Laboratorio di Lettura e Scrittura
Didattica e ricerca per le opere di parole e di immagini
Mostra fotografica ‘Al suono della lumaca, immagini della memoria’.

Esposizione di 112 foto e di oggetti ed attrezzi del mondo contadino della Toscana meridionale.
Mostra realizzata da Daniele Angeli in collaborazione con il prof. Michele Rak, il Laboratorio di Lettura e Scrittura http://www.unisi.it/lettura.scrittura/ del dottorato in Letteratura e Comunicazione dell’Università di Siena (sede di Arezzo).

di Daniele Angeli

Premessa storica
La cronaca del giornale socialista ‘la Martinella’ così racconta le prime fasi dello sciopero di Chianciano del 7 Aprile 1902, il primo mezzadrile in Toscana: ‘La mattina dopo, verso le sette, al suono della lumaca, che da diversi poderi chiamava i contadini a raccolta, si cominciò a veder partire dalle case coloniche i bianchi buoi, prendere le strade che menavano al paese, e poco dopo il gioco del pallone era rigurgitante di uomini, bovi, pecore e maiali ... tutti scioperanti. E qui prima e disagevole sorpresa per i prorietari, che non credevano allo sciopero: ma essi si cullavano sempre in vane illusioni sulla loro potenza padronale ormai svanita.
I contadini erano pieni di animo, e risoluti a continuare nello sciopero anche otto giorni: “noi non ci muoveremo di qui che quando tutto sarà accomodato” dicevano alcuni; “vedete, diceva un altro, quest’albero come ha ficcato le radici nel terreno, e così saremo noi: prima mi devono tarlare i piedi che muovermi di qui colle bestie”.
Ed intanto le pecore, molte delle quali con il fiocco rosso (anche loro dovevano essere socialiste, dicevano i coloni) cominciavano a belare, forse pensando ai loro agnellini, o alla fresca erba dei prati. E le pattuglie dei soldati guidate dai carabinieri, percorrevano il paese, il campo sciopero, e perlustravano le vie della campagna, dove però non incontravano anima viva.’
Il suono secolare della lumaca, la conchiglia buccina, avvìa una svolta storica per il movimento operaio non soltanto della nostra zona, ma dell’intera regione Toscana. Un gruppo di persone disperse in una campagna generosa ma esigente di lavoro, senza istruzione e prive di collegamento, trovano la forza della propria unità, scoprono l’ orgoglio di lavoratori e reclamano il ruolo di cittadini, con diritti.

