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Giuseppe D. De Bonis (2007) |
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L'ipotassi nelle Omelie Blickling, MS Blickling, Princeton Univ. Library, W. H. Scheide Coll. 71. Descrizione e analisi delle prime sette omelie, ff. 1r-58v. |
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La dissertazione propone l'analisi dell'ipotassi delle prime sette omelie della raccolta Blickling (diciotto in tutto), a partire da un completo riesame del manoscritto che le tramanda e dalla descrizione della loro posizione nella tradizione omiletica anglosassone. Le subordinate individuate nel testo sono state suddivise per tipologia (quindici tipi di frasi) e distinte in tre gruppi (frasi avverbiali, sostantive e relative), secondo un modello di analisi creato ad hoc che si avvale sia di teorie sintattiche tradizionali che di teorie sintattiche che si rifanno alla grammatica neo-generativa trasformazionale. La suddivisione tipologica delle frasi ha portato al riconoscimento dell'autonomia semantica di alcune subordinate rispetto ad altre di significato affine alle quali erano state assimilate in altri studi sulla sintassi dell'inglese antico (ad esempio finali e consecutive), ha rivelato che alcune subordinate possono precedere, seguire o essere collocate all'interno della loro reggente, mentre altre sono poste sempre dopo di essa (soggettive e oggettive), ha messo in evidenza una sorta di gerarchia tra le subordinate stesse, ed ha anche rivelato come l'ordine degli elementi della frase vari a seconda del tipo di subordinata e del livello di subordinazione da essa occupato. Grazie al modello di analisi utilizzato è stato possibile combinare lo studio delle strutture sintattiche con quello dell'aspetto grafico del testo manoscritto, scoprendo che i segni di interpunzione manoscritti, oltre che segnalare pause e variazioni d'intonazione nella lettura, rivestono anche un'importante funzione sintattica, sì che la loro mancata osservanza da parte dei moderni editori può talora produrre un'interpretazione del testo sensibilmente diversa da quella rispondente alle intenzioni dell'estensore. È stato dimostrato, infatti, che in varie occasioni i puncti manoscritti, le maiuscole, le minuscole sovradimensionate e le iniziali poste oltre lo specchio di scrittura segnalano nessi di subordinazione e confini sintattici tra frasi complesse diversi da quelli stabiliti dagli editori (R. Kelly e R. Morris) mediante la punteggiatura moderna. La dissertazione si conclude con un'appendice costituita dall'elenco completo delle frasi analizzate, accompagnate dalla descrizione della loro struttura sintattica, da una traduzione in italiano e dalla notazione dei puncti manoscritti. |
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Teresa Proto (2007) |
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I canti dei flagellanti tedeschi del 1349. Introduzione, edizione e commento. |
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La dissertazione ha per oggetto l'edizione critica dei canti dei flagellanti tedeschi (Geißlerlieder) del 1349 e si articola in tre parti. Nella sezione introduttiva sono esaminate le caratteristiche intrinseche (nascita, propagazione, sviluppo) ed estrinseche (organizzazione interna, usi, cerimoniale) del movimento dei flagellanti in area tedesca, con particolare riguardo agli anni della Peste Nera. Nella parte centrale viene tracciato un quadro della tradizione manoscritta dei canti, il cui destino, in assenza di una trasmissione indipendente, si è legato a quello delle numerose fonti cronachistiche, latine e tedesche, che li conservano in forma più o meno frammentaria. A queste fonti è dedicato un ampio capitolo di approfondimento, propedeutico alla sezione finale nella quale si sviluppa il lavoro editoriale vero e proprio, condotto seguendo il principio del manoscritto guida. L'analisi critico-testuale si articola, a sua volta, in una parte introduttiva, incentrata sull'organizzazione e l'analisi dei testimoni utilizzati, e in una propriamente editoriale, con la restitutio dei testi (quattro canti e due frammenti), accompagnata dai relativi commenti. In appendice, infine, è raccolto il materiale di supporto all'edizione (riproduzioni in facsimile, tavole) e di approfondimento storico-culturale (testimonianze coeve di canti dei flagellanti di ambito europeo). |
