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A cura di
Anselmo Grotti

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Anders: Tesi sull'età atomica

Guenther Anders, Der Mann auf der Brueke. Tagebuch aus Hiroshima und Nagasaki, apparso col titolo Essere o non essere, presso Einaudi, Torino 1961, nella traduzione di Renato Solmi

Le Tesi sull'eta' atomica sono un testo improvvisato dall'autore dopo un dibattito sui problemi morali dell'eta' atomica organizzato da un gruppo di studenti  dell'Universita' di Berlino-Ovest, e uscito nell'ottobre 1960 nella rivista "Das Argument - Berliner Hefte fuer Politik und Kultur"

Guenther Anders (pseudonimo di Guenther Stern, "anders" significa "altro" e fu lo pseudonimo assunto quando le riviste su cui scriveva gli chiesero di non comparire col suo vero cognome) e' nato a Breslavia nel 1902, fu allievo di Husserl e si laurẹ in filosofia nel 1925. Costretto all'esilio dall'avvento del nazismo, trasferitosi negli Stati Uniti d'America, visse di disparati mestieri. Tornato in Europa nel 1950, si stabili' a Vienna. E' scomparso nel 1992.

 Opere: Essere o non essere, Einaudi, Torino 1961; La coscienza al bando. Il carteggio del pilota di Hiroshima Claude Eatherly e di Guenther Anders, Einaudi, Torino 1962, poi Linea d'ombra, Milano 1992 (col titolo: Il pilota di Hiroshima ovvero: la coscienza al bando); L'uomo e' antiquato, vol. I (sottotitolo: Considerazioni sull'anima nell'era della seconda rivoluzione industriale), Il Saggiatore, Milano 1963, poi Bollati Boringhieri, Torino 2003; L'uomo e' antiquato, vol. II (sottotitolo: Sulla distruzione della vita nell'epoca della terza rivoluzione industriale), Bollati Boringhieri, Torino 1992, 2003; Discorso sulle tre guerre mondiali, Linea d'ombra, Milano 1990; Opinioni di un eretico, Theoria, Roma-Napoli 1991; Noi figli di Eichmann, Giuntina, Firenze 1995; Stato di necessita' e legittima difesa, Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole (Fi) 1997. Si vedano inoltre: Kafka. Pro e contro, Corbo, Ferrara 1989; Uomo senza mondo, Spazio Libri, Ferrara 1991; Patologia della liberta', Palomar, Bari 1993. In rivista testi di Anders sono stati pubblicati negli ultimi anni su "Comunita'", "Linea d'ombra", "Micromega".

 Su Anders:Pier Paolo Portinaro, Il principio disperazione. Tre studi su Guenther Anders, Bollati Boringhieri, Torino 2003

Tesi sull'eta' atomica

Hiroshima come stato del mondo. Il 6 agosto 1945, giorno di Hiroshima, e' cominciata un nuova era: l'era in cui possiamo trasformare in qualunque momento ogni luogo, anzi la terra intera, in un'altra Hiroshima. Da quel giorno siamo onnipotenti modo negativo; ma potendo essere distrutti ad ogni momento, cio' significa anche che da quel giorno siamo totalmente impotenti.

Indipendentemente dalla sua lunghezza e dalla sua durata, quest'epoca e' l'ultima: poiche' la sua differenza specifica, la possibilita' dell'autodistruzione del genere umano, non puo' aver fine - che con la fine stessa.

Eta' finale e fine dei tempi. La nostra vita si definisce quindi come "dilazione"; siamo quelli-che-esistono-ancora. Questo fatto ha trasformato il problema morale fondamentale: alla domanda "Come dobbiamo vivere?" si e' sostituita quella: "Vivremo ancora?". Alla domanda del "come" c'e' - per noi che viviamo in questa proroga - una sola risposta: "Dobbiamo fare in modo che l'eta' finale, che potrebbe rovesciarsi ad ogni momento in fine dei tempi, non abbia mai fine; o che questo rovesciamento non abbia mai luogo".

