Contributo a: IAI-ISPI "Annuario di Politica Internazionale 2001" Il Mulino, Bologna, 2002

 

 

IAI – Istituto Affari Internazionali

Annuario di Politica Internazionale 2001

 

 

Agricoltura

 

Sommario

1.           Introduzione................................................................................................................................................................. 1

2.           Un nuovo rapporto con i consumatori...................................................................................................................... 1

2.1         Evoluzione dei rapporti produttore-consumatore.............................................................................................. 1

2.2         La teoria e le dichiarazioni ufficiali di principio.................................................................................................. 2

2.3         Proposte concrete e applicazione pratica............................................................................................................ 2

3.           Riduzione del sostegno dei prezzi agricoli............................................................................................................ 3

3.1         Evoluzione del sostegno dei prezzi sul mercato comunitario........................................................................... 3

3.2         La teoria e le dichiarazioni ufficiali di principio.................................................................................................. 4

3.3         Proposte concrete e applicazione pratica............................................................................................................ 5

4.           Due concezioni diverse delle politiche settoriali.................................................................................................. 6

5.           La riforma istituzionale............................................................................................................................................. 7

6.           Considerazioni conclusive........................................................................................................................................ 8

 

 

 

1.      Introduzione

L’attuale dibattito di politica agraria è finalizzato alle prossime importanti scadenze: la revisione a medio termine della PAC ed in particolare del documento programmatico “Agenda 2000”, da realizzarsi nel secondo semestre 2002, i negoziati condotti in sede ‘Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), e  l’integrazione dei nuovi paesi membri, in particolare dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale (PECO) la cui entrata nell’Unione è prevista per il 2004.

Il nuovo governo insediatosi nel 2001 ha prodotto un primo documento programmatico sulla politica agricola italiana[1]  e gli aspetti internazionali di questa politica sono oggetto anche della politica agricola comune (PAC) decisa dal Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura dell’Unione europea (UE). I temi più rilevanti in discussione sono la creazione di un nuovo rapporto con i consumatori (discusso nel paragrafo §2) e la riduzione del sostegno dei prezzi agricoli (§3), argomento di fondo dove si confrontano due concezioni opposte della politica agraria (§4);

Nel 2001 è poi maturata la proposta di una “Convenzione sul futuro dell’UE” che dovrebbe ridisegnare gli aspetti istituzionali dell’Unione allargata (§5).

Questi temi verranno brevemente discussi anche per confrontare le posizioni ufficiali del governo nazionale e comunitario con le misure di politica economica realizzate o proposte.

2.      Un nuovo rapporto con i consumatori

2.1         Evoluzione dei rapporti produttore-consumatore

Nel Trattato di Roma che istituì la Comunità Economica Europea non si parla di “politica dei consumatori”, anzi, i consumatori vengono citati solo due volte: nella politica di concorrenza e nell’articolo 39 (ora art. 33 del Trattato consolidato), dove si elencano gli obiettivi della PAC, per tutelare il livello dei prezzi agricoli pagati dai consumatori.

Negli oltre quarant’anni di storia della UE la politica dei consumatori si sviluppò gradualmente: il “Servizio per la Politica dei Consumatori” passò dalla D.G. Concorrenza a quella dell’Ambiente, alla Presidenza del Consiglio. La Commissione Santer (1995 al 1999) istituì una apposita Direzione Generale (XXIV)  per la politica dei consumatori espandendola notevolmente. Questo recente sviluppo è stato favorito anche dall’accresciuta percezione da parte dei cittadini dei problemi connessi alla sicurezza alimentare, specialmente dopo emergenze come la “mucca pazza” e la “diossina”.

