Comunicazione e Relazioni Interpersonali 

      Cultura  e consapevolezza dei sentimenti ed emozioni

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UNA SOCIETÀ “HIGH TECH LOW TOUCH”

Enrico Cheli

1. Qualità della vita, qualità delle relazioni

Nelle attuali società occidentali il bisogno primario non è più la mera sopravvivenza ma la qualità della vita: vivere con ritmi che rispettano i nostri limiti; abitare un ambiente sano e accogliente; svolgere un lavoro che ci realizza e gratifica; nutrire il corpo e la mente di cibi sani, non manipolati; stare bene con se stessi, stimarsi, amarsi, rispettare i propri bisogni, coltivare i propri interessi, sviluppare i propri talenti; e infine – ultimo ma non per importanza - avere buone relazioni con le persone con cui siamo in contatto, nella vita privata come in quella lavorativa.

Le nostre relazioni con gli altri sono tra i fattori che più incidono, in bene o in male, sulla qualità della vita: esse influenzano la formazione e la continua trasformazione della nostra identità e individualità; determinano il grado di soddisfazione o insoddisfazione nella nostra vita privata: negli affetti, nelle amicizie, in famiglia; si riflettono sulla gratificazione o frustrazione che ricaviamo sul lavoro – insomma sono alla base di tutte le principali sfere del nostro vivere sociale. Se chiediamo alla persone perché sono felici, 8 su 10 ci risponderanno che dipende dall’essere innamorati, dal sentirsi amati, dall’avere una buona relazione col partner, con gli amici, con i figli etc. Se gli chiediamo perché sono infelici ci diranno con la stessa frequenza (8 su 10) che hanno litigato con qualcuno, che non si sentono compresi, che hanno un cattivo rapporto coi colleghi di lavoro, che il partner non li ama abbastanza, che i genitori non li capiscono e via dicendo. Se poi vogliamo indagare sul loro grado di soddisfazione lavorativa, scopriremo che la maggior parte delle persone non si lamenta tanto di fare un lavoro poco pagato o che non gli piace, ma di farlo in un ambiente sociale poco accogliente e amichevole, con relazioni poco gratificanti con i colleghi e con l’esterno. Insomma, sia la felicità che l’infelicità, sia la gratificazione che l’insoddisfazione dipendono in larga misura, non tanto da aspetti materiali ma da fattori comunicativo-relazionali. Ciò nonostante sia i singoli che le istituzioni dedicano a queste problematiche ben scarse attenzioni e risorse e i risultati negativi di questa disattenzione non mancano purtroppo di manifestarsi. Ne sono chiari esempi i molti anziani che soffrono di solitudine e gli altrettanto numerosi bambini costretti a giocare da soli e a rapportarsi solo con la TV e i videogiochi; la freddezza e impersonalità – quando non la sospettosità e acidità – delle relazioni sul posto di lavoro, spesso caratterizzate da conflitti latenti tra colleghi, da invidie e gelosie, da rapporti di pura facciata o addirittura da dinamiche di mobbing; il bullismo e il nonnismo nelle scuole e nelle caserme; i difficili rapporti tra genitori e figli e tra parenti e via dicendo. Al contempo, la percentuale sempre più alta di separazioni e divorzi, e soprattutto la conflittualità che li caratterizza, testimoniano la bassa qualità della comunicazione perfino nelle relazioni di coppia e l'incapacità di affrontare costruttivamente e pacificamente le molteplici e spesso nascoste diversità esistenti tra i partner.

Il cuore del problema è che nessuno ci ha mai insegnato – né in famiglia, né a scuola - a comunicare, ad impostare in modi sani e costruttivi i nostri rapporti con gli altri, a gestire efficacemente le nostre emozioni, ad esprimere appropriatamente i sentimenti.

Nella società patriarcale e autoritaria cha ha dominato la scena fino a qualche decennio fa, i rapporti sociali non venivano liberamente costituiti dalle parti, ma erano predefiniti da norme e gerarchie rigide imposte dall’alto. Sia nei rapporti tra governanti e cittadini/sudditi sia in quelli tra membri di una stessa famiglia i ruoli erano tutt’altro che paritetici: c’è chi comandava e chi doveva obbedire, chi indottrinava e chi imparava. Pertanto la comunicazione svolgeva un ruolo marginale e non le si attribuiva un decimo dell’importanza che invece essa sta oggi sempre più assumendo.

La comunicazione costituisce in effetti la dimensione primaria della vita e dell'azione sociale dell'uomo, e può essere considerata metaforicamente come il tessuto connettivo e nervoso della società. Ciò nonostante, il riconoscimento della sua centralità sociale è un fenomeno piuttosto recente, iniziato col diffondersi della democrazia a partire dal XVIII secolo ma emerso come realtà auto evidente soltanto nel corso del XX secolo[1]. E’ soprattutto grazie all'avvento dei mass media che la comunicazione è divenuta la caratteristica più distintiva dell'epoca attuale, al punto che vari autori hanno coniato, per descriverla, il termine "società della comunicazione". Tuttavia, oltre al grande sviluppo dei media, si è anche avuta nel XX secolo anche una considerevole evoluzione nel campo della comunicazione interpersonale, sia a seguito dei profondi mutamenti sociali e culturali avviati negli anni '60 e '70, sia grazie ai progressi della ricerca scientifica e alle esperienze psicoterapeutiche e educative sulla comunicazione e le relazioni interpersonali. Pertanto la rivoluzione comunicativa è stata ed è a tutti gli effetti anche una rivoluzione interpersonale.

