Gianni Celati, FATA MORGANA
Milano, Feltrinelli, 2005, “I Narratori”, pp. 192, euro 15,00

Gianluca Freda


Esistono libri che sono espressione della transizione da un’epoca della storia e del pensiero ad un’altra; che danno la sensazione di agglomerare e rendere esplicite forme e momenti della psicologia di massa ancora nella fase germinale dell’evoluzione, percepibili in tendenza ma non ancora codificate, la cui penetrazione nella coscienza collettiva è giunta appena al primo livello. Naturalmente è assai presto per dire se questo Fata Morgana di Gianni Celati potrà in futuro essere annoverato tra i libri di questo tipo. Di sicuro, però, il senso di futuro che trapela dalla sua ironica e paradossale opera di pseudo-divulgazione etnografica è poderoso.

Il libro è una fantastica ricostruzione antropologica dell’immaginario popolo dei Gamuna, che l’autore, dalla sua casa in Normandia, finge di elaborare sulle carte dei viaggiatori che presso quel popolo hanno soggiornato: il suo amico Victor Astafali, la suora vietnamita “sorella Tran”, il pilota argentino Augustin Bonetti. Quella dei Gamuna sembra la classica terra post-apocalittica della fantascienza classica, con la differenza che qui l’Apocalisse è stata silenziosa e inspiegabile. I precedenti abitatori di quel territorio sono semplicemente spariti all’improvviso, misteriosamente, senza lasciare tracce, abbandonando tutto ciò che avevano.
La popolazione Gamuna, spuntata da chissà dove, ha preso possesso della loro terra e dei loro beni, stravolgendone l’uso in una divertente profanazione del consumismo: gli abiti trovati negli armadi vengono indossati a casaccio, le automobili, abbandonate a marcire sulla strada, diventano rifugi per la pennichella pomeridiana, le scuole diventano templi funerari, le macerie delle case franate punti di ritrovo notturni dove riunirsi a conversare. Perfino gli hotel di lusso, caduti in rovina, diventano luoghi di socializzazione, una volta destinati ad ospitare le rituali defecazioni collettive del mattino.

I Gamuna fanno strame del materialismo, considerando la realtà nient’altro che un fenomeno di “Fata Morgana”, cioè un miraggio, una “scintilla d’iridescenza”, una “illusione destinata a durare solo per quel brevissimo attimo in cui i raggi del sole fanno brillare qualche sparso granello di polvere desertica nell’aria”; disconoscono l’individualismo, sottoponendo i giovani ad un rituale d’iniziazione in cui vengono costretti col viso negli escrementi, mentre gli anziani ripetono la formula “tu sei questo”, a sottolineare l’indistinzione dell’umano dalla materia del mondo; scherniscono la scienza, deridendo chi tenta di avvicinarsi alla loro lingua – fatta di suoni che esprimono stati umorali più che concetti – con la metodologia di ricerca.

I Gamuna non credono nel futuro, ma solo in un presente allucinogeno che tutto avvolge, sottolineato dalla frequenza ossessiva del deittico ta (“questo”) nel loro idioma. Con tutto ciò, Celati non ha scritto affatto un libro utopico, ma piuttosto profetico. La società dei Gamuna è tutt’altro che una società ideale, su di essa grava un senso d’inutilità della vita e di noia struggente che genera stati di malumore, depressione e spesso follia tra i visitatori del luogo. Gamuna Valley sembra essere l’anno zero della civiltà occidentale, il dopobomba di rovine su cui ricostruire dal nulla un sistema di valori e rapporti umani, dopo che ogni mito e ogni certezza su cui si fondavano i vecchi schemi relazionali sono stati rasi al suolo o ridotti in rovina.
I Gamuna non somigliano a un traguardo, ma piuttosto a un nuovo, faticoso inizio; non alludono alla perfezione, ma presagiscono una trasformazione, una “mutazione” imminente della specie umana, anzi, già in corso, che consiste, per usare le parole dell’autore, in questo: “l’uomo si ritira nella propria oscurità materica, come in un antro oscuro pieno d’organi in cui nessuno potrà mai più specchiarsi o identificarsi”. Fata Morgana è un libro che fonde echi di Swift, Buzzati e Calvino lasciando respirare ad ogni pagina un’aria da fine di un’epoca, da transizione in corso. Ad ogni paragrafo può sembrare di scorgere, come in una visione lisergica, scorci fuggevoli di un futuro prossimo, di cui ci pare già di distinguere le prime fattezze, troppo incombenti per non lasciare inquieti.