2009, Recensioni dottorandi
Daniele Gatti

Michele Rak, LOGICA DELLA FIABA, Bruno Mondadori, Milano, 2005.

    Logica deriva dal greco Logos, "parola, pensiero, idea, argomento, ragione" e rappresenta lo studio dei procedimenti inferenziali, in particolar modo deduttivi, rivolto a interpretare i procedimenti e la loro fondatezza ed efficacia.
    Tale metodo di studio è stato applicato, all’interno di un apparato organico di ricerca, al primo libro europeo di fiabe, Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile (1634-1636) nella ricerca fondata di un'origine della struttura del racconto fiabesco.
    Michele Rak si è avvalso di tale criterio scientifico, inseguendo la parola in dialetto napoletano fino alla sua riscoperta nella traduzione italiana; ha attraversato il pensiero dominante nella struttura sociale cortigiana del seicento, nella trasposizione allegorica del racconto fiabesco; ha sottolineato l’originalità di un'idea di Corpus, concepita  da un intellettuale cosmopolita quale fu Basile, ripercorrendo il sentiero narrativo del Cunto, con la sua struttura di racconto “penta-emerica”, anatomizzando gli argomenti ricorrenti nel testo e riconducendoli ad una sfera dialettica, ad una ragione  più profonda, all’interno di quel mistero che è l’uomo, nella sua rappresentazione in questo particolare genere letterario.
    Il Cunto è un «sofisticato racconto multiplo che allestisce un modello di racconto» (pag. 15) e  tentare di «ricostruire tale modello è necessario per  poter accedere al progetto dell’opera che, immaginosamente, può essere chiamato labirinto del testo.[…] Un percorso inscritto nell’architettura testuale che il lettore è chiamato a seguire e che, come tutti i labirinti,  non portano in nessun luogo» (pag 79).
    Logica della fiaba evidenzia le strutture letterarie che creano questo archetipo del racconto fiabesco, ma anche le costruzioni filosofiche e sociologiche da cui narratore e ascoltare, in un assetto speculare di ruoli, dipendevano: (i) La cultura cortigiana; (ii) la logica temporale; (iii) il binomio gioco/piacere; (iv) la centralità di elementi come la metamorfosi, la magia ed il viaggio.
    Il racconto fiabesco in quanto opera letteraria, serviva all’intrattenimento cortigiano e si rivolgeva ad un pubblico adulto, le sue origini scaturirono dall’incontro tra la narratio popolare e il teatro basso, dalla tradizione canzonettistica e la letteratura proverbial-popolare, anche se mitigate dall’eco mitologica dei classici greci e latini (L'asino d'oro, le Metamorfosi); la spinta consapevole alle novità scientifiche e i racconti esotici di viaggiatori popolavano l’immaginario della società del barocco italiano, delineando la fisionomia di un’espressione artistica ancestrale e alla moda allo stesso tempo.
    Se nella prima di Logica della fiaba si dispiega l’analisi e la codifica del modello narrativo-letterario, viene poi considerata l’intera etica relazionale, interpersonale e sociale dei personaggi:

(i) nei rapporti di parentela – l’importanza della famiglia come luogo del distacco;
(ii) nello status sociale e nella sua relativa staticità – con la conseguente necessità di un rito di passaggio attraverso una  metamorfosi;
(iii) nel raporto tra dominio e potere sessuale – i desideri del re di possedere a tutti i costi fanciulle anche se inesistenti e figli impossibili così come la bellezza dell’amore, mantenendo vivo, tuttavia, l’onore;
(iv) nell’etica che vuole prescrivere il racconto – generalmente presente nelle egloghe  che chiudono le giornate del racconto o attraverso il ricorrere puntuale di proverbi - e nei valori e disvalori che la metafora testuale rappresenta – Vizi quali invidia, ignoranza, indiscrezione, ingratitudine e vanità e Virtù quali amicizia, obbedienza e  senno.
   
    L’Orco, rappresentazione del non dicibile (osceno, O-skenè, fuori scena), luogo di metamorfosi (p. 143) con il volto di Esopo, ma allo stesso tempo ricollegabile alla figura di Narciso: «l’Orco può essere brutto, ma anche bello come Narciso, può dare la morte, ma anche la vita, la ricchezza, la bellezza. L’Orco è l’aspetto della parte segreta dell’essere che può emergere in qualsiasi momento» (pag. 143).
    Orco, Esopo e Narciso, dunque, come triangolo fatale (pag. 212): l’Orco come emblema ricorrente dell’Altro con conseguente paura, sconcerto e orrore della diversità;  Narciso non solo come raffigurazione della bellezza, ma come entità  mitica che racconta della ricerca umana nell’intimo della propria anima; di una etica che tenta di conciliarsi con l’estetica propria e della propria epoca; e infine, non a caso, Esopo rappresentazione di un’armonica copresenza di bruttezza (estetica) e bellezza ( etica) e in una parola di saggezza.
    Attraverso la lente della scienza del testo, e l’analisi “logica della fiaba”, si approda ad un mito come primordiale racconto dell’uomo, che grazie all’effetto propulsivo del  seicento Barocco, ha categorizzato la costruzione di strutture o meglio di architetture, aprendo alla Modernità la via grazie alla quale tale impianto narrativo sarebbe stato valido per il resto dei tempi. 
    Così Cenerentola, la Bella addormentata o Il gatto con gli stivali di Charles Perrault o Hansel e Gretel o Cappuccetto rosso dei fratelli Grimm hanno attinto dall’opera di Basile seguendo  quel modello ideale che Logica della fiaba ha definito così puntualmente.
    L’autore de Lo cunto de li cunti delineando la struttura del racconto fiabesco ha tracciato una linea narrativa dalla quale ancora oggi fatichiamo a separarci.

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Giovanna Zaganelli (ed.), Oltre la città del libro. Cinque saggi sulla lettura, Lupetti, Milano, 2008.

