IL MARE CORPOREO DI ROCCO BRINDISI
Gianluca Freda

Chiunque abbia definito “romanzo” Elena guarda il mare, la nuova, bellissima opera in prosa di Rocco Brindisi, molto probabilmente non l’ha letta. Ed è un vero peccato, perché con tutto il parlare che si fa di sperimentalismi letterari veri o presunti, l’irrompere nel panorama letterario di un ibrido così affascinante, gradevole e indefinibile di poesia e prosa autobiografica meriterebbe almeno l’onore di un’analisi un po’ meno che superficiale.
Brindisi viene dalla poesia dialettale, della quale ha metabolizzato il gusto per la contaminazione di metafisico e corporeo e il compiacimento sistematico nel dilatare ciascuno dei due livelli fino a renderlo sconfinante nell’altro oltre ogni possibilità di distinzione. Nonostante la dicitura “romanzo” che fa bella mostra di sé in copertina, il lavoro di Brindisi è in realtà un collage di brevi camei autobiografici. Ciascuno è lungo dalla mezza alle tre o quattro pagine, e in ogni brano - che potrebbe anche essere fruito in sé e considerato come un componimento poetico messo in forma prosastica - appaiono e scompaiono, come sostituendosi l’uno all’altro in una successione fluida di corpi della memoria, madri, padri, fratelli, sorelle, zii e i tanti altri personaggi che abitarono la gioventù dell’autore. Ognuno di essi si amalgama con il tessuto urbano della provincia di Potenza degli anni ’40 e ’50, con le strade sporche, i cinema, le case interrate, fino a costituire insieme ad esso un impasto di realtà totale.
Il fulcro attorno al quale si snoda la vicenda familiare che il libro rievoca, è la malattia della madre dell’autore, personaggio-simbolo che permea i dieci figli, tra maschi e femmine, della propria dolente e al tempo stesso gioiosa materialità. È la corporeità il vero protagonista dell’opera, quella prorompente della madre, quella riflessa dei figli come Elena, internata in manicomio a Napoli, o Assunta, che prende i voti in giovane età in un monastero romano. Brindisi riempie ogni suo frammento lirico di sangue, feci, urine, pustole, pidocchi, gengive senza denti, in un inno al corpo e a ogni sua minima sfaccettatura che richiama alla mente la poesia “corporea” di grandi poeti del Novecento come Giovanni Giudici.
Il mare che Elena guarda sembra lo stesso mare di Montale o Giudici, eterna metafora, anch’essa materna, della totalità corporea del mondo di cui l’essere individuale rappresenta un’illusoria specificazione. Della stessa matrice è il cupio dissolvi che fa capolino da ogni pagina come anelito alla rinuncia alla soggettività individuale e fusione con la totalità della materia del mondo: “L’ho sognata. Stavamo in un letto grande. Mi ha chiesto di grattarle le spalle. Più o meno alla stessa ora un ufficiale israeliano si è ammazzato, quando ha saputo di aver ucciso una ragazza palestinese incinta. La speranza non è uccidere né lasciarsi ammazzare. Ma spararsi, chiedere, a un bambino che sta passando, di salire in casa, di preparare una corda, perché ci tremano le mani, e lui sale…”.
Il tempo, anche quello narrativo, è una convenzione, infranta da una struttura del racconto disarticolata e acronologica, in cui personaggi ed eventi sfilano di fronte al lettore in ordine sparso, come frammenti di realtà sottratti alle sistematizzazioni fittizie dell’io razionale. Anche vita e morte sono astrazioni intellettive senza riscontro; vivi e morti si sovrappongono nel corso della narrazione, dialogano tra loro, interagiscono sullo stesso piano di realtà. Non c’è la morte, e neppure le singole vite, ma solo la vita, unica, eterna, smisurata come il mare di cui Elena ha paura, come una di quelle cose che le persone “fanno fatica a tenere in mente, a pronunciare, nel loro eterno dormiveglia”.
Rocco Brindisi
ELENA GUARDA IL MARE
Roma, Quiritta, 2004
pp. 184, Euro 12,50