2. La rivoluzione interpersonale

 

Fra tutti i cambiamenti che sono in atto nel mondo, nessuno è più importante di quelli che riguardano le nostre vite personali: sessualità, relazioni, matrimonio e famiglia. (A. Giddens, 2000: 69)

 

La parola “rivoluzione” descrive un cambiamento radicale, drastico, repentino, ed è appunto quello che è avvenuto nella sfera dei rapporti con gli altri da qualche decennio a questa parte. Dobbiamo infatti ricordare che per millenni e fino a tutta la prima metà del XX secolo, la vita di relazione si era svolta secondo regole e schemi sostanzialmente immutati, cui dovevano conformarsi tutti i membri di una data comunità. Prevaleva un approccio rigido, autoritario, repressivo, che metteva al bando ogni forma di deviazione e devianza, e dunque anche di creatività: non era pensabile percorrere altre strade, cambiare le regole, vivere il ruolo di genitore, figlio o coniuge in modi diversi dal resto della comunità, se non subendo la riprovazione sociale o sanzioni perfino più gravi. Si tenevano le distanze e ci si dava del lei o del voi perfino tra marito e moglie, tra madre e figli, tra amici: il ruolo e la posizione sociale erano preponderanti sulla personalità e sull’identità personale; importava molto più cosa eri che non chi eri – un nobile, un borghese o un contadino; un padre o un figlio; un dipendente o un padrone; un docente o un discente. Si trattava insomma di una società in cui l’autorità prevaleva sulla libertà, il controllo sulla spontaneità, la formalità sulla creatività. “Nelle società tradizionali agli individui non era richiesto di realizzarsi in quanto individui. La cultura non prevedeva questa possibilità in modo prioritario e gli individui si percepivano piuttosto come membri di un gruppo, di una parentela, di una collettività. L’individuo poteva eventualmente coltivare rimpianto o ribellione, ma è alla logica del gruppo che doveva piegarsi  e rispetto all’obiettivo che il gruppo gli assegnava non era necessario che si realizzasse in quanto singolo soggetto” (A. Melucci, 1994: 28).

Poi, nel corso del XX secolo e soprattutto a partire dagli anni 1960 quell’assetto patriarcale e gerarchico è stato fortemente contestato fino ad entrare in crisi e in breve tempo si è passati da rapporti impostati su copioni socialmente prestabiliti e rigidi a relazioni autodeterminate e flessibili, dalla comunicazione formale alla spontaneità, dal controllo e repressione delle emozioni all’espressività senza freni. “L’estensione dei diritti civili amplia la sfera della libertà personale e l’esercizio della decisione volontaria. L’autonomia di scelta nelle relazioni affettive permette di stabilire legami che dipendono solo da noi. La ricchezza della vita associativa ci consente di partecipare liberamente a molte reti di rapporti”. (A. Melucci, op. cit., 28-29).

Mai come adesso l’umanità è stata così libera di esprimere le proprie emozioni e sentimenti; mai prima vi era stata una tale libertà nel vivere le relazioni con gli altri e in particolare le relazioni sentimentali. “Ci sono pochi paesi al mondo dove non si svolga un intenso dibattito sulla parità sessuale, sulla regolamentazione della sessualità e sul futuro della famiglia, e dove questo dibattito non si verifica, è soprattutto per l’azione repressiva di governi autoritari o di gruppi fondamentalisti.” (A. Giddens, 2000: 69). In Italia e negli altri paesi occidentali siamo passati nel corso di pochi decenni da una società patriarcale, rigida, maschilista e autoritaria ad una società più aperta, comunicativa, paritaria.

In una società patriarcale e autoritaria la comunicazione non poteva che avere un ruolo marginale, poiché i rapporti sociali non venivano liberamente costituiti dalle parti, ma erano predefiniti da norme e gerarchie rigide imposte dall’alto. Sia nei rapporti tra governanti e cittadini/sudditi sia in quelli tra membri di una stessa famiglia i ruoli erano tutt’altro che paritetici: c’era chi comandava e chi doveva obbedire, chi indottrinava e chi apprendeva. In una società democratica la comunicazione è invece centrale poiché i rapporti sono liberamente costituiti e i ruoli e i poteri possono essere negoziati. Comunicare, come ricorda l’etimologia del verbo[2], comporta un flusso bidirezionale di informazione in cui vi è partecipazione paritetica dei soggetti coinvolti – compartecipazione appunto; nella società gerarchica del passato i flussi informativi erano invece unidirezionali, prevalentemente dall’alto verso il basso (dal sovrano ai sudditi, dal patriarca al resto della famiglia etc.).