    Tacito affermava che per compiersi un evento storico erano necessari sia l'habitus animorum, ovvero la predisposizione degli animi, sia gli audaces, le personalità illustri che riescono a coglierne l’ispirazione. E cosa sono gli eventi storici, se non espressioni di ideali, estro artistico e dignità di intelletto, eretti nella memoria nelle loro forme estetiche e materiali, segni tangibili che affascinano i contemporanei nella loro eterna e profonda operazione di “lettura e rilettura” dei fatti? Renèe Descartes concepiva la lettura di ogni buon libro come una conversazione con le persone migliori dei secoli passati.
    E forse proprio in questa direzione volge l’intento di Oltre la città del libro, dove l’Oltre-Altro da sé prende corpo e linfa vitale nei saggi che lo compongono, figli di autori distanti l’uno dall’altro per prospettiva e argomento, ma che paradossalmente intrecciano i loro punti di vista nel confronto che si stabilisce tra il lettore e l’opera-testo, con il significante che attende di essere decodificato. Se per lettura si accetta un’idea di interpretazione, non solo di connotati linguistici, ma la scoperta di un vasto mondo soggetto a continui impulsi esterni, artistici, scultorei, verbali, complessi sistemi metatestuali e musicali, socio-culturali e politici, irrinunciabile appare la conclusione per cui al di fuori del nostro Io si affollano miriadi di segni, l’oggetto delle nostre indagini ed esegesi para e meta-testuali.
    Il volume si apre con un saggio-introduzione di Giovanna Zaganelli, nel quale si staglia la tesi che dominerà poi ogni singola pagina: «Leggere significa, allora, impegnarsi attivamente su più sistemi segnici sia in senso verticale (diacronico) che orizzontale (sincronico)... il libro è una sfida contro il silenzio» (pag.17), secondo un’indagine che procede attraverso il fitto rimando a categorie interdisciplinari, imprescindibili ad una vera comprensione globale del senso ultimo delle parole.
    E ancora, quasi collegandosi empiricamente all’esortazione di discostarsi dal “territorio libro”, compare a tratti pungente il titolo del saggio successivo: «Un tentativo di indagine su un quadro del Rinascimento, ovvero: si può leggere in un libro chiuso?». La precisazione dell’in, ci suggerisce che noi siamo gli attanti, gli spettatori che di fronte all’enigma di un quadro del 1510 Ritratto di donna attribuito a Ridolfo del Ghirlandaio (oggi conservato al Museo degli Uffizi di Firenze), cercano di intuire il valore iconografico di un dettaglio della pittura, il particolare di un libro, presumibilmente di argomento sacro, tenuto tra le mani della donna rappresentata, chiuso, ma con un dito della mano a segnare un passo, evidentemente importante. E’ come se la donna stesse meditando sul già letto, e pensando a qualcosa che si muoverà nel suo futuro. L’autore R. Fedi ne dà una singolare interpretazione, lasciando trapelare il senso entusiastico e di meraviglia che si riesce a provare soltanto a seguito di un’intuizione in cui si ha piena fiducia: svelerà cosa è possibile, o forse probabile, leggere da quel libro, con uno stile limpido e fuggevole.
    Sempre nel campo delle arti, prende vita una singolare disquisizione sul tema mitico di Amore e Psiche, con un inizio in medias res, che trasporta di colpo nella sala del Louvre a Parigi, di fronte alla celebre statua di Antonio Canova: «si guardano le opere d’arte non per migliorarle, ma per raffinare se stessi. E’ il loro valore.» (pag. 91). E lo sguardo cos’è, se non interpretazione e lettura di un piano simbolico?
    Il tema è tratto dal mito di Amore e Psiche, narrato da Apuleio ne L'asino d'oro, e Canova sceglie di rappresentare il momento finale della favola antica, quando Eros risveglia Psiche dal Sonno mortale. L’iconografia, con profonda grazia e naturalezza, delinea un movimento spiraliforme che induce lo spettatore a girare attorno al gruppo scultoreo, come dimostrano le numerose foto di prospettiva regalate dall’autore del saggio Michele Rak, in una coreografia perfettamente equilibrata: il tempo viene eternizzato dall’artista in un attimo sublime, che rimane sospeso.
    Nella'ansia di una purezza ideale, Canova recupera con naturalezza la tradizione luministica pittorica della scuola veneta e la raffinata levigatezza di superfici, che già aveva distinto il Bernini e la stessa Paolina Bonaparte di Canova; un delicato, indefinibile ritegno situa però l'opera canoviana in una strana alternanza di olimpico splendore e di morbida timidezza, quasi incertezza o pudore: quest’opera racconta un amore, di cui è impossibile decifrare con pienezza l’essenza ultima, il livello del mito e della favola che è andata perpetuandosi nei secoli della cultura occidentale, un amore-ebbrezza, conflitto, invidia, istinto carnale e pulsione interiore di conoscenza.
    Solo trent’anni dopo (1817), nel quadro Eros e Psiche di David, riprendendo il tema caro ad un mondo artistico in evoluzione, il pittore ne dà un’idea totalmente antitetica all’illustre precedente: «è l’eros industrialista che emerge e che tra poco troverà il miglior prezzo di espressione nella fotografia e filmografia... un eros instabile, che abbandona e fugge» (pag. 81). Il sonno della donna è indifeso, mentre il volto di Eros mostra una voluttà soddisfatta e cinica: se «è quando ci si annulla nell’altro che si ama e si muore», siamo davvero fuori rotta.
        La statua è emblema di un mito che erompe in una costante diacronica e si fa leggere in una molteplicità di volti.