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Francesca Toriello (2007) |
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La Leggenda di santa Maria Egiziaca in inglese medio. Introduzione, edizione critica sinottica e traduzione. |
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Il nucleo del lavoro è rappresentato dall'edizione critica sinottica della Leggenda di s. Maria Egiziaca in inglese medio. L'opera agiografica è compresa nella raccolta nota con il nome di South English Legendary, tramandata in più di sessanta testimoni. Il testo in rima della vita di s. Maria Egiziaca viene indagato per la prima volta in questo studio come testo singolo e non come parte del leggendario. L'edizione vera e propria è preceduta dall'analisi delle fonti a partire dall'originale greco, passando per le traduzioni in latino e in anglosassone, fino a alle volgarizzazioni in inglese medio, con un breve accenno alla diffusione successiva della vicenda e ai manoscritti ancora esistenti. Segue un'analisi codicologica, linguistica e contenutistica dei ventitré testimoni noti della Leggenda di s. Maria Egiziaca. La scelta dell'edizione di tipo sinottico è motivata nei capitoli che descrivono l'esito della trascrizione, dell'ampia collazione e della realizzazione dello stemma codicum. Quest'ultimo è stato oggetto di una trattazione particolarmente attenta e approfondita, poiché è sulla sua struttura originariamente bipartita che si fonda la scelta di operare un'edizione sinottica. Nell'introduzione all'edizione critica sono evidenziate e motivate le scelte redazionali poste alla base dell'edizione, in particolare quelle che hanno portato alla scelta di un apparato critico di tipo negativo e all'eliminazione delle varianti puramente grafiche. Nell'edizione critica sinottica si pongono a confronto il testo contenuto nel ms. Oxford, Bodleian Library, Laud. 108, per la conflazione L e il ms. Cambridge, CCC145 per la redazione A. La quarta parte del lavoro fornisce una traduzione - la prima in lingua italiana - del testo della redazione A. L'ultima parte dell'indagine comprende in primo luogo alcune considerazioni riepilogative del vasto contenuto della ricerca, in cui si evidenziano i risultati in essa ottenuti, in secondo luogo un'appendice che consente e facilita il reperimento di dati rilevanti distribuiti nelle varie parti del lavoro. |
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Laura Gherardini (2006) |
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Edizione del testimone fiorentino del Tristano di Goffredo di Strasburgo |
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Oggetto della dissertazione è l'edizione del testimone manoscritto del Tristano di Goffredo di Strasburgo – poema cortese-cavalleresco in altotedesco medio – conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e databile alla prima metà del XIV secolo. Il lavoro si apre con un'attenta analisi della tradizione manoscritta e della situazione editoriale del testo, al fine di illustrare le motivazioni che hanno portato alla scelta del manoscritto di Firenze come base dell'edizione e di individuare i criteri editoriali adeguati, a loro volta accuratamente descritti. Scopo della dissertazione è quello di mettere in risalto il valore storico, culturale e linguistico del manoscritto fiorentino e di contribuire alla ricerca sui testimoni dell'opera in questione. In linea con le attuali tendenze dell'ecdotica, e con l'auspicio che si possa giungere presto a una soddisfacente edizione critica dell'opera, ne è stata realizzata un'edizione ‘semidiplomatica’, che ha permesso da una parte di mantenere inalterati determinati elementi del testo così come trasmesso nel manoscritto, dall'altra di apportarvi lievi modifiche che ne migliorassero la leggibilità. Gli interventi editoriali sono opportunamente segnalati nel capitolo introduttivo all'edizione, oltre che, naturalmente, nell'apparato critico in calce al testo. Segue un'analisi linguistica, incentrata sulla fonologia e sulle principali caratteristiche morfologiche del testimone, dalla quale emerge una commistione di dialetti bavarese e tedesco centrale. Questi due dialetti, insieme alle peculiarità paleografiche del manoscritto, permettono di identificare la Boemia meridionale come area di provenienza del testimone e quindi di verificare e puntualizzare i risultati di alcune indagini condotte da altri studiosi in questo senso. A chiusura del lavoro sono illustrati i risultati generali della ricerca, volta a delineare un quadro plausibile delle modalità con cui il testimone è giunto a Firenze. |