Come è noto, i principi della democrazia hanno cominciato a diffondersi nelle società occidentali a partire dal XVIII secolo, e i due eventi spartiacque sono unanimenente considerati la rivoluzione americana e la rivoluzione francese. Tuttavia, a parte gli Stati Uniti e, a momenti alterni, la Francia, le altre nazioni hanno dovuto attendere ancora a lungo - almeno fino agli inizi del ‘900 e in molti casi addirittura fino al termine della seconda guerra mondiale - prima di vedere affermata una qualche forma di democrazia. Pertanto, anche se da oltre due secoli se ne parla, la democrazia è una conquista molto recente. Non solo, ma ancora più recente – e per certi versi ancora più rivoluzionario - è l’avvento della democrazia nella famiglia, nel lavoro e nella vita quotidiana; i principi illuministici che portarono alle due rivoluzioni e che poi in seguito portarono gradualmente alle monarchie costituzionali e infine alle repubbliche riguardavano infatti essenzialmente la sfera dei diritti politici e dei rapporti tra cittadini (maschi) e governanti, ma non intaccavano la struttura autoritaria e patriarcale della società civile. All’interno della famiglia vi era ancora un sostanziale assolutismo: il potere era tutto dell’uomo, anzi del capo famiglia (il patriarca, il maschio più anziano) mentre le donne e i bambini non avevano alcun diritto. Anche sul posto di lavoro il potere era tutto dei padroni e dei dirigenti: certo, a partire dalla seconda metà dell’800 si erano susseguite numerose lotte operaie e si erano formati sindacati e partiti che portavano avanti le rivendicazioni dei lavoratori, ma esse riguardavano essenzialmente gli aspetti materiali economici – il salario, l’orario di lavoro – e non quelli relazionali.

Inoltre, le lotte operaie riguardavano solo quei pochi paesi in cui l’industrializzazione era più sviluppata, mentre nella maggior parte degli altri paesi, tra cui l'Italia, permaneva una economia agricola, incentrata sul rapporto di mezzadria, con una totale subordinazione dei contadini ai padroni, non dissimile da quella medioevale tra servi della gleba e feudatari. Fino agli anni ’50 – quando finalmente in Italia fu abolita per legge la mezzadria – il padrone non solo poteva legalmente sfruttare il lavoro del mezzadro e della sua famiglia, ma aveva anche il potere di decidere sulla loro vita privata: come dovevano vestirsi e comportarsi, se e quando un membro della famiglia poteva andarsene a stare altrove e via dicendo. D’altra parte, un simile regime autoritario vigeva anche nella famiglia del mezzadro (e in ogni altra famiglia): il patriarca decideva delle vite dei figli, delle donne, dei nipoti, come se fossero oggetti di sua proprietà e non soggetti autonomi dotati di diritti – pertanto non era così strano che il padrone facesse altrettanto con lui e la sua famiglia.

Quelle contestazioni che nel ‘700 avevano opposto i cittadini ai monarchi, i borghesi agli aristocratici, e più tardi gli operai ai padroni, si diffusero negli anni 1960 anche nella famiglia, nella scuola, nella vita quotidiana, contrapponendo i figli ai padri, gli studenti ai professori. Iniziato con due grandi rivoluzioni al vertice della piramide, il processo di democratizzazione era finalmente giunto alla base del paradigma patriarcale autoritario, dove le rivoluzioni divenivano, migliaia, milioni – una per ogni famiglia, per ogni scuola, per ogni contesto della società civile. Le motivazioni non riguardano più i diritti politici o economici ma soprattutto i propri diritti individuali: “Gli individui vogliono contare come individui e non più soltanto come membri di un gruppo, di una famiglia, di una chiesa, di una organizzazione. Ciò che fanno deve permettere loro di realizzarsi come persone singole, vogliono essere soggetti in grado di dare senso alle loro scelte ...” (A. Melucci, op. cit., 29). Si contesta ogni forma di autorità imposta dall’alto e non liberamente scelta e negoziata: quella dei genitori sui figli, degli insegnanti sugli allievi; si contestano valori e norme di comportamento tramandate acriticamente per secoli con la violenza e l’indottrinamento; si reclama il diritto di vivere la sfera sessuale in modo libero, anche al di fuori del matrimonio (cosa questa, consentita in passato solo agli uomini e solo con donne mercenarie); si reclama perfino il diritto di non andare in guerra. E buona parte di queste contestazioni, di queste rivendicazioni giungono a segno. Grazie al terreno ormai maturo e alla particolare situazione di momentanea assenza di poteri forti determinata dalla seconda guerra mondiale, questo vasto e trasversale movimento di contro-cultura (cioè contro la cultura patriarcale dominante) ottiene in neppure vent’anni più cambiamenti di quanti se ne fossero verificati nei duecento precedenti. Se l’anno 1776 segnò una tappa fondamentale nella storia della democrazia con la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, il 1976 va considerata una data non meno importante, che in un certo senso chiude il cerchio, ricollegando il livello macro sociale a quello microsociale. Non nel senso che il processo di democratizzazione sia concluso, ma che si è concluso il primo ciclo e si è passati ad una nuova fase, più capillare, più sottile - ma questo apre un nuovo capitolo per il quale rinvio a un mio precedente lavoro (cfr. E. Cheli, 2001).