Poiche' crediamo alla possibilita' di una "fine dei tempi", possiamo dirci apocalittici; ma poiche' lottiamo contro l"apocalissi da noi stessi creata, siamo (e' un tipo che non c'e' mai stato finora) "nemici dell'apocalissi".

Non armi atomiche nella situazione politica, ma azioni politiche nella situazione atomica. La tesi apparentemente plausibile che nell'attuale situazione politica ci sarebbero (fra l'altro) anche "armi atomiche", e' un inganno. Poiche' la situazione attuale e' determinata esclusivamente dall'esistenza di "armi atomiche", e' vero il contrario: che le cosiddette azioni politiche hanno luogo entro la situazione atomica.

Non arma ma nemico. Cio' contro cui lottiamo, non e' questo o quell'avversario che potrebbe essere attaccato o liquidato con mezzi atomici, ma la situazione atomica in se'. Poiche' questo nemico e' nemico di tutti gli uomini, quelli che si sono considerati finora come nemici dovrebbero allearsi contro la minaccia comune. Organizzazioni e manifestazioni pacifiche da cui sono esclusi proprio quelli con cui si tratta di creare la pace, si risolvono in ipocrisia, presunzione compiaciuta e spreco di tempo.

Carattere totalitario della minaccia atomica. La tesi prediletta da Jaspers fino a Strauss suona: "La minaccia totalitaria puo' essere neutralizzata solo con la minaccia della distruzione totale". E' un argomento che non regge. 1) La bomba atomica e' stata impiegata, e in una situazione in cui non c'era affatto il pericolo, per chi la impiego', di soccombere a un potere totalitario. 2) L'argomento e' un relitto dell'epoca del monopolio atomico; oggi e' un argomento suicida. 3) Lo slogan "totalitario" e' desunto da una situazione politica, che non solo e' gia' essenzialmente mutata, ma continuera' a cambiare; mentre la guerra atomica esclude ogni possibilita' di trasformazione. 4) La minaccia della guerra atomica, della distruzione totale, e' totalitaria per sua natura: poiche' vive del ricatto e trasforma la terra in un solo Lager senza uscita. Adoperare, nel preteso interesse della liberta', l'assoluta privazione della stessa, e' il non plus ultra dell'ipocrisia.

