Contributo a: IAI-ISPI "Annuario di Politica Internazionale 2001" Il Mulino, Bologna, 2002
IAI – Istituto Affari Internazionali
Annuario di Politica
Internazionale 2001
Sommario
L’attuale
dibattito di politica agraria è finalizzato alle prossime importanti scadenze:
la revisione a medio termine della PAC ed in particolare del documento
programmatico “Agenda 2000”, da realizzarsi nel secondo semestre 2002, i
negoziati condotti in sede ‘Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), e l’integrazione dei nuovi paesi membri, in
particolare dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale (PECO) la cui entrata
nell’Unione è prevista per il 2004.
Il nuovo governo insediatosi nel 2001 ha
prodotto un primo documento programmatico sulla politica agricola italiana[1] e
gli aspetti internazionali di questa politica sono oggetto anche della politica
agricola comune (PAC) decisa dal Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura
dell’Unione europea (UE). I temi più rilevanti in discussione sono la creazione
di un nuovo rapporto con i consumatori (discusso nel paragrafo §2) e la riduzione del sostegno dei prezzi agricoli (§3), argomento di fondo dove
si confrontano due concezioni opposte della politica agraria (§4);
Nel 2001 è poi
maturata la proposta di una “Convenzione sul futuro dell’UE” che dovrebbe
ridisegnare gli aspetti istituzionali dell’Unione allargata (§5).
Questi temi
verranno brevemente discussi anche per confrontare le posizioni ufficiali del
governo nazionale e comunitario con le misure di politica economica realizzate
o proposte.
Nel Trattato di
Roma che istituì la Comunità Economica Europea non si parla di “politica dei
consumatori”, anzi, i consumatori vengono citati solo due volte: nella politica
di concorrenza e nell’articolo 39 (ora art. 33 del Trattato consolidato), dove
si elencano gli obiettivi della PAC, per tutelare il livello dei prezzi
agricoli pagati dai consumatori.
Negli oltre
quarant’anni di storia della UE la politica dei consumatori si sviluppò
gradualmente: il “Servizio per la Politica dei Consumatori” passò dalla D.G.
Concorrenza a quella dell’Ambiente, alla Presidenza del Consiglio. La
Commissione Santer (1995 al 1999) istituì una apposita Direzione Generale
(XXIV) per la politica dei consumatori
espandendola notevolmente. Questo recente sviluppo è stato favorito anche
dall’accresciuta percezione da parte dei cittadini dei problemi connessi alla
sicurezza alimentare, specialmente dopo emergenze come la “mucca pazza” e la
“diossina”.
La politica dei
consumatori si propone di tutelare l’interesse generale, tutti i cittadini sono
anche consumatori e di conseguenza le organizzazioni dei consumatori sono le
più adatte per tutelare gli interessi generali di fronte al prevalere di
interessi di parte. L’articolo 153 del Trattato che istituisce la Comunità
Europea sancisce che le politiche comunitarie non devono essere in contrasto
con gli interessi dei consumatori. La Comunità deve inoltre controllare che gli
interessi dei consumatori vengano perseguiti anche nelle politiche degli stati
membri.
Negli ultimi anni
sulla stampa e sugli altri mass-media le organizzazioni dei produttori agricoli
hanno spesso dichiarato che il principale obiettivo dei produttori agricoli è
l’interesse dei consumatori.
Anche nella
“posizione italiana” sulla PAC si asserisce che “… da parte di tutti viene considerata indispensabile una politica che
assuma con forza l’esigenza di un rapporto nuovo con i consumatori, e ne sappia
cogliere le richieste in modo nitido, ripristinando pienamente il rapporto di
fiducia fra cittadini europei e l’agricoltura, che negli ultimi anni si è
sensibilmente incrinato.”
Come si è
sistematicamente verificato negli ultimi decenni, a dichiarazioni ufficiali del
tutto condivisibili e rivolte all’interesse comune, fanno riscontro documenti
specifici e realizzazioni di politica agraria frequentemente in contrasto con
l’interesse generale. Molto spesso le decisioni prese sono state in contrasto
anche con l’interesse della maggior parte dei produttori agricoli, specialmente
se concepito in un’ottica non solo immediata, di breve termine, ma comprensiva
del medio e lungo termine.