Riassumendo, in una società patriarcale e autoritaria i rapporti sociali non vengono liberamente costituiti dalle parti, ma sono predefiniti da norme e gerarchie rigide imposte dall’alto. Sia nei rapporti tra governanti e cittadini/sudditi sia in quelli tra membri di una stessa famiglia i ruoli sono tutt’altro che paritetici: c’è chi comanda e chi deve obbedire, chi indottrina e chi impara. Non si ha vera comunicazione – emissione + ascolto – ma solo un flusso unidirezionale di informazione, dall’alto verso il basso (il sovrano/patriarca emana editti/ordini i sudditi/familiari li ascoltano ed esaudiscono, raramente il processo si svolge nell’altro senso – i sudditi/familiari parlano, il sovrano/patriarca li ascolta ed esaudisce). In una società democratica invece i rapporti sono liberamente costituiti e le regole, i ruoli e i poteri possono essere negoziati; ciò rende fondamentale la comunicazione – quella vera, bidirezionale, in cui si emette e si ascolta - poiché solo attraverso di essa possiamo trovare quella reciproca comprensione che permette poi di negoziare e trovare accordi. 

3. In balia dell’ignoto. Nuovi bisogni e libertà emergenti con mappe e strumenti di vecchio stampo

La rivoluzione degli ultimi decenni va dunque vista come un cambiamento evolutivo positivo, necessario presupposto per una società più libera e creativa, per rapporti umani più gratificanti, costruttivi e consapevoli, per una vita sociale che incarni nel quotidiano – e non solo nella sfera politica - i principi democratici della libertà, della autodeterminazione, della comunicazione. Tuttavia la medaglia ha il suo rovescio: col crescere della libertà è cresciuto anche il disagio esistenziale e il senso di identità e i ruoli sociali e sessuali sono entrati in crisi; sono aumentati i conflitti, le separazioni, le controversie e la famiglia è in disfacimento, come pure la solidarietà e la coesione sociale; crescono la solitudine e l’individualismo, mentre il rapporto tra cittadini e istituzioni è sempre più improntato alla sfiducia e l’ordine sociale ne risente sotto più aspetti. Difatti, così come una società improntata sull’ordine, la repressione e il controllo ostacola la maturazione degli individui e produce relazioni affettivamente aride e assai poco creative, una grande libertà non supportata da un adeguato grado di consapevolezza dei cittadini e da strumenti di comunicazione appropriati, può portare all’estremo opposto, alla crisi e alla dissoluzione delle identità individuali e collettive, alla perdita dei valori e delle norme morali, insomma al caos sociale e esistenziale – e basta leggere i dati in costante aumento del disagio e della criminalità giovanile per rendersi conto che vi è più che un rischio in tal senso.

I nostri antenati erano indubbiamente molto meno liberi di noi nelle relazioni: dovevano seguire binari prefissati, uguali per tutti, regole rigide e spesso inumane, ruoli formali e affettivamente freddi; non potevano scegliere se sposarsi o convivere, né, spesso, chi sposare, non potevano instaurare un dialogo alla pari col datore di lavoro né spesso manifestare apertamente le loro esigenze. Non erano liberi di esprimere le proprie emozioni e sentimenti, specie in pubblico, né potevano vivere in modo fluido e soddisfacente la loro sessualità.

Erano meno liberi, certo, ma anche meno insicuri, meno ansiosi: le stesse norme e vincoli che ne limitavano la libertà erano anche una protezione contro l’incertezza, una guida sicura per orientarsi nella vita sociale, una solida fonte di identità. Una moglie e madre sapeva che cosa era, come doveva comportarsi, cosa doveva aspettarsi dal marito e dai figli. Un giovane non si portava addosso l’incertezza dell’adolescenza fino a trent’anni o più: a sedici o diciotto anni entrava nell’età adulta e gli venivano riconosciute interamente le prerogative proprie di tale stato. Due fidanzati non dovevano confrontarsi e accordarsi sulle regole e sugli obbiettivi della loro relazione ma limitarsi a seguire modelli di comportamento che già i loro genitori, nonni, bisnonni avevano seguito e tramandato. Non che anche allora non vi fossero conflitti e problemi emozionali o sentimentali nelle relazioni, ma erano più sotterranei, più “certi” nelle possibili soluzioni (o repressioni). Le forme del malessere individuale e sociale non erano, come invece oggi, evidenti ed effervescenti, spesso violente: era un malessere che raramente sfociava nella ribellione, più spesso nella rassegnazione, che non prendeva la strada del conflitto esteriore, del confronto aperto o della separazione, ma quella del silenzio, del conflitto sotterraneo, della lenta morte dell’anima.

Le relazioni coniugali erano più basate sui valori della famiglia e del patrimonio che non sui sentimenti, l’idea stessa di amore era molto più concreta, materiale. Pur convivendo, i coniugi vivevano per molti aspetti in due mondi separati: non esisteva alcun confronto sui vissuti emotivi perché solo la donna ne era consapevole (e se li teneva per sé o al massimo ne parlava con le amiche più intime): l’uomo aveva fin da bambino rinnegato e rimosso la propria emotività e vulnerabilità e non era in grado di interagire su tale piano (né avrebbe voluto). Non esistevano confronti neppure su piani più intellettuali, poiché alla donna non era dato di avere una istruzione che non fosse cucito e buone maniere (e spesso neppure questo) né tantomeno coltivare l’intelligenza razionale.

