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Alvaro
Oliveros è nato nel 1960 a Maracaibo in Venezuela. Vive a Roma
intrecciando il lavoro di scenografo all'attività di artista .
Un artista passionale e idealista che attraverso le sue opere pone interrogativi
sulla donna, la natura, le differenze tra Vecchio e Nuovo Mondo. La sua
risposta è sempre ottimista, un inno all'amore, un messaggio di
rispetto e di pace. I suoi quadri riflettono i colori solari, brillanti,
caldi, armoniosi della sua terra di origine.
Da
quanto tempo vive in Italia?
Sono arrivato in Italia 11 anni fa con l'intenzione di frequentare
la Facoltà di Architettura e invece mi sono iscritto all'Accademia
di Belle Arti ottenendo il diploma di scenografo. Io vengo dalla grafica
come idee, per la pittura sono autodidatta.
Nella
mostra ha messo un testo verbale accanto a ciascun testo iconico, per
spiegarne il significato. Non la solita didascalia con notazioni tecniche.
Mi sembrava troppo brutto. Tutto quello che dicono i miei quadri riflettono
una poetica, nella quale ha origine il sentimento del quadro. Il quadro
appartiene alla persona che vi si può identificare. Questa mostra
fa parte di un progetto più ampio che ho intenzione di realizzare,
per la diffusione della cultura venezuelana. Infatti il giorno dell'inaugurazione
della mostra c'è stato un assaggio di cucina venezuelana. Il progetto
prevede di presentare altre cose, la vita quotidiana, la vita dell'emigrante,
ad esempio italiano, in Venezuela. Ormai gli emigranti fanno parte della
nostra cultura. Maracaibo è un porto, sono arrivati emigranti da
tutte le parti del mondo. Io penso che tutto il processo culturale, storico,
è un ciclo, di conseguenza anche l'arte. E' sempre un ciclo. Le
cose che sono successe in Europa tanto tempo fa, stanno succedendo orain
Venezuela, magari questo non si può credere tanto, sembrano cose
fantastiche, però è la verità.
Il
punto di contatto è il mito?
Il mito è la tradizione magica in Latino America. Il mito è
l'immagine fantastica di quello che è l'essenza dell'uomo. Per
esempio il mito di Narciso rappresenta la vanità dell'essere umano.
In Latino America il realismo magiconasce dal confronto con le altre culture.
In Europa è molto più razionale, voi avete avuto un processo
per il quale avete già passato questa fase. Un gradino più
evoluto, anche per le dimensioni geografiche. L'Europa è un continente
piccolo con tanti paesi diversi tra loro. Accelerate il processo di razionalità.
C'è un contrasto tra quello che noi stiamo facendo adesso e voi
avete fatto tanto tempo fa. E' da lì che parte il realismo magico,
è questa l'essenza. Spesso si perde di vista perché la realtà
a volte ha più fantasia della fantasia. Quello che rimane è
il mito. Il mito parla di cose fantastiche, si perde di vista l'essenza
dell'essere umano.
In
Bonifacio, ad esempio, denuncia l'azione dell'uomo sulla natura.
Bonifacio è uno dei quadri che raccontano della scomparsa delle
sirene dal lago Maracaibo. In un racconto mitologico si narra che quando
ancora il lago era puro ai pescatori del lago apparivano le sirene, dopo
è stato contaminato dall'uomo e le sirene e tutte le creature che
vivono sott'acqua se ne sono andate perché il lago è inquinato.
Io ho combinato questa cosa con l'assenza delle sirene dal lago Maracaibo
per la contaminazione. Maracaibo è una zona petrolifera. Va bene
il progresso ma si devono conservare le cose, avere il rispetto per la
cultura, le tradizioni, la bellezza del lago, tutte queste cose sono là,
altrimenti si impoverisce la società. L'uomo è in disequilibrio
in questo momento. La tecnica ha dimenticato l'altra parte che è
molto importante, c'è molto più materiale che spirituale.
In questo secolo è importante il materiale, però se lasciamo
da parte completamente l'altra metàandiamo verso l'autodistruzione.
In
Nostalgia ha inserito un autoritratto. E nella didascalia relativa
fa riferimento al culto del "despecho": che cos'è?
Il "despecho" è una sfumatura malinconica, un modo
ironico di vedere il dolore per l'amore perso, per la lontananza dalla
propria terra. Il Despecho è la rottura del petto, del cuore, per
questo dolore così forte, una lacerazione, e di questo facciamo
una festa. E' ridere e piangere allo stesso tempo.
In
Bambino nel giardino, è lei quel bambino triste?
Si, descrive il mio mondo da piccolo, ero molto solitario, ero il primo
di sette figli, i miei genitori sono divorziati e mia madre ha dovuto
lavorare e lo ha fatto con grande coraggio. Questa cosa di quando ero
bambino mi è rimasta dentro. E' una critica al maschilismo sfrenato.
Non è soltanto dovuto agli uomini, è soprattutto la cultura
delle nostre madri.
C'è
una antropomorfizzazione della natura.
E' un confronto, una guerra, tra due fazioni. Sono i fiori che avevo
nel giardino, diventavano soldati. Mi sentivo solo, mia madre lavorava,
l'attenzione che dava a noi era molto poca, ora capisco il perché
. Mentre allora c'era questo bambino che non poteva fare altro che animare
tutto quello che c'era intorno per avere compagnia. Ad esempio l'uomo
nuvola, me lo ero creato, era come un amico invisibile lui mi accompagnava
sempre, saltava di casa in casa, andava dappertutto, lui era libero, a
differenza del bambino che é al di qua della rete, imprigionato.
Un tema centrale del suo lavoro è la donna, ad esempio in Erendira,
Pilar e Adamo, Le tre grazie.
Sono tributi alla donna. In Venezuela, come ho detto, c'è molto
maschilismo, la donna è considerata come un oggetto. Per me la
donna è la pietra miliare dell'umanità, queste opere sono
un canto alla madre, alla femminilità, alla complessità,
alla sensualità che si racchiude dentro quest'universo voluttuoso
pieno di passioni, emozioni, d'inferno e paradiso, guerra e pace, poesia
e oscenità.
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