Purtroppo anche
nell’attuale posizione italiana e nei documenti proposti dalla Commissione
Europea sul commercio internazionale[2] e sulla strategia di allargamento
dell’Unione ai paesi dell’Europa Centro-Orientale[3] si ritrova uno spiccato atteggiamento di
parte, in contrasto con le dichiarazioni di principio e con gli interessi dei
consumatori. L’attenzione degli operatori politici è spesso focalizzata sugli aspetti
relativi alla sicurezza sanitaria, mentre non si valutano i costi economici
impliciti nella politica di sostegno dei prezzi agricoli che sono in netto
contrasto con gli interessi economici dei consumatori.
Il sostegno dei
prezzi agricoli alla produzione, che costituisce la parte fondamentale e più
rilevante della PAC, è stato ampiamente criticato nell’EU-15 dalla stessa
Commissione e da numerosi studiosi sia in termini di inefficienza, in quanto
peggiora l’allocazione delle risorse e genera ingenti sprechi di denaro
pubblico, che di iniquità in quanto peggiora la distribuzione del reddito, e
anche in termini di sostenibilità, in quanto favorisce un maggiore inquinamento
dell’ambiente.
Anziché ridurre
rapidamente questo sostegno nella EU-15, la Commissione europea propone ora di
estendere questo acquis communautaire,
ai paesi dell’Europa Centro-orientale con la prospettiva di generare anche in
quei paesi le stesse conseguenze negative sul benessere generale sperimentate
negli ultimi decenni da noi. Questa estensione della PAC genererà un ulteriore
spreco di risorse ed aumenterà sensibilmente i trasferimenti dai contribuenti
della EU-15 ai nuovi paesi membri. L’agricoltura ha ancora un’importanza
notevole nella loro economia ed il loro
basso livello di reddito contribuirà solo modestamente al bilancio dell’UE
allargata.
Fino agli anni novanta il livello di sostegno dei prezzi agricoli nella UE è variato relativamente poco, spesso in rapporto alla forza politica dei gruppi di pressione dei vari comparti produttivi, tanto che attualmente non esiste alcuna logica economica che giustifichi un sostegno dei prezzi alla produzione di oltre il 100% rispetto al prezzo internazionale per prodotti come il grano duro, i semi oleosi, lo zucchero, il latte, la carne bovina, ed un sostegno molto più basso, inferiore al 30% per i prodotti ortofrutticoli, ad esempio. I prezzi ricevuti dai produttori non indicano più le esigenze del consumatore, ma piuttosto il livello di forza contrattuale dei gruppi di pressione dei vari comparti produttivi.
Anche al fine di facilitare la conclusione dei negoziati in sede GATT dell’Uruguay Round, nel 1992 la Commissione Europea propose una radicale riforma di alcuni principali regimi di mercato: i cereali e i semi oleosi. Venne abbattuta la protezione esterna, in modo da ridurre i prezzi sul mercato comunitario di quasi un terzo. Ciò ha permesso di concludere nel 1994 i negoziati GATT-WTO dove veniva appunto realizzata in tutti i paesi membri del GATT una riduzione del 36% della protezione esterna per i prodotti agricoli. Si iniziava quindi anche per i prodotti agricoli una liberalizzazione dei mercati internazionali che negli ultimi decenni aveva già avuto pieno successo in termini di sviluppo economico e di espansione del commercio internazionale per i prodotti industriali, il cui livello di protezione tariffaria esterna è stato ridotto a meno del 5% in media.
