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| Emilio Mariotti - Ricerca scientifica e (mal)costume |
Ricerca Scientifica e (mal)costume
- Laureati, colti e disoccupati. E' l'università dei senza lavoro
- Le false universita', di Gian Antonio Stella - da www.corriere.it
- Enea: l’ingegnere fantasma bocciò Rubbia, di Gian Antonio Stella - dal Corriere 2 agosto 2005
- Boom di maghi in Sicilia: 1.500 !
- Guida all'Istruzione Superiore e alle Professioni 2006
Laureati, colti e disoccupati. E' l'università dei senza lavoro
2 marzo 2007
Laureati, colti e disoccupati. E' l'università dei senza lavoro.
Solo la metà di loro trova impiego a un anno dalla laurea. E’ il peggior risultato dal 1999 a oggi. E sono i più preparati ad avere maggiori difficoltà. Nel 2006 un laureato guadagna in termini reali meno di cinque anni fa. I risultati dell’indagine di AlmaLaurea di FEDERICO PACE.
Iperqualificati, con qualche sogno in testa e sempre meno pagati. Destinati a emigrare, pur di evitare la disfatta. I laureati mostrano sul loro volto i segni delle sempre più acute contraddizioni di un intero paese dove il merito e le qualifiche non vanno quasi mai di pari passo con le opportunità e i compensi. Sul loro volto sono sempre più evidenti i segni del disagio provato di fronte a quella porta, quasi sempre socchiusa, che dovrebbe portarli al lavoro e alla maturità.
Quando una ragazza o un ragazzo con in tasca la laurea cerca un posto, pare di vedere un gigante che prova ad entrare attraverso la piccola porticina di una minuscola casa di lillipuziani. Tanti pochi e tanto poco adeguati sono i posti di lavoro che il sistema economico e il mondo delle aziende italiane prepara per loro. Addetti per i call center o cassieri di negozio che siano. Con il paradosso, che a questo punto pare quasi logico, che sono proprio i più preparati, quelli che prendono i voti più alti di tutti a ritrovarsi con il più basso tasso di occupazione. Tanto che a un anno dalla laurea, trovano lavoro solo quattro su dieci di quelli che hanno preso 110 e lode. Con la triste constatazione che nel 2006 un laureato guadagna al mese, in termini reali, meno di quanto guadagnava cinque anni fa il fratello maggiore.
Fenomeni conosciuti si dirà, ma il fatto è che quest’anno le cose sono andate ancora peggio. Tanto che per trovare un impiego non è neppure sufficiente aspettare un anno. I dati del triste record dicono che dopo la fatidica laurea, a un anno dal giorno della discussione della tesi, dai
festeggiamenti e dai sorrisi e dalle congratulazioni, trova lavoro solo il 45 per cento dei laureati “triennali” (erano il 52 per cento l’anno scorso) e il 52,4 per cento dei laureati pre-riforma, ovvero il dato più basso dal 1999. I dati sono quelli della nona indagine sulla Condizione Occupazionale dei laureati italiani presentata oggi a Bologna da AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario a cui aderiscono 49 università italiane. Ed è forse utile sapere che il convegno prevede per la mattina di sabato 3 marzo anche una tavola rotonda che dibatterà di questi numeri e a cui parteciperanno anche Fabio Mussi, il ministro dell’Università, e Cesare Damiano, il ministro del Lavoro, insieme ad Andrea Cammelli, il direttore di Almalaurea, e il presidente Crui Guido Trombetti.
Secondo l’indagine, l’instabilità che caratterizzava già molti degli impieghi degli anni scorsi si è fatta ancora più acuta. Sia per i laureati “triennali” che per quegli ultimi che stanno uscendo dal percorso previsto dal vecchio ordinamento. Solo un giovane su tre che ha conseguito una laurea breve - e ha trovato un impiego - è riuscito a siglare un contratto a tempo indeterminato. L’anno scorso l’impresa era riuscita al 40 per cento di loro. Stessa storia per i giovani che hanno ultimato il percorso di laurea del “vecchio ordinamento”, la quota di chi è riuscito ad avere un contratto stabile è scesa al 38,4 per cento. Il lavoro atipico dal 2001 a oggi è cresciuto di ben dieci punti percentuali.
