Laboratorio di Lettura e Scrittura
Didattica e ricerca per le opere di parole e di immagini

Mostra di Nobuyoshi Araki e Centro Pecci

di Beatrice Guarneri
già in
"Il Ponte", 6 (Giugno 2000)

È in corso al “Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci” di Prato una grande mostra intitolata Viaggio Sentimentale (Sentimental Journey) dedicata al fotografo giapponese Nobuyoshi Araki. Si tratta di una mostra antologica che ripercorre, attraverso migliaia di foto, le tappe più importanti degli ultimi 15 anni di attività artistica del fotografo.Vi si trovano foto di dimensioni e soggetti diversi: dai grandi formati delle coloratissime immagini floreali, ai suggestivi cieli di Tokio, all’incalzante e caotica vita cittadina, immortalata in centinaia di foto di piccolo formato, fino alla documentazione realistica e concreta delle polaroid. La complessa personalità di Araki emerge e si documenta attraverso le fotografie, come un diario che, arricchito quotidianamente, ritrae e coinvolge il mondo esterno, rivelando, ad un tempo, la propria interiorità. L’ossessione costante per la produzione di immagini esprime un bisogno di comunicazione, di dialogo, che Araki instaura, senza indugio, con il pubblico a cui confida i propri desideri, sogni ed incubi.

Su questa mostra in particolare, e più in generale sull'attività del “Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci”, abbiamo intervistato il direttore Prof. Italo Moscati.

La mostra del fotografo giapponese Araki ha suscitato polemiche e scandali per il carattere “pornografico” (questa l’accusa) di alcune fotografie. Cosa pensa in proposito?

Contesto il fatto che la mostra sia pornografica. È una mostra antologica di un fotografo giapponese molto noto la cui grandezza non è definita da noi, con questa mostra. In particolare Ettore Sottsass, che è un artista italiano che ha rapporti anche col Giappone, conosce bene Araki e riferisce una serie di opinioni sue (ma anche dell’ambiente artistico e culturale mondiale) secondo le quali questo è un grande fotografo, di quelli che vale la pena avvicinare e studiare.

È un fotografo che ha un interesse utopico: pensa che con la macchina fotografica si possa catturare il mondo, e l’idea della mostra è proprio fondata, oltre che sulle opere più squisitamente caratterizzate (quelle cioè con delle immagini ampie, grandi), su tutta una serie di immagini piccole o piccolissime, fino alla polaroid, che testimoniano questa sua arrampicata sugli specchi della realtà per poterla documentare. Quindi siamo di fronte ad un artista che lancia una sfida contro il “Golia” della realtà contemporanea con la fionda della macchina fotografica. È chiaro che, in questo modo, Araki si pone come una specie di cacciatore di farfalle, per così dire, e la sua collezione è la più vasta possibile: ci sono soggetti di vario tipo, soggetti che vanno dai fiori, alla città di Tokio, alle amicizie, alla moglie, alle donne, e quindi è un giro a 360° intorno al globo immaginario, e non per tentare di afferrarlo. Quasi tutti gli artisti più bravi si trovano di fronte ad una realtà che sfugge loro dalle dita e di cui danno dei frammenti: siamo di fronte a questa grande fatica dell’artista contemporaneo, aggredito dalle immagini, che a sua volta aggredisce con delle immagini.

Quindi lungi dalla pornografia. Lo scandalo mi è sembrato inutile, anche un po’ pretestuoso e fuori contesto, anche se poi ha avuto, come spesso succede, l’effetto di svegliare intorno a questa mostra un interesse anche nelle persone che probabilmente non sarebbero venute a visitarla. Anche lo scandalo, cambiato di segno, a volte serve: così gli strali dei moralisti contribuiscono (invece di realizzare un’operazione di diffida) a incrementare l’interesse. Il rapporto con l’arte ne risulta un po’ falsato, perché diventa, appunto, filtrato da considerazioni extra-artistiche, che sono rispettabili, ma che in questo contesto (visto che si parla di un artista e di arte) non sono giustificate.

Quindi io considero questa mostra un altro capitolo della “riscossa” del Centro d’Arte Contemporanea di Prato: le mostre precedenti, la mostra Sottsass, la mostra Richter, e questa, sono obiettivamente tante tappe di una rivincita su un passato sul quale è bene veramente stendere un velo pietoso. Attraverso alcune mostre, il prestigio del Centro è stato per un certo periodo abbastanza buono e riconosciuto, perché in Italia non c’erano altri centri d’arte contemporanea che avessero investito, per ospitare arte contemporanea, addirittura anche nelle pareti. Adesso le cose stanno cambiando, la concorrenza sull’arte contemporanea sta diventando notevole e diventerà ancora più forte ed impegnativa, e noi abbiamo dato una risposta, credo, all’altezza di questa concorrenza: quello che succederà domani lo staremo a vedere.