Il brano della Martinella, al di là del tono trionfalistico per uno sciopero insperabilmente riuscito, vuol sottolineare le attese deluse dei padroni, speranzosi fino all’ultimo che l’ardore di pochi ‘facinorosi’ venisse spento da una generale apatìa.
Invece la forza delle manifestazioni del 1902 fu proprio la convinzione dei contadini a non cedere: a questo contribuì probabilmente l’opera di forte convinzione esercitata dalla nuova classe intellettuale socialista che andava in quel periodo rafforzando le proprie posizioni e la propria popolarità. La realtà mezzadrile della Val di Chiana era priva da tempo di significative epositive innovazioni. La modernizzazione che si stava affacciando nella nostra provincia all’inizio del Novecento aveva raggiunto in piccola percentuale gli abitanti dei borghi ed in parte ancor più modesta le campagne; i contadini erano vessati da consuetudini e corvée di matrice feudale, i salari dei braccianti erano fermi dal 1785.
E’ ancora la Martinella a descrivere gli abusi padronali di cui i lavoratori erano da sempre vittime consapevoli.
‘... In alcune località i padroni esigono dal colono la fornitura dei torchi di paglia per le fosse, entro la quale ripongono la loro parte di cereali; la prestazione della mano d’opera nei lavori della cantina, nel trasporto delle grasce dalle case padronali e dalle fattorie al mercato o alle stazioni ferroviarie o al magazzino del compratore. Oltracciò il colono è aggravato dalle onoranze, dette anche dazi, secondo le quali ha l’obbligo di dare ciascun anno al padrone ed al fattore un certo numero di paia di capponi, di galline di galletti e di uova. E dopo tutto questo, in alcune località al colono per alcuni raccolti come olio, uva, castagne, frutta, si dà soltanto la terza parte e la peggiore, riserbandosi il padrone i due terzi e la parte scelta. Il prodotto dei gelsi è totale a profitto del proprietario. Alcuni padroni fanno pagare ai loro coloni l’affitto di casa in ragione di circa venti lire annue per ciascun ambiente ... I poveri contadini spesso dormono nelle stalle e negli ovili, dove acquistano un odore speciale di selvatico, simile a quello che mandano gli animali coi quali passano gran parte della loro vita ... Un altro grave inconveniente da lamentare è questo: che, mentre i braccianti ed i coloni producono le ricchezze, gli agi ed i lussi della vita altrui, siano tenuti dalla classe proprietaria non come fratelli, ma come persone appartenenti ad una razza inferiore, comprendiando nei vocaboli di contadino e di villano quel che di più ingiurioso si possa immaginare quando non vi si aggiunga qualche altro epiteto che rende più atroce l’ingiuria.’
In un contesto così difficile si era inserita l’azione dei primi politici socialisti, sensibili all’ annoso problema della povertà del contado. La loro intensa e capillare opera di informazione raggiungeva coloro che per ragioni economiche non avevano possibilità di informarsi o la cui condizione di analfabeti impediva di prendere seriamente coscienza della propria inferiorità, economica e sociale. Così le elezioni politiche del 3 Giugno 1900 fecero registrare un fatto storico: per la prima volta nel consiglio comunale di Chianciano entrarono due rappresentanti del partito socialista, Aldo Mieli ed Umberto Lucherini. Il primo, figlio del ricco proprietario terriero della ‘Foce’, a Chianciano, si era avvicinato al movimento socialista fin da giovanissimo. La sua passione l’aveva reso popolare tra i compagni di partito ed i contadini; la sua figura carismatica è una delle ragioni del successo dello sciopero. Ebreo ed omosessuale, dopo quegli eventi abbandonò l’attività politica, si appassionò agli studi scientifici e pubblicò molti libri di divulgazione.
Diverso il destino di Umberto Lucherini, che continuò il suo impegno divenendo nel 1907 il primo sindaco socialista di Chianciano.
Altri protagonisti animano la scena politica chiancianese; occorre soffermarsi su questi personaggi, visto che il primo e più importante dei tre scioperi sarà proprio quello di Chianciano.
Le tre maggiori personalità, controparte del movimento mezzadrile, furono il sindaco Pietro Mencarelli ed i conti Bastogi.
Il primo, piccolo proprietario agrario, conservatore alla guida del comune per molti anni, fu sin dall’inizio avverso a qualsiasi prospettiva di riforma: nel Marzo del 1902 i contadini, tramite la Lega, avevano presentato al sindaco alcune rivendicazioni, ma lui ‘cominciò la sua opera di pacificazione degli animi con urla ed improperi, col rifiutare di riconoscere la Lega ed i suoi rappresentanti, e con inveire contro i socialisti- i sobillatori, secondo lui - ed invocare la forca...’ La Martinella.
D’altra parte il sindaco aveva rapporti molto stretti con due tra i più ricchi rappresentanti dell’aristocrazia toscana: i conti Giovannangelo e Gioacchino Bastogi. Discendenti di una ricchisisma famiglia livornese, i Bastogi stavano in quel periodo facendo alcuni investimenti nella zona: il Grand Hotel a Chianciano, il rilancio delle Terme, la ferrovia tra Siena e Montepulciano, lo zuccherificio a Montepulciano Stazione, il teatro di Acquaviva, l’ampliamento dell’ospedale di Sarteano. Gioacchino Bastogi era stato eletto deputato proprio nelle elezioni del 1900 nella circoscrizione della Valdichiana, mentre Giovannangelo Bastogi curava direttamente gli interessi della famiglia nella nostra zona. La Lega dei contadini ed i socialisti attesero due mesi la risposta dei padroni e degli altri politici conservatori rispetto alle richieste del Marzo.
La mancata risposta segnò l’inizio dello sciopero, il 7 Aprile 1902.
Le idee socialiste provarono qui la loro forza ed efficacia; la cronacaracconta il violento acquazzone che si abbattè sui manifestanti e la solidarietà dei paesani che portarono ai contadini gli ombrelli per ripararsi dalla pioggia. ‘La Martinella’ si sofferma sul terrore dei pro proprietari quando videro i mezzadri accendere i fuochi per la notte.
Alle ventitrè si riunirono le due commissioni: la prima, quella dei padroni, con Giovannangelo Bastogi, Innocenti, Schroeder, Pucciarelli e Mealli, con la richiesta che le bestie tornassero alle stalle. L’altra, guidata dal Mieli, fece cadere la richiesta, insistendo nelle rivendicazioni. La vittoria della Lega giunse alle quattro del mattino , quando Aldo Mieli, riferendo l’esito della vertenza, annunziò ai contadini la fine dello sciopero: potevano tornare a casa con le bestie. I mezzadri raggiunsero le stalle quando già albeggiava.