“Seppure rimangono innegabili le miglior opportunità occupazionali e di retribuzioni di un laureato rispetto a quelle di un diplomato ci ha detto Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea - la ripresa economica del Paese ancora non coinvolge i giovani usciti dalle università che continuano a crescere una generazione di laureati invisibile e poco rappresentata. Il loro infatti non è solo un problema occupazionale, ma anche di esclusione dalla rappresentanza e dalla classe dirigente. Chi ha dai 25 ai 39 anni rappresenta il 30% della popolazione, ma è rappresentato da meno del 10% dei parlamentari.”
C’è poi lo stipendio. Quel sostegno che dovrebbe permettere alle nuove generazioni di prendere iniziative e decisioni, di mettere su famiglia, di provare a superare la sindrome di Peter Pan. Quel sostegno, è sempre più esile. I giovani laureati del post-riforma si ritrovano in tasca a fine mese solo 969 euro. Meno di quanto non fosse l’anno scorso. Prendono qualcosa in più i laureati pre-riforma che a fine mese arrivano fino a 1.042 euro. Poco più dell’anno scorso ma, al netto del costo della vita, ancora meno di quanto un neolaureato guadagnava cinque anni fa.
Senza dire che l’Italia vanta il minoro numero di laureati che lavora a cinque anni dalla laurea (l’86,4 per cento contro una media europea pari all’89 per cento). Scorrendo i dati dell’indagine di AlmaLaurea si ricava la triste conferma che nel cuore delle nuove generazioni, anche lì dove è opportuno che l’Italia sia più moderna e vicina all’Europa, covano e crescono le stesse antiche contraddizioni e disparità che gravano da tempo infinito sul corpo del malato Italia.
Le donne sono meno favorite rispetto agli uomini, hanno un tasso di occupazione più basso, sono più precarie e guadagnano meno dei loro colleghi uomini. A un anno dalla laurea lavora il 49,2 per cento delle laureate pre-riforma contro il 57,1 per cento degli uomini. E il gap salariale nel tempo non fa che crescere, tanto che a cinque anni dalla laurea le donne guadagnano un terzo meno di quanto non prendono gli uomini. Quanto alla precarietà a un anno dalla laurea il 52 per cento delle donne ha un contratto atipico contro il 41,5 per cento degli uomini.
E la disparità è ancora più acuta per le laureate “triennali”, visto che solo il 34 per cento delle donne ha un impiego stabile contro il 48 per cento dei loro colleghi uomini.
Stesso discorso per le disparità territoriali. Nel 2006 sei laureati del Nord su dieci trova lavoro dopo un anno mentre per le regioni del Sud le cifre si fermano al 40 per cento. Ovvero le stesse quote nel lontano 1999. Senza dire che a cinque anni dalla laurea, i giovani del Mezzogiorno prendono 1.167 euro al mese mentre i ragazzi del Nord arrivano a 1.355 euro al mese.
Non c’è da stupirsi se allora molti di loro non si sentono valorizzati per quello che valgono e, seppure a malincuore, decidono di muoversi oltre confine per trovare migliori occasioni. All’estero, lì dove sembrano trovare rifugio e compenso. I laureati italiani che lavorano fuori dai confini nazionali, a cinque anni dalla laurea, arrivano a guadagnare quasi 2 mila euro, ovvero il 50 per cento in più di quanto non accada alla media complessiva dei laureati. Se non si mette mano a questo problema, se non si trova un articolato piano per valorizzare i talenti che escono dalle nostre facoltà, poco si potrà fare per dare slancio al nostro paese.Le false universita'
di Gian Antonio Stella - da www.corriere.itCala la produzione di tondini, utilitarie e pullover? Su con la vita: più lauree per tutti.