    Segue un saggio di G.Steiner, incentrato sull’eterna dialettica che vede protagonisti testo originale e traduzione, nell’ardua capacità di discernere l’intenzionalità del creatore tra le infinite possibilità che offre una lingua. «La vera minaccia è la transfigurazione, quando la traduzione è più grande dell’originale. Attenzione, è questo il vero tradimento: tradurre l’originale attraverso il genio e la grandezza del traduttore.» (pag 99).
    Il significato di una frase può avere tanti livelli di sfumatura connotativa ed emozionale, estetica e allegorica: l’inesauribile carica letteraria rischia di dover soccombere di fronte all’impotenza schiacciante di una traduzione meccanica e spesso deviante dal concetto realmente espresso.
    Nell’albo dorato della mitica, e forse spesso vaga, idea di una lingua universale, capace di esternare, addirittura riducendone le complessità sintattiche, qualsiasi idioma, morto e vivente, brilla di luce non sempre propria la lingua anglo-americana, depositaria per i più, delle chiavi di una comprensione globale. Non è un caso, se in secoli di storia, l’osannata lingua latina aveva un disperato bisogno di illustrazioni, miniature, e caratteri iconografici che mettessero a parte della verità anche quei meno colti e fortunati che popolavano e popolano ancora oggi la terra.

    Il saggio di B.Uspenskij, infine, propone una lettura del contatto-confronto geografico culturale e politico tra la Russia e l’Europa, in un rapporto che si basa sui principi della metonimia, intendendo un’espansione culturale che riconosce una pars pro toto (es.l’attributo “grande” accanto al nome Gran Bretagna, Magna Grecia..., identificando un territorio periferico con un centro storico), e della metafora, orientandosi sul processo artificiale e sull’orientamento culturale che vede, ad esempio, la nascita della toponimia dell’attributo “nuovo” accanto alla località (New York, New Holland, New Jersey...).
    La Russia appartiene all’Europa non in senso metonimico, ma in senso metaforico: in essa erano presenti due culture dominanti e contrastanti, la cultura tradizionale, obsoleta e oscura, e la nuova cultura, illuminista e progressista, e si cercava ossessivamente di percorrere una pista di assimilazione dei segni, fondamentalmente semiotica, che determinò la storia della Russia.
    Ognuno di questi saggi è profondamente legato, nella sua essenza vitale, agli altri, come specchio di un alter lontano e nascosto in sé. Cosa dunque potrà leggere l’uomo nell’icona della molteplicità?
«Non leggete per divertirvi o per istruirvi. Leggete per vivere!» Così Gustave Flaubert avrebbe esordito di fronte a tal quesito: leggere per dilatare il tempo della vita, leggere nelle cose e nel cuore degli artisti.


Emilia Morelli
LOGICA DELLA FIABA

    Lo cunto de li cunti  di Giambattista Basile, composto tra il secondo e il terzo decennio del Seicento in lingua napoletana, è una raccolta di cinquanta racconti provenienti da diverse tradizioni ed epoche. Viene analizzato, in quanto testo chiave per comprendere la nascita e la codifica di un genere letterario, il racconto fiabesco, oltre che per i suoi evidenti legami con la società in cui nasce e a cui è destinato. Risulta essere portatore e fautore di valori e mentalità del proprio tempo,  la cultura barocca, in un'ottica anche problematica e critica.
    Si presta a dimostrare come la letteratura, come le altre arti, sia un mezzo di rielaborazione e diffusione di una visione del mondo. L'opera viena presa in considerazione come testo della Modernità, nata in un'epoca di grandi cambiamenti sociali, provocati dallo sfaldamento dei ranghi e dal contatto con l'altro, che poteva creare da un lato un senso di insicurezza, e quindi il bisogno di rafforzare la propria identità, dall'altro la necessità di assimilare e comprendere culture diverse. A contatto con il mondo arabo e mediterraneo, non estraneo ai racconti provenienti dalle Americhe, Basile crea un libro del tutto nuovo nel panorama letterario italiano: la «risposta filosofica, europea e geometrica all'immagine etica, orientale e frattale delle Mille e una notte». Destinato all'intrattenimento delle corti e dunque collocato in basso nella gerarchia dei generi letterari, ¬Ågopera aperta¬Åh a qualsiasi rielaborazione, Il Cunto finì per diventare un modello a cui fecero riferimento nei secoli successivi tutti i racconti di fiabe circolanti in Europa. Da genere debole a genere forte, la letteratura come 'gioco' ha le sue regole.
     L'analisi condotta da Michele Rak sulla 'forma del testo' ha portato a un'elencazione di alcune caratteristiche tecniche proprie del  racconto fiabesco: una scansione del tempo indeterminata o rituale; la mescolanza di topografie note e reali con altre di pura fantasia; la presenza di personaggi senza identità storica ma solo rappresentanti dei ranghi (re, principesse, villani…), oltre che di animali e piante animati e parlanti; l'importanza dell’azione, che si configura in una struttura binaria a partire dall'alterazione di uno status (in famiglia), attraverso una prova da superare (un viaggio), per ritornare ad uno status mutato (metamorfosi); l'elemento magico.
Alla luce di questa classificazione, il racconto fiabesco risulta riutilizzare, mescolandoli tra loro, molti elementi derivati dal mito classico, dal racconto umanistico, dal racconto popolare, dai resoconti dei viaggiatori e dagli avvisi delle piazze.
 Il Cunto non è affatto un'opera destinata ai bambini. Dietro alle situazioni narrate in forma fiabesca, e quindi assolutamente indeterminata e vaga, si intende descrivere, in maniera velata e quindi più sicura, la vita di corte con tutti i suoi pericoli e le sue conflittualità. La corte è spesso simboleggiata dalla tana dell'Orco, immagine terrena dell'oltretomba, ma anche luogo oscuro, metafora delle paure inconscie dell'uomo. La tana si trova spesso all'interno di un bosco, dove i personaggi del racconto finiscono per capitare e da cui possono uscire solo superando qualche prova. L'orco, raffigurato spesso come un demone o come un satiro, finisce sempre per soccombere.
    Ma la corte è anche il luogo dell'intrattenimento per eccellenza, della 'conversazione', in cui gli argomenti dominanti sono l’amore e il viaggio, temi tipici del periodo barocco.  Il registro utilizzato dal Cunto è il comico. Per suscitare il riso l'autore è ricorso ad  alcune tecniche: l'adozione di una lingua teatrale, quella napoletana; la parodia della bellezza femminile, dando la parola a dieci narratrici brutte; la ridicolizzazione di chi non conosce le “buone maniere,” in un'epoca in cui dilagano i trattati di comportamento. Tra i personaggi del racconto fiabesco un posto particolare hanno le fate. Oltre a essere bellissime e immortali, hanno il potere di modificare uno status ed elargiscono i loro doni a chi le fa ridere. Questo riso ci rimanda al consenso che il narratore cortigiano cerca suscitando con le sue storie il piacere all'interno della Corte.
Mentre la prova è rappresentata dal viaggio, lo status si identifica con la famiglia, luogo dove ha inizio e fine l'azione, dal momento che è qui che spesso si genera il conflitto (tra genitori e figli, tra fratelli, tra matrigne e figliastri). All'interno della famiglia tutto è lecito, l'allontanamento e l'uccisione dei figli da parte di padri e madri, persino l’incesto tra padre e figlia o tra fratelli.
    Michele Rak ha inteso dimostrare, attraverso un'analisi dettagliata della forma e dei contenuti, l'importanza del Cunto de li Cunti di Giambattista Basile nella tradizione letteraria europea. L'opera si inserisce all'interno di una cultura secolare, raccogliendo l'eredità del passato; vive nel presente, come testimonia il costante richiamo ad alcuni temi centrali della cultura barocca: il tema del labirinto, dello specchio, della morte, della Fortuna, dei giochi numerici; è proiettata nel futuro, diviene infatti modello per tutti i racconti a seguire. In un certo senso, realizza quel concetto di circolarità del tempo insito nella sua stessa struttura e raffigurato nell'emblema orientale del serpente che si morde la coda.


