Laboratorio di Lettura e Scrittura
Didattica e ricerca per le opere di parole e di immagini

"La Campagna Romana da Hackert a Balla"

22 novembre 2001 - 24 febbraio 2002
Museo del Corso - Roma

di Raffaella Cavalieri

Friedrich Preller il giovane, Vista di Olevano dalla collina della Serpentara, 1862La pittura di paesaggio italiana ed europea come ricostruzione del quadro della Campagna Romana, tanto mutato nel corso degli ultimi due secoli: tale è lo scopo della mostra aperta il 22 novembre 2001 al Museo del Corso di Roma, che si protrarrà fino al 24 febbraio 2002.
Jakob Philipp Hackert, La Cascata dell'Aniene a Tivoli, 1769 I cento dipinti esposti, provenienti da musei italiani e stranieri e da collezioni private, sono stati suddivisi tematicamente per dimostrare l'evoluzione della città di Roma ed il passaggio da città ancora agreste - il connubio tra città e campagna è protagonista nei dipinti di Wilhelm Friedrich Gmelin, Franz Keiserman, Giovan Battista Bassi, Jean-Baptiste-Camille Corot - a metropoli che divora la campagna fino a lambire i Castelli Romani, nei dipinti di Jakob-Philipp Hackert, Achille Pinelli, Gustav Wilhelm Palm, Carel Max Quaedvlieg e Vincenzo Morani, che ritraggono diverse scene ambientate tra Castel Gandolfo, Grottaferrata, Frascati e Monte Porzio. Simone Pomardi, Veduta del Ponte Lucano da monte, 1802
Per tutto il Settecento Roma è stata al centro del Grand Tour e dell'attenzione dei viaggiatori di tutta Europa. Ben presto anche la Campagna Romana comincia ad attrarre pittori e scrittori, tra cui René de Chateaubriand che nella lettera del 1804 al Marchese de Fontanes descrive il fascino di questo territorio.
Ciò che in pittura viene denominato come Campagna Romana, comprende la zona che circonda Roma e si estende a nord, fino a Civitavecchia, il Soratte, e la riva destra del Tevere; a sud fino a Terracina e che nella fascia interna va dai Monti Tiburtini ai Lepini ed agli Ausoni. Questa appariva ai viaggiatori stranieri come una terra di silenziosa solitudine. Jean-Baptiste-Camille Corot, Ponte Milvio e la Campagna Romana dalle pendici di Monte Mario
Chateaubriand stesso scrive: " Voi avete letto, mio caro amico, tutto ciò che è stato scritto a questo proposito, ma non so se i viaggiatori sono stati in grado di rendervi l'idea esatta del quadro che presenta la Campagna Romana. Immaginatevi la desolazione di Tiro e di Babilonia di cui parlano le Scritture; un silenzio ed una solitudine grande quanto il rumore ed il tumulto degli uomini che un tempo affollavano questo suolo. Non si vedono uccelli, né uomini al lavoro, nessun movimento campestre, nessun gregge, nessun villaggio. Si direbbe che nessuna nazione abbia osato succedere ai dominatori del mondo nella loro terra natale". Questa solitudine è rotta qua e là solo dalla presenza di antiche rovine, resti di civiltà ormai scomparse. Nei viaggiatori che venivano da paesi europei di avanzata civiltà pre-industriale, l'incontro con un mondo che sembrava appartenere a lontane stagioni dell'umanità, lascia un segno interiore: " Niente è paragonabile alla bellezza delle linee dell'orizzonte romano, della dolce inclinazione dei piani ed i contorni soavi e sfuggenti delle montagne che lo delimitano". Le parole di Chateaubriand sono tradotte nei dipinti di questi artisti ed in particolar modo di J.-B.-C. Corot, interprete della pittura dal vero, la cui prima regola era "eseguite scrupolosamente ciò che vedete". Enrico Coleman, Carrettiere a vino presso una fontana della Campagna
Agli occhi dei viaggiatori e dei pittori la Campagna Romana comincia a popolarsi: si rappresentano i contadini al loro lavoro, le feste per la vendemmia, gli animali, poi la vita quotidiana, si eseguono ritratti di giovani ragazze, la tipica pastora malinconica con il suo gregge, la caccia ed infine il buttero con la sua mandria.
Non è da dimenticare poi che il fenomeno del Grand Tour era nato con lo spirito di mettersi in contatto con le grandi eredità del passato, e soprattutto con Roma: una parte del percorso della mostra è quindi dedicata alla sopravvivenza dell'antico in templi, acquedotti e rovine: Giulio Aristide Sartorio, Foro Appio, 1920 "Benché Roma, vista dall'interno, somigli oggi alla maggior parte delle città europee, conserva ancora un carattere molto particolare: nessun'altra città offre una simile combinazione di architettura e di antiche rovine"
La mostra prosegue con un itinerario dedicato alla rappresentazione delle Paludi Pontine ed al mare. Chiudono la mostra le opere di Sartorio, Cambellotti e Balla, ultimo grande interprete che ritrae nei suoi quadri angoli della Campagna Romana direttamente contigui alla città. In seguito alla bonifica delle Paludi Pontine, alla nascita di nuove città, e soprattutto, all'espansione di Roma, la fisionomia di questo territorio è notevolmente mutata. Le immagini raccolte ed esposte in questa mostra, che rappresentano documenti importanti di un periodo storico ed umano, offrono al visitatore un viaggio nella memoria di questi luoghi.