Finché non saremo invasi dalle imitazioni di più economici dottorati timbrati Libera Università di Xining o Marco Polo University di Guyang, siamo infatti saldamente in coda nelle classifiche dei dottori veri ma in testa in quelle degli «atenei» taroccati. Solo quest’anno, l’Antitrust ne ha messi sotto inchiesta 14. E 5 li ha già condannati. Tira da matti, il gioco del dottore.
Forse perché gli ultimi anni sono stati segnati da un delirante moltiplicarsi di nuove università e sezioni staccate sparse per tutta la penisola quasi che un paesotto di provincia fosse miserabile senza uno svincolo a tre corsie e uno straccio di facoltà. Forse perché le aperture ai «privati» sono state male regolamentate. Forse perché il caos ha incoraggiato i furbi. Fatto sta che all’Authority oggi presieduta da Antonio Catricalà ne hanno viste di tutti i colori.
La «Libera Privata Università di Diritto Internazionale» dell’Isfoa, Istituto Superiore di Finanza e Organizzazione Aziendale stracolmo di lettere maiuscole come fosse un poderoso istituto traboccante di storia, gloria e onori, scrive ad esempio nel suo sito di voler «diffondere i principi dell’Open University, programma di matrice anglosassone» per superare le «evidenti lacune presenti nel sistema accademico tradizionale» grazie a un metodo che «fonda le sue radici nel concetto secolare, iniziato dai filosofi greci, che l’istruzione superiore deve essere in sintonia e in armonia con la vita personale e professionale di ciascun allievo». E promette agli iscritti decine e decine di percorsi di studio, dalla «Tecnica di Borsa» all’«Ingegneria Finanziaria e Montaggio di Operazioni di Securitasion». E dice di avere sedi nella Quinta Strada di New York (New York!) e nel Principato di Monaco (Monaco!) e a Sofia (Sofia!) e perfino Repubblica di Nauru, in Polinesia (la Polinesia!). E dove ha la sede centrale questo splendido ateneo ricco di storia? In Rruga Tefta Tashko, 104/6 a Tirana, dove la società albanese è stata registrata in tribunale l’8 settembre 2005. Forse (forse) per superare l’imbarazzo dell’«università» precedente che portava un nome simile già condannato dalla nostra Authority per la concorrenza.
Alla «Libera Università Internazionale G. W. Leibniz», con sedi a Milano, Roma, Bergamo e Lamezia Terme, hanno preso in prestito il nome del pensatore tedesco non a caso: entrato all’Università di Lipsia a 15 anni, laureato in filosofia a 17 e benedetto dottore in legge a 20, era il simbolo giusto: qui si fa in fretta.
Come non fidarsi, di un nome così? Di un simbolo con la penna e il compasso? Di un ateneo fondato «nei primi anni ’90 del secolo scorso» a Santa Fè, nel New Mexico, che dice di avere un «rettore» e un «senato accademico» e una «direzione accademica»? L’Antitrust l’aveva già sanzionata nel 2003, per quelle parole, specificando che la sedicente « università» «non gode di alcun riconoscimento o accreditamento in Italia e che i titoli dalla stessa rilasciati non possono qualificarsi quali titoli aventi valore legale» quindi la pubblicità «poteva trarre in errore». Due anni dopo, dice l’Authority, «è stata riproposta senza cambiamenti di sostanza».
La sede principale del Cetus (Centro di Tecnologia Universitaria Straniera) ha cinque vetrine a piano terra di un brutto palazzone al numero 2220 di via Aurelio Di Bella, periferia di Palermo. Come possa essere la sede secondaria, a Caltanissetta, immaginatelo voi. Eppure, a guardare il sito internet, tra bedde fimmine con toga e tocco da laureate e il marchio con quel berretto a punte da dottore, non puoi aver dubbi. Né te li lascia la presentazione, che è tutta un fiorir di paroloni e spiega che il Cetus è «un Campus di cultura universitaria per la Sicilia, altamente specializzato nella realizzazione di corsi per il conseguimento del Dottorato di Laurea degli Stati Uniti d’America» (l’America!) e puoi avere il Bachelor Degree, il Master Degree e il PH Doctor e con quei pezzi di carta hai il mondo in tasca perché «i Titoli Accademici rilasciati dalle Università Statunitensi attraverso il nostro Dipartimento sono legalmente ammessi».