2.2         La teoria e le dichiarazioni ufficiali di principio

La politica dei consumatori si propone di tutelare l’interesse generale, tutti i cittadini sono anche consumatori e di conseguenza le organizzazioni dei consumatori sono le più adatte per tutelare gli interessi generali di fronte al prevalere di interessi di parte. L’articolo 153 del Trattato che istituisce la Comunità Europea sancisce che le politiche comunitarie non devono essere in contrasto con gli interessi dei consumatori. La Comunità deve inoltre controllare che gli interessi dei consumatori vengano perseguiti anche nelle politiche degli stati membri.

Negli ultimi anni sulla stampa e sugli altri mass-media le organizzazioni dei produttori agricoli hanno spesso dichiarato che il principale obiettivo dei produttori agricoli è l’interesse dei consumatori.

Anche nella “posizione italiana” sulla PAC si asserisce che “… da parte di tutti viene considerata indispensabile una politica che assuma con forza l’esigenza di un rapporto nuovo con i consumatori, e ne sappia cogliere le richieste in modo nitido, ripristinando pienamente il rapporto di fiducia fra cittadini europei e l’agricoltura, che negli ultimi anni si è sensibilmente incrinato.”

2.3         Proposte concrete e applicazione pratica

Come si è sistematicamente verificato negli ultimi decenni, a dichiarazioni ufficiali del tutto condivisibili e rivolte all’interesse comune, fanno riscontro documenti specifici e realizzazioni di politica agraria frequentemente in contrasto con l’interesse generale. Molto spesso le decisioni prese sono state in contrasto anche con l’interesse della maggior parte dei produttori agricoli, specialmente se concepito in un’ottica non solo immediata, di breve termine, ma comprensiva del medio e lungo termine.

Purtroppo anche nell’attuale posizione italiana e nei documenti proposti dalla Commissione Europea sul commercio internazionale[2] e sulla strategia di allargamento dell’Unione ai paesi dell’Europa Centro-Orientale[3] si ritrova uno spiccato atteggiamento di parte, in contrasto con le dichiarazioni di principio e con gli interessi dei consumatori. L’attenzione degli operatori politici è spesso focalizzata sugli aspetti relativi alla sicurezza sanitaria, mentre non si valutano i costi economici impliciti nella politica di sostegno dei prezzi agricoli che sono in netto contrasto con gli interessi economici dei consumatori.

Il sostegno dei prezzi agricoli alla produzione, che costituisce la parte fondamentale e più rilevante della PAC, è stato ampiamente criticato nell’EU-15 dalla stessa Commissione e da numerosi studiosi sia in termini di inefficienza, in quanto peggiora l’allocazione delle risorse e genera ingenti sprechi di denaro pubblico, che di iniquità in quanto peggiora la distribuzione del reddito, e anche in termini di sostenibilità, in quanto favorisce un maggiore inquinamento dell’ambiente.

Anziché ridurre rapidamente questo sostegno nella EU-15, la Commissione europea propone ora di estendere questo acquis communautaire, ai paesi dell’Europa Centro-orientale con la prospettiva di generare anche in quei paesi le stesse conseguenze negative sul benessere generale sperimentate negli ultimi decenni da noi. Questa estensione della PAC genererà un ulteriore spreco di risorse ed aumenterà sensibilmente i trasferimenti dai contribuenti della EU-15 ai nuovi paesi membri. L’agricoltura ha ancora un’importanza notevole nella loro economia  ed il loro basso livello di reddito contribuirà solo modestamente al bilancio dell’UE allargata. 

3.      Riduzione del sostegno dei prezzi agricoli

3.1         Evoluzione del sostegno dei prezzi sul mercato comunitario

Gli sviluppi recenti

Fino agli anni novanta il livello di sostegno dei prezzi agricoli nella UE è variato relativamente poco, spesso in rapporto alla forza politica dei gruppi di pressione dei vari comparti produttivi, tanto che attualmente non esiste alcuna logica economica che giustifichi un sostegno dei prezzi alla produzione di oltre il 100% rispetto al prezzo internazionale per prodotti come il grano duro, i semi oleosi, lo zucchero, il latte, la carne bovina, ed un sostegno molto più basso, inferiore al 30% per i prodotti ortofrutticoli, ad esempio. I prezzi ricevuti dai produttori non indicano più le esigenze del consumatore, ma piuttosto il livello di forza contrattuale dei gruppi di pressione dei vari comparti produttivi.