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Giuseppe Pagliarulo (2006) |
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Forme sintetiche e perifrasi nel verbo gotico |
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La dissertazione consiste in un'analisi sintattico-funzionale di alcune strutture perifrastiche verbali nella lingua gotica (il passivo ed altre perifrasi participiali; le perifrasi causative) e nella successiva individuazione delle loro limitazioni d'impiego in rapporto a procedimenti affissali di simile o identico valore semantico. A un primo inventario dei dati testuali utilizzabili e alle relative valutazioni statistiche segue un esame critico dettagliato di gran parte delle attestazioni delle forme prese in considerazione: per prime le forme sintetiche e perifrastiche del passivo, in seguito le perifrasi con participio presente e le rese gotiche del futuro greco, in ultimo le espressioni sintetiche e perifrastiche della funzione causativa. L'analisi è condotta sulla traduzione della Bibbia di Wulfila e sulla Skeireins (commento al Vangelo di Giovanni) separatamente. In sede di conclusione si sostiene l'impossibilità di ravvisare, nei testi esaminati, un'autentica recessione delle forme sintetiche a vantaggio di quelle perifrastiche per le funzioni considerate e si suggerisce un ridimensionamento della tesi tradizionale di una deriva singolarmente accentuata del germanico verso un tipo linguistico analitico. |
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Magda Raffa (2006) |
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La Lettera del Prete Gianni nella tradizione medio-inglese |
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Della Lettera del Prete Gianni, testo anonimo della letteratura odeporico-fantastica medievale, si conservano, oltre alla versione originale latina, traduzioni e rielaborazioni in diversi volgari europei. L'intento di questo lavoro è quello di analizzare la sua tradizione in area inglese, in cui si ritrovano due testimoni, di epoca tardomedievale e protomoderna, molto significativi soprattutto dal punto di vista linguistico. Entrambi i testimoni sono conservati a Londra, presso la British Library, dove sono catalogati rispettivamente come Royal Manuscript 17 D XX e come G 7106. Si tratta di due testi assai diversi, indipendenti l'uno dall'altro: il primo è un manoscritto incompleto, in dialetto anglo-scozzese, risalente verosimilmente alla fine del XV secolo; il secondo è un'edizione a stampa realizzata agli inizi del XVI secolo ad Anversa ed esemplata su un modello nederlandese. Le due redazioni furono pubblicate, in forma di mere trascrizioni precedute da brevi commenti, alla fine del XIX secolo; è stata perciò anzitutto approntata un'edizione critica dei due testimoni capace di evidenziare i loro tratti peculiari. Il lavoro si apre con un'introduzione storica sulla letteratura di viaggio nel medioevo e con una breve esposizione delle notizie tramandate sulla figura leggendaria del Prete Gianni, il suo regno e la sua 'lettera'. Seguono una presentazione schematica dell'intera tradizione manoscritta e delle edizioni a stampa, un'analisi dei rapporti tra le varie redazioni della Lettera e di quelli tra i due testimoni inglesi e, infine, un'indagine sui presunti modelli delle due redazioni medio-inglesi. Si è quindi proceduto al confronto critico tra l'originale latino e i due volgarizzamenti inglesi, considerando, oltre agli aspetti prettamente linguistici, anche quelli paleografici e ortografici. Alla trascrizione dei due testimoni, con riproduzioni in facsimile a fronte, è stata affiancata una traduzione italiana. L'analisi linguistica delle due redazioni ha permesso di determinare con relativa precisione le rispettive aree dialettali di provenienza. Per quanto riguarda in particolare la redazione a stampa, al fine di stabilire in che misura il testo inglese sia stato influenzato dal modello nederlandese, è stato necessario rivolgere l'attenzione anche alla tradizione nederlandese della Lettera. Il lavoro si completa con un glossario per ciascuna delle due redazioni, con rinvii incrociati (ove possibile) tra l'una e l'altra. |