Oggi invece tale confronto è un elemento essenziale al buon andamento non solo delle relazioni coniugali ma anche di relazioni di coppia meno formalizzate: l’emancipazione della donna l’ha portata a cercare e talvolta pretendere dal proprio partner cose che non sempre lui è in grado di darle, perché c’è stata una emancipazione della donna, ma non ancora dell’uomo, salvo casi isolati. La donna emancipata contemporanea ha mantenuto la competenza emotiva delle sue antenate e in aggiunta ha iniziato a sviluppare il proprio lato maschile, facendo propri alcuni aspetti della personalità in passato riservati ai maschi (la realizzazione individuale, il potere, la razionalità, l’autodeterminazione, l’aggressività); il maschio invece si è limitato a perdere le vecchie sicurezze e privilegi senza guadagnare niente in cambio, perché ancora non ha saputo/voluto imparare a sviluppare il proprio lato femminile (la sensibilità, l’affettività, la capacità di vivere le emozioni senza affogarvi etc.).

3.1 Dubbi e contraddizioni a metà del guado

Ci troviamo nel bel mezzo di una fase di transizione in cui i vecchi valori e i vecchi modelli di comportamento sono crollati o stanno crollando, ma ancora non sono emersi nuovi schemi e regole in grado di far fronte alle mutate situazioni e ai bisogni emergenti che caratterizzano le relazioni interpersonali. Si crea pertanto un paradosso: si continuano ad applicare i vecchi modelli comunicativi alle nuove situazioni, si cerca di soddisfare i nuovi bisogni all’interno di vecchie e inadatte forme e regole di relazione; ovviamente senza alcun esito positivo, anzi con grande frustrazione e irritazione. I più attribuiscono all’altro ogni responsabilità, e solo alcuni affrontano invece il problema in modo autocritico; tuttavia solo una parte delle responsabilità dipende dai singoli, mentre un’altra parte va attribuita alla società nel suo complesso e alle contraddizioni legate alla transizione, all’ancora incompleto mutamento. Facciamo alcuni esempi.

Il matrimonio come forma istituzionalizzata dei rapporti di coppia è palesemente in crisi, sia per l'emergere di una sempre maggiore libertà sessuale, sia per la crescente intolleranza degli individui verso i vincoli, gli obblighi, le formalità. Le persone si sposano di meno mentre aumenta il numero delle coppie conviventi e dei single, e anche coloro che ancora optano per il matrimonio si trovano poi spesso a separarsi e a divorziare nel giro di pochi anni, se non mesi: negli USA quasi il 70% dei matrimoni finisce in un divorzio; in Italia la percentuale è più bassa ma in costante crescita, oltre al fatto che i dati ufficiali non rendono conto di tutti quei matrimoni finiti che non sfociano in una separazione solo a causa delle notevoli difficoltà economiche e burocratiche che ciò comporta (e nel nostro paese questo fattore incide molto più che in altri). La maggior parte dei separati e divorziati ritiene che le responsabilità principali del “fallimento” della relazione siano dell’altro e che  il loro unico errore sia l’aver sbagliato partner, ma non è forse possibile che la colpa non sia tutta dell’aver sbagliato persona ma anche della forma di relazione “matrimonio” che non è adatta a preservare e sviluppare l’amore semplicemente perché questo non è lo scopo per cui è nata?

Come è noto, la funzione sociale del matrimonio era in origine principalmente, anzi esclusivamente quella della procreazione, della trasmissione ereditaria del nome e dei beni della famiglia, della alleanza tra famiglie, mentre oggi tali scopi sono sempre più secondari, prevalendo invece il reciproco benessere affettivo, sessuale e materiale dei coniugi. Attrazione e innamoramento sono ritenuti ingredienti fondamentali di un rapporto di coppia e dunque – per conseguenza – del matrimonio, e non sono i soli ingredienti, poiché la relazione di coppia mette in gioco molte altre dimensioni – intellettuali, emozionali, esistenziali, e anche strettamente pratiche - che portano inevitabilmente ad un incontro e ad un confronto di personalità e di mentalità del tutto assenti in passato. Ciò pone un problema di non poco conto: può una forma istituzionalizzata di relazione come il matrimonio - originatasi in un ben preciso contesto culturale, patriarcale e materialista,  e con precise funzioni sociali – può tale istituzione adattarsi al nuovo spirito del tempo e stravolgere il suo imprinting in modo tale da soddisfare le esigenze e gli obbiettivi di oggi?

Anche nelle imprese e nelle organizzazioni pubbliche e private mancano validi modelli di relazione: quelli vecchi – piramidali e gerarchici – non funzionano più, ma i nuovi sono poco conosciuti e suscitano dubbi, oltre al fatto che richiedono abilità e competenze comunicative ancora troppo poco presenti sia nella dirigenza sia nei lavoratori. Si richiede ai lavoratori di essere comprensivi verso il punto di vista dell’azienda, di sentirsi parte di essa, di condividerne le finalità e le difficoltà, ma alla fin fine si continua a mantenere la relazione entro modelli gerarchici a senso unico che sono l’esatta antitesi della compartecipazione che si vorrebbe suscitare.

Analoghe contraddizioni e problematiche si ritrovano nei rapporti tra insegnanti e allievi, sempre più ingestibili e didatticamente controproducenti; si sono abbandonati i modelli autoritari, inefficaci e non più accettabili, senza però sostituirli con nuovi modelli ma semplicemente con un malinteso atteggiamento di rassegnato lasseiz-faire, che lascia insoddisfatti sia gli uni che gli altri.

