a. Obiettivi principali (con esclusivo riferimento al settore della ricerca) realizzati nel triennio, assumendo a riferimento le Relazioni annuali dei responsabili delle Strutture, unitamente ai pareri resi contestualmente dai NUV/CIV
I contenuti di questo punto sono desunti dai discorsi pronunciati dal Magnifico Rettore in occasione dell’inaugurazione degli anni accademici 2001, 2002 e 2003.
Il nostro intervento a sostegno della ricerca è stato particolarmente rilevante. Una sola cifra: nel 1995 le risorse che l'Ateneo destinava alla ricerca erano circa 4 miliardi e mezzo, oggi sono 20 miliardi. L’intervento non ha riguardato solo la quantità delle risorse ma anche il sistema della ripartizione dei fondi per progetti. Uno degli obiettivi principali realizzato nel triennio è stato, infatti, la definizione di un Piano di Ateneo per la Ricerca, articolato in tre momenti: una quota servizi per coloro che fanno ricerca documentata dall’Anagrafe della Ricerca; una quota progetti assegnata sulla base della valutazione di un Comitato per metà esterno, abbandonando definitivamente ogni distribuzione a pioggia; una quota per cofinanziare la ricerca nazionale. L’attuazione di questo Piano è stato un grande segnale per tutti i docenti, che hanno condiviso le decisioni del Senato Accademico dimostrando di voler assecondare e anzi stimolare il processo di autonomia con scelte non sempre facili. Ed è stato un grande segnale anche a livello nazionale: non poche Università, infatti, stanno seguendo il nostro esempio e i nostri Revisori continuano a scriverci plaudendo al nostro modo di procedere. L’Anagrafe della Ricerca di cui ci siamo dotati, che è aggiornata in tempo reale dai docenti, si è via via arricchita di molti utili dati aggiuntivi, come i finanziamenti ottenuti da ciascun docente, le attrezzature disponibili, il collegamento con i Dottorati di Ricerca. Essa rappresenta quindi un affidabile censimento delle attività di ricerca e un esempio di grande trasparenza anche verso l’esterno, sostituendo gli archivi delle pubblicazioni editi con ritardi di anni. Nel triennio 2001-2003 il Piano di Ateneo per la Ricerca è stato sostenuto nonostante il progressivo contrarsi delle risorse statali.
Altro importante obiettivo era quello di arrivare a stabilire un reale rapporto con il sistema delle imprese. Per questo è stato costituito un apposito Liaison Office di Ateneo con un delegato e un organico sul modello inglese e americano: una struttura che ha censito la attività di ricerca universitaria suscettibili di applicazione industriale, ma anche i bisogni di innovazione dell’industria, non sempre espressi autonomamente, anzi spesso scoperti al termine di questa analisi. Nel piano triennale ministeriale 2004-2006 c’è uno stanziamento di risorse per la promozione dei Liaison Office di Ateneo: l’intuizione che a Siena avemmo negli scorsi anni era dunque anticipatrice di un’attività che si sta diffondendo e si diffonderà sempre più in tutte le università.
Le spese per i laboratori e le biblioteche non sono un lusso; sono invece un investimento strategico, così come lo è l’investimento in ricercatori: perdiamo giovani che amerebbero fare ricerca perché non abbiamo da offrire loro alcuna prospettiva, e invece dovremmo poter metterli in grado di frequentare centri di eccellenza e inserirli in reti e circuiti che assicurino una elevata qualità alla loro produzione scientifica. Per questo abbiamo bandito 235 borse di ricerca e 270 assegni di ricerca per giovani studiosi con il concorso della Fondazione Monte dei Paschi.
Per quanto riguarda l’internazionalizzazione sono stati, questi ultimi, anni di assestamento e irrobustimento nella qualità. Le collaborazioni con le università straniere sono state vagliate per consolidare quelle più organiche e basate sull'interscambio di docenti e studenti.
Con Oxford il rapporto è articolato in insegnamenti tenuti da docenti dell'una nell'altra Università e da scambi di studenti. Rappresentiamo là l’Italia per l’insegnamento del Diritto italiano.
Sono consolidati anche i rapporti con Berkeley, Kyoto, Toronto, Austin, La Sorbona, ed altri atenei di tutto il mondo. Abbiamo, inoltre, introdotto il test di apprendimento della lingua inglese (il PET), con relativa certificazione da parte di Cambridge, per tutti i nostri studenti.