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Chiara Benati (2005) |
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L'influsso del bassotedesco medio sulla fraseologia dello svedese tra Medioevo ed Età Moderna |
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Il contatto linguistico tra bassotedesco e lingue scandinave durante il medioevo è stato oggetto di numerosi studi, dedicati soprattutto ai diversi aspetti dell'influsso esercitato dal bassotedesco medio sulle lingue scandinave: dal lessico alla morfologia, dalla sintassi alla letteratura, dalla lingua standard ai dialetti. Scarso rilievo è stato dato, tuttavia, allo studio della fraseologia e dei possibili rapporti di dipendenza, in quest'ambito, delle lingue scandinave da modelli bassotedeschi. Questo lavoro si prefigge di colmare tale lacuna, individuando tracce di fraseologismi di origine bassotedesca nelle prime attestazioni scritte della lingua svedese, aprendo così la strada ad ulteriori indagini in questo campo. All'interno della tradizione svedese (e nordica orientale in genere) i testi giuridici sono ben rappresentati e costituiscono il materiale ideale per uno studio di questo tipo. È stato pertanto individuato un corpus di tre testi svedesi, costituito da Äldre Västgötalag, Östgötalag e Uplandslag, altamente rappresentativo delle prime attestazioni in questa lingua. Per operare un confronto omogeneo del materiale fraseologico presente in questo corpus con analogo materiale bassotedesco che possa aver funto da modello è stato scelto, fra i testi della tradizione bassotedesca, il Sachsenspiegel di Eike von Repgow. Data la vastità del concetto di 'fraseologia', si è reso necessario delimitare l'ambito di indagine ad una sola tipologia di fraseologismi: quelli verbali. Dopo una necessaria introduzione teorico-metodologica all'analisi fraseologica e la presentazione della tradizione manoscritta dei corpora oggetto del confronto, si è proceduto all'indagine sistematica del materiale fraseologico contenuto nei quattro testi. I fraseologismi verbali, suddivisi in base al campo semantico di appartenenza, sono stati schedati singolarmente, riportandone, oltre alle occorrenze nel testo, una descrizione formale in termini di funzioni lessicali (applicata per la prima volta ad una lingua antica), una valutazione semantica del grado di idiomaticità e alcune considerazioni circa la struttura sintattica interna e le valenze. Il confronto tra bassotedesco medio e svedese si sofferma, infine, sia sulle funzioni lessicali realizzate in entrambe le lingue, sia sulle funzioni lessicali realizzate soltanto in svedese ma che presentino qualche affinità con fraseologismi o vocaboli bassotedeschi, al fine di valutare, in ogni singolo caso, la possibile dipendenza dell'espressione svedese dal modello alloglotto continentale. |
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Marialuisa Caparrini (2005) |
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La letteratura culinaria in bassotedesco medio. Un'indagine linguistica e storico-culturale sulla base del ricettario di Wolfenbüttel (cod. Guelf. Helmst. 1213) |
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Oggetto della dissertazione è lo studio del più antico ricettario bassotedesco medio, conservato in un codice del XV secolo presso la Herzog August Bibliothek di Wolfenbüttel e composto di 103 ricette, ed in particolare del lessico gastronomico tardomedioevale proprio di quest'area linguistica a tutt'oggi poco indagata. Il lavoro si apre con un'introduzione di tipo storico-culturale volta a delineare i caratteri principali dell'arte culinaria medieovale e con una trattazione sullo sviluppo di una tradizione letteraria gastronomica in ambito europeo, cui segue una descrizione delle principali raccolte di ricette manoscritte di area altotedesca finora edite. La sezione centrale del lavoro, preceduta da un'ampia descrizione codicologica, paleografica, contenutistica e linguistica del testo preso in esame, è costituita dall'edizione critica, corredata di traduzione in italiano a fronte, del ricettario di Wolfenbüttel e dall'analisi