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Oltre la città del libro. Cinque saggi sulla lettura a cura di Giovanna Zaganelli
Milano, Lupetti, 2008, pp. 128, euro 15,00

    Oltre la città del libro raccoglie quattro saggi apparentemente slegati tra loro, ma che invece ruotano attorno a un unico argomento che li attraversa come un fil rouge: la lettura dei testi. Dove la parola “testo” è intesa semioticamente nel senso più lato. Se è vero che tutto ciò che ci circonda può essere scomposto e analizzato sulla base di categorizzazioni narrative, allora anche gli oggetti di discussione dei quattro saggi possono essere letti come testi narrativi: un dipinto (Fedi), una scultura (Rak), una traduzione (Steiner) e un fenomeno socio-politico-culturale (Uspenskij).
La lettura di un testo è un’operazione complessa che implica sempre il confronto tra il testo stesso (visto come aggregato di segni grafici) e il lettore. In questo processo il lettore non affronta mai il libro disarmato, ma si presenta con tutto il suo bagaglio culturale, la sua “enciclopedia” che carica di un nuovo senso il significato del testo. Questa enciclopedia è il frutto di stratificazioni storiche e culturali che sono entrate a far parte dell’inconscio collettivo (dell’immaginario) di un intera comunità di persone, e quindi anche del singolo individuo.
Per questo motivo, leggere un “testo” non è mai un’operazione univoca, perché il testo si presenta nella sua leggibilità, cioè nelle sue infinite interpretazioni possibili che dipendono da un lato dalla volontà dell’autore, al momento della composizione dell’opera, e dall’altra dal lettore che, leggendo, è l’unico che può dare piena effettuazione dell’opera.

    Del resto, come spiega bene la Zaganelli nel suo saggio introduttivo, la lettura «ha sempre avuto a che fare con i sistemi ‘misti’: fin dall’alba della scrittura i segni, infatti, hanno mostrato la loro doppia natura di figurativo, si pensi ai pittogrammi, e di astratto, si pensi, prima ancora della nascita dell’alfabeto greco, all’uso di segni (più o meno stilizzati) usati per rimandare al suono, i logogrammi». Quindi l’occhio umano è abituato a leggere naturalmente le immagini, laddove la lettura di un testo lineare avviene con maggiore sforzo e artificiosità. Tanto è vero che l’uso delle immagini nei codici antichi assolveva proprio alla funzione di facilitare la lettura: affiancare al testo scritto un’immagine faceva sì che il concetto venisse rafforzato e, soprattutto, immediatamente compreso, per essere magari approfondito in un secondo momento. Cosa, questa, che ancora oggi avviene, per esempio, nei libri di scuola, dove si fa ricorso alle immagini per favorire la memorizzazione dei concetti, attraverso le associazioni mentali e il ricorso alle metafore, sempre attingendo al patrimonio culturale condiviso dal pubblico dei lettori. Quest’ultimo concetto è importante perché ci riporta al discorso dell’enciclopedia e del bagaglio culturale cui accennavamo sopra: l’immaginario collettivo di una generazione invecchia con gli anni, tanto da risultare, non solo obsoleto, ma del tutto incomprensibile alla generazione successiva (per esempio, una foto significativa per alcuni potrebbe risultare indifferente ad altri). Ecco perché è solo ricostruendo questo sostrato culturale che sta dietro a qualsiasi “testo” (frutto di stratificazioni e incursioni di altre culture) che si può arrivare a dare una lettura, e quindi una corretta interpretazione, di un’opera d’arte classica, di un romanzo tradotto da un’altra lingua e persino dell’evoluzione storica di una nazione.

    Raffigurare un testo lineare con un’immagine è, in fondo, un’operazione di traduzione intersemiotica. Si passa, infatti, da un testo scritto a un testo visivo. E come avviene per una traduzione, si possono creare due situazioni: nella prima, il traduttore decide di rimanere fedele al testo di partenza, da cui prende dati e spunti per il suo disegno ma, sostanzialmente, senza distaccarsi dall’originale; nella seconda, il traduttore decide di prendersi un margine di libertà, finendo per aggiungere informazioni nel testo d’arrivo che mancavano nel testo di partenza. Secondo Steiner, il bravo traduttore è colui che sa aggiungere al testo un elemento che già era nascosto nell’originale, attualizzandolo pur rimanendo fedele allo spirito del testo di partenza.

