Francesco Ghelli, LETTERATURA E PUBBLICITÀ, Carocci editore, Roma 2005
recensione di Maria Kravchenko 

    Questo libro può essere definito, con le parole del suo autore, «sia un’introduzione divulgativa sia un primo sondaggio di un campo non troppo esplorato» la pubblicità, il suo linguaggio, forme, metodi, obiettivi. La pubblicità viene esaminata in relazione alla letteratura, un legame stabilito sin dal titolo.
    Questi fenomeni possono esser percepiti più facilemente come lontani uno dall’altro, diversi, non vicini o simili. Invece Ghelli dimostra la loro affnità. Paragona la pubblicità e la letteratura cominciando dalla facilità nel rispondere alla domanda “Che cosa è la pubblicità?” e “Che cosa è la letteratura?”. Vengono determinate le funzioni di queste due attività umane, i loro realizzatori, i loro utenti, forme, l’uso delle figure retoriche, la presenza della finzione, il livello di difficoltà  della traduzione di un testo pubblicitario rispetto a quello letterario. Sia la pubblicità che la letteratura sono prima di tutto manipolazione della parola.
    In quest’analisi della pubblicità, vista comunque all’opposizione della letteratura, come se si cercasse di evidenziare la sua importanza culturale, artistica, ideologica. È l’idea che F.Ghelli esprime facendo la domanda “La pubblicità è l’arte?” e dando la risposta affermativa. Per esempio si sofferma sul ruolo dell’autore pubblicitario e dimostra l’importanza di essere “un grande artista”, non di meno che l’autore di un’opera artistica tradizionale (pittura, scultura); viene definito il legame fra la  pubblicità e il futurismo.
    Il primo capitolo fornisce definizioni ai termini letteratura, pubblicità, arte, spiega l’etimologia della parola advertisment, – nei due capitoli
seguenti si tratta della storia della pubblicità, la sua nascita, crescita e metamorfosi, a seconda dell’epoca e degli eventi storici. Questi due capitoli comprendono duecento anni della pubblicità in Francia, Inghilterra, America ed Italia, un periodo dal punto di vista temporale e geografico piuttosto ampio e difficile da esporre. C
    Come prima pubblicità italiana Ghelli menziona lo spot radiofonico dei prodotti Perugina con il riferimento ai Tre moschettieri di A.Dumas. Il primo slogan pubblicitario italiano è «A dir le mie virtù basta un sorriso» del dentifricio Kalikor nel 1912. La dovuta attenzione viene dedicata alla trasmissione italiana Carosello.
    Attraverso alle pubblicità dell’Ottocento si revela uno stretto legame con la letteratura e la cultura della nazione: “la pubblicità dall’inizio sfrutta la cultura nazionale”. Quanto gli agenti pubblicitari sfruttavano i testi letterari dei grandi scrittori, tanto gli scrittori si rivolgono all’argomento della pubblicità nei romanzi. Tra questi scrittori troviamo Balzac, Zola, Dreiser, Dickens, Wells, Joyce, V.Woolf, Céline, Perec, Primo Levi, Nabokov, Delillo.
    La decisione di F.Ghelli di dedicare il libro a un materiale così ampio – 200 anni della storia della pubblicità in 4 paesi – senza dubbio ha dietro di sé una ricerca complicata e lunga. Però lo studioso si limita piuttosto all’indicazione dei punti “crociali” del processo pubblicitario, senza entrare tanto nel dettaglio e senza favorire l’argomento della pubblicità italiana rispetto a quella degli altri paesi. Se il primo capitolo, teorico,  intratiene con la logicità di narrazione, spiegazione interessante e graduale dell’argomento, seguenti due capitoli non rappresentano tale coerenza, passando da un paese all’altro, da un tipo di pubblicità all’altro; un approccio più dettagliato, un focus sul periodo più stretto o su un solo aspetto dello sviluppo del fenomento pubblicitario potrebbe magari permettere di evitarlo.