lessicale. Tale indagine, condotta su una selezione di 179 lemmi suddivisi in opportune sottocategorie (aromi e spezie, ingredienti, impasti ed intingoli, denominazioni di pietanze, bevande, procedimenti culinari, dosi e tempi di cottura, stoviglie) è strutturata in modo tale da offrire per ciascuna voce analizzata la classe morfologica di appartenenza, le occorrenze nel testo, le eventuali attestazioni nelle lingue germaniche antiche e in altotedesco medio (ai fini di un confronto diretto con la coeva tradizione gastronomica altotedesca), l'etimologia, l'uso del termine all'interno della raccolta e, laddove il termine in questione non sia solo di uso strettamente culinario, le ulteriori accezioni che esso può avere in contesti diversi da quello gastronomico. Infine vengono delineate e riassunte le varie strategie di arricchimento lessicale riscontrate nel ricettario bassotedesco, al fine di creare un compiuto linguaggio di settore di carattere gastronomico (prestiti, composizione nominale, polisemia, prefissazione, sinonimia), che hanno consentito da un lato di verificare l'evidente internazionalità dell'arte culinaria – e di conseguenza anche del lessico gastronomico – nel medioevo, dall'altro di cogliere la specificità del ricettario di Wolfenbüttel rispetto ad altre raccolte di ricette coeve. |
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Massimiliano Bampi (2004) |
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La ricezione svedese dei Septem sapientes alla luce delle teorie dei Translation Studies |
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La dissertazione ha come oggetto l'analisi della tradizione svedese (Sju vise mästare) della silloge di racconti d'origine orientale nota come Septem sapientes e si propone di prendere in esame i diversi meccanismi di ricezione e rielaborazione della materia narrativa nel periodo compreso tra la fine del XIV e la fine del XV secolo. In particolare, poiché almeno due dei tre testimoni in volgare pervenutici (A e C) sono certamente identificabili come testi tradotti, l'attenzione principale è rivolta alla ricostruzione e all'interpretazione della strategia traduttiva che emerge dal confronto fra i testi e i rispettivi modelli – o, comunque, nel caso di A, con un testo che possiamo considerare del tutto simile al testo-fonte. Per l'analisi contrastiva proposta e la successiva valutazione dei dati si è scelto di avvalersi degli assunti teorici sviluppati nell'ambito dei cosiddetti Translation Studies che, in una prospettiva d'indagine marcatamente interdisciplinare, promuovono un approccio descrittivo alle problematiche traduttologiche. Il lavoro si compone conseguentemente di due nuclei fondamentali: da una parte la disamina della tradizione manoscritta, dall'altra l'analisi dei meccanismi traduttivi che hanno condotto alle differenze, talora assai notevoli, tra i vari anelli della tradizione e che si pongono così alla base della diffrazione del testo. Movendo dall'indagine dei punti critici della narrazione in ciascun testimone e dal confronto con quelle che finora sono state indicate come loro presunte fonti, e sulla base delle caratteristiche del contesto codicologico in cui i testi sono collocati, l'obiettivo dell'analisi è quello di porsi alla ricerca dei criteri seguiti da ciascuno dei traduttori dei testimoni in volgare svedese nel trasporre il “testo-fonte” (latino nel caso di Holm. D4 e Holm. A49, basso-tedesco nel caso del testimone AM 191 fol) nella propria lingua materna, e in particolare le cause che hanno determinato un allontanamento dal modello, attraverso espunzioni, aggiunte, sostituzioni e riformulazioni di parti di testo più o meno cospicue. |
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Valeria Di Clemente (2004) |
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Il lessico dello Innsbrucker Arzneibuch e del Prüller Kräuterbuch |
