L'ULTIMO ALCHIMISTA di Micah Nathan,

Sonzogno Editore, 2006

di Walter Ingrassia per il RAK GROUP

 

"[...] se c'è una cosa che ho imparato qui all'Aberdeen, è che non bisogna mai giudicare qualcuno dalle apparenze" (p. 291) e se ne accorge presto anche lo squattrinato orfano Eric Dunne, appena giunto al celebre college. Grazie ad una preparazione meticolosa ed attenta viene notato ed introdotto prima nell'esclusivo gruppo di ricerca del dottor Cade e poi, una volta trasferitosi nella sua villa, iniziato dai colleghi Art e Dan ai segreti dell'alchimia. Ben presto Eric si accorgerà che "[...] luoghi simili [...] non restituiscono mai quel che portano via. È il prezzo che chiedono [...] La nostalgia si trasforma in una lente scura, la promessa dell'immortalità muta pelle, e ti ritrovi a scivolare, inosservato, tra le ombre dei giganti della tua vita, ormai troppo stanchi per accorgersene" (p. 12).

L'architettura tripartita dell'opera, anticipata da un prologo, scandisce il procedere dell'azione ed accompagna Eric tra festini a base di pasticche e marijuana, per i corridoi dell'università fino alla magica Praga, alla ricerca di un misterioso manoscritto che sarà il detonatore di morti atroci e penose introspezioni fino al definitivo allontanamento.

Rispetto ad un intreccio semplice e facilmente intuibile sin dalla prime pagine, l'azione rimane spesso schiacciata da un costante e a volte nevrotico approfondimento psicologico dei personaggi che rallenta ed appesantisce il procedere degli eventi. Se l'apatia di un protagonista che non agisce ma è agito diviene tratto distintivo di tutta l'opera - sin dal prologo in cui ripercorre le strade che conducono all'Aberdeen e alla casa del dottor Cade ( "[...] quando il debito è stato saldato capisci che il tuo tempo è scaduto non dal rintocco di una campana, ma dal fruscio lieve dell'apatia" - p. 12) - l'unica figura che incarna il bisogno di indagine tra misteri e segreti intrigando contemporaneamente il lettore è quella del fumoso ed evanescente Cornelius, bibliotecario alchimista, maschera imprevedibile, sempre cangiante e misteriosa.

La storia si rivela, allora, un girotondo di apparenze e supposizioni che si limita a tenere a distanza il lettore senza coinvolgerlo. Sebbene, infatti, tutto il racconto proceda attraverso le parole di Eric riportate in prima persona come in un diario, il ridursi dell'azione impedisce a chi legge di parteciparvi pienamente.

La forte caratterizzazione psicologica dei personaggi stride a volte con le continue dissimulazioni che funzionano, invece, quando permettono al lettore di giocare con i personaggi fino al finale. Se l'intreccio narrativo risulta piatto e lento per metà del testo, solo da pagina 286 l'arco tensivo comincia a tendersi grazie ai climax che, tuttavia, si rivelano a tratti insopportabili quando all'azione si sostituisce l'indagine psicologica che rende la pagina claustrofobica.

Attratto da un titolo affascinante il lettore curioso si avvicina a questo istant book con l'illusione di poter capire o meglio carpire segreti e storie dell'alchimia, venendo puntualmente deluso da una trama dove la ricerca della pietra filosofale è contemplata solo come motore narrativo. Da queste premesse sembra proprio che con L'ultimo alchimista chi legge si trovi di fronte all'ennesimo esempio degli innumerevoli figli del Codice Da Vinci dove, come illustra Loredana Lipperini, "da una parte la nobiltà del manufatto dove si cela il mistero, o comunque la presenza nella trama di illustrissimi della letteratura, o dell'arte, o della scienza (Dante, Galileo, Leonardo) lusingherebbero il lettore fornendogli un falso status culturale. D'altro canto, la possibilità di spiegare il caos del mondo con una semplice cospirazione rassicurerebbe i consumatori dell'immaginario, che questo continuerebbero a cercare sin dai tempi del vecchio best-seller firmato Pauwels e Bergier, Il mattino dei maghi, e poi nei tormenti televisivi di Fox Mulder e Dana Scully" .