L’esito positivo dello sciopero incoraggiò tutti i contadini della zona ad intraprendere la stessa lotta. A Chiusi, già dal 23 marzo, la Lega dei mezzadri aveva notificato alcune richieste ai proprietari. Questi, visto l’esito dello sciopero di Chianciano, fecero una serie di concessioni, tra le quali la divisione a metà della spesa per la macchine trebbiatrici, o l’abolizione della Collaja, la famigerata tassa che i contadini dovevano pagare al padrone per l’utilizzo del bestiame.
Senza eventi drammatici come a Chianciano, lo sciopero di Chiusi ebbe un esito di portata minore. I proprietari non riconobbero formalmente il ruolo della Lega dei contadini, dimostrando fermezza e decisione. Tuttavia la Lega riuscì ugualmente a raggiungere alcune conquiste, confermando ancora una volta la forza di penetrazione delle idee socialiste, la loro capacità di raggiungere vasti strati della popolazione, la nuova ed acquisita coscienza di classe dei contadini.
Ben diverso fu l’esito dello sciopero di Sarteano. Qui l’arroganza, l’intraprendenza e la fermezza dei padroni ebbero la meglio su un movimento ancora scompaginato ed incerto riguardo alle strategie da seguire. In pochi giorni il clima del paese divenne incandescente: all’inizio di Aprile: i proprietari più importanti di Sarteano avevano avanzato alcune offerte ai contadini, accompagnandole con una serie di proclami intimidatori e la minaccia all’uso della forza, se per effetto di eventuali agitazioni il bestiame avesse riportato danni. I contadini risposero nominando Pietro Santoni rappresentante della ‘Lega per il miglioramento dei contadini’ di Sarteano e formulando alcune controproposte. Queste furono rifiutate dai proprietari nella sostanza ed anche nella forma, perchè il padronato continuava a non accettare l’esistenza di organizzazioni sindacali rappresentative dei contadini. Si arrivò allo scontro frontale: lo stesso ministro dell’interno Giolitti, avvertito dell’imminenza dello sciopero, chiese lumi al prefetto di Siena, il quale segnalò al ministro della volontà di alcuni grossi proprietari di spingere il governo verso lo scioglimento delle Leghe, trasportando il bestiame fuori dal territorio. Giolitti rifiutò, ‘il governo non vi provvederà mai’, mentre da Chianciano e Chiusi si fraternizzava con i contadini di Sarteano. L’atteggiamento intransigente dei proprietari nel non voler riconoscere la Lega stava esasperando gli animi. Mezzadri e piccoli proprietari manifestarono insieme, ma dal secondo giorno di sciopero la polizia ed i padroni si strinsero in un connubio che condusse velocemente allo scioglimento dello sciopero. Un contadino venne arrestato e condotto in manette al paese.
Il 22 maggio la manifestazione congiunta di contadini di Sarteano, Chiusi e Chianciano venne disciolta dall’intervento della polizia a cavallo. Ci furono altri arresti, alcuni avevano rinchiuso il bestiame nelle stalle col proposito di farlo perire di fame, se i padroni non avessero ceduto e modificato i patti colonici. Timideo Pippi, Domenico Bianchini, Oreste Berna ed Agostino Morellini vennero condannati ad un anno di carcere.
L’azione sindacale della Lega fallì; non si ottennero nè miglioramenti economici, nè riconoscimenti politici.

