Luigi
Vaccari (Avvenire 09/08/06)
Maurizio Bettini,
ordinario di filologia classica
all'universita' di Siena, quando era al liceo leggeva le Odi
di Orazio: «Mi lasciavo prendere dal sentimento del tempo
che passa e dalla fugacita' delle cose umane. Sa come sono, o
meglio
erano, i
liceali. A 17 o 18 anni, quando si crede di essere immortali, certe
sensazioni
ci si possono ancora permettere. Dopo, naturalmente, questo esercizio
di
malinconia diventa molto piu' difficile e ci si accorge che a quel
tempo
non si
faceva sul serio».
Successivamente,
quali classici hanno scandito la sua giovinezza?
«Venne in seguito il
momento di Omero, soprattutto
dell'Odissea.
Spesso andavo a
leggerla anche sulla riva del mare, a Livorno, dove abitavo da ragazzo.
Certe
parole di Omero avevano per me un suono quasi magico, ci sentivo
veramente il "mare" dentro: la frase "polyphlosboio thalasses", cioe'
"del mare molto
risuonante", con tutte quelle vocali cosi' armoniche, mi pareva
davvero
un'immagine sonora della risacca. Forse per questo andavo a leggerla
sul mare.
E poi tutto il poema si svolge sul mare, ha il mare nelle viscere,
senza il
mare - quello "color del vino", quello "che non si semina" - e'
impossibile capire
Omero. Molti anni dopo ho scoperto che un filologo scozzese del
settecento,
Robert Wood, era andato a leggere i poemi di Omero direttamente in
Grecia -
diceva che si potevano capire soltanto li' - e che Goethe leggeva l'Odissea nei giardino di Villa Giulia, a
Palermo. Inseguiva il fantasma di Nausicaa fra le palme e i fiori di
zagara.
Sono altri modi di ambientare Omero, di farne vivere la lettura in
luoghi che
siano, in qualche modo, mitici anch'essi. Probabilmente, nella mia
ingenuita' di
adolescente, desideravo fare qualcosa di simile>.
Nell'eta'
adulta chi
sono gli autori che le hanno fatto compagnia?
«Omero non l'ho mai
abbandonato, ma dopo l'universita'
la mia vita era molto cambiata. I classici greci e latini erano
diventati non
dico il mio mestiere - pessima parola, per chi ha la fortuna di
lavorare con le
creazioni della fantasia altrui - ma la ragione del mio impegno
intellettuale.
Conoscere le lingue antiche per capire semplicemente il senso di quello
che
leggevo, come al liceo, non mi bastava piu'. Avevo scoperto che quegli
stessi
testi che amavo per il loro contenuto, potevano risultare ancora
piu'affascinanti per la loro forma: la metrica con cui erano stati
composti, per
esempio, oppure l'origine storica delle singole parole, quella cosa che
si chiama "etimologia". Insomma, l'antichita' era diventata per
me non piu' una
piccola
biblioteca di testi "classici"da leggere, ma un mondo in cui abitare
e,
soprattutto, da scoprire, o meglio da ricreare, giorno per giorno. Per
questo i
miei classici - nel senso di libri da leggere per capire la vita, per
farla piu'
bella e piu' grande - divennero altri: Thomas Mann, per esempio. Ma
certo
Virgilio ha continuato ad essere una fonte di stupore, e di piacere,
anche
letterario».
Ha
scritto Italo Calvino: «I classici servono a capire chi siamo e
dove
siamo
arrivati». E Paolo Mieli: «senza la conoscenza dei
classici, la
comprensione della storia moderna non e' quasi possibile». E'
d'accordo?
Che
cosa rappresentano, oggi, e a che cosa dovrebbero allenare?
«Il
significato
dei classici, a mio parere, sta in
questo: sono libri che ci sono sempre stati, e che sono stati letti
ininterrottamente per millenni. Fa una certa impressione pensare che,
leggendo
l'Iliade, abbiamo una lettura in
comune con Aristotele e con Alessandro Magno; mentre leggendo l'Eneide, scorriamo con lo sguardo gli
stessi versi amati non solo da Augusto e da Agostino, ma da Dante,
Eliot e
Hermann Broch. Per questo rinunziare ai classici sarebbe un grave
errore.
Abolendoli se ne andrebbero con loro, irrimediabilmente, anche i
sentimenti e i
pensieri di tutti coloro che hanno letto questi stessi classici nel
corso del
tempo. Sarebbe una perdita enorme, come buttare in un fosso la chiave
che apre
lo scrigno del tesoro. Ma a volte ho l'impressione che la nostra
cultura
preferisca i fossi ai tesori».
Sono tutti da
salvare?
«C'era un periodo
in
cui era di moda il gioco della
torre, ovvero quello dell'isola deserta, che e' poi il rovescio
dell'altro. Si
chiedeva a qualcuno quale libro, su due o tre che aveva portato con se'
in cima
a una torre, avrebbe buttato giu'; oppure quale libro avrebbe portato
con se' su
un'isola deserta. Questi giochi mi sono sempre parsi segno di una
visione
ingenua della letteratura. Che bisogno c'e' di buttare dei libri giu'
da
una
torre? Piuttosto uno non li porta su, che oltretutto si fa anche
fatica. E
perche' poi prendere con se' un solo libro, per andare nella famosa
isola
deserta? Non hanno inventato apposta le borse?».
Che
cosa intende
dire?
«Voglio dire che i
libri, e quindi anche i classici,
hanno tutti una loro importanza. Hanno bellezze diverse, naturalmente,
e
soprattutto vanno incontro a fasi dell'esistenza che sono differenti
fra loro.