Quest’ansia del voler documentare e carpire la realtà scattando continuamente fotografie ai soggetti più disparati, non va, secondo lei, a scapito della ricerca, del labor limae, e quindi, in ultima analisi, del valore artistico?

Araki ha due modi sostanziali di aggredire la realtà (ma forse anche l’irrealtà), di fermare nelle immagini qualcosa che la sua sensibilità gli suggerisce. Uno è quello dell’aggressione quasi da reportage, anche se il suo lavoro non ha nulla di giornalistico, perché obiettivamente è fatto con una profondità, un’attenzione e uno scrupolo estetico al di là del foto-giornalismo. Però, certamente, la sua pulsione artistica si sviluppa anche attraverso questo pedinamento della realtà, su una base documentaria del tutto personale, soggettiva (non c’è nessuna oggettività nelle cose che lui racconta). Dall’altro lato ci sono, invece, delle immagini che sono molto curate, fatte in studio, sceneggiate se non addirittura messe in posa. Sono l’altra faccia della medaglia. Secondo me in mezzo ci sta l’artista: da un lato pressato dal documento, sia pure sulla base personale, dall’altro, invece, proteso a dare forma alle sue immagini, ai suoi sogni e anche ai suoi incubi, perché Araki dà forma anche ai suoi incubi.

Ampliando, invece, lo sguardo su un panorama più generale, cosa pensa della “fortuna” dell’arte contemporanea in questo momento? Come si inserisce, in questo senso, l’attività del Museo Pecci?

L’arte contemporanea passa un momento curioso, molto contraddittorio. Dopo che per molti anni la si è dimenticata, all’improvviso la si è scoperta: tutti vogliono fare musei di arte contemporanea. A Roma ce n’è uno in programma che costa, pare, un centinaio di miliardi; a Firenze il Meccanotessile “scomoda” (anche se pare che sia stato lui a “scomodarsi” interessandosi alla prospettiva di un museo d’arte contemporanea) addirittura Bill Gates; a Trento c’è un centro d’arte contemporanea che funziona, a Rivoli pure, a Siena, ecc. Tutto questo interesse è un po’ sospetto perché cade in un periodo in cui l’arte contemporanea non passa un grande momento creativo, anzi, un critico illustre come Gillo Dorfles ha detto in maniera molto precisa e specifica, che l’arte contemporanea oggi è in difficoltà. Ci siamo lasciati alle spalle gli anni felici, belli, produttivi, stimolanti del dopoguerra, dell’avanguardia (quella americana, ma anche quella italiana degli anni ’60) e adesso c’è una situazione molto diversificata, molto frammentaria, che richiede un lavoro paziente di ricostruzione di un tessuto dove si capisca quali sono i valori in campo (al di là di “incapricciamenti” di qualche critico, che però durano un tempo molto labile), quindi c’è bisogno di fare un lavoro serio. Io penso che facendo delle antologiche come quella di Sottsass, come quella di Richter, come quella di Araki, abbiamo favorito la riflessione su quella che è un’avventura ancora in corso, trattandosi di artisti viventi (alcuni avanti con l’età, altri più giovani, come Araki). Sono tre importanti figure, diversissime tra loro: Sottsass si occupa dell’arte applicata; Richter è un artista squisitamente d’avanguardia; Araki è un fotografo. Questo ci consente di approfondire la riflessione sulle vicende dell’arte contemporanea dal dopoguerra ad oggi.

Dall’altro lato nella prossima mostra dedicata ai giovani italiani al di sopra dei 35 anni, Futurama, guardiamo anche a quelle che sono delle realtà che stanno nascendo. Queste mostre sui giovani avverranno ogni anno a giugno-luglio, come attenzione del Centro per tutto ciò che è produzione artistica fatta da nuovi artisti emergenti ma che, comunque sia, abbiano già una loro consistenza. Andiamo alla scoperta, ma cerchiamo delle figure che abbiano un certo spessore e che non cadano il giorno successivo alla segnalazione. Ci piacerebbe fare un lavoro di approfondimento e di riflessione, e d’altra parte un lavoro di ricerca e di sensibilità verso il nuovo.

In una realtà così difficile e rivolta verso il passato, quale è Firenze e la Toscana, come le è sembrata la risposta da parte del pubblico, nei confronti delle iniziative del Centro?