    Roberto Fedi ha dato un’interpretazione di un quadro del Rinascimento, Ritratto di donna attribuito a Ridolfo del Ghirlandaio, in cui, partendo dalla “lettura” dei segni interni (poesia, arte, letteratura) ed esterni (la “coperta”) del quadro, lo studioso arriva a dare un nome al soggetto femminile ritratto con un libro chiuso in mano.

    Michele Rak dà una convincente lettura del gruppo scultoreo Amore e Psyche (1787-1793) del Canova, confrontato con il dipinto Eros e Psyche (1817) di David. Un unico mito di partenza: la favola di Eros e Psyche, come Apuleio ce la racconta nel suo Lucio o dell’asino d’oro. Due diverse interpretazioni: la scultura del Canova rappresenta un evento della favola connesso con la Morte, su cui l’Amore alla fine esce vittorioso; il dipinto di David è già proiettato nella contemporaneità (David rappresenta l’eros industrialista che presto «troverà il miglior mezzo di espressione nella fotografia e filmografia, fino ai limiti, già visibili dell’eros meccanico che si chiama porno»).

    Boris Uspenskij fa un’analisi dei processi storici che hanno portato alla nascita della Russia moderna semplicemente leggendone la storia alla luce del rapporto con l’Europa. La Russia si è rapportata all’Europa in termini di metafora e non di metonimia, secondo le due categorizzazioni dello studioso, in base alle quali la metafora genera stati e città per un processo artificiale di orientamento culturale (come avvenne per il Nuovo Mondo nei confronti del Vecchio) e la metonimia genera stati e città per un processo naturale di espansione culturale che dal centro si estende in periferia (come la Bretagna, che ha finito per inglobare il resto dell’isola diventando Gran Bretagna).

    Il messaggio di questi saggi è chiaro: la lettura di un “testo” deve essere un’operazione interdisciplinare, cioè avvalersi di molteplici discipline (dalla lettura filologica a quella critica) per arrivare a darne un’interpretazione coerente. È quello che hanno fatto Fedi, Rak, Steiner e Uspenkij, ciascuno per il proprio ambito di ricerca.
Amalia Maria Amendola
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Paolo Raimondo

Michele Rak, Logica della faba. Fate, orchi, gioco, corte, fortuna, viaggio, capriccio, metamorfosi, corpo, Bruno Mondadori, Milano 2005.

    Amore si incrocia con Morte. Corpi si baciano e si dividono. Le fiabe del Seicento, con la loro prorompente carica innovativa, si confrontano con il fumetto contemporaneo. Cenerentola, la Bella addormentata nel bosco, il Gatto parlante, nascono come protagonisti di un sorprendente libro, frutto del genio della cultura napoletana. Le loro storie, sia pur a seguito di modifiche linguistiche e contenutistiche, sopravviveranno nei secoli, e diverranno patrimonio dell'Europa e del mondo intero.
    La struttura contenutistica e formale di Lo cunto de li cunti (1636) di Gianbattista Basile, racconto multiplo, è contrassegnata dalla complessità, è figlia dell'interpolazione. Opera barocca, nasce per intrattenere la corte ed è, con la sua versatilità, la sua lettura, la sua licitazione, i suoi canti e i  balli nei giardini, nelle stanze dei palazzi e nelle piazze, la pietra miliare su cui si fonda un modello di narrazione che rileva, accompagnandolo e denotandolo, il progredire degli evi, con i loro miti antichi e moderni. Le macchine e le procedure alchemiche, icone dell'Umanesimo, acquisiscono uno spessore ancora maggiore grazie all'enorme progresso del sapere scientifico.
    Nel registro fiabesco la lingua da teatro napoletana incontra le leggende del volgo, la scrittura si interseca con la memoria: si riceve così il dono di respirare l'aria di un'epoca, delle sue fantasie, dei suoi beni e delle sue crudezze; una topografia dell'irrealtà avvolge il tutto, con la sua onirica atmosfera. Il viaggio, che contraddistingue la Modernità, e la metamorfosi sono gli strumenti a doppio taglio che permettono a tutti, nessuno escluso, l'ascesa da una situazione negativa alla felicità e alla prosperità, grazie alla fortuna e all'ingegno. Si può cambiare di rango, così come e il corpo è suscettibile di trasformazioni.
    Il Cunto è un annuncio della Modernità, salutata dallo specchio: poiché il racconto fiabesco non è passibile di controllo (non è uno studio grave), può amplificare gli scricchiolii che mettono a repentaglio la società dei ranghi nella sua monoliticità grazie al carattere segreto della sua scrittura. Non a caso, è il tempo della diffusione della cultura della città, del libro a stampa e della pratica del viaggio. Attraverso le strade dell'ignoto, insito nel nuovo che incombe.
   Anche il Potere è minuziosamente descritto: sue metafore sono gli esseri soprannaturali, che talvolta suscitando ammirazione, in altri casi spavento, incidono con i loro capricci e i loro doni sulle vite degli uomini.
    Il primo capitolo del libro si incentra sulle caratteristiche del racconto fiabesco, sull'atmosfera di cui è permeato, sulle tradizioni che lo animano, sull'immagine da esso prodotta dai punti di vista temporale e spaziale. Nel secondo capitolo si sottolinea come il Cunto assembli materiali alquanto diversi, configurandosi come un vero e proprio genere della Modernità. Nel terzo capitolo il racconto fiabesco di Gianbattista Basile viene definito come un gioco tra i giochi di corte, fondato sulla recitazione e sulla risorsa della memoria, indebolita dalla diffusione del testo stampato. Nel quarto capitolo viene descritta la dimensione dell'Orco: l'oscuro mondo dell'oltretomba è un luogo di passaggio da cui non si può prescindere per modificare il proprio status.
    È indicativo che le pagine dedicate all'oltretomba siano inserite nello stesso capitolo di quelle che trattano la dimensione amorosa. Eros e Thanatos sono in realtà più prossimi di quanto si possa immaginare. Il quinto capitolo affronta le varie dimensioni dello specchio, descrive le meraviglie presenti nel Cunto e sottolinea l'azione che lo domina. Inoltre, si spiega come il racconto fiabesco sia al tempo stesso fisso e variabile.
    Il sesto e il settimo capitolo sono incentrati rispettivamente sulla metamorfosi e sul viaggio, in tutte le loro forme. L'ottavo capitolo analizza il tempo della fiaba, mentre il successivo si sofferma sulla sua topografia. Il decimo capitolo spiega la delicata relazione che nel Cunto lega la verità alla finzione, ed evidenzia la teatralità del racconto. L'undicesimo capitolo descrive l'universo creaturale, naturale e soprannaturale, che coadiuva o ostacola i protagonisti del racconto, e gli stratagemmi e gli strumenti a cui si affidano per riuscire nel loro intento.
    Il dodicesimo capitolo tratta dei rapporti di parentela nel Cunto, spiegando poi gli elementi di novità della fiaba ottocentesca rispetto al suo modello secentesco. Il tredicesimo capitolo è dedicato al mondo cortigiano, alla sua etica e alla sua etichetta. Il quattordicesimo capitolo tratta delle regole che governano il passaggio da uno status all'altro nella società dei ranghi. Il penultimo capitolo del libro è incentrato sul corpo dei protagonisti del racconto fiabesco e sulle trasformazioni che possono interessarlo, mentre il testo si chiude con l'analisi dello specchio e della sua storia, rilevando come nel Cunto siano presenti elementi che copiano il suo essere.