Cio' che puo' colpire chiunque riguarda chiunque. Le nubi radioattive non  badano alle pietre miliari, ai confini nazionali o alle "cortine". Cosi',  nell'eta' finale, non ci sono piu' distanze. Ognuno puo' colpire chiunque ed  essere colpito da chiunque. Se non vogliamo restare moralmente indietro agli  effetti dei nostri prodotti (che non ci procurerebbe solo ignominia mortale,  ma morte ignominiosa), dobbiamo fare in modo che l'orizzonte di cio' che ci  riguarda, e cioe' l'orizzonte della nostra responsabilita', coincida con  l'orizzonte entro il quale possiamo colpire o essere colpiti; e cioe' che  diventi anch'esso globale. Non ci sono piu' che "vicini".  *  Internazionale delle generazioni. Cio' che si tratta di ampliare, non e'  solo l'orizzonte spaziale della responsabilita' per i nostri vicini, ma  anche quello temporale. Poiche' le nostre azioni odierne, per esempio le  esplosioni sperimentali, toccano le generazioni venture, anch'esse rientrano  nell'ambito del nostro presente. Tutto cio' che e' "venturo" e' gia' qui,  presso di noi, poiche' dipende da noi. C'e', oggi, un'"internazionale delle  generazioni", a cui appartengono gia' anche i nostri nipoti. Sono i nostri  vicini nel tempo. Se diamo fuoco alla nostra casa odierna, il fuoco si  appicca anche al futuro, e con la nostra cadono anche le case non ancora  costruite di quelli che non sono ancora nati. E anche i nostri antenati  appartengono a questa "internazionale": poiche' con la nostra fine  perirebbero anch'essi, per la seconda volta (se cosi' si puo' dire) e  definitivamente. Anche adesso sono "solo stati"; ma con questa seconda morte  sarebbero stati solo come se non fossero mai stati.  *  Il nulla non concepito. Cio' che conferisce il massimo di pericolosita' al  pericolo apocalittico in cui viviamo, e' il fatto che non siamo attrezzati  alla sua stregua, che siamo incapaci di rappresentarci la catastrofe.  Raffigurarci il non-essere (la morte, ad esempio, di una persona cara) e'  gia' di per se' abbastanza difficile; ma e' un gioco da bambini rispetto al  compito che dobbiamo assolvere come apocalittici consapevoli. Poiche' questo  nostro compito non consiste solo nel rappresentarci l'inesistenza di  qualcosa di particolare, in un contesto universale supposto stabile e  permanente, ma nel supporre inesistente questo contesto, e cioe' il mondo  stesso, o almeno il nostro mondo umano. Questa "astrazione totale" (che  corrisponderebbe, sul piano del pensiero e dell'immaginazione, alla nostra  capacita' di distruzione totale) trascende le forze della nostra  immaginazione naturale. "Trascendenza del negativo". Ma poiche', come  homines fabri, siamo capaci di tanto (siamo in grado di produrre il nulla  totale), la capacita' limitata della nostra immaginazione (la nostra  "ottusita'") non deve imbarazzarci. Dobbiamo (almeno) tentare di  rappresentarci anche il nulla.  *  Utopisti a rovescio. Ecco quindi il dilemma fondamentale della nostra epoca:  "Noi siamo inferiori a noi stessi", siamo incapaci di farci un'immagine di  cio' che noi stessi abbiamo fatto. In questo senso siamo "utopisti a  rovescio": mentre gli utopisti non sanno produrre cio' che concepiscono, noi  non sappiamo immaginare cio' che abbiamo prodotto.  *  Lo "scarto prometeico". Non e' questo un fatto fra gli altri; esso  definisce, invece, la situazione morale dell'uomo odierno: la frattura che  divide l'uomo (o l'umanita') non passa, oggi, fra lo spirito e la carne, fra  il dovere e l'inclinazione, ma fra la nostra capacita' produttiva e la  nostra capacita' immaginativa. Lo "scarto prometeico".  *  Il "sopraliminare". Questo "scarto" non divide solo immaginazione e  produzione, ma anche sentimento e produzione, responsabilita' e produzione.  Si puo' forse immaginare, sentire, o ci si puo' assumere la responsabilita',  dell'uccisione di una persona singola; ma non di quella di centomila. Quanto  piu' grande e' l'effetto possibile dell'agire, e tanto piu' e' difficile  concepirlo, sentirlo e poterne rispondere; quanto piu' grande lo "scarto",  tanto piu' debole il meccanismo inibitorio. Liquidare centomila persone  premendo un tasto, e' infinitamente piu' facile che ammazzare una sola  persona. Al "subliminare", noto dalla psicologia (lo stimolo troppo piccolo  per provocare gia' una reazione), corrisponde il "sopraliminare": cio' che  e' troppo grande per provocare ancora una reazione (per esempio un  meccanismo inibitorio).  *  La sensibilita' deforma, la fantasia e' realistica. Poiche' il nostro  orizzonte vitale (l'orizzonte entro cui possiamo colpire ed essere colpiti)  e l'orizzonte dei nostri effetti e' ormai illimitato, siamo tenuti, anche se  questo tentativo contraddice alla "naturale ottusita'" della nostra  immaginazione, a immaginare questo orizzonte illimitato. Nonostante la sua  naturale insufficienza, e' solo l'immaginazione che puo' fungere da organo  della verita'. In ogni caso, non e' certo la percezione. Che e' una "falsa  testimone": molto, ma molto piu' falsa di quanto avesse inteso ammonire la  filosofia greca. Poiche' la sensibilita' e' - per principio - miope e  limitata e il suo orizzonte assurdamente ristretto. La terra promessa degli  "escapisti" di oggi non e' la fantasia, ma la percezione.  Di qui il nostro (legittimo) disagio e la nostra diffidenza verso i quadri  normali (dipinti, cioe', secondo la prospettiva normale): benche' realistici  in senso tradizionale, sono (proprio loro) irrealistici, perche' sono in  contrasto con la realta' del nostro mondo dagli orizzonti infinitamente  dilatati.  *  Il coraggio di aver paura. La viva "rappresentazione del nulla" non si  identifica con cio' che si intende in psicologia per "rappresentazione"; ma  si realizza in concreto come angoscia. Ad essere troppo piccolo, e a non  corrispondere alla realta' e al grado della minaccia, e' quindi il grado  della nostra angoscia. - Nulla di piu' falso della frase cara alle persone  di mezza cultura, per cui vivremmo gia' nell'"epoca dell'angoscia". Questa  tesi ci e' inculcata dagli agenti ideologici di coloro che temono solo che  noi si possa realizzare sul serio la vera paura, adeguata al pericolo. Noi  viviamo piuttosto nell'epoca della minimizzazione e dell'inettitudine  all'angoscia. L'imperativo di allargare la nostra immaginazione significa  quindi in concreto che dobbiamo estendere e allargare la nostra paura.  Postulato: "Non aver paura della paura, abbi coraggio di aver paura. E anche  quello di far paura. Fa' paura al tuo vicino come a te stesso". Va da se'  che questa nostra angoscia deve essere di un tipo affatto speciale: 1)  Un'angoscia senza timore, poiche' esclude la paura di quelli che potrebbero  schernirci come paurosi. 2) Un'angoscia vivificante, poiche' invece di  rinchiuderci nelle nostre stanze ci fa uscire sulle piazze. 3) Un'angoscia  amante, che ha paura per il mondo, e non solo di cio' che potrebbe  capitarci.  *  Fallimento produttivo. L'imperativo di allargare la portata della nostra  immaginazione e della nostra angoscia finche' corrispondano a quella di cio'  che possiamo produrre e provocare, si rivelera' continuamente  irrealizzabile. Non e' nemmeno detto che questi tentativi ci consentano di  fare qualche passo in avanti. Ma anche in questo caso non dobbiamo lasciarci  spaventare; il fallimento ripetuto non depone contro la ripetizione del  tentativo. Anzi, ogni nuovo insuccesso e' salutare, poiche' ci mette in  guardia contro il pericolo di continuare a produrre cio' che non possiamo  immaginare.  *  Trasferimento della distanza. Riassumendo cio' che si e' detto sulla "fine  delle distanze" e sullo "scarto" tra le varie facolta' (e solo cosi' ci si  puo' fare un'idea completa della situazione), risulta che le distanze  spaziali e temporali sono state bensi' "soppresse"; ma questa soppressione  e' stata pagata a caro prezzo con una nuova specie di "distanza": quella,  che diventa ogni giorno piu' grande, fra la produzione e la capacita' di  immaginare cio' che si produce.  *  Fine del comparativo. I nostri prodotti e i loro effetti non sono solo  diventati maggiori di cio' che possiamo concepire (sentire, o di cui  possiamo assumerci la responsabilita'), ma anche maggiori di cio' che  possiamo utilizzare sensatamente. E' noto che la nostra produzione e la  nostra offerta superano spesso la nostra domanda (e ci costringono a  produrre appositamente nuovi bisogni e richieste); ma la nostra offerta  trascende addirittura il nostro bisogno, consiste di cose di cui non  possiamo avere bisogno: cose troppo grandi in senso assoluto. Cosi' ci siamo  messi nella situazione paradossale di dover addomesticare i nostri stessi  prodotti; di doverli addomesticare come abbiamo addomesticato finora le  forze della natura. I nostri tentativi di produrre armi cosiddette "pulite",  sono senza precedenti nel loro genere: poiche' con essi cerchiamo di  migliorare certi prodotti peggiorandoli, e cioe' diminuendo i loro effetti.  L'aumento dei prodotti non ha quindi piu' senso. Se il numero e gli effetti  delle armi gia' oggi esistenti bastano a raggiungere il fine assurdo della  distruzione del genere umano, l'aumento e miglioramento della produzione,  che continuano ancora su larghissima scala, sono ancora piu' assurdi; e  dimostrano che i produttori non si rendono conto, in definitiva, di che cosa  hanno prodotto. Il comparativo - principio del progresso e della  concorrenza - ha perduto ogni senso. Piu' morto che morto non e' possibile  diventare. Distruggere meglio di quanto gia' si possa, non sara' possibile  neppure in seguito.  *  Richiamarsi alla competenza e' prova d'incompetenza morale. Sarebbe una  leggerezza pensare (come fa, per esempio, Jaspers) che i "signori  dell'apocalissi", quelli che sono responsabili delle decisioni, grazie a  posizioni di potere politico o militare comunque acquisite, siano piu' di  noi all'altezza di queste esigenze schiaccianti, o che sappiano immaginare  l'inaudito meglio di noi, semplici "morituri"; o anche solo che siano  consapevoli di doverlo fare. Assai piu' legittimo e' il sospetto: che ne  siano affatto inconsapevoli. Ed essi lo provano dicendo che noi siamo  incompetenti nel "campo dei problemi atomici e del riarmo", e invitandoci a  non "immischiarci". L'uso di questi termini e' addirittura la prova della  loro incompetenza morale: poiche' in tal modo essi mostrano di credere che  la loro posizione dia loro il monopolio e la competenza per decidere del "to  be or not to be" dell'umanita'; e di considerare l'apocalissi come un "ramo  specifico". E' vero che molti di loro si appellano alla "competenza" solo  per mascherare il carattere antidemocratico del loro monopolio. Se la parola  "democrazia" ha un senso, e' proprio quello che abbiamo il diritto e il  dovere di partecipare alle decisioni che concernono la "res publica", che  vanno, cioe', al di la' della nostra competenza professionale e non ci  riguardano come professionisti, ma come cittadini o come uomini. E non si  puo' dire che cosi' facendo ci "immischiamo" di nulla, poiche' come  cittadini e come uomini siamo "immischiati" da sempre, perche' anche noi  siamo la "res publica". E un problema piu' "pubblico" dell'attuale decisione  sulla nostra sopravvivenza non c'e' mai stato e non ci sara' mai.  Rinunciando a "immischiarci", mancheremmo anche al nostro dovere  democratico.  *  Liquidazione dell'"agire". La distruzione possibile dell'umanita' appare  come un'"azione"; e chi collabora ad essa come un individuo che agisce. E'  giusto? Si' e no. Perche' no?  Perche' l'"agire"" in senso behavioristico non esiste pressoche' piu'. E  cioe': poiche' cio' che un tempo accadeva come agire, ed era inteso come  tale dall'agente, e' stato sostituito da processi di altro tipo: 1) dal  lavorare; 2) dall'azionare.  