Per evitare uno shock troppo repentino sui redditi dei produttori vennero istituiti dei pagamenti compensativi che avrebbero dovuto favorire una ristrutturazione della produzione compatibile col nuovo sistema di prezzi agricoli, divenuti molto più vicini ai prezzi correnti sui mercati internazionali. Questi pagamenti diretti, benché erogati in base agli ettari coltivati ed alla loro resa media, invece che in base alla quantità effettivamente prodotta ogni anno, costituivano ancora una sussidio ai vari comparti produttivi per cui non erano coerenti con gli accordi GATT. Dovevano quindi essere inclusi nella “scatola arancione” che raccoglie le politiche da eliminarsi perché distorsive del sistema dei prezzi internazionali,
Tuttavia pur di concludere i negoziati, non potendo inquadrare questi aiuti compensativi nella “scatola verde”, che include le politiche che non distorcono il mercato, vennero inclusi in una speciale “scatola blu” ed accettati in via provvisoria nell’accordo agricolo firmato a Marrakesh fino ai nuovi negoziati WTO che si sarebbero dovuti iniziare nel 1999.
La natura transitoria di questi pagamenti compensativi era evidente, altrimenti la riduzione delle tariffe doganali non avrebbe avuto gli effetti desiderati a livello dell’offerta e non si sarebbe potuto ristrutturare il sistema produttivo. Vari commissari all’agricoltura misero in guardia gli agricoltori avvertendoli che nel 2000 non si potevano certo ancora compensare i produttori per riduzioni di prezzo avvenute nei primi anni novanta! Tuttavia in pratica non fu presa alcuna precisa decisione per ridurre questi aiuti compensativi ogni anno fino ad annullarli.
Nel loro recente documento sulla posizione da tenere nelle contrattazioni WTO[4], i ministri agricoli dell’UE dichiarano innanzitutto il loro pieno contributo per un continuo e sostenuto sviluppo economico sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo: la riforma della PAC e del commercio internazionale hanno il preciso obiettivo di aumentare i livelli di vita attraverso un ulteriore liberalizzazione ed espansione del commercio.
In primo luogo si intende favorire l’accesso ai mercati per tutti i membri del WTO, seguendo le modalità già sperimentate nella applicazione degli accordi dell’Uruguay Round. Per quanto riguarda la concorrenza nelle esportazioni la si vuole più completa e lineare. Dovrebbero essere regolamentati non solo i sussidi alle esportazioni, ma anche i crediti all’esportazione e gli aiuti alimentari che non devono servire solo a smaltire le eccedenze. E’ importante che questi aiuti non danneggino la produzione e il mercato dei prodotti agricoli nei paesi che li ricevono.
L’atteggiamento
verso i paesi in via di sviluppo è molto favorevole, si propone di permettere loro
un maggiore accesso ai mercati, maggiori tempi di adattamento alla riforma e,
per i paesi meno sviluppati, un accesso al mercato europeo totalmente libero da
dazi anche per i prodotti agricoli.
Il documento che
presenta la posizione italiana è anche più preciso nel condannare il modello di
sostegno dei prezzi: “Questo modello è
entrato in crisi sin dalla fine degli anni settanta perché la fissazione di
prezzi d’intervento troppo elevati ha stimolato una crescita incontrollata
della produzione, con costi di smaltimento sempre più elevati”.[5]
Ancora una volta
sul piano delle dichiarazioni di principio l’obiettivo perseguito sembra essere
il benessere di tutti i cittadini della UE, coerentemente con i principi
enunciati nel Trattato che istituisce la Comunità Europea e con numerosissime
altre dichiarazioni ufficiali.
Nonostante le
dichiarazioni di principio, in pratica le posizioni comunitaria ed italiana non
sono però così aperte allo sviluppo del commercio internazionale come potrebbe
sembrare.
Nella posizione
del Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura dell’Unione si ammette che i
sussidi all’esportazione sono particolarmente distorsivi del commercio
internazionale, tuttavia si dichiara che la Comunità Europea è disposta a
negoziare ulteriori riduzioni del sostegno solo se viene mantenuta la “scatola
blu”. A giustificazione della richiesta di mantenere la “scatola blu”, cioè in
pratica gli aiuti compensativi per la riduzione dei prezzi del 1992, si afferma
che questi aiuti sono meno distorsivi del tradizionale sostegno dei prezzi di
mercato e degli aiuti concessi in base alla quantità prodotta o all’uso dei
mezzi di produzione (carburanti, concimi, ecc.).