Anche al fine di facilitare la conclusione dei negoziati in sede GATT dell’Uruguay Round, nel 1992 la Commissione Europea propose una radicale riforma di alcuni principali regimi di mercato: i cereali e i semi oleosi. Venne abbattuta la protezione esterna, in modo da ridurre i prezzi sul mercato comunitario di quasi un terzo. Ciò ha permesso di concludere nel 1994 i negoziati GATT-WTO dove veniva appunto realizzata in tutti i paesi membri del GATT una riduzione del 36% della protezione esterna per i prodotti agricoli. Si iniziava quindi anche per i prodotti agricoli una liberalizzazione dei mercati internazionali che negli ultimi decenni aveva già avuto pieno successo in termini di sviluppo economico e di espansione del commercio internazionale per i prodotti industriali, il cui livello di protezione tariffaria esterna è stato ridotto a meno del 5% in media.

Per evitare uno shock troppo repentino sui redditi dei produttori vennero istituiti dei pagamenti compensativi che avrebbero dovuto favorire una ristrutturazione della produzione compatibile col nuovo sistema di prezzi agricoli, divenuti molto più vicini ai prezzi correnti sui mercati internazionali. Questi pagamenti diretti, benché erogati in base agli ettari coltivati ed alla loro resa media, invece che in base alla quantità effettivamente prodotta ogni anno, costituivano ancora una sussidio ai vari comparti produttivi per cui non erano coerenti con gli accordi GATT. Dovevano quindi essere inclusi nella “scatola arancione” che raccoglie le politiche da eliminarsi perché distorsive del sistema dei prezzi internazionali,

Tuttavia pur di concludere i negoziati, non potendo inquadrare questi aiuti compensativi  nella “scatola verde”, che include le politiche che non distorcono il mercato, vennero inclusi  in una speciale “scatola blu” ed accettati in via provvisoria nell’accordo agricolo firmato a Marrakesh fino ai nuovi negoziati WTO che si sarebbero dovuti iniziare nel 1999.

La natura transitoria di questi pagamenti compensativi era evidente, altrimenti la riduzione delle tariffe doganali non avrebbe avuto gli effetti desiderati a livello dell’offerta e non si sarebbe potuto ristrutturare il sistema produttivo. Vari commissari all’agricoltura misero in guardia gli agricoltori avvertendoli che nel 2000 non si potevano certo ancora compensare i produttori per riduzioni di prezzo avvenute nei primi anni novanta! Tuttavia in pratica non fu presa alcuna precisa decisione per ridurre questi aiuti compensativi ogni anno fino ad annullarli.

3.2         La teoria e le dichiarazioni ufficiali di principio 

 Nel loro recente documento sulla posizione da tenere nelle contrattazioni WTO[4], i ministri agricoli dell’UE dichiarano innanzitutto il loro pieno contributo per un continuo e sostenuto sviluppo economico sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo: la riforma della PAC e del commercio internazionale hanno il preciso obiettivo di aumentare i livelli di vita attraverso un ulteriore liberalizzazione ed espansione del commercio.

In primo luogo si intende favorire l’accesso ai mercati per tutti i membri del WTO, seguendo le modalità già sperimentate nella applicazione degli accordi dell’Uruguay Round. Per quanto riguarda la concorrenza nelle esportazioni la si vuole più completa e lineare. Dovrebbero essere regolamentati non solo i sussidi alle esportazioni, ma anche i crediti all’esportazione e gli aiuti alimentari che non devono servire solo a smaltire le eccedenze. E’ importante che questi aiuti non danneggino la produzione e il mercato dei prodotti agricoli nei paesi che li ricevono.