Un falso, denuncia l’Antitrust. Infatti, anche se «le espressioni presenti nella pagina web quali "Facoltà di Economia Management", "Facoltà di Ingegneria e Scienze Fisiche", e i relativi titoli ottenibili, quali " Dottore in Economia", "Dottore in Ingegneria meccanica/elettronica", " Dottore in scienze ambientali", contribuiscono a suscitare nei consumatori il convincimento che Cetus permetta di conseguire titoli aventi valore legale», quelle carte non valgono niente. Tanto più che i presunti atenei americani che dovrebbero (dovrebbero) rilasciare quelle lauree (Adam Smith University, Golden State University, Clayton University) «non sono università "accreditate" secondo l’ordinamento statunitense».
Il che vale anche per i «cugini» del Cesus, Centro Studi Università Straniera-Campus per la Calabria e il Lazio, con sedi a Siderno e Colleferro e una filiale ad Ardore Marina, altra metropoli che senza un pezzo d’ateneo si sentiva umiliata. Dice l’Authority che, a leggere il suo sito, ieri miracolosamente sparito da Internet, si potevano conseguire anche qui le prestigiose lauree americane del Cetus più un reboante « Doctor Phylosophy Degree». Di più: «I nostri Laureati possono accedere ai Master di specializzazione presso le più prestigiose Università statali europee, nelle facoltà di medicina» e che il CE.S.U.S. consente la « convalida di esami già sostenuti presso altre strutture Universitarie nell’ambito delle medicine convenzionali e non, abbreviando in tal modo il percorso accademico Universitario». E tutto grazie a cosa? Alla «legge 7 agosto 1990 n. 241 che recita: gli esami della tesi finale del dottorato di laurea sostenuti in un dipartimento di un’Università Usa hanno lo stesso valore di quelli sostenuti presso la sede originale negli Stati Uniti d’America».
E guarda caso con chi erano affiliati il Cetus e il Cesus? Con «l’European Institute of Technology avente sede nella Repubblica di San Marino che, a sua volta, costituisce un "Dipartimento della Clayton University", sita nel Missouri». Lo stesso «ateneo» sammarinese che diede la «laurea» in economia al reuccio del mattone Stefano Ricucci e in lettere ad Anna Falchi. Applausi. Peccato che, a leggere su internet un articolo dell’Arkansas Democrat-Gazette del 4 giugno, la Clayton University del Missouri non solo non è accreditata ma non ha un solo studente americano dal 1989 e oggi risulta trasferita a Hong Kong.Enea: l’ingegnere fantasma bocciò Rubbia
di Gian Antonio Stella - dal Corriere 2 agosto 2005Regis, neo vice-commissario Enea: benedetto dal titolo di «ingegnere» perfino nel decreto di nomina presidenziale senza che l’Ordine degli ingegneri abbia idea di dove si sia mai laureato.
Partiamo dalla coda? Siamo a metà luglio. Carlo Rubbia, accusato d’avere un carattere ruvido, di essere insofferente alle osservazioni e di avere fatto traboccare il vaso con un articolo su Repubblica contro il Cda, bollato come «il branco», è sbattuto fuori dall’Enea che, azzerato nei vertici, viene affidato ad una terna. Commissario, su indicazione forzista, è Luigi Paganetto, Preside della Facoltà di Economia a Tor Vergata, vice-commissario Corrado Clini (nell’élite del ministero dell’Ambiente da anni, ben visto da socialisti e An) e l’«ing.» Claudio Regis, appoggiato dal Carroccio. Il quale, trionfante per l’ascesa nell’Olimpo della scienza, liquida il presidente deposto con parole affilate: «Nessuno mette in discussione le competenze di Rubbia sulle particelle, ma quando parla di ingegneria è un sonoro incompetente». Un giudizio avventato. In linea con la storia dell’uomo. Il quale, quando stava a Palazzo Madama, era stato espulso dall’aula per avere barrito: « Aveva ragione chi invocava la legge Merlin per chiudere questo Parlamento: è un bordello!». Prima ancora, andando incontro ad una condanna per vilipendio delle istituzioni, era stato, se possibile, più volgare: «I magistrati sono come i maiali: se ne tocchi uno, si mettono a urlare tutti».