Questa
affermazione è vera in quanto gli aiuti compensativi sono correlati alla
superficie coltivata o al numero di capi di bestiame, quindi non risentono
delle variazioni annue delle rese unitarie rispetto alla loro media, e sono
quindi un po’ meno correlati all’offerta del sostegno dei prezzi o degli aiuti
basati sulla quantità prodotta. Tuttavia questo confronto con gli strumenti
classici di sostegno sembra pretestuoso, il confronto dovrebbe essere fatto con
la riduzione pura e semplice del sostegno sia al consumo che alla produzione.
In questo caso , allora apparirebbe evidente che gli aiuti compensativi
presentano ancora un forte effetto distorsivo sui mercati.
Se i produttori
ricevono un aiuto diretto che neutralizza in pratica la riduzione di reddito
conseguente la riduzione del prezzo di mercato, l’effetto di ristrutturazione
del sistema produttivo viene completamente frustrato. L’offerta dei vari
prodotti rimane sostanzialmente immutata e il sistema congiunto mercato +
sussidi continua a dare ai produttori segnali distorti e sbagliati, che non
riflettono le reali esigenze dei consumatori e del mercato.
Il documento italiano è ancora più schierato
per il mantenimento della “scatola blu” e per sostenere questa tesi non esita a
fare dichiarazioni discutibili e incoerenti: “Mentre il sostegno dei prezzi si concretizza in misure “accoppiate”
alla produzione (perché danno luogo ad un sostegno che è proporzionale al
volume della produzione) gli aiuti diretti per i cereali e le carni bovine sono
“disaccoppiati” (perché l’ammontare dell’aiuto prescinde dal volume della
produzione realizzata). Ciò determina
una diversa classificazione delle predette misure nella attuale
regolamentazione del WTO: i sostegni al prezzo sono considerati interventi che
distorcono il mercato (come tutte le misure accoppiate) e devono essere
progressivamente ridotti, mentre le misure disaccoppiate possono essere, a
determinate condizioni, esenti da riduzione. Il passaggio dal sostegno dei
prezzi agli aiuti diretti ha quindi concretizzato un parziale disaccoppiamento
della PAC.”[6]
Su queste
premesse si arriva alla conclusione che: “…in
questa fase si deve esprimere un giudizio
negativo nei confronti del disaccoppiamento totale delle misure di mercato”.
Con riferimento all’allargamento si conclude: “ …..va espresso un fermo rifiuto
nei riguardi della degressività, qualunque sia la formulazione utilizzata e
la entità delle riduzioni ipotizzate.” [7]
Questa posizione
viene addolcita nei paragrafi successivi. “….occorre
chiedersi fino a che punto sia logico mantenere una differenziazione del
sostegno fra aziende, fondata sulle rese storiche, che cristallizza una
situazione di vantaggio per le regioni produttive ove le rese sono più elevate.
Un tale approccio poteva essere a suo tempo giustificato dalla esigenza di
compensare la riduzione del prezzo d’intervento, ma oggi dovremmo riflettere
sulla opportunità di eliminare progressivamente la differenziazione del
sostegno….” [8]
Se mettiamo a
confornto le posizioni di
fondo del nostro Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e del Consiglio
dei Ministri dell’Agricoltura dell’UE con l’impostazione ed i principi generali
che hanno guidato prima il GATT e poi il WTO nel favorire una maggiore
liberalizzazione dei mercati ed un maggior sviluppo economico, notiamo una
concezione di fondo chiaramente differente.
La concezione del
WTO mira al benessere sociale, nazionale e globale, senza discriminare fra i
cittadini. Non è “liberista” ad oltranza, né contraria all’intervento pubblico,
come la si dipinge a volte, per poterla criticare. L’intervento pubblico è del
tutto lecito e lodevole, purché corregga eventuali cattivi funzionamenti del
mercato, smantelli le esternalità negative dell’attività economica
(inquinamento, ecc.) che riducono il benessere generale, favorisca, anche con
sussidi diretti, le esternalità positive (misure ambientali, ecc.) che il
mercato non remunera direttamente, favorisca lo sviluppo economico
(aggiustamento strutturale, ecc.), riduca le sperequazioni di reddito
(ridistribuzione a livello interpersonale, interregionale, ecc.). Le misure di
politica agraria che rispondono a questi requisiti sono moltissime e sono
incluse nella “scatola verde”. Le politiche di sviluppo rurale, il così detto
“secondo pilastro della PAC” ad esempio, sono in larga parte chiaramente
classificabili nella scatola verde.