La mostra
Non è certamente possibile in queste poche righe descrivere in modo esaustivo il mondo contadino ed i borghi di inizio Novecento nella Val di Chiana.
Quel mondo fioriva di rumori e scorci ormai dimenticati, risuonava di un toscano antico sopravvissuto a stento alla scolarizzazione di massa ed alla neo- televisione.
Soltanto i più anziani tra di noi ricordano i racconti dei padri o dei nonni ottuagenari, così particolareggiati, così evocativi di un’atmosfera unica ed irripetibile. E a distanza di quasi cento anni quanto sembra difficile per tutti ricondurre al presente lo sferragliare delle macchine per la mietitura, oppure, dentro al borgo, il carburare stentato delle prime automobili con i motori a scoppio, orgoglio di qualche ricco possidente locale.
La zona sentiva ancora forti le radici medioevali; il paesaggio urbano dei borghi non aveva conosciuto cambiamenti significativi dal primo disegno, risalente al XIII secolo.
L’economia era legata al mondo mezzadrile ed agricolo, all’andamento dei raccolti; il tenore di vita era modestissimo, le amministrazioni comunali poco potevano per arginare la povertà. E certamente la vita nelle campagne non era migliore: sui mezzadri gravavano, come si è visto, i privilegi ancestrali di una retriva classe padronale.
Erano anni strani: un mondo che sembrava immobile andava scoprendo la contemporaneità, veniva attraversato da fenomeni mai conosciuti in precedenza, incontrava nuovi problemi. Una comunità così radicata nel suo passato medioevale, così attaccata a tradizioni secolari, anche quando queste significano sfruttamento e sopraffazione, si affacciava al XX secolo rivendicando il ruolo che gli compete nella storia, scuotendo dal profondo e mettendo in discussione le radici che fino a quel momento l’avevano caratterizzata.
Così gli eventi che sono oggetto di questa ricerca non possono essere disgiunti dall’ambiente entro il quale essi presero corpo. E, come sempre nella storia, sarebbe sciocco pensare di poterli considerare separatamente, come un accidente piovuto dal cielo, avulso dalla propria realtà socio economica, e culturale. Era un mondo che avrebbe bisogno della miglior letteratura, o della miglior cinematografia, per esser descritto. E grandi scrittori furono ispirati da quell’ambiente, come Luigi Pirandello, che soggiornò a Chianciano e vi ambientò due delle sue novelle: Pallino e Mimì ed Acqua amara.
Eppure non è abbastanza: per descrivere in pieno quel mondo la grande letteratura non è sufficiente. Un medium nuovo in quel periodo aveva raggiunto le nostre terre, ed i suoi neofiti iniziavano a scandagliare ogni angolo, ogni campo, ogni borgo, per metterne alla prova le possibilità espressive. Perchè la fotografia trasuda di storia, di persone, di ambienti, di atteggiamenti. In questa raccolta c’è una sintesi della enorme varietà delle umane fattezze: l’orgoglio e la posa, la contrazione e la vergogna, la timidezza, talvolta il terrore davanti alla macchina fotografica. C’è la povertà vera dei contadini, la compostezza degli abitanti del borgo, la vanità dei grandi proprietari.
L’evento storico è tutto nella smorfia di Leopoldo Paolucci in posa con la moglie, nell’orgoglio operaio dei lavoratori chiancianesi al ponte dei Roti, nella pompa magna di Fanello Fanelli, grande e vittorioso proprietario di Sarteano all’inizio del Novecento.
Scorrendo il catalogo le foto si richiamano a vicenda, andando a toccare ambiti strettamente intrecciati l’uno con l’altro. E’ per questo che la distinzione in tre parti che propongo non pretende di essere esaustiva. Ambienti, Persone e Lavoro sono tre ambiti dai confini molto labili: la stazione di Chiusi, autentico crocevia e collegamento della valle con il resto dell’Italia, è un ambiente, o forse non è anche la storia di persone, di vite, di lavoro?
La panoramica della piazza di Sarteano alla fine dell’Ottocento, con il mercato ed i carretti dei mezzadri che vengono quivi a vendere le loro magre eccedenze, ci racconta di un ambiente in cui ferveva l’attività lavorativa, ma anche un luogo di incontro per i paesani, dove si intrecciavano le diverse relazioni personali. Ed ancora la visita della regina madre Margherita di Savoia a Chianciano simboleggia l’importanza delle Terme come luogo di cura ed ambiente di svago, ma è anche il risultato del lavoro di tanti chiancianesi che hanno creduto nello sviluppo del paese come stazione termale (nelle sue fasi iniziali nel primo Novecento).

Era certamente più importante ricostruire la vita della comunità, ritrovare l’identità di luoghi che hanno conosciuto un intenso sviluppo turistico, ma le cui radici rimangono contadine e rurali. Illuminante, a tal proposito, questo frammento dell’introduzione di Michele Rak: ‘Le fotografie consentono di ricostruire storie familiari e dei paesi, architetture e strade. Sono le sezioni di una storia minima delle comunità con i loro gioielli, abiti, culti, decorazioni, gesti, tutti strumenti con i quali, giorno dopo giorno, è stata costruita un’identità che non può essere perduta senza dolori ed ansie che generano tensioni, paure, conflitti. In questo senso lavorare sull’identità locale è lavorare sulla vita civile’. L’ambientazione della mostra con gli strumenti originali del lavoro dei mezzadri vuol esser l’ideale contorno dell’apparato fotografico; l’atmosfera con la luce soffusa, ‘da cantina’, il giogo originale d’inizio secolo illuminato dal basso, la falce fienaia proveniente da un podere vicino ed identica in tutto a quella usata da Leopoldo Paolucci nel 1901 e poi la pala del pane, il frogiale, lo’zinale’, contribuiscono a restituire il più fedelmente possibile al visitatore l’atmosfera e la vita dei contadini in quegli anni già lontani da noi.
In linea con le impostazioni comunicative del Museo della Lana di Scanno, la vita di una comunità è stata ricostruita in un ambiente piccolo ma ricco di testimonianze.