Il fatto è che né gli individui, né i gruppi o le organizzazioni dispongono di un adeguato “know how” emotivo-relazionale per sfruttare le grandi potenzialità positive insite nella nuova libertà sociale del terzo millennio; al contrario, sono spesso vittime inermi dei molti effetti collaterali negativi. Ognuno è in balia di se stesso, e deve imparare sulla propria pelle, da autodidatta, per tentativi e (dolorosi) errori come nuotare o almeno stare a galla in questo mare agitato – un mare divertente, spumeggiante e ricco di opportunità creative per un nuotatore esperto, ma estremamente faticoso e perfino letale per un principiante – e oggi siamo più o meno tutti principianti, pionieri alla conquista di territori inesplorati, affascinanti ma anche estremamente insidiosi.

Per sfruttare i vantaggi potenziali di questa nuova e ampia libertà e riuscire a gestire le tensioni e le incertezze che essa comporta sono dunque necessarie nuove “bussole” e nuove “mappe” comunicativo-relazionali che mettano in grado le persone di orientarsi in questi nuovi territori della libera interazione sociale: nuovi adeguati strumenti conoscitivi e operativi e nuove competenze, ben diverse e assai più complesse di quelle dei nostri antenati, poiché un conto è seguire binari prestabiliti, uguali per tutti, altra cosa è orientarsi tra più strade possibili o addirittura in mare aperto; un conto è accontentarsi di sopravvivere, altra cosa è credere nelle proprie aspirazioni e quindi essere capace di scegliere, tra le molte possibilità, quella più adatta alla propria realizzazione.

4. L’esigenza di nuove competenze: verso una cultura della (buona) comunicazione

La quantità e la qualità delle nostre relazioni con gli altri sono oggi aspetti fondamentali della qualità della vita, ma nessuno ci ha mai insegnato a comunicare e ad impostare in modi sani e costruttivi i nostri rapporti con gli altri. Impariamo a parlare e a scrivere ma non ad ascoltare e comprendere realmente l'altro in quanto diverso da noi. Ci viene insegnata una storia umana fatta di guerre ma non ci viene detto niente su come poterle evitare. Riceviamo una formazione professionale senza alcuna formazione relazionale per prepararci ai rapporti che avremo con i colleghi e con i superiori, che pure incideranno in modo determinante sulla nostra soddisfazione o insoddisfazione, sulla gratificazione o frustrazione che ricaveremo dal lavoro e quindi anche sul nostro rendimento. In alcune scuole ci si preoccupa perfino di dare una educazione sessuale agli studenti, ma niente viene fatto per fornire loro una qualche educazione sentimentale e relazionale (e la maggior parte dei problemi di coppia dipendono proprio da tali aspetti, più che da quelli strettamente sessuali).

Insomma, possiamo anche conoscere perfettamente più lingue, avere una solida istruzione scientifica, tecnica o umanistica e ciò nonostante essere poco più che analfabeti sul piano relazionale. La nostra è certamente una civiltà tecnologicamente avanzata ma è assai meno evoluta sul piano comunicativo-relazionale. Ed è fondamentale colmare quanto prima questo gap, imparando a comunicare con maggiore efficacia e consapevolezza e ad affrontare le relazioni interpersonali in modo più sano e reciprocamente soddisfacente. Ciò comporta saperci esprimere con chiarezza, saper avanzare le proprie richieste in modi appropriati e saper rispondere appropriatamente a quelle altrui, saper ascoltare le altre persone, porsi nei loro panni, vedere le cose dal loro punto di vista e trovare un punto di incontro tra il loro e il nostro. Dobbiamo saper usare i codici e i linguaggi della comunicazione e anche saper osservare e capire ciò che accade "dietro le quinte" mentre comunichiamo: quali emozioni si smuovono in noi o nell'altro, quali sono gli obbiettivi reali della comunicazione, quali ruoli e maschere vengono rappresentati, e infine chi c'è veramente dietro le apparenze.

Tutto ciò è importante non solo nelle interazioni istituzionali o di lavoro ma anche con le persone con cui abbiamo una relazione personale, anche intima: genitori, figli, amici, amanti, partner. Anche con loro, spesso, siamo prigionieri di pregiudizi, di abitudini, di ruoli, di cliché: crediamo di comunicare con il nostro partner ma in realtà proiettiamo su di lui o lei le ferite e le paure connesse a una relazione precedente oppure al rapporto con i nostri genitori; a sua volta lui o lei crede che reagiremo in un certo modo perché qualcun altro in passato ha reagito in quel modo. Ci sembra di entrare in contatto con l'altro, ma in realtà siamo quasi sempre separati dalle maschere, dalle corazze, dalle paure che, senza rendercene conto, influenzano l’agire di entrambi; crediamo di comunicare ad una persona reale ma in realtà abbiamo per molti aspetti a che fare con una proiezione della nostra mente, uno stereotipo che ci siamo costruiti o che ci è stato trasmesso dalla famiglia, dagli amici o dai media.