Abbiamo inaugurato, alla presenza di colleghi Rettori di università europee ed italiane, delle autorità, dei dottorandi e degli studenti, il Graduate College Santa Chiara. Abbiamo scelto di investire molto in questo campo. Il dottorato è, da noi, regolamentato in modo da rispettare requisiti di qualità verificati da un Comitato Scientifico internazionale, sia nella fase di istituzione che in quella del controllo dei risultati. Nel primo biennio abbiamo attivato, anche con il concorso della Fondazione Monte dei Paschi, 445 borse di dottorato (più 64 autofinanziate) e 34 borse che abbiamo distribuito ad altri atenei per consentire ai nostri giovani di poter frequentare altrove corsi che qui non ci sono. Se traduciamo questo impegno in cifre, significa che abbiamo speso 12 miliardi all'anno, di cui il 70 % a carico dell’Ateneo. A fronte del grande impegno possiamo registrare, con soddisfazione, anche rilevanti risultati. Il nuovo piano triennale del Ministero ha incluso fra le possibili Scuole Superiori il Santa Chiara (obiettivo realizzatosi nel 2004, ndr), premiando la struttura che la nostra Università ha voluto darsi per favorire l’eccellenza degli studi di dottorato ed una vera integrazione degli studi superiori in Europa. La presenza dell’Università nel territorio si è in questi anni molto estesa e arricchita. In particolare, i Poli di Arezzo e di Grosseto sono ormai una realtà: l’impegno dell’Università per valorizzare ed arricchire di opportunità queste due grandi realtà della Toscana meridionale è stato intenso. Rimane ovviamente fecondo il rapporto con il territorio della nostra Provincia. È un rapporto che si esplicita nella comune volontà di valorizzare le grandi peculiarità delle terre senesi. Queste iniziative, che variamo in sintonia con l’Amministrazione Provinciale, non rispondono né premiano spinte localistiche ma coltivano vocazioni e intendimenti delle singole comunità, mantenendo ben salda l’unitarietà della Istituzione universitaria e del suo governo didattico e scientifico.
b. Eventuali obiettivi (con esclusivo riferimento al settore della ricerca) da realizzare a breve-medio termine, relative azioni strategiche e presumibili fonti di finanziamento, assumendo a riferimento le Relazioni annuali dei responsabili delle Strutture, unitamente ai pareri resi contestualmente dai NUV/CIV
I contenuti di questo punto sono desunti dai discorsi pronunciati dal Magnifico Rettore in occasione dell’inaugurazione degli anni accademici 2001, 2002 e 2003.
Se la ricerca è un cardine insostituibile della docenza universitaria, oltre che una leva fondamentale per lo sviluppo del Paese, è prioritario un piano di forte potenziamento di essa. Dalle direttrici indicate dal Ministro Moratti nelle sue “linee guida” emerge chiaramente l’obiettivo di investire nella ricerca di base sia in funzione della conoscenza sia per il ritorno di utilità che deriva anche dalle scoperte scientifiche. Allo stesso modo, da quelle linee, emerge la necessità che essa sia concentrata in centri di eccellenza per settori strategici di sviluppo, compresi i Parchi scientifici, con interazioni puntuali con il sistema delle piccole e medie imprese per il trasferimento tecnologico, e con la creazione di spin-off e nuove imprese. È quanto a Siena stiamo facendo, potenziando le strutture per la ricerca anche grazie al buon rapporto con le imprese. All’innovazione devono quindi contribuire sia le imprese che le Università, facendo ognuno la propria parte. Le prime dovrebbero rendersi conto della assoluta esigenza dell’Università di incrociare la migliore ricerca internazionale e restarvi solidamente agganciata, per evitare di essiccare le sorgenti stesse dell’attività scientifica di qualità, anche se molto di quanto deve essere fatto a questo scopo non è di loro diretto interesse. Le seconde dovrebbero metabolizzare il concetto che uno dei loro compiti fondamentali è quello di contribuire direttamente allo sviluppo economico della società che le esprime. A Siena stiamo progettando il “Parco delle Scienze della vita”, con la partecipazione degli Enti locali, della Regione, della Fondazione Monte dei Paschi, dell’Industria e dell’Università, che ha l’ambizione di divenire un centro di riferimento per la ricerca biotecnologica in Italia e nel mondo. Il Parco è al tempo stesso un incubatore per piccole imprese, un centro di servizi per grandi e piccole imprese già operanti, un’area di ricerca di eccellenza nelle biotecnologie ove grandi e piccole imprese leader nel settore possano collaborare con l’Università.
