LA VEDOVA SCALZA di Salvatore Niffoi
Milano, Adelphi, 2006, pp. 182 euro 15,00

Walter Ingrassia per il Rak Group

"A Taculè e Laranei i cristiani vivono di rabbia e illusioni. La rabbia la ostentano in ogni occasione come un vestito da festa. Le illusioni le coltivano come i vigni di un filare, pur sapendo in anticipo che daranno solo frutti amari, e vino risposo che accorcia le esistenze" (p. 101). È questa l'atmosfera che si respira tra le pagine del diario di Mintonia Savuccu, femmina malasortata , innamorata del banditu Micheddu che, accusato dell'omicidio del podestà, dovrà darsi alla macchia fino all'estremo sacrificio con cui si apre il romanzo. Mintonia sarà costretta ad amarlo in segreto sopportando con rassegnazione anche l'umiliazione di tradimenti e di un figlio illegittimo.

Mintonia è un personaggio scomodo, una donna-carnefice, aggressiva come l'amato banditu ed abbandonata, come la sua terra, da un uomo che segue solo l'istinto; ma anche preda e vittima di un amore incondizionato, disperato ed amaro. Scrivendo, Mintonia ricuce brandelli di esperienza rivivendone il dolore ed analizzando con spietato sguardo antropologico aspetti della cultura sarda dove la magia, il pettegolezzo e la superstizione sono il legame di un microcosmo in cui il controllo sociale soffoca personaggi costretti a nascondere dolori e drammi di un destino che non perdona. Le pagine di Niffoi sono bozzetti a carboncino, schizzi grezzi di una realtà, la Sardegna tra le due guerre, senza nessuna speranza in cui la vendetta si accompagna alla chiacchiera delle comari di paese. Ed è proprio la vendetta, insieme alla passione, il tema centrale dell'opera: "Sulla rete del mio letto, dove il tempo saltava l'amore con le sue mille capriole, al buio, ora danzano soltanto l'odio e la vendetta, come streghe maledette che mi chiamano nel sonno" (p. 18).  

Dal punto di vista dello stile, il diario di Mintonia è paragonabile ad un vero e proprio testo multisensoriale: odorato ed udito, infatti, prevalgono sulla crudezza visiva delle scene disegnate dalla penna di Niffoi. Il testo è pervaso da suoni onomatopeici che rendono drammatico il procedere dell'azione e da odori - il sangue marcio, la paglia e il fango - attraverso cui il lettore entra nei nuraghi soffocato dalla mancanza della speranza, anche nel finale. Tuttavia, Mintonia non ha la rassegnazione dei vinti ma percepisce il peso del destino, della responsabilità, cercando una via di fuga. L'Argentina non rappresenterà per lei un mondo nuovo ma la terra dove mettere alla luce il frutto della vendetta, che i compaesani della vedova scalza preparano e gustano con le proprie mani.

I personaggi di Niffoi parlano il sardo, espediente poco felice che costringe il lettore a saltare a piè pari passi del testo quasi incomprensibili ed impedisce di cogliere aspetti della durezza dell'animo isolano anche quando, come nel caso delle filastrocche che chiudono ogni capitolo, l'idea risulta indovinata. Sembra che il dialetto riporti al sapore acre tipico di certa letteratura e cinema neorealistici che però nel testo sembra allontanare il lettore curioso senza renderlo partecipe ed immergerlo nel procedere dell'azione. Appesantisce, infine, il capitolo conclusivo del romanzo che rompe l'illusione narrativa del diario di Mintonia e di cui non si sentiva la necessità.

Al di là del racconto rimane in chi legge, comunque, solo il ritratto spento di una donna nei cui occhi sono dipinti la "tritura e pena" (p. 179) di chi è ancora succube di un destino che non è stato capace di cambiare.

Questa recensione è stata inviata a 1500 lettori selezionati e a 3000 gruppi di lettori. E' un servizio del Laboratorio di Lettura e scrittura del Dpt. di Letterature moderne e scienze dei linguaggi dell'Università di Siena e della Fototeca di Arezzo e Perugia.