Il primo passo verso una buona comunicazione è il superamento del nostro egocentrismo, cioè la tendenza a percepire noi stessi come "centro del mondo". Questo tratto è tipico dell’infanzia e decresce man mano che si procede verso l'età adulta, senza però scomparire del tutto: moltissimi casi di incomprensione e conflitto tra esseri umani adulti sono dovuti anche o prevalentemente all'egocentrismo dei comunicanti. La comunicazione, per essere efficace, richiede una grande capacità di comprendere e accettare che gli altri non sono uguali a noi, non ragionano nello stesso modo, non usano gli stessi identici linguaggi – sono diversi ma non per questo peggiori, inferiori, solo diversi, e di questa diversità dobbiamo tenere conto nel comunicare, avvicinandosi e ponendosi nei panni dell'altro attraverso l’ascolto, la consapevolezza, il confronto.

Solo se sappiamo ascoltare, comprendere e rispettare la diversità possiamo giungere al passo successivo: esprimere se stessi (l’identità) e le proprie idee in modo appropriato alle situazioni e agli interlocutori. Ciò richiede una conoscenza adeguata dei molti linguaggi e livelli su cui si sviluppano i processi comunicativi ma anche la capacità pratica di usarli nei modi e nei tempi appropriati ai propri obiettivi, alla situazione, alle caratteristiche degli interlocutori.

Le conoscenze teoriche e le abilità tecniche devono infine essere applicate con consapevolezza, pena lo sconfinare in quello che è un insidioso ostacolo alla buona comunicazione: il tecnicismo. Troppo spesso si tende a ridurre la comunicazione ad un puro discorso di tecniche, di strategie prefabbricate, di moduli standardizzati e tecnologie ready to play; e questo sia da parte di formatori e istituti di formazione professionale sia anche da parte di talune sedi universitarie. Il modello di riferimento di un tal modo di procedere è quello ingegneristico, con risposte il più possibile predefinite a domande ampiamente prevedibili (FAQ). Ma le interazioni tra esseri umani sono ben altra cosa di quelle tra travi di cemento armato, ingranaggi meccanici o componenti elettronici, e per essere adeguatamente affrontate richiedono una grande elasticità di schemi, che non forzino la situazione in caselle predefinite, in casistiche note, in risposte già date ma che semmai si adattino ad essa creativamente. E questo vale non solo per la comunicazione in ambito professionale ma anche nella vita privata, anche perché le due sfere sono strettamente collegate: la comunicazione non è solo un problema da sbrigare o una soluzione da trovare, ma una dimensione fondamentale dell’esistenza umana, che non possiamo lasciare in ufficio alla fine della giornata ma che portiamo con noi in ogni momento della nostra vita, che lo vogliamo o meno.

5. L’educazione comunicativo-relazionale

Avere buone relazioni non è questione di fortuna, non dipende solo dal frequentare le persone giuste o dall’incontrare il principe azzurro o la fata turchina, ma soprattutto dalle nostre capacità di comunicare con competenza e consapevolezza, di affrontare i conflitti in modi pacifici e costruttivi, di gestire efficacemente le nostre emozioni e di esprimere appropriatamente i sentimenti. Ne consegue che l’educazione comunicativo-relazionale dei bambini e degli adulti dovrà essere tra le priorità dei prossimi anni se vogliamo perseguire una politica sociale imperniata sulla qualità della vita e sulla prevenzione del disagio psico-sociale, della microconflittualità urbana e familiare, del mobbing e di tutte le altre patologie sistemiche che affliggono la nostra vita sociale. Solo così potremo davvero creare i presupposti per una vita sociale costruttiva e soddisfacente e per una pace interna ed internazionale effettiva e duratura.

Nonostante le riforme susseguitesi negli ultimi decenni, il sistema scolastico è ancora fortemente imperniato su una educazione di tipo logo-logico, che si rivolge essenzialmente all’intelligenza cognitiva, trascurando o addirittura ignorando altre importanti dimensioni intellettive. Ciò in aperto contrasto con la concezione multidimensionale dell’intelligenza che va ormai sempre più affermandosi (cfr. Gardner A., 1987). Tale concezione, come è noto, non comprende solo le capacità strettamente cognitive, ma anche quelle senso-motorie, comunicativo-relazionali, emozionali, artistiche etc. Il successo dei libri di Gardner, Goleman e vari altri autori sulla intelligenza emotiva testimoniano il bisogno diffuso di ampliare certe definizioni anguste e al contempo di accrescere le capacità dell’individuo in una ottica di empowerment che si rifletta sia sul campo lavorativo sia sulla sfera pubblica, sia anche su quella della vita privata.

Capacità come il saper comunicare con efficacia, l’affrontare con armonia le relazioni interpersonali, l’esprimersi con chiarezza, il saper ascoltare le altre persone, il saper trovare un punto di incontro tra le proprie e le altrui esigenze sono sempre state apprezzate e considerate socialmente e soggettivamente utili, ma le si riteneva in larga misura doti innate, legate al carattere della persona e quindi non educabili. Questa tesi è oggi totalmente superata e sappiamo anzi che così come possiamo educare l’intelligenza cognitiva, possiamo – con opportuni metodi e strumenti - educare anche altre forme di intelligenza, quali quella emotiva e quella comunicativo-relazionale.