1) Lavoro come surrogato dell'azione. Gia' quelli che erano impiegati negli  impianti di liquidazione hitleriani non avevano "fatto nulla", credevano di  non aver fatto nulla perche' si erano limitati a "lavorare". Per questo  "lavorare" intendo quel tipo di prestazione (naturale e dominante, nella  fase attuale della rivoluzione industriale) in cui l'eidos del lavoro rimane  invisibile per chi lo esegue, anzi, non lo riguarda piu', e non puo' ne'  deve piu' riguardarlo. Caratteristica del lavoro odierno e' che esso resta  moralmente neutrale: "non olet", nessuno scopo (per quanto cattivo) del suo  lavoro puo' macchiare chi lo esegue. A questo tipo dominante di prestazione  sono oggi assimilate quasi tutte le azioni affidate agli uomini. Lavoro come  mimetizzamento. Questo mimetizzamento evita all'autore di un eccidio di  sentirsi colpevole, poiche' non solo non occorre rispondere del lavoro che  si fa, ma esso - in teoria - non puo' rendere colpevoli. Stando cosi' le  cose, dobbiamo rovesciare l'equazione attuale ("ogni agire e' lavorare")  nell'altra: "ogni lavorare e' un agire".  2) Azionare come surrogato del lavoro. Cio' che vale per il lavoro, vale a  maggior ragione per l'azionare, poiche' l'azionare e' il lavoro in cui e'  abolito anche il carattere specifico del lavoro: lo sforzo e il senso dello  sforzo. Azionare come mimetizzamento. Oggi, in realta', si puo' fare in tal  modo pressoche' tutto, si puo' avviare una serie di azionamenti successivi  schiacciando un solo bottone; compreso, quindi, il massacro di milioni. In  questo caso (dal punto di vista behavioristico) questo intervento non e'  piu' un lavoro (per non parlare di un'azione). Propriamente parlando non si  fa nulla (anche se l'effetto di questo non-far-nulla e' il nulla e  l'annientamento). L'uomo che schiaccia il tasto (ammesso che sia ancora  necessario) non si accorge piu' nemmeno di fare qualcosa; e poiche' il luogo  dell'azione e quello che la subisce non coincidono piu', poiche' la causa e  l'effetto sono dissociati, non puo' vedere che cosa fa. "Schizotopia", in  analogia a "schizofrenia". E' chiaro che solo chi arriva a immaginare  l'effetto ha la possibilita' della verita'; la percezione non serve a nulla.  Questo genere di mimetizzamento e' senza precedenti: mentre prima i  mimetizzamenti miravano a impedire alla vittima designata dell'azione, e  cioe' al nemico, di scorgere il pericolo imminente (o a proteggere gli  autori dal nemico), oggi il mimetizzamento mira solo a impedire all'autore  di sapere quello che fa. In questo senso anche l'autore e' una vittima; in  questo senso Eatherly e' una delle vittime della sua azione.  *  Le forme menzognere della menzogna attuale. Gli esempi di mascheramento ci  istruiscono sul carattere della menzogna attuale. Poiche' oggi le menzogne  non hanno piu' bisogno di figurare come asserzioni ("fine delle ideologie").  La loro astuzia consiste proprio nello scegliere forme di travestimento  davanti a cui non puo' piu' sorgere il sospetto che possa trattarsi di  menzogne; e cio' perche' questi travestimenti non sono piu' asserzioni.  Mentre le menzogne, finora, si erano camuffate ingenuamente da verita', ora  si camuffano in altre guise:  1) Al posto di false asserzioni subentrano parole singole, che danno  l'impressione di non affermare ancora nulla, anche se, in realta', hanno  gia' in se' il loro (bugiardo) predicato. Cosi', per esempio, l'espressione  "armi atomiche" e' gia' un'asserzione menzognera, poiche' sottintende,  poiche' da' per scontato, che si tratta di armi.  2) Al posto di false asserzioni sulla realta' subentrano (e siamo al punto  che abbiamo appena trattato) realta' falsificate. Cosi' determinate azioni,  presentandosi come "lavori", sono rese diverse e irriconoscibili; cose'  irriconoscibili, e diverse da un'azione, che non rivelano piu' (neppure  all'agente) quello che sono (e cioe' azioni); e gli permettono, purche'  lavori "coscienziosamente', di essere un criminale con la miglior coscienza  del mondo.  