Paolo Raimondo
23 ottobre 2009

Giovanna Zaganelli (a cura di), Oltre la città del libro, Lupetti, Milano 2008. Recensione.

    In Oltre la città del libro, curato da Giovanna Zaganelli, sono pubblicati saggi inediti di Michele Rak, George Steiner, Boris Uspenskij e Roberto Fedi. Quest’ultimo, il cui scritto è intitolato Si può leggere un libro chiuso?, risponde alla domanda affermativamente, riferendosi alla sua rappresentazione iconica: il ritratto di un personaggio che ha in mano un libro chiuso e segna con un dito una sua pagina indica una sospensione, che rimanda alla riflessione precedente l’azione.
    Nel quadro La Monaca (1510) del Ghirlandaio esiste una relazione tra il motto che campeggia nella tirella, posta a copertura dell’opera e sua parte integrante, e il testo che la donna del dipinto ha tra le mani. Non a caso il libro è il primo elemento ad apparire quando il quadro gradualmente si rivela alla vista, svelando così la sua intima, spirituale chiave di lettura.

    Il saggio di Michele Rak Via dal sonno ha inizio con la descrizione dei corpi di Amore e Psiche (1787 – 1793), scolpiti dal Canova e esposti al Louvre. Lo scultore rappresenta un flash della storia di Eros e Psyche così come descritto dal Libro delle metamorfosi di Apuleio (123/5 – 180 d. C): affronta i temi dell’innamoramento, del sentimento che inebria, del dolore mortale, dell’invidia, della felicità sempiterna, finale conquista.
    Se il divino e alato Eros rappresenta l’amore nella sua brutale e cieca vitalità, Psyche lo completa: è l’incarnazione dell’umano, ed è l’icona della peculiarità del suo essere, l’anima. Canova immortala il momento del desiderio, in cui le labbra dei due sono divise solo da pochi centimetri, e aspira all’eternità, come dimostra l’assoluto candore dei corpi scolpiti.     Raffigura l’attimo fatale in cui Eros soccorre Psyche sollevandola da terra e salvandola dalla morte, compiendo un commovente atto d’amore. Il Michele Rak rileva invece che l’Eros e Psyche di Jacques Louis David è un’opera figlia dell’industrialismo: il protagonista maschile del quadro mostra il suo beffardo sorriso dimostrando la sua instabilità e la sua irrequietezza e anticipando così la rappresentazione, fotografica e filmica, dell’amore meccanico che avrebbe furoreggiato in Occidente nei decenni successivi.

    Secondo George Steiner, la lingua anglo-americana può diventare la “codificazione universale” per tutte le nazioni del mondo. Egli nel saggio Un mistero esatto: la traduzione sostiene che ciò è già realtà per quanto riguarda i computer: la struttura del moderno medium elettronico e la logica su cui si fonda sono state ideate in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Ciò non è solo una conseguenza dell’importanza dei due Paesi anglosassoni da un punto di vista politico, poiché l’anglo-americano è più semplice delle altre lingue, più agevole è il suo apprendimento. La scomparsa di un idioma è per Steiner un danno gravissimo: è la perdita di un patrimonio che non sarà più possibile recuperare, e dal 1827 a oggi ciò è accaduto già sedicimila volte. Tradurre un testo da un’altra lingua è una violenza, un “ratto”: nel caso di formule inerenti alla ingegneria o alla biologia, tale operazione può benissimo essere effettuata meccanicamente, ma lo stesso non può dirsi per il campo della letteratura.

    Infine, in L’Europa come metafora e come metonimia (in riferimento alla storia della Russia) Boris Uspenskij sostiene che l’appartenenza della Russia all’Asia è geografica, anche se la parte più rappresentativa del Paese si trova in Europa e l’analisi storica rivela che la sua espansione a Est si è verificata proprio a partire dal vecchio continente. Indubbia è, per l’autore, l’appartenenza della Russia all’Europa sotto il profilo storico-culturale. Se si ripercorre la formazione del Paese analizzando la toponimia metonimica, Uspenskij rileva che era l’Ucraina a essere indicata con il nome Rus’. I territori più a Nord non ne facevano parte, ma in una seconda fase furono considerati parte della “Grande Russia”. Nel corso dei secoli, la parte settentrionale del Paese assunse un’importanza maggiore di quella meridionale, così venne chiamata “Grande Russia”, mentre il territorio ucraino venne indicato come “Piccola Russia”: la periferia era diventata centro e viceversa. Boris Uspenskij rileva, inoltre, che la Russia può essere considerata una nazione europea non perché frutto dell’espansione del vecchio continente e della sua opera civilizzatrice verso Est: al contrario, nel Paese si è compiuta una scelta consapevole. Le prime riforme attuate da Pietro I interessarono le forme, non i contenuti, presumendo che la modifica di questi ultimi sarebbe stata conseguente. Il processo così innescato aveva dunque le caratteristiche dell’assimilazione metaforica. L’adozione imposta dall’alto di usi e costumi diversi dai tradizionali ha dunque condotto alla coesistenza in Russia di due culture: la preesistente, considerata ormai obsoleta, e quella importata, considerata illuminata. Il fascino esercitato dall’Europa sul sovrano è poi provato dal fatto che egli fu chiamato “il Grande” e “Primo”, come consuetudine nelle monarchie d’Occidente, e dalla sua decisione di costruire San Pietroburgo, destinata a diventare la capitale del suo nuovo impero. Rilevatrice è la sua posizione geografica: rispetto al territorio russo, è in un’area periferica, vicina al confine occidentale. L’enclave europea lì costituita dal sovrano avrebbe quindi dovuto espandersi sul restante territorio russo. Secondo Uspenskij, i provvedimenti adottati da Pietro I miravano a costruire l’immagine di una San Pietroburgo moderna giungendo persino a screditare il resto del suo Paese, affinché l’antitesi tra “futuro” e “passato” fosse ancor più lampante. In tal modo, nacque un esasperato antagonismo tra le due culture, peggiorato da ulteriori riforme approvate dal sovrano negli ambiti burocratico ed educativo.
Paolo Raimondo
25 ottobre 2009 
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Concetta Maria Crisostamo
MICHELE RAK, LOGICA DELLA FIABA

    Il Cunto de li cunti di G. Basile, un racconto all’interno del quale se ne raccontano altri quarantanove. Questa è la struttura che rimanda a uno specchio, facendone un racconto ricco di allusioni e ambiguità. Quell’immagine rimanda a significati più profondi, l’immagine dello specchio come percorso testuale filosoficamente audace: il senso morale della fiaba. «Lo specchio è quello che vedo... un’immagine che racconta di me».
   
    La fiaba,
genere di origine popolare, nelle corti gioco per intrattenere i cortigiani. Trova origine nei riti di iniziazione e nei miti primitivi trasmessi per narrare vicende popolari. Il linguaggio semplice e ripetitivo ne consente una facile memorizzazione per la trasmissione orale dei contenuti.
   
Lo Cunto de li cunti di G. Basile rappresenta la genesi di un genere letterario che si diffonde inizialmente come canovaccio e che diventa combinazione di racconto popolare e novella umanistica. Ha molto in comune sia  con il teatro, sia con la pittura, grazie alle funzioni  comunicative e di intrattenimento.
    «Le dicerie, i repertori di proverbi, le canzoni d’amore, il teatro dei pupi, i balli da strada e gli abiti, i gesti, i rimedi sono patrimonio comune di tutti i gruppi di una cultura».
   
    Le formule d'inizio e di chiusura sono sempre le stesse. C'era una volta...” cancella qualsiasi tempo riconoscibile, da all’ascoltatore e al lettore la massima libertà. La lingua fiabesca.
“Il racconto è la metafora delle prove  e delle trasformazioni che le persone della fiaba tentano di vivere e vivono tra divieti e passaggi obbligati della società di ranghi”.
E’ il libro dei cambiamenti di status sociale perché i personaggi che si alternano nelle storie vivono numerose avventure e tante sono le prove da superare necessarie per passare ad un livello superiore, per mostrare la raggiunta maturità, per ottenere ciò per cui si lotta e ciò che si desidera di più: modulo stabile della fiaba; l’Orco allora rappresenta la bruttezza e la mostruosità o un luogo più profondo e oscuro da dover attraversare, l’oscurità e l’oltretomba, qualcosa che va oltre la verità ma che consegue alla salvezza e al miglioramento del proprio stato: una sofisticata invenzione letteraria “la realtà finta della letteratura equivale alla realtà della vicenda. Realtà e finzione sono speculari”.
Viene celebrata come opera di intrattenimento e di celebrazione delle corti per mezzo di allusioni e giochi di parole, musichette e canzoni, ballo e facezie, moralità e sconcezza  da teatrini. Quest’opera è stata scritta in una lingua teatrale, la lingua napoletana adatta al genere d’intrattenimento
La comicità viene però compensata da moralità.
I luoghi tipici di una fiaba che siano topoì simbolici della modernità, sono quei luoghi oscuri e quasi sempre inaccessibili ovvero gli antri, i boschi, la torre, i sotterranei. Il tempo e lo spazio dunque fondamentali nel testo per lo svolgimento delle peripezie e delle prove da superare in un certo arco di tempo perché equilibrio iniziale,  e rottura deve concludersi con il ristabilimento dell’equilibrio.  Il viaggio diventa il momento gradito che consente l’avventura della conoscenza, della curiosità, del guadagno: “metafora sociale che diventa percorso all’interno di una piramide sociale, un cambiamento di rango”.
Logica della fiaba rimane un testo in cui lo studio e la ricerca dei particolari del genere letterario consentono la conoscenza di modi di pensare e atteggiamenti sociali di un gruppo di persone che vivono di prestigio e cultura; si direbbe una ricostruzione della vita di corte della Napoli del XVII sec.
Abbandonando il fine pedagogico che caratterizza l’atteggiamento rinascimentale delle arti e delle lettere, propone un’ arte animata, in modo sempre più scoperto, dalla ricerca del piacere, di un’esperienza cioè tutta terrena e soggettiva. Propone la storia politica, sociale ed economica, la mentalità e le visioni del mondo, gli intellettuali, il pubblico, la lingua.
Gli scenari consentono di ricostruirne i processi perchè storie e intrecci vengono da altre culture e tradizione, se si tiene conto della spinta da parte delle opere elitarie.
Il libro nasce dall’analisi della cultura sviluppatisi fino al seicento e che nel corso del tempo con la modernità ha trovato compimento nel genere del racconto fiabesco.

OLTRE LA CITTA’ DEL LIBRO a cura di GIOVANNA ZAGANELLI
Recensione di Concetta MariaCrisostamo

Il saggio rappresenta il punto di partenza per una lettura della realtà per mezzo di “sistemi segnici”. Comunemente quando si parla di lettura si tratta di decodificazione di testi prodotti in una lingua e codificati nello scritto per mezzo di simboli che possono essere tradotti.
Un’accurata spiegazione sulla traduzione in quanto tutti i popoli, tutte le città, le etnie, le tribù parlano una loro lingua, non esiste un “piccola lingua” ma infinite possibilità, essa rappresenta l’identità di un popolo. Una situazione “interlinguistica” dipende dal caso speciale.
Steiner spiega:
<La vita dell’individuo e della specie dipende dalla lettura e dall’interpretazione rapida e/o accurata di una ragnatela di informazioni vitali….>
Il testo letterario ricco di segni e immagini è tale se si ricercano interpretazioni dipendenti dai diversi  livelli, morfologico, sintattico, linguistico, fonetico, figurativo; il significato è legato ai diversi segni interdisciplinari e all’aspetto geografico-culturale-politico; consentono di attualizzare e reinterpretare in chiave critica. Diviene testo solo nel rapporto con il lettore.
Unica parola chiave: La lettura. Processo di decodifica che consente di recuperare l’informazione letteraria, iconica, pittorica, cinematografica.
“Così Didone ritorna in Anna Karenina, Omero in Joyce, attraverso codici linguistici,ma anche  pittorici, cinematografici, musicali, allargando in spazi concentrici che comprenderanno la situazione letteraria e simbolica del viaggio…”.
Il senso del dovere e della responsabilità nei confronti della collettività a cui subordinare gli interessi personali, fanno di Enea un personaggio profondamente religioso, dimensione non umana; la sofferenza, le fatiche e i tormenti del personaggio preparano la gloriosa realtà dell’impero romano, portatore di ordine, pace e civiltà.
Altri tipi di lettura possono non essere basati sul codice lingua, come nel caso della notazione musicale o dei pittogrammi. Per analogia, nella scienza dell'informazione, la lettura è l'acquisizione di dati da qualche tipo di memoria. La lettura in verità è possibile se vi è percezione e poi riflessione per mezzo di immagini artistiche oltre che letterarie.
Essa non è un processo di isolamento tra il lettore e il testo: azione bidirezionale con significati distinti nelle varie discipline. La lettura come processo di traduzione a partire da Jakobson, Steiner, Lotman, Uspenskij.
Roberto Fedi legge il quadro “Monaca degli uffizi”: il busto della donna con alle spalle le vedute in cui spiccano gli edifici religiosi, l’abito poco claustrale, il velo, le chiome, lo sguardo, gli anelli, diventa tutto simbolico e sopra una cartella su cui scritto una frase tratta dal “De beneficiis” di Seneca. Egli  sviluppa il concetto di "beneficenza" come principio coesivo di una società fondata su una monarchia illuminata. Il concetto fondamentale dell'opera è : il beneficium, atto di generosità consapevole. Analizza il dare ed il ricevere, la gratitudine e l'ingratitudine; mette in luce i forti limiti connessi all'istituto tipicamente romano dei favori reciproci ed elabora una nuova concezione di beneficium - favore disinteressato, che deve basarsi su un sentimento di giustizia e non sulla speranza di essere ricambiati.
La donna è posta a metà tra il mondo terreno e quello dello spirito, sembra evidente grazie anche al libro che tiene in mano, sicuramente un testo religioso, donna comunque enigmatica sulla quale un unico e profondo ammonimento ad essere modesti, ecco il “beneficio senechiano”. Il libro semichiuso rappresenta appunto il “momento del passaggio meditato e in fieri”.
 Le caratteristiche delle immagini. Si prestano ad essere interpretate in modi diversi.
Da Canova a David, Eros e Psyche verso il contemporaneo, è la scultura che si trova in una sala del Louvre;  il gruppo è stato analizzato dal professor Rak. Il saggio rappresenta una chiara lettura della fabula di Apuleio sull’evento dell’amore che nel testo si presenta come una prova difficile ma che tutti sperano di incontrare. Racconta la storia, la favola e il mito per narrare di Eros, attraverso la scultura; Psyche rappresenta la bellezza ma anche “l’aspetto della parte nascosta dell’amore” che va conquistato dopo dure prove. I due corpi del Canova rappresentano quegli stimoli dell’eros e  l’ostilità tra i corpi.
Dunque va letto: tutte le vicende della fabula possono riguardare anche chi ama o chi intraprende questo cammino dell’amore come attori. Ma si può ben interpretare Eros come enigmatico e irraggiungibile, Psyche assume caratteristiche più umane perchè sofferente ma icona che mette le ali, sfugge al contatto amoroso, l’essere ancora più fuggevole di Eros. Altri gli interpreti del Louvre ma è ben evidente quanto sia necessario ammirare la scultura nella sua completezza per apprezzarne l’aspetto letterario nella comunicazione artistica.
    Eppure si possono definire contemporanei gli scultori perché tre gli eventi importanti: il tradimento, il contatto, gli altri che cercano di capire quell’atto unico.
    Una statua non è solo un oggetto qualunque; è la rappresentazione di un sussulto emotivo che l’artista comunica attraverso dei simboli. E’ la comunicazione di ciò che l’individuo è nei confronti del mondo. Rappresentare l’uomo significa cogliere le relazioni col mondo emotivo che legano ogni essere vivente attraverso le tensioni proprie della sua esistenza. Cogliere l’emotività per riuscire a rappresentarla nella forma di un’immagine che sappia suscitare le emozioni nelle sue relazioni con il mondo di ogni spettatore.
    Leggere un’ opera d’arte serve a capire che succede a noi e se gli uomini vissuti anni e anni fa erano diversi rispetto a noi e quali dettagli l’artista abbia letto in un testo di scrittura.