L’accordo GATT
del 1994 sull’Agricoltura si propone di ridurre gradualmente fino a smantellare
le misure non trasparenti che distorcono i mercati, che gravano sui
consumatori, che finiscono col ridurre il benessere collettivo sia a livello
nazionale che globale. In altre parole non si accetta un intervento pubblico
che favorisca certi cittadini ad un costo molto più elevato per altri cittadini
senza una buona ragione in termini di benessere generale. Non si possono dare
in eterno sussidi ai produttori di
cerali o di semi oleosi senza alcuna motivazione di carattere generale,
in ultima analisi solo perché questi cittadini sono “produttori di cereali”,
come non si può proteggere il mercato interno fino a raddoppiare il prezzo di
mercato dei produttori di latte o dei produttori di zucchero senza una ragione
di carattere generale.
Nonostante tutte
le numerose dichiarazioni di principio, la posizione del nostro Ministero delle
Politiche Agricole e del Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura dell’Unione
Europea appare in pratica una posizione di parte, settoriale ed anche
contraddittoria con i principi di fondo enunciati.
Questa posizione in teoria è a favore dello sviluppo del commercio
internazionale ma in pratica è contraria allo smantellamento degli aiuti
compensativi, ora chiamati semplicemente “aiuti diretti” che essendo
proporzionali alla superficie investita a cereali o al numero di capi di
bestiame allevato sono palesemente accoppiati al volume della produzione e
quindi distorsivi del mercato e contrari allo sviluppo di un leale commercio
internazionale. A poco servono tutte le disquisizioni più o meno pretestuose
per dimostrare che, essendo questi aiuti calcolati su rese medie e non sulle
rese effettive, non sono “esattamente” proporzionali alla produzione effettiva
di ogni anno. Non sono queste infime variazioni delle rese che distorcono i
mercati, quanto gli ingenti investimenti fatti dagli agricoltori in attività
produttive non richieste dal mercato in conseguenza degli aiuti diretti.
Per non
sottoporre i produttori alle leggi del mercato, che comportano necessarie
ristrutturazioni e riduzioni di rendite parassitarie, gli operatori politici,
evidentemente influenzati dai gruppi di pressione, non esitano a stravolgere
anche le regole di buon senso (come la necessità di ridurre il sostegno dei
prezzi se per vari anni consecutivi si stanno sistematicamente distruggendo
eccedenze di produzione, o si sta limitando la superficie coltivata) ed a
scaricare sui consumatori e sulle famiglie europee oneri finanziari ed
economici enormi. La PAC nel suo complesso costa ad una famiglia di quattro
persone oltre 1000 Euro all’anno[9] e solo una parte minore di questo costo è
giustificabile in base ai parametri WTO.
Anziché gestire
le politiche settoriali nell’interesse congiunto del settore e della
collettività si preferisce adottare una strategia parassitaria che, per
favorire specialmente alcuni gruppi di produttori, danneggia in proporzioni
molto maggiori i consumatori, le famiglie e l’intera collettività.
Le ragioni di
fondo di questa concezione di parte della nostra politica agraria sia a livello
nazionale che comunitario non sono da ricercarsi tanto nei governi o nei
ministri dell’agricoltura quanto nelle istituzioni nazionali e specialmente
europee.
Il processo
decisionale che porta alla formulazione della politica agraria è largamente
controllato da persone direttamente interessate all’espansione o alla
non-riduzione, delle dimensioni del settore e dei finanziamenti di cui gode.