3) Al posto di false asserzioni subentrano cose. Finche' l'agire si traveste  ancora da "lavorare", e' pur sempre l'uomo ad essere attivo; anche se non sa  che cosa fa lavorando, e cioe' che agisce. La menzogna celebra il suo  trionfo solo quando liquida anche quest'ultimo residuo: il che e' gia'  accaduto. Poiche' l'agire si e' trasferito (naturalmente in seguito  all'agire degli uomini) dalle mani dell'uomo in tutt'altra sfera: in quella  dei prodotti. Essi sono, per cosi' dire, "azioni incarnate". La bomba  atomica (per il semplice fatto di esistere) e' un ricatto costante: e  nessuno potra' negare che il ricatto e' un'azione. Qui la menzogna ha  trovato la sua forma piu' menzognera: non ne sappiamo nulla, abbiamo le mani  pulite, non c'entriamo. Assurdita' della situazione: nell'atto stesso in cui  siamo capaci dell'azione piu' enorme - la distruzione del mondo - l'"agire",  in apparenza, e' completamente scomparso. Poiche' la semplice esistenza dei  nostri prodotti e' gia' un "agire", la domanda consueta: che cosa dobbiamo  "fare" dei nostri prodotti (se, ad esempio, dobbiamo usarli solo come  "deterrent"), e' una questione secondaria, anzi fallace, in quanto omette  che le cose, per il fatto stesso di esistere, hanno sempre agito.  *  Non reificazione, ma pseudopersonalizzazione. Con l'espressione  "reificazione" non si coglie il fatto che i prodotti sono, per cosi' dire,  "agire incarnato", poiche' essa indica esclusivamente il fatto che l'uomo e'  ridotto qui alla funzione di cosa; ma si tratta invece dell'altro lato  (trascurato, finora, dalla filosofia) dello stesso processo: e cioe' del  fatto che cio' che e' sottratto all'uomo dalla reificazione, si aggiunge ai  prodotti: i quali, facendo qualcosa gia' per il semplice fatto di esistere,  diventano pseudopersone.  *  Le massime delle pseudopersone. Queste pseudopersone hanno i loro rigidi  principii. Cosi', per esempio, il principio delle "armi atomiche" e' affatto  nichilistico, poiche' per esse "tutto e' uguale". In esse il nichilismo ha  toccato il suo culmine, dando luogo all'"annichilismo" piu' totale.  Poiche' il nostro agire si e' trasferito nel lavoro e nei prodotti, un esame  di coscienza non puo' consistere oggi soltanto nell'ascoltare la voce nel  nostro petto, ma anche nel captare i principii e le massime mute dei nostri  lavori e dei nostri prodotti; e nel revocare e rendere inoperante quel  trasferimento: e cioe' nel compiere solo quei lavori dei cui effetti  potremmo rispondere anche se fossero effetti del nostro agire diretto; e  nell'avere solo quei prodotti la cui presenza "incarna" un agire che  potremmo assumerci come agire personale.  *  Macabra liquidazione dell'ostilita'. Se il luogo dell'azione e quello che la  subisce sono, come si e' detto, dissociati, e non si soffre piu' nel luogo  dell'azione, l'agire diventa agire senza effetto visibile, e il subire  subire senza causa riconoscibile. Si determina cosi' un'assenza d'ostilita',  peraltro affatto fallace.  La guerra atomica possibile sara' la piu' priva d'odio che si sia mai vista.  Chi colpisce non odiera' il nemico, poiche' non potra' vederlo; e la vittima  non odiera' chi lo colpisce, poiche' questi non sara' reperibile. Nulla di  piu' macabro di questa mitezza (che non ha nulla a che fare con l'amore  positivo). Cio' che piu' sorprende nei racconti delle vittime di Hiroshima,  e' quanto poco (e con che poco odio) vi siano ricordati gli autori del  colpo.  Certo l'odio sara' ritenuto indispensabile anche in questa guerra, e sara'  quindi prodotto come articolo a se'. Per alimentarlo, si indicheranno (e, al  caso, s'inventeranno) oggetti d'odio ben visibili e identificabili, "ebrei"  di ogni tipo; in ogni caso nemici interni: poiche' per poter odiare  veramente occorre qualcosa che possa cadere in mano. Ma quest'odio non  potra' entrare minimamente in rapporto con le azioni di guerra vere e  proprie: e la schizofrenia della situazione si rivelera' anche in cio', che  odiare e colpire saranno rivolti a oggetti completamente diversi.  *  Non solo per quest'ultima tesi, ma per tutte quelle qui formulate, bisogna  aggiungere che sono state scritte perche' non risultino vere. Poiche' esse  potranno non avverarsi solo se terremo continuamente presente la loro alta  probabilita', e se agiremo in conseguenza. Nulla di piu' terribile che aver  ragione. Ma a quelli che, paralizzati dalla fosca probabilita' della  catastrofe, si perdono di coraggio, non resta altro che seguire, per amore  degli uomini, la massima cinica: "Se siamo disperati, che ce ne importa?  Continuiamo come se non lo fossimo!".    

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