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Fine del lavoro è uno studio del lessico medico-botanico in testi del medioevo tedesco, sulla base di un corpus rappresentato dalla tradizione di due tra le opere più antiche nel loro genere, il ricettario medico chiamato Innsbrucker Arzneibuch e l'erbario noto come Prüller Kräuterbuch. Tale indagine ha richiesto come premessa un'ampia documentazione sia sulla letteratura medievale delle artes, sia sui concetti di Fachsprache, Fachwortschatz e Fachtext(sorte). Il lavoro inizia con un'introduzione alla letteratura medico-botanica tedesca medievale e con la presentazione dei testi dal punto di vista codicologico, paleografico e linguistico; segue l'illustrazione dei concetti e degli strumenti teorici usati nell'analisi del lessico. Nella parte centrale della trattazione, i lessemi sono inseriti in grandi raggruppamenti concettuali e in campi semantici più ristretti, quindi distribuiti in paragrafi a seconda del tipo morfologico-strutturale; ogni lessema studiato viene introdotto dalla sezione di testo che lo riporta, con traduzione in italiano; seguono informazioni sull'etimologia, sull'eventuale presenza in altre lingue germaniche, sulle modalità di formazione della parola o unità di significato, sugli eventuali sinonimi nella stessa fase storica della lingua. Valore centrale assume l'analisi del lessema dal punto di vista dei tratti semantici ad esso attribuibili e da quello delle funzioni semantiche rappresentate nella realizzazione all'interno della frase e del testo; i lessemi costituenti predicato sono descritti anche attraverso l'analisi della valenza, vista nella sua applicazione più ampia, che comprende le selezioni restrittive. Infine, si riassumono i procedimenti di formazione ed individuazione del lessico specifico incontrati: prestiti, calchi strutturali e semantici, formazioni tecniche di tipo monosemico, terminologizzazione, monosemizzazione, incidenza contemporanea di più strategie etc. |
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Eleonora Cianci (2003) |
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Incantesimi e benedizioni nella letteratura tedesca medievale (IX-XIII sec.) |
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Si tratta del primo tentativo in assoluto di riunire in un'unica trattazione organica l'ampio corpus di testi di area tedesca, risalenti a un periodo compreso tra il IX e il XIII secolo, che comunemente vengono denominati “incantesimi”, “formule magiche”, “scongiuri” e “benedizioni”. Essendo l'obiettivo principale del lavoro l'individuazione di nuovi criteri di classificazione all'interno della Textsorte “rimedi verbali”, e in considerazione del fatto che nella maggior parte dei casi esistono edizioni affidabili dei testi presi in esame, l'autrice rinuncia ad effettuare una nuova edizione di questo corpus – molto eterogeneo e spesso frammentario –, scegliendo invece di presentare ogni testo in una delle edizioni esistenti. Nell'introduzione vengono discusse le varie questioni inerenti alla trasmissione manoscritta e viene avviata la discussione sulla problematica delle “categorie testuali”. Nella parte centrale del lavoro si analizzano i singoli testi, che vengono suddivisi in due gruppi principali: “rimedi verbali per curare le malattie dell'uomo e degli animali” e “rimedi verbali per prevenire disagi e rischi della vita quotidiana o difendersi da essi”. Di ogni testo viene illustrato il contenuto e il sostrato culturale. Il commento ai singoli testi si propone principalmente di chiarire le difficoltà interpretative e di documentare le scelte della traduzione italiana. Attraverso la formulazione di ipotesi circa le varie forme sotto le quali si può presentare un “rimedio verbale”, l'autrice dimostra come dal corpus analizzato si possano estrapolare una serie di tendenze, che tuttavia non possono essere intese alla stregua di rigide categorie. Completano la tesi, in forma di appendice, un'antologia di testi in latino e in tedesco, risalenti al periodo compreso tra il XIV e il XVI secolo, che mostrano delle affinità con i rimedi verbali analizzati nella parte centrale, un glossario dei termini ‘tecnici’ più ricorrenti nel corpus e una sezione contenente la riproduzione in facsimile di alcuni fra i testi più significativi, nonché un ampia ed esaustiva bibliografia. |
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Paolo Marelli (2002) |
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Sintassi e semantica dei casi nella Sächsische Weltchronik |