Ma chi è quest’uomo magrolino che tratta un premio Nobel come Albert Einstein non tratterebbe l’asino della classe? Nato a Biella nel 1944, Regis compare la prima volta agli onori delle cronache, locali, nei dintorni di Telebiella , la prima emittente privata del Paese, nata via cavo nel 1971 per iniziativa di Peppo Sacchi. Era allora, stando ai ricordi dei pionieri della tivù, il rappresentante dell’Ampex, il sistema di registrazione videomagnetica che offriva la possibilità di tagliare i tempi morti. Bravissimo nel risolvere ogni problema elettrico, aveva un nomignolo con cui a Il Biellese ancora lo ricordano: «Valvola». Che fosse laureato in ingegneria era ignoto a tutti. Sveglio, però, lo era. E gli amici dell’epoca se ne sarebbero accorti ritrovandoselo prima al comando della Lega biellese. Poi in consiglio comunale. Poi, come dicevamo, a Palazzo Madama. Dove sarebbe stato ricordato solo per una battaglia contro la messa al bando della fabbricazione delle mine anti-uomo («la questione è stata affrontata in modo demagogico, cedendo all’emotività della pubblica opinione!») e per il curriculum fornito alla Navicella: «Laureato in ingegneria. Imprenditore. Ha studiato presso l’Ecole Polytechnique. Presidente di una società operante nel settore della ricerca aerospaziale. Esperto di relazioni internazionali». Dov’è questa Ecole Polytechnique? Boh... Relazioni internazionali con chi? Boh...
Fatto sta che per qualche anno l’uomo, non rieletto, esce dalle cronache politiche e resta in quelle giudiziarie. Viene denunciato dai titolari di una ditta edile con la quale aveva fatto un contratto per ristrutturare un palazzetto. E’ rinviato a giudizio per calunnia del segretario della Lega di Vercelli, Francesco Borasio, che aveva accusato di essersi messo in tasca dei soldi in realtà (l’inchiesta aveva accertato tutto) versati regolarmente al partito. Viene condannato perfino, pensa un po’, per essersi «impossessato di una sega per marmi». Insomma: un cursus honorum. Sufficiente al governo attuale per proiettarlo, nel dicembre 2003, su designazione del ministro dell’Istruzione, nel Cda dell’Enea.
Uomo giusto al posto giusto. Figura nel sito internet dell’ente scientifico come «ing. Regis». Scrive sulla rivista on-line Kosmos articoli sull’«Idrogeno fonte di energia, realtà o mito», firmandosi « Claudio Regis, ingegnere Enea». Partecipa a convegni come quello all’università di Fisica di Pisa tra le reverenze degli astanti: « Buongiorno Ingegnere, prego Ingegnere, dica Ingegnere». Querela gli ex soci definendosi nero su bianco, nell’atto giudiziario, «ing. Regis» e « consigliere del Premio Nobel Rubbia». Finché, caduto il genio scostante che lui «consigliava», Berlusconi lo nomina vice-commissario dell’Enea confermandogli il titolo perfino nel decreto: «ing. Regis». Ed è lì che la luminosa carriera s’inceppa. Indispettita per i trionfi dell’uomo che disprezza, l’ex socia Maria Teresa Ramella Scarlatta segnala ciò che sa (a partire da una lettera dell’Ordine degli Ingegneri di Biella secondo cui l’ingegnere non è ingegnere) a Rocco Tritto, segretario dell’Usi/RdB, uno dei sindacati della ricerca. Il quale scrive a tutte, ma proprio a tutte, le sedi provinciali dell’Ordine