Decisioni come il livello di sostegno dei prezzi agricoli anche se gravano sui
consumatori sono prese a livello europeo prevalentemente dal Consiglio dei
Ministri dell’Agricoltura, a cui fanno parte solo i ministri dell’agricoltura
dei vari paesi. A livello nazionale il consiglio dei ministri è composto anche
dal ministro delle finanze e del tesoro, che possono contrastare eventuali
proposte di altri ministri eccessivamente corporative ed a scapito della
collettività, purtroppo questa difesa istituzionale del bene comune non è
presente in modo altrettanto efficace a livello europeo.
Nonostante i
consumatori paghino i costi del sostegno dei prezzi, le associazioni dei consumatori
non hanno mai avuto praticamente modo di esprimere efficacemente la loro
opinione in materia di politica agraria. Inoltre, la ex Direzione Generale
XXIV, “politiche dei consumatori” è ora unita alla Sanità e vede gli interessi
dei consumatori prevalentemente sotto il profilo della sicurezza sanitaria,
trascurando troppo spesso gli aspetti economici delle politiche settoriali che
danneggiano i consumatori, nonostante i principi enunciati dal già citato
articolo 153 del Trattato che istituisce la Comunità Europea.
La PAC è inoltre
la conseguenza di molte altre anomalie istituzionali. Le decisioni relative al
commercio internazionale sono prese per i settori produttivi dal Commissario
per il Commercio, ma non per l’agricoltura, dove il peso del Commissario
all’Agricoltura è prevalente. Le decisioni della politica ambientale sono prese
per tutti i settori dal Commissario all’Ambiente, ma la politica agraria
rivendica una forte competenza per le politiche ambientali nelle aree rurali.
Il principio generale “chi inquina paga”, ad esempio, viene applicato
estensivamente in tutti i settori di produzione, meno che in agricoltura, dove
di norma si danno ulteriori sussidi a chi inquina perché smetta di inquinare.
L’articolo 81 del
Trattato istitutivo della Comunità Europea è estremamente chiaro nel definire
le regole di concorrenza che sono state la base del mercato comune europeo e
stabilisce l’incompatibilità con il mercato comune di intese volte a fissare i
prezzi di acquisto o di vendita o dirette a controllare la produzione. E’ incompatibile col mercato comune: fissare
direttamente o indirettamente i prezzi di acquisto o di vendita, limitare o
controllare la produzione, ecc. In agricoltura i prezzi sono addirittura
fissati dal Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura e con scarso riferimento
alle condizioni del mercato, abbiamo quote di produzione per lo zucchero e il
latte, e vari altri prodotti sono soggetti a vincoli alla produzione per
limitarne l’offerta sul mercato. Per importanti prodotti come il latte e lo
zucchero viene definito per via amministrativa tanto il prezzo che la quantità,
cosa che nessun monopolista potrebbe fare, in quanto un monopolista può
controllare solo il prezzo o la quantità. Questa situazione ha riferimenti solo
nelle economie di guerra o nelle economie centralizzate, che peraltro hanno
avuto scarso successo sul piano economico.
In generale le
decisioni di politica economica dovrebbero essere prese da istituzioni ad
orientamento orizzontale (ad esempio il Ministero dell’Economia), che considerino
gli interessi di tutte le componenti della collettività, mentre le istituzioni
di chiara matrice settoriale (come il Ministero dell’Agricoltura) dovrebbero
avere un potere decisionale solo su questioni tecniche, che non comportino
grossi effetti ridistributivi a livello intersettoriale.
Una riforma
istituzionale è quindi assolutamente necessaria per curare alla radice il
processo di formulazione della politica agraria comunitaria e nazionale. Questo
processo è ancora profondamente distorto a favore degli interessi particolari
di alcune categorie di produttori che godono di una rappresentazione
esorbitante rispetto ad altre forze sociali che difendono invece gli interessi
della collettività nel suo complesso
La considerazione
più triste sulla attuale politica agraria deriva dalla constatazione che
l’elevato costo sostenuto dalle famiglie per sostenere l’agricoltura solo in
minor parte va ad aumentare i redditi degli addetti agricoli e in infima parte
va ad aumentare i redditi delle persone meno abbienti fra di loro.