L’atteggiamento verso i paesi in via di sviluppo è molto favorevole, si propone di permettere loro un maggiore accesso ai mercati, maggiori tempi di adattamento alla riforma e, per i paesi meno sviluppati, un accesso al mercato europeo totalmente libero da dazi anche per i prodotti agricoli.

Il documento che presenta la posizione italiana è anche più preciso nel condannare il modello di sostegno dei prezzi: “Questo modello è entrato in crisi sin dalla fine degli anni settanta perché la fissazione di prezzi d’intervento troppo elevati ha stimolato una crescita incontrollata della produzione, con costi di smaltimento sempre più elevati”.[5]

Ancora una volta sul piano delle dichiarazioni di principio l’obiettivo perseguito sembra essere il benessere di tutti i cittadini della UE, coerentemente con i principi enunciati nel Trattato che istituisce la Comunità Europea e con numerosissime altre dichiarazioni ufficiali.

3.3         Proposte concrete e applicazione pratica

Nonostante le dichiarazioni di principio, in pratica le posizioni comunitaria ed italiana non sono però così aperte allo sviluppo del commercio internazionale come potrebbe sembrare.

La posizione comunitaria

Nella posizione del Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura dell’Unione si ammette che i sussidi all’esportazione sono particolarmente distorsivi del commercio internazionale, tuttavia si dichiara che la Comunità Europea è disposta a negoziare ulteriori riduzioni del sostegno solo se viene mantenuta la “scatola blu”. A giustificazione della richiesta di mantenere la “scatola blu”, cioè in pratica gli aiuti compensativi per la riduzione dei prezzi del 1992, si afferma che questi aiuti sono meno distorsivi del tradizionale sostegno dei prezzi di mercato e degli aiuti concessi in base alla quantità prodotta o all’uso dei mezzi di produzione (carburanti, concimi, ecc.).

Questa affermazione è vera in quanto gli aiuti compensativi sono correlati alla superficie coltivata o al numero di capi di bestiame, quindi non risentono delle variazioni annue delle rese unitarie rispetto alla loro media, e sono quindi un po’ meno correlati all’offerta del sostegno dei prezzi o degli aiuti basati sulla quantità prodotta. Tuttavia questo confronto con gli strumenti classici di sostegno sembra pretestuoso, il confronto dovrebbe essere fatto con la riduzione pura e semplice del sostegno sia al consumo che alla produzione. In questo caso , allora apparirebbe evidente che gli aiuti compensativi presentano ancora un forte effetto distorsivo sui mercati.

Se i produttori ricevono un aiuto diretto che neutralizza in pratica la riduzione di reddito conseguente la riduzione del prezzo di mercato, l’effetto di ristrutturazione del sistema produttivo viene completamente frustrato. L’offerta dei vari prodotti rimane sostanzialmente immutata e il sistema congiunto mercato + sussidi continua a dare ai produttori segnali distorti e sbagliati, che non riflettono le reali esigenze dei consumatori e del mercato.

La posizione italiana

Il  documento italiano è ancora più schierato per il mantenimento della “scatola blu” e per sostenere questa tesi non esita a fare dichiarazioni discutibili e incoerenti: “Mentre il sostegno dei prezzi si concretizza in misure “accoppiate” alla produzione (perché danno luogo ad un sostegno che è proporzionale al volume della produzione) gli aiuti diretti per i cereali e le carni bovine sono “disaccoppiati” (perché l’ammontare dell’aiuto prescinde dal volume della produzione realizzata). Ciò determina una diversa classificazione delle predette misure nella attuale regolamentazione del WTO: i sostegni al prezzo sono considerati interventi che distorcono il mercato (come tutte le misure accoppiate) e devono essere progressivamente ridotti, mentre le misure disaccoppiate possono essere, a determinate condizioni, esenti da riduzione. Il passaggio dal sostegno dei prezzi agli aiuti diretti ha quindi concretizzato un parziale disaccoppiamento della PAC.”[6] 