ottenendo sempre la stessa risposta: non ci risulta. Ma certo, sdrammatizza Regis a Economy che gli dedica 12 righe: non ha studiato in Italia ma alla Ecole Polytechnique di Friburgo. Però, aggiunge, si considera «comunque un ingegnere a tutti gli effetti». Resta da vedere se, dato che non può legalmente fregiarsi del titolo, lo considerino tale almeno a Friburgo, dove la Scuola d’ingegneria risulta esser stata fondata quando il nostro era già in là con gli anni: nel 1978. Dettaglio divertente. Com’è curiosa la foto fatta all’indirizzo di Londra dove il fustigatore di Rubbia risulta essere residente: «Sw3 London-30 Beauchamp Place». Sapete che c’è, a quell’indirizzo? La trattoria «La Verbanella». Specializzata, forse, in fettuccine spaziali e neutroni al ragù.Boom di maghi in Sicilia: 1.500 ! Giornale di Sicilia 28/7/05 - Palermo
In Sicilia operano 1.500 tra " maghi" e "astrologi", 600 dei quali solo a Palermo. Seguono Catania con 250 occultisti, Messina a quota 200, Siracusa 150 e Trapani 80. Ad Agrigento, Caltanissetta e Ragusa ci sarebbero 60 "maghi" per ciascuna città. Fanalino di coda Enna, con 40 maghi segnalati. Il giro d'affari regionale è stato calcolato intorno ai 60 milioni di euro perchè in Sicilia sarebbero almeno 100 mila le persone che si credono nell'occulto e che dunque pagano per incantesimi e talismani. I dati emergono da un'inchiesta svolta dalla Scuola di giornalismo dell'Università di Palermo e pubblicata sul sito Ateneonline (http://www.ateneonline-aol.it). Solo il 5% delle vittime delle truffe occultistiche sporgono denuncia, a fronte delle migliaia di segnalazioni, spesso anonime, raccolte negli ultimi anni dal telefono Antiplagio. In tutta Italia i "maghi" sono 22 mila con un giro d'affari enorme: cinque miliardi di euro.
www.gds.itATENEONLINE 27/7/05 www.ateneonline-aol.it
Un fenomeno che genera un business di 5 miliardi di euro Maghi o ciarlatani? Il dibattito è aperto.
Sono 1500 gli occultisti censiti in Sicilia, 600 dei quali solo a Palermo.
Secondo il Rapporto 2004/2005 di Telefono Antiplagio, sono 100 mila i cittadini coinvolti nell'Isola, 10 milioni in tutto il Paese. Ma gli operatori dell'occulto continuano ad agire indisturbati: solo il 5 per cento delle vittime sporge denuncia. Alzi la mano chi non ha mai letto un oroscopo o chi non si è soffermato, almeno una volta, ad osservare un mago in televisione mentre legge le carte a uno spettatore in linea.
Secondo Telefono Antiplagio, il comitato di volontari che dal 1994 tutela le vittime dei ciarlatani, in Italia operano ben 22 mila tra maghi e astrologi, 15 mila dei quali non sono reclamizzati.Nel complesso, in Italia il fenomeno coinvolgerebbe il 17 per cento della popolazione, equivalente pressappoco a 10 milioni di persone.Sono 1500 gli occultisti censiti in Sicilia, 600 dei quali nel solo capoluogo palermitano. Seguono Catania con 250 maghi, Messina a quota 200, Siracusa 150 e Trapani 80. Ad Agrigento, Caltanissetta e Ragusa ci sarebbero 60 maghi per ogni città. Fanalino di coda Enna, con 40 maghi segnalati. Il giro d'affari, nell'Isola, è stato calcolato intorno ai 60 milioni di euro. Solo in Sicilia sarebbero 100 mila i cittadini coinvolti, pari a circa un siciliano su 50.