Gli sprechi
maggiori di risorse non sono quelli legati alla distruzione delle eccedenze di
produzione o i 1200 milioni di Euro spesi annualmente per convincere gli
agricoltori a non coltivare parte della loro superficie aziendale. Mantenendo
sul mercato aziende sottodimensionate ed inefficienti, il sostegno dei prezzi
agricoli concorre a mantenere alti costi medi di produzione, specialmente nei
paesi mediterranei dove la struttura produttiva è più polverizzata e poco
produttiva. Di conseguenza il costo
sociale maggiore di questa politica è di carattere strutturale, di lungo
periodo, i trasferimenti di reddito dalle famiglie non beneficiano nessuno ma
vanno a pagare i maggiori costi di produzione. Questo spreco di risorse è
stimato in oltre la metà del trasferimento di reddito generato dalle famiglie
al settore, sull’ordine di oltre 50 miliardi di Euro all’anno, oltre i due
terzi del valore aggiunto netto del settore agricolo.[10]
Dobbiamo infine
prendere atto che nel suo recente documento sulla “Strategia per l’integrazione
dei nuovi stati membri dell’Unione Europea” la Commissione propone di estendere
subito il livello di protezione esterna a tutti i nuovi paesi membri e di
estendere loro anche gli aiuti alla produzione (ex aiuti compensativi), diluiti
nell’arco di un decennio. Se questo squilibrato sistema di sostegno dei prezzi
agricoli non ha alcuna giustificazione economica per la nostra Europa a 15
membri, possiamo immaginare che senso abbia estenderlo ai paesi dell’Europa
Centro-Orientale che però hanno un potenziale di produzione agricola pari a
circa un terzo del nostro. Eccedenze, quote di produzione e ingenti sprechi di
risorse economiche saranno il brutto regalo annesso al nostro acquis communautaire. E’ difficile
pensare ad un’altra proposta di politica economica che nella storia
dell’umanità abbia un potenziale tanto alto di riduzione del benessere sociale
sia europeo che globale.
Riferimenti bibliografici
Comitato dei consumatori (1998) Opinione del Comitato dei Consumatori adottato l’8 dicembre 1998 sulla riforma della Politica Agricola Comune.
Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura
(2000). WTO Negotiations in Agriculture: a
Comprehensive Negotiating Proposal. Conclusion of the agricultural council 20-21
November 2000
BENELUX Belgio, Olanda e Lussemburgo, unione doganale.
D.G. Direzione Generale della Commissione Europea
GATT General Agreement on Trade and
Tariffs
OCM Organizzazione Comune dei Mercati
PAC Politica Agricola Comune
WTO World Trade Organization (OCM = Organizazione Mondiale per il Commercio)
UE Unione Europea
Appendice
Unione
Europea: assistenza ai singoli prodotti
(100% = prezzo alla frontiera)

Figura Italia:
Componenti dell'assistenza ai vari prodotti agricoli (Media 1996-98, miliardi
di lire)

Tabella 1 Italia,
origine e destinazione dei trasferimenti complessivi

Italia: destinazione dei
trasferimenti

[1] Ministero delle Politiche Agricole e
forestali (2002)
[2] Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura
(2000).
[3] EU Commission (2002).
[4] Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura
(2000).
[5] Ministero delle Politiche Agricole e
Forestali (2002), ……. Premessa. In effetti il modello è stato in crisi sin
dalle sue origini, come dimostra il Memorandum Mansholt del dicembre 1968,
quando non era nemmeno ancora completato il periodo di transizione per la
instaurazione delle Organizzazioni Comuni di Mercato (OCM) dei principali
prodotti.
[6] Ministero delle Politiche Agricole e
Forestali (2002), ……. Premessa.
[7] Ministero delle Politiche Agricole e
Forestali (2002), ……. 4 Conclusioni. Le evidenze in grassetto sono contenute
nel testo citato.
[8] Ministero delle Politiche Agricole e
Forestali (2002), ……. 4 Conclusioni
[9] Tarditi S. (2000) Consumer interests ….
[10] Tarditi, S. (2000) Consumer Interests
…..capitolo IX