Firenze e la Toscana sono l’antico e il classico. Per quanto riguarda l’arte contemporanea è una sfida durissima. Però se dovessimo stare ai numeri dovremmo dire che noi abbiamo avuto con Sottsass, con Richter, e stiamo avendo con Araki dei risultati di partecipazione come mai si sono registrati nella storia del Centro. Per cui, probabilmente, se con Sottsass siamo arrivati a undicimila, con Richter a sedicimila, con Araki arriveremo a ventimila circa. Quindi credo obiettivamente che questo porti molta acqua al mulino della frequenza quanto meno, anche se noi non cerchiamo l’“auditel”, come la televisione, però ci fa piacere che la gente venga e conosca. Si è verificato, inoltre, un aumento di vendita dei cataloghi, che si sono fatti più spessi e più ponderosi, ma anche più analitici, e poi abbiamo qui dentro al Centro un polmone di iniziative: il Centro di dipartimento ed educazione, il CID (Centro di Documentazione), la Sezione Eventi, che non fanno altro che portare pubblicità, interesse e persone all’arte contemporanea.

L’arte contemporanea, qui, è non riverita, ma studiata e cercata: non siamo un museo che contempla le opere come se fossero dei “totem”, ma vogliamo diventare una sorta di patrimonio, contro le resistenze che ci sono. La gente si mette in guardia, dice di non capire, però poi viene qui e scopre, ad esempio, che i bambini fanno arte d’avanguardia spontaneamente, perché costruiscono spontaneamente le cose sulla base della loro sensibilità. Non ci piace l’arte per pochi, e vorremmo che l’arte per pochi, comunque sia, venisse conosciuta da molti, magari anche rigettata, respinta, perché non è detto che si debba imporre un’arte, né le correnti, né gli artisti. La gente deve reagire sulla base delle proprie capacità di comprensione, a seconda anche delle proprie emozioni, ma deve rendersi conto di avere gli strumenti per farlo, questo è sicuro.

Proprio dal punto di vista della sensibilizzazione, io ogni giorno cerco di fare in modo che nella città si parli di questo Centro. A volte questo avviene anche indipendentemente dalla nostra volontà per le polemiche che scoppiano, e che sono polemiche dovute al fatto che questo Centro d’Arte Contemporanea è diventato un simbolo. È sostanzialmente il simbolo della città: una parte della città se n’è innamorata, un’altra parte in qualche modo, gelosamente, vorrebbe farne un oggetto diverso da quello che è. Probabilmente viene strattonato da tutte le parti perché ognuno gli vuole dare un’immagine che corrisponda ai propri interessi particolari, e il Centro deve fare una sintesi, ma allo stesso tempo deve scavalcarle tutte e trovare da solo una strada, perché non può perdersi nelle polemiche, né nella faticosa necessità di dirimere contrasti e dispute che lasciano un po’ il tempo che trovano, che appartengono al passato del museo e non al suo futuro.

Per concludere: come vede, in relazione al Museo Pecci, la ormai sempre più probabile nascita di un Museo d’Arte Contemporanea a Firenze?

C’è questa possibilità (che non vorrei che si verificasse), che la nascita di un museo d’arte contemporanea a Firenze nell’ex Meccanotessile si traducesse in una contrapposizione controproducente tra Prato e Firenze. Bisognerebbe che la politica pensasse a quelle che sono le prerogative del Centro che si sono formate e organizzate negli anni, e che quindi non si creassero dei doppioni, ma che si creasse un’intelligente divisione di compiti. Qui c’è, ad esempio, un centro di documentazione e sarebbe assurdo farne un doppio: potrebbe servire a tutti e due. Qui noi abbiamo impostato l’attività su due piani, quello della riflessione antologica e quello della ricerca, quindi non credo che sia giusto e utile (e anche economicamente compatibile con gli interessi regionali) fare dei doppioni o delle sovrapposizioni. Anche se venisse un industriale importante e certo geniale come Bill Gates, sarebbe il museo di Bill Gates e della sua compagnia, rispecchierebbe, probabilmente, i punti di vista di un industriale, seppure con ampie vedute. Bill Gates ha comprato, peraltro, immagini in Italia, compresa Firenze (credo gran parte degli Alinari, i codici di Leonardo), è quindi un uomo attento a ciò che significa mettere in archivio e conservare per poi utilizzare, anche commercialmente. Si verrebbe a premiare l’intraprendenza di un imprenditore di sicuro successo e di sicura inventiva, ma questo farebbe diventare il Centro avulso da una situazione in un territorio dove c’è chi ha lavorato per anni, al di là di tutti i guai che sono successi, portando dei risultati che oggi si vedono come non si sono mai visti. Quindi creare delle situazioni di doppione, di competizione, potrebbe rivelarsi una forma di soffocamento, uno spossessamento di ciò che il territorio può produrre: servono dei progetti, servono delle riflessioni, poi alla fine si vedrà chi lavora meglio.