L’idea che si ha di una Università è data, oltre che dalle sue attività di ricerca e dalla sua offerta formativa, anche dalla sua capacità di proiettarsi nel mondo; di far sì che le mura dei suoi secolari edifici non divengano una sorta di privilegiata “prigione localistica”. Ogni accordo di cooperazione stipulato tra una Università italiana e una di un altro Paese è un piccolo “ponte” che si apre tra due culture, che permette il libero fluire, nei due sensi, di persone e di idee, di docenti e di studenti, di formazione e di ricerca. In questo senso l’Università di Siena ha una lunga tradizione di cooperazione con Atenei di tutto il mondo, tesa non alla mera attività di scambio ma alla costruzione di rapporti finalizzati al raggiungimento di titoli di studio comuni e allo sviluppo progressivo di una dimensione europea nei curricula. L’Ateneo senese coordina, inoltre, progetti di dottorato europeo e di master internazionale, alcuni supportati anche dalla Banca Monte dei Paschi, in cui sono coinvolte numerose università europee ed extra europee, tra le quali Oxford, La Sorbona, Salamanca, Madrid, Berlino, Coimbra e molte altre. Per quanto riguarda la dimensione europea dobbiamo impegnarci più attivamente, come Università italiana, affinché nei prossimi anni il tema della formazione universitaria non sia escluso, come a Maastricht, dai Trattati ed entri a pieno titolo nella futura Carta Costituzionale dell’Unione. Bisogna procedere senza tentennamenti a dare certezze di qualità ai nostri giovani studiosi. All’atto del decentramento da parte del MIUR, abbiamo infatti individuato un percorso che garantisse il potenziamento e lo sviluppo di un sistema integrato, e dunque di condivisione e di stimolo, fra le tradizionali attività di dottorato di ricerca e di internazionalizzazione. Si tratta, dunque, di un nuovo modo di fare dottorato che implica una forte disponibilità all’esportazione e all’importazione di modalità formative disciplinari ed interdisciplinari e che porta a una “reale” formazione internazionale: gli studenti non trascorrono semplicemente periodi all’estero, ma svolgono la loro formazione in diverse istituzioni qualificate, europee ed extraeuropee, secondo un programma didattico e scientifico personalizzato. Proprio per la grande problematicità e per la complessità del processo di internazionalizzazione bisogna saper procedere passo dopo passo, facendo seguire alle elaborazioni azioni concrete.
Una Università bene organizzata deve conoscere i suoi obiettivi, individuare le responsabilità precise per ogni attività, essere capace di modificarsi in base agli stimoli esterni, essere in grado di valutare e di far valutare gli attori del processo: un insieme complesso di attività che, in caso di giudizio positivo, costituiscono una garanzia dell’affidabilità del prodotto finale. Il sistema europeo adotta già questa visione e, ora, anche nelle nostre Università si cominciano a individuare e ad applicare questi corretti indicatori. Si valuta la qualità per aumentare la qualità: così, al termine di un ciclo di valutazione, l’Istituzione si conoscerà meglio e sarà in grado di decidere con maggiori saperi e competenze. In questo modo, passo dopo passo, giudizio dopo giudizio, si cresce. È un circolo virtuoso: si valuta nuovamente e si cresce. Si valuta la qualità anche per informare i cittadini sulle reali pratiche dell’Istituzione. Tutto questo in coerenza con l’obiettivo della pubblica utilità delle Università. Dopo anni di sperimentazioni, nel corso dei quali abbiamo approntato, tra i primi in Italia, i questionari per la valutazione della didattica da parte degli studenti; abbiamo istituito i Comitati paritetici fra docenti e studenti per la gestione dei corsi di laurea; abbiamo costituito un Osservatorio di Ateneo sulla didattica e abbiamo approntato una Anagrafe della ricerca, si apre quest’anno un primo ciclo triennale che porterà alla autovalutazione e alla valutazione da parte di esperti esterni di tutti i nostri Corsi di laurea per quanto riguarda la didattica e di tutti i Dipartimenti universitari per quanto riguarda la ricerca: per quest’ultima agisce nell’Ateneo un Comitato di garanti interamente composto da membri esterni.
c. Descrizione e commento critico delle modalità di collegamento tra la valutazione della ricerca e processi decisionali interni, assumendo a riferimento le Relazioni annuali dei responsabili delle Strutture, unitamente ai pareri resi contestualmente dai NUV/CIV.