Su queste premesse si arriva alla conclusione che: “…in questa fase si deve esprimere un giudizio negativo nei confronti del disaccoppiamento totale delle misure di mercato”. Con riferimento all’allargamento si conclude: “ …..va espresso un fermo rifiuto nei riguardi della degressività, qualunque sia la formulazione utilizzata e la entità delle riduzioni ipotizzate.” [7]

Questa posizione viene addolcita nei paragrafi successivi. “….occorre chiedersi fino a che punto sia logico mantenere una differenziazione del sostegno fra aziende, fondata sulle rese storiche, che cristallizza una situazione di vantaggio per le regioni produttive ove le rese sono più elevate. Un tale approccio poteva essere a suo tempo giustificato dalla esigenza di compensare la riduzione del prezzo d’intervento, ma oggi dovremmo riflettere sulla opportunità di eliminare progressivamente la differenziazione del sostegno…. [8]

4.      Due concezioni diverse delle politiche settoriali

Se mettiamo a confornto le posizioni di fondo del nostro Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e del Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura dell’UE con l’impostazione ed i principi generali che hanno guidato prima il GATT e poi il WTO nel favorire una maggiore liberalizzazione dei mercati ed un maggior sviluppo economico, notiamo una concezione di fondo chiaramente differente.

La concezione del WTO mira al benessere sociale, nazionale e globale, senza discriminare fra i cittadini. Non è “liberista” ad oltranza, né contraria all’intervento pubblico, come la si dipinge a volte, per poterla criticare. L’intervento pubblico è del tutto lecito e lodevole, purché corregga eventuali cattivi funzionamenti del mercato, smantelli le esternalità negative dell’attività economica (inquinamento, ecc.) che riducono il benessere generale, favorisca, anche con sussidi diretti, le esternalità positive (misure ambientali, ecc.) che il mercato non remunera direttamente, favorisca lo sviluppo economico (aggiustamento strutturale, ecc.), riduca le sperequazioni di reddito (ridistribuzione a livello interpersonale, interregionale, ecc.). Le misure di politica agraria che rispondono a questi requisiti sono moltissime e sono incluse nella “scatola verde”. Le politiche di sviluppo rurale, il così detto “secondo pilastro della PAC” ad esempio, sono in larga parte chiaramente classificabili nella scatola verde.

L’accordo GATT del 1994 sull’Agricoltura si propone di ridurre gradualmente fino a smantellare le misure non trasparenti che distorcono i mercati, che gravano sui consumatori, che finiscono col ridurre il benessere collettivo sia a livello nazionale che globale. In altre parole non si accetta un intervento pubblico che favorisca certi cittadini ad un costo molto più elevato per altri cittadini senza una buona ragione in termini di benessere generale. Non si possono dare in eterno sussidi ai produttori di  cerali o di semi oleosi senza alcuna motivazione di carattere generale, in ultima analisi solo perché questi cittadini sono “produttori di cereali”, come non si può proteggere il mercato interno fino a raddoppiare il prezzo di mercato dei produttori di latte o dei produttori di zucchero senza una ragione di carattere generale.

Nonostante tutte le numerose dichiarazioni di principio, la posizione del nostro Ministero delle Politiche Agricole e del Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura dell’Unione Europea appare in pratica una posizione di parte, settoriale ed anche contraddittoria con i principi di fondo enunciati.