Il poeta irlandese William Butler Yeats se la prendeva con le "teste
calve" dei
professori chine sui versi di Catullo. Non sopportava l'idea che dei
vecchi
esercitassero la loro cosiddetta scienza filologica su versi giovanili
nati a
banchetto con gli amici o in camera da letto. Yeats aveva ragione, ma
si e' mai
chiesto se per caso quelle "teste calve" non stessero in qualche modo
recuperando anche un po' della loro giovinezza, scandendo gli
endecasillabi di
Catullo? Le vie dei classici sono infinite, fortunatamente. Per una
persona il
loro significato cambia nel corso del tempo, e puo' cambiare perfino da
una sera
all'altra. Ci sono delle volte in cui mi capita di scendere nella mia
biblioteca perche' mi e' venuta in mente una certa poesia, che so, di
John Donne,
e ho voglia di rileggerla; oppure cerco la definizione di una figura
retorica
data da Cicerone o un bel mito che racconta (in genere male) il
mitografo
Apollodoro. Io credo che i libri, almeno potenzialmente, siano tutti da
salvare. I classici stanno li' per creare intrecci, comunicazioni,
dialoghi,
anche i piu' inaspettati. Un grande classicista che purtroppo ci ha
lasciato
presto, Charles Segal, una volta mi racconto' come nacque un suo
articolo di
interpretazione psicanalitica delle tragedie di Seneca. Si era preso
l'influenza, era a letto, solo in casa, e sul comodino aveva soltanto
due
libri: le tragedie di Seneca e un volume delle opere di Freud. E'
questo il
modo in cui i classici amano intrecciarsi e dialogare. Vede che, nella
famosa
isola deserta, di libri bisognerebbe portarsene almeno due?».
Scorge
piu' analogie con il contingente, e suggerimenti, nei testi
dell'antichita' greca
e romana o nei testi di anni recenti?
«Nei
classici
trovo spesso il modo non per creare
analogie con il presente, attualizzandoli (che brutta parola, non
trova?), ma
per vederlo con occhi diversi. E quindi vedere in una luce estraniata
anche
l'antichita' . Le faccio un esempio. Una volta, durante una lezione,
cercavo di
spiegare ai miei studenti che funzione aveva la divinazione per i
romani. Prima
di attaccare battaglia, infatti, o al momento di convocare
un'assemblea, i romani
osservavano il modo in cui volavano certi uccelli. Cosi' facendo gli
antichi
aruspici cercavano di conoscere in anticipo qual era l'orientamento
degli dei
nei confronti della decisione che dovevano prendere, se erano
favorevoli o
contrari. Improvvisamente capii che i sondaggi sono l'equivalente
moderno della
divinazione romana, salvo che oggi la volonta' della cosiddetta
gente - elettori
o consumatori che siano - ha sostituito quella degli dei, come del
resto e'
logico in una societa' democratica di massa. I potenti vogliono
sempre
conoscere
in "anticipo" la volonta' di chi conta attraverso strumenti
divinatori,
uccelli
che volano o inchieste sociologiche che siano. E come gli aruspici,
anche i
moderni sondaggisti a volte prendono delle cantonate».
Quali
tipi di
accesso (scolastico) suggerirebbe, per studiarli e capirli?
«Nello studio dei
classici, ritengo sia molto
importante seguire questa doppia via - estraneita' e identita' ,
analogia
e
differenza - che ho cercato di descrivere sopra con 'esempio di
aruspici e
sondaggisti. Penso infatti che questi libri che abbiamo in comune con
Alessandro Magno o con Dante, i classici, siano molto utili non solo
per farci
capire le analogie che ci legano al passato, le continuita' , ma anche
le
differenze e le discontinuita' . Posso fare subito un esempio. Il
Virgilio che
noi leggiamo e' lo stesso che amarono anche Augusto e Agostino, l'ho
gia'
detto.
Salvo che, con molta probabilita' , loro Virgilio lo "ascoltarono",
perche' in
antico la lettura si faceva ad alta voce; noi invece lo leggiamo
silenziosamente, scorrendolo con gli occhi. Ecco una prima grande
differenza -
quella fra auralita' e scrittura, mondo delle orecchie, mondo
degli
occhi - che
si radica in una continuita' . In questo senso, penso che conoscere la
cultura
antica offra uno strumento molto naturale per abituare i giovani al
rapporto
con le culture diverse. I greci e i romani, infatti, sono molto dentro
di noi,
ma anche molto fuori di noi. In loro ce' l'identico e il diverso. Spero
che un
giorno riusciremo a vedere non solo il diverso, ma anche l'identico, in
tutte
le altre culture del mondo».
Intravede
per i
classici dell'antichita' un futuro confortante o sconfortante?
«Su questo bisognerebbe
interrogare gli auspici romani.
La mia esperienza comunque e' che i giovani, se gli si presenta il
mondo
antico
nel modo che ho cercato di descrivere, si appassionano invariabilmente.
Bisogna
tuttavia avere il coraggio di buttare via tanti quadri mentali del
passato -
che abbiamo ereditato non certo dagli antichi, ma solo dalle
generazioni che ci
hanno preceduto - e scegliere decisamente questa via della
identita' /
alterita'
di cui ho parlato. Se si fa di Properzio un semplice testimone
dell'ideologia
augustea, un banale imitatore dei greci o e peggio ancora un serbatoio
di forme
grammaticali, siamo spacciati. Ai giovani bisogna prima di tutto far
capire che
Properzio amo' la sua Cinzia in un modo che e' contemporaneamente
uguale,
perche' l'amore e' sempre quello, ma anche diverso rispetto agli amori
dell'Ottocento o
a quelli contemporanei. E' a questo punto che i classici si riprendono
prepotentemente la scena».