Oltre ad insegnare agli studenti a parlare una o più lingue possiamo dunque insegnargli ad usare consapevolmente i codici e i linguaggi della comunicazione non verbale, a saper osservare e capire le dinamiche relazionali che si svolgono "dietro le quinte", a comprendere le emozioni che si smuovono in noi e nell'altro, a riconoscere gli obbiettivi reali della comunicazione da quelli apparenti, a distinguere i ruoli e le maschere che vengono rappresentati da colui o colei che sta dietro quelle immagini. La scuola dà giustamente grande importanza alla competenza linguistica, ma essa si rivela un guscio vuoto se non è affiancata da una valida competenza comunicativa. Comunicare non è solo una dote innata ma è un'arte che, come tutte le arti, si può imparare a poco a poco, se siamo motivati a farlo e se disponiamo degli strumenti e delle condizioni adeguate. Un’arte, per di più, sulla quale la ricerca la letteratura scientifica sono in continua espansione.

6. Nuove professioni per facilitare le relazioni interpersonali

Oltre alla prevenzione – che si sviluppa principalmente attraverso i programmi educativi suddetti – è indispensabile e urgente istituire una adeguata rete di servizi di assistenza volta ad affrontare le problematiche già conclamate e le emergenze comunicativo-relazionali.

Quale risposta spontanea della società civile alle nuove esigenze e ai nuovi problemi relazionali, da alcuni anni stanno emergendo nuove professioni incentrate proprio sulla comunicazione e le relazioni interpersonali: il consulente relazionale, il mediatore familiare, lo psicoterapeuta familiare, l'addetto alle relazioni col pubblico (negli U.R.P. ad esempio), etc. Non solo, ma anche molte professioni tradizionali si stanno accorgendo dell'importanza di questi temi e numerosi professionisti cercano di integrare la propria formazione con saperi e tecniche attinenti la comunicazione interpersonale (si pensi agli avvocati impegnati in separazioni e divorzi, che sempre più spesso si trovano a dover svolgere un vero e proprio compito di mediazione tra i coniugi, o ai manager d’impresa che vogliono gestire efficacemente le dinamiche di collaborazione-conflitto e quelle di routine-creatività).

Tuttavia si tratta per lo più di iniziative private e numericamente esigue, mentre le strutture pubbliche preposte alla salute non sono nella maggior parte dei casi attrezzate ad affrontare in modo adeguato tali problematiche, se non demandandole (spesso impropriamente) a medici, psichiatri o psicologi, etichettandole così facendo come patologie di singoli individui, invece che come incompetenze comunicative di una intera società. Ciò appesantisce, invece di alleggerire, la già elevata ansia e vergogna di coloro che necessiterebbero di educazione e assistenza, contribuendo ad allontanarli.

Specie per l’utenza più giovane è necessario uscire dagli approcci medicalizzati ed adottare strumenti e linguaggi più agili, che sdrammatizzino i problemi, non minimizzandone la gravità ma presentandoli come problemi collettivi della nostra epoca e non come sindromi private di pochi “anormali” malati o disadattati. Ne consegue l’esigenza di approcci non medicalizzati e non terapeutici quanto piuttosto basati sull’informazione, la formazione, la consulenza, come ad esempio l’istituzione di gruppi di auto aiuto; le realizzazione di portali web di documentazione e condivisione; l’offerta di servizi di counseling relazionale.

7. Conclusioni

I conflitti scaturiscono dalla incomprensione e dalla visione antagonistica delle diversità e sono per certi versi inevitabili; attraverso una buona comunicazione si può però evitare che essi degenerino e divengano distruttivi; si può anzi trasformarli in occasioni di crescita, talvolta addirittura di collaborazione. La comunicazione produce una forte tendenza all'unione, in quanto fa emergere punti di contatto, somiglianze e complementarità tra le diverse persone, culture e religioni: finché si rimane a livello superficiale, appaiono più evidenti le differenze e gli antagonismi, ma se si va in profondità ci si accorge, man mano che ci si avvicina al nucleo, che vi sono somiglianze e vere e proprie identità tra una cultura e l’altra, tra una religione e l’altra, tra noi e gli altri, e dallo scontro si passa al confronto e poi alla collaborazione, o quanto meno alla reciproca tolleranza. E’ quindi della massima importanza investire in interventi di prevenzione e educazione alla comunicazione e alle relazioni interpersonali che attraverso un reale ampliamento delle conoscenze e competenze degli individui, depotenzino i vecchi schemi culturali di chiusura comunicativa, di conflittualità distruttiva e di competizione a somma zero sostituendoli con confronti costruttivi e creativi che si traducano in un maggior guadagno individuale e sociale per tutti. Solo così potremo davvero creare i presupposti per una vita sociale costruttiva e soddisfacente e per una pace interna ed internazionale effettiva e duratura.



[1] Cfr. a riguardo G. Bechelloni, Svolta comunicativa, Ipermedium, Napoli, 2003, in particolare pp. 51-60

[2] Il termine “comunicazione” deriva dal latino communis - cum (con, insieme) e munia (doveri, vincoli), ma anche moenia (le mura) e munus (il dono). Communis significa quindi: essere legati insieme, collegati dall'avere comuni doveri (munia), dal condividere comuni sorti (le mura che proteggono e accumunano) dall'essersi scambiati un dono. Anche in greco antico comunicare è sinonimo di unire, congiungere (koinow) mentre in tedesco la parola rinvia a compartecipare, condividere (mit-teilen = spartire, suddividere, tagliare insieme). Comunicare ha la stessa radice di comune, comunità, comunione, condivisione e difatti si comunica per "compartecipare", per "avvicinarsi fino a collegarsi".