Ma il dato più significativo è forse quell'esiguo 5 per cento di cittadini che sporge denuncia, a fronte di oltre diecimila segnalazioni di raggiri, truffe e abusi ricevute in circa 10 anni.Vergogna, paura di ricatti o di possibili ritorsioni, i motivi del silenzio.Veggenti, cartomanti, indovini, lottologhi, medium e guaritori: si può fare di tutta un'erba un fascio? Secondo Madame Felicita, 47 anni, che da venticinque opera come cartomante e lottologa, "è una questione di fede". Verrebbe anche da chiedersi, però, perché mai così tante persone si rivolgono quotidianamente a maghi ed indovini. "Il progresso scientifico - dice l'antropologa e studiosa della materia,Elsa Guggino - ha soddisfatto i " cosa" e i "come", ma ha lasciato scoperti i "perché. C'è tanto bisogno di sacro tra la gente".Ma la lotta a maghi e ciarlatani continua senza tregua su più fronti, nonostante le forze dell'ordine registrino, ogni anno, sporadiche segnalazioni. È Telefono Antiplagio il principale organismo in Italia a ricevere il maggior numero di segnalazioni riguardanti casi di truffe e raggiri.
Anche la Chiesa si dichiara contraria. Papa Giovanni Paolo II si scagliò contro la magia, ricordando come persino il Vangelo, da sempre, condanni le pratiche occulte. Ma non sono solo le leggi "divine" contrarie a questo fenomeno. Come sottolinea Giovanni Panunzio, fondatore di Telefono Antiplagio, il mestiere di cartomante in Italia è vietato dal Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza. Se la legge vieta l'esercizio di questo tipo di attività, perché mai gli operatori dell'occulto continuano a operare indisturbati?
La risposta potrebbe essere ancora una volta inevitabilmente legata a fattori economici. Infatti, considerando nel complesso maghi, internet, linee telefoniche a pagamento, televisioni, riviste del settore ed altre pubblicazioni, l'incasso annuo del settore dell'occulto si aggirerebbe in Italia intorno ai cinque miliardi di euro (dati forniti dalla Conferenza Episcopale Italiana e dal Telefono Arcobaleno). Per molti anni, inoltre, l'attività di promozione degli operatori dell'occulto ha rappresentato la principale fonte di sostentamento economico di moltissime emittenti locali. Tuttavia, in base ad una nuova norma, queste trasmissioni dovranno essere mandate in onda in fasce d'orario notturne. Per molte reti private, ciò potrebbe significare il fallimento.
(a cura di Riccardo Vescovo e Mariangela Vacanti)Guida all'Istruzione Superiore e alle Professioni 2006
Il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Rierca (MIUR) ha realizzato e pubblicato on line la Guida all'Istruzione Superiore e alle Professioni 2006, che si rivolge a tutti coloro che sono interessati all'accesso ai corsi di laurea universitari, ai corsi delle istituzioni di Alta Formazione Artistica e Musicale o ai percorsi di istruzione e formazione tecnica superiore. La riforma dell'istruzione superiore prevede un sistema articolato in tre comparti funzionalmente distinti: l'istruzione universitaria; l'alta formazione artistica e musicale; la formazione tecnica superiore (i.f.t.s.) e le altre opportunità di istruzione superiore.
Il sistema universitario italiano, costituito da un totale di ottantanove istituti di istruzione universitaria, è articolato in: sessanta università statali; diciassette università non statali legalmente riconosciute; sei istituti superiori a ordinamento speciale. Le 20 Accademie di belle arti statali e le 26 legalmente riconosciute, l'Accademia nazionale di arte drammatica, i 4 Istituti superiori per le industrie artistiche (Isia), i 57 Conservatori di musica, l'Accademia nazionale di danza e i 22 Istituti musicali pareggiati costituiscono il sistema dell'alta formazione artistica e musicale (Afam). Tali istituzioni formative sono sedi primarie di alta formazione, di specializzazione e di ricerca nel settore artistico e musicale e svolgono correlate attività di produzione. Sono dotate di personalità giuridica e godono di autonomia statutaria, didattica, scientifica, amministrativa, finanziaria e contabile.
http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/istruzione_guida06/index.html
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