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La Sächsische Weltchronik, un fondamentale documento storico del tardo medioevo tedesco, viene qui analizzata nella versione del ms. 24. La ricchezza e la complessità della tradizione manoscritta di questo testo viene adeguatamente illustrata dall'autore distinguendo tra modalità di trasmissione testuale e vicende di rielaborazione contenutistica. Tuttavia, l'obiettivo specificamente linguistico, e non critico-testuale, dell'indagine, impone la scelta del ms. 24, che, per antichità e qualità del testo tramandato, si accredita come testimone prezioso per lo studio delle caratteristiche funzionali del primo basso-tedesco medio, una lingua germanica medievale finora poco studiata. Il lavoro è incentrato nella descrizione del sistema dei casi, effettuata attraverso un'ordinata sistemazione del materiale, identificato, caso per caso, anche nelle specifiche funzioni sintattiche e semantiche. Notevole è lo sforzo descrittivo e interpretativo che l'autore compie, mediante il ricorso ai principî della teoria di Ch. J. Fillmore sui casi profondi o della grammatica delle valenze, in vista di una più intima conoscenza del testo e di un più consapevole dominio del relativo codice linguistico. La compresenza di sistemi descrittivi diversi, che rispondono a logiche di analisi linguistica talora assai distanti, induce tuttavia l'autore a descrivere diffusamente anche i vari tipi flessionali o a ricondurre l'ordine delle parole nella frase a regole di frequenza empiriche. Infine, in considerazione della limitatezza del campione esaminato e del mancato soddisfacimento di taluni presupposti teorici (quali l'impossibilità ad acquisire la competenza di un parlante madrelingua e l'incapacità a distinguere l'obbligatorietà dei complementi), viene sottolineata la necessità di estendere la ricerca ad altre Textsorten al fine di garantire maggior compiutezza ai già notevoli risultati acquisiti. |
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Simonetta Mengato (2002) |
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Il consonantismo germanico alla luce delle nuove teorie ricostruttive dell'indeuropeo e del protogermanico |
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Questo lavoro rappresenta anzitutto il primo tentativo di riunire in un'unica trattazione monografica, che sia al tempo stesso una presentazione oggettiva e una disamina critica, le varie teorie ricostruttive del consonantismo indeuropeo, e in particolare del ramo germanico, elaborate da alcuni linguisti in diverse parti del mondo negli ultimi tre decenni, mettendone in evidenza le correlazioni e i possibili influssi reciproci. L'altro aspetto caratterizzante dell'opera è costituito dalla verifica del grado di applicabilità, e quindi di attendibilità, di queste teorie sulla documentazione fornita dalle lingue germaniche storicamente attestate. Un'indagine complessa, che ha reso anzitutto necessario ripercorre sinteticamente le tappe fondamentali del pensiero linguistico intorno al tema in questione, dai primi, pionieristici, tentativi di ricostruzione linguistica della scuola neogrammatica fino alle più recenti e sofisticate teorie post-strutturalistiche e generativistiche. Nel far questo, l'autrice non si limita a dei semplici richiami di tipo descrittivo, ma cerca, ogni qual volta se ne presenti l'opportunità, di porre a confronto tra di loro le diverse teorie elaborate nel corso del tempo. Nella parte centrale del lavoro, dedicata alla presentazione e alla critica delle nuove teorie ricostruttive, l'autrice, mantenendo un atteggiamento di sostanziale obiettività e di prudenza nei confronti delle diverse teorie e approcci metodologici, espone accuratamente ed esamina – mettendone equilibratamente in evidenza pregi e difetti – tesi e controtesi, prove e controprove, critiche positive e negative. Particolarmente interessante è l'ultima parte del lavoro, un'autonoma sintesi in cui vengono correlate e poste a confronto la cosiddetta "teoria del new look" di T. Gamkrelidze e V. Ivanov e la "teoria della biforcazione" di T. Vennemann relativamente ai rapporti tra indeuropeo e germanico, in cui l'autrice cerca, fra l'altro, di ricomporre alcune presunte dispute come quella tra la ricostruzione del consonantismo indeuropeo secondo il new look e secondo Vennemann. Rilevante è anche il tentativo di riscontro dell'applicabilità o meno delle nuove teorie alle attestazioni linguistiche reali, al di là degli esempi citati dagli autori stessi delle teorie. |