Questa posizione in teoria è a favore dello sviluppo del commercio internazionale ma in pratica è contraria allo smantellamento degli aiuti compensativi, ora chiamati semplicemente “aiuti diretti” che essendo proporzionali alla superficie investita a cereali o al numero di capi di bestiame allevato sono palesemente accoppiati al volume della produzione e quindi distorsivi del mercato e contrari allo sviluppo di un leale commercio internazionale. A poco servono tutte le disquisizioni più o meno pretestuose per dimostrare che, essendo questi aiuti calcolati su rese medie e non sulle rese effettive, non sono “esattamente” proporzionali alla produzione effettiva di ogni anno. Non sono queste infime variazioni delle rese che distorcono i mercati, quanto gli ingenti investimenti fatti dagli agricoltori in attività produttive non richieste dal mercato in conseguenza degli aiuti diretti.

 

Per non sottoporre i produttori alle leggi del mercato, che comportano necessarie ristrutturazioni e riduzioni di rendite parassitarie, gli operatori politici, evidentemente influenzati dai gruppi di pressione, non esitano a stravolgere anche le regole di buon senso (come la necessità di ridurre il sostegno dei prezzi se per vari anni consecutivi si stanno sistematicamente distruggendo eccedenze di produzione, o si sta limitando la superficie coltivata) ed a scaricare sui consumatori e sulle famiglie europee oneri finanziari ed economici enormi. La PAC nel suo complesso costa ad una famiglia di quattro persone oltre 1000 Euro all’anno[9] e solo una parte minore di questo costo è giustificabile in base ai parametri WTO.

Anziché gestire le politiche settoriali nell’interesse congiunto del settore e della collettività si preferisce adottare una strategia parassitaria che, per favorire specialmente alcuni gruppi di produttori, danneggia in proporzioni molto maggiori i consumatori, le famiglie e l’intera collettività.

5.      La riforma istituzionale

Le ragioni di fondo di questa concezione di parte della nostra politica agraria sia a livello nazionale che comunitario non sono da ricercarsi tanto nei governi o nei ministri dell’agricoltura quanto nelle istituzioni nazionali e specialmente europee.

Il processo decisionale che porta alla formulazione della politica agraria è largamente controllato da persone direttamente interessate all’espansione o alla non-riduzione, delle dimensioni del settore e dei finanziamenti di cui gode. Decisioni come il livello di sostegno dei prezzi agricoli anche se gravano sui consumatori sono prese a livello europeo prevalentemente dal Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura, a cui fanno parte solo i ministri dell’agricoltura dei vari paesi. A livello nazionale il consiglio dei ministri è composto anche dal ministro delle finanze e del tesoro, che possono contrastare eventuali proposte di altri ministri eccessivamente corporative ed a scapito della collettività, purtroppo questa difesa istituzionale del bene comune non è presente in modo altrettanto efficace a livello europeo.

Nonostante i consumatori paghino i costi del sostegno dei prezzi, le associazioni dei consumatori non hanno mai avuto praticamente modo di esprimere efficacemente la loro opinione in materia di politica agraria. Inoltre, la ex Direzione Generale XXIV, “politiche dei consumatori” è ora unita alla Sanità e vede gli interessi dei consumatori prevalentemente sotto il profilo della sicurezza sanitaria, trascurando troppo spesso gli aspetti economici delle politiche settoriali che danneggiano i consumatori, nonostante i principi enunciati dal già citato articolo 153 del Trattato che istituisce la Comunità Europea.

La PAC è inoltre la conseguenza di molte altre anomalie istituzionali. Le decisioni relative al commercio internazionale sono prese per i settori produttivi dal Commissario per il Commercio, ma non per l’agricoltura, dove il peso del Commissario all’Agricoltura è prevalente. Le decisioni della politica ambientale sono prese per tutti i settori dal Commissario all’Ambiente, ma la politica agraria rivendica una forte competenza per le politiche ambientali nelle aree rurali. Il principio generale “chi inquina paga”, ad esempio, viene applicato estensivamente in tutti i settori di produzione, meno che in agricoltura, dove di norma si danno ulteriori sussidi a chi inquina perché smetta di inquinare.

L’articolo 81 del Trattato istitutivo della Comunità Europea è estremamente chiaro nel definire le regole di concