Gianluca Freda per il Rak Group

Più che del romanzo animalista, L'osso bianco della canadese Barbara Gowdy sembra subire l'influsso di certi capolavori del fantasy e della fantascienza classica.
Ricorda La sentinella di Fredric Brown più che La collina dei conigli di Richard Adams. Non c'è antropomorfizzazione dei protagonisti e il fulcro del racconto non è la crudeltà degli uomini (i cacciatori d'avorio) verso gli animali (gli elefanti), bensì il modo in cui tale crudeltà e i suoi effetti sull'habitat e sulle società animali vengono percepiti dagli occhi "alieni" delle sue vittime.
Protagonista del racconto è un branco di elefanti del Kenya, organizzato in società matriarcale e noto ai propri simili come il branco delle "Lei-S". Il branco perde oltre metà dei suoi componenti in un'imboscata tesa dai cacciatori d'avorio e Mota, una giovane elefantessa di 13 anni, che è la vera protagonista del racconto, figlia adottiva della matriarca, inizia, insieme ai membri superstiti, una lunga ricerca che la porterà sulle tracce della sua migliore amica, Letto-di-Datteri, scomparsa durante l'agguato, e del leggendario Osso Bianco, sorta di pachidermico Graal che indica la strada verso il Posto Sicuro, dove gli elefanti potranno vivere al riparo dalla violenza dell'uomo.
Gowdy costruisce per i suoi elefanti, con grande accuratezza, un complesso sistema di referenti culturali, religiosi, mitici, storici, lessicali. Il libro è introdotto da un piccolo dizionario dei termini di uso comune nel linguaggio elefantesco a cui il lettore deve tornare spesso per poter seguire il racconto.
Lo sguardo degli elefanti sull'uomo è impietoso. Gli umani, chiamati "zampedietro" nel glossario elefantesco, sono esseri feroci e incomprensibili. Sono totalmente privi di quel legame empatico con gli altri esseri viventi che è appannaggio di ogni creatura - e in particolar modo delle parla-in-mente, i membri telepati presenti in ogni branco di elefanti. Vivono rinchiusi in un egocentrismo che li rende autistici e ignari di quel telaio di nessi di sincronicità che costituisce l'ossatura della realtà - nessi su cui Ora Alta, il cavalleresco spasimante di Mota, ha costruito la propria baudelairiana visione di una natura come "foresta di simboli". Gli umani sono gli unici esseri, insieme ai serpenti e agli insetti, i cui pensieri siano per gli elefanti assolutamente impossibili da leggere. Dalle loro menti arriva soltanto "un silenzio talmente assoluto e minaccioso che in tante, dopo averlo udito, cessarono del tutto di parlare a mente". Gli umani rappresentano un buco nero di inconsapevolezza in un creato che è memoria vivente della Lei, l'essere supremo che crea il mondo col suo pensiero e i cui ricordi sono l'essenza stessa delle creature.
Come ogni buon romanzo, L'osso bianco ha molteplici chiavi di lettura. Una di queste è il tema della memoria come fonte di vita, come vita in sè. "Noi viviamo", dice Lei-Richiede, la matriarca delle Lei-R, "solo perché la Lei ci dà vita nella sua immaginazione. La vita di ognuna di noi è il ricordo della Lei che torna con la memoria a ciò che ha già immaginato. Noi siamo memoria. Siamo memoria vivente". Perdere la memoria, per gli elefanti, è perdere la vita stessa poiché essi sono fatti di memoria e "quando la memoria inizia a esaurirsi, il loro corpo deperisce come per una lenta e progressiva perdita di sangue".
Il romanzo della Gowdy è un'apoteosi di immaginazione poderosa. L'immaginazione acquisisce nel racconto i caratteri della divinità creatrice, come nella filosofia del vecchio Torrente, il più potente e anziano degli elefanti: "Nulla ha bisogno di sostanza finchè non viene immaginato. Una volta immaginato, non può non succedere".
Questa recensione è stata inviata a 1500 lettori selezionati e a 3000 gruppi di lettori. E' un servizio del Laboratorio di Lettura e scrittura del Dpt. di Letterature moderne e scienze dei linguaggi dell'Università di Siena e della Fototeca di Arezzo e Perugia.