo stesso ronzio che
al
mattino le aveva svegliate, ordina a tutte di riposare. Anche questo
avviene
secondo la disciplina militare ed a questo cenno tutte fanno silenzio
(XI, 26). Anche lo sciame di api operaie che lavora
fuori dall’alveare è chiamato agmen da Plinio (11, 20),
così come le api
incaricate di andare in cerca di pascoli nuovi e freschi, quando quelli
nelle
vicinanze dell’alveare sono esauriti, prendono il nome di speculatores,
termine
che è tipico del linguaggio militare ed indica propriamente
la spia. In
Varrone III, 16, 9, l’assimilazione dell’alveare all’esercito è
totale, omnes
ut in exercitu vivunt. In
Plutarco, Vita di Licurgo 25, 5, addirittura,
la vita delle api nell’alveare rappresenta il modello adottato da
Licurgo a
Sparta e questo particolare si carica di grande significato se si
considera la
forte militarizzazione della società spartana. L’alveare, se
analizzato da
questo punto di vista, rappresenta una società in cui tutti i
membri perseguono
un utile comune, ma anche una società in cui non è data
la possibilità di una
scelta autonoma. Basti pensare che, nonostante la loro immensa
devozione nei
confronti del sovrano, devozione che, addirittura, Virgilio arriva a
paragonare
a quella dei popoli orientali le api riescono a rimanere unite soltanto
finché
alla loro testa c’è un re ( Georgiche, IV, vv.210-215), forse proprio
per la loro naturale incapacità di libero arbitrio. D’altra
parte, anche se
l’ape-re è oggetto di un rispetto e di una venerazione anche
maggiori di quelli
attribuiti ai sovrani orientali, non esercita sull’alveare una
tirannide che
provoca l’insoddisfazione dello sciame e che, quindi, potrebbe portarlo
a ribellarsi.
La regalità esercitata dal re dell’alveare diviene perciò
il paradigma di una
“provvida regalità” proprio perché il sovrano costituisce
l’emblema dell’ordine
e dell’unità dell’alveare e solo la sua presenza rende possibile
la spontanea
convergenza delle azioni e dei sentimenti dei singoli membri che
costituiscono
la civitas di cui lui è a capo. A conferma
di ciò, un passo di Plinio,
XI, 17, dimostra che l’obbedienza delle api, per quanto sorprendente,
non è
motivata dal timore della sanzione, dal momento che il re non ricorre
alla
forza e non ha bisogno di imporsi o di fare ricorso alla violenza,
anche perché
non usa il pungiglione, del quale, per altro, gli antichi discutono se
sia
fornito o meno.
Seneca nel De
Clementia,
I, 19, 2-3, guarda alle api proprio in questa
prospettiva, nel senso che queste per
lui costituiscono il modello di un ordine naturale e spontaneo, entro
il quale
l’autorità trova fissati i suoi limiti. L’alveare dimostra che
la carica del re
“non è un costrutto convenzionale, ma è un portato della
natura stessa”. La
natura ha creato la figura del re, che gode
di alcuni privilegi, come il fatto di essere alloggiato nel
luogo più
interno dell’alveare e di essere esente dal lavoro. La
superiorità, inoltre, è
visibile anche dall’aspetto fisico e la sua figura garantisce il
mantenimento
dell’ordine nell’alveare, che si disperde alla sua morte. Tuttavia, se
la
natura da una parte ha voluto che il re si distinguesse per le
dimensioni e lo
splendore del proprio corpo, dall’altra anche e soprattutto che,
essendo il
solo privo di pungiglione, si segnalasse per il carattere pacifico e
per
l’incapacità di nuocere. La conclusione di Seneca, è che
il re dell’alveare, in
virtù di queste sue caratteristiche,
dovrebbe costituire il modello di riferimento per tutti i grandi
re,
proprio perché la natura di solito offre grandi esempi nelle
cose più piccole.