I contenuti di questo punto sono desunti dai discorsi pronunciati dal Magnifico Rettore in occasione dell’inaugurazione degli anni accademici 2001, 2002 e 2003.
Il concetto di governo dei processi ne evoca subito un altro, la ricerca della qualità. Ma il concetto di qualità rimane spesso vago e elusivo, o – al contrario – rigido. La qualità non è indefinibile, né può voler dire semplice assenza di errori. La qualità è la realizzazione dell’equilibrio ottimale fra risorse, obiettivi e risultati. Per ottenere la qualità occorre che maturi un processo di cambiamento per prova ed errore, con valutazioni che verifichino lo scarto fra obiettivi e risultati, così da consentire azioni correttive sull’organizzazione e sulle professionalità, anche attraverso attività formative. Ma prima di ogni altra cosa, per ottenere la qualità è necessario che si condividano gli obiettivi da parte di tutti coloro che devono realizzarli: personale tecnico-amministrativo, studenti e docenti. Da qui il fondamentale ruolo della vita di comunità: discutere, proporre, scegliere e condividere. Fissare le tappe delle verifiche di idoneità, efficacia, efficienza dell’azione universitaria nei vari settori, che, alla fine, si riassumono nelle funzioni istituzionali della didattica e della ricerca. È solo così che la valutazione può divenire momento utile per l’adeguamento del modello organizzativo alle esigenze di efficacia ed efficienza. Ma l’Università non è un’impresa: se è vero che nelle istituzioni universitarie statali il bilancio è formato, per le entrate, in prevalenza da trasferimenti pubblici, e perciò il controllo dei costi da parte dello Stato è indispensabile, è tuttavia improponibile valutare il sistema universitario solo in termini di produttività. Piuttosto è opportuno che si usino criteri di qualità, partendo dall’autovalutazione, discutendo all’interno degli Atenei i risultati, con l’obiettivo di superare i punti deboli attraverso l’autocorrezione, per poi esporsi al giudizio di altri, esterni alle Università. Per questo nel nostro Ateneo abbiamo voluto essere fra i primi ad esaminare noi stessi, adottando criteri di valutazione qualitativa nello svolgimento dei compiti istituzionali, per fissare le solide basi condivise da una vera comunità: la quale non teme di mettere a nudo i propri difetti ed errori di fronte a sé e alla società civile. Lo scopo di questo tipo di valutazione non è punitivo ma positivo: intende promuovere l’innalzamento del livello di qualità. E così il nostro Ateneo ha varato quest’anno il primo esperimento italiano di valutazione di tutti i Corsi di studio e delle attività di tutti i Dipartimenti universitari: per entrambi una prima fase di autovalutazione, che produce una relazione, ed una seconda fase in cui intervengono, anche con visite di alcuni giorni, valutatori esterni all’Ateneo.
Nella prima fase di autovalutazione, la validazione da parte dei dipartimenti di una serie di dati di contesto ha reso evidente la necessità di integrare meglio i data base operativi all’interno dell’Ateneo ed ha messo in luce le lacune esistenti. Si potrà, in base alle evidenze emerse, individuare i cambiamenti da introdurre nell’organizzazione dell’Ateneo e dei suoi sistemi informativi al fine di ottimizzare la gestione e rendere disponibili in modo più efficiente, completo e tempestivo dati ed informazioni. Il modo in cui questi nuovi controlli influiranno effettivamente sul modus operandi degli Atenei dipende sia dalle condizioni di partenza sia dalle modalità seguite per effettuare tali verifiche. Gli auspicabili effetti positivi di tali valutazioni sono rappresentati da una migliore interazione con i portatori di interesse interni ed esterni e da un più efficiente ed efficace utilizzo delle risorse. Si tratta di obiettivi importanti, da perseguire con determinazione. Nello stesso tempo, però, occorre evitare che dai nuovi meccanismi di monitoraggio derivino anche le conseguenze poco desiderabili talora rilevate in altri Paesi. Ciò può essere evitato, innanzitutto, se gli attori istituzionali, oltre alla condivisibile esigenza di migliorare la qualità dei servizi offerti, terranno sempre in debito conto le peculiarità delle attività che caratterizzano inequivocabilmente gli Atenei rispetto a qualsiasi altra organizzazione, la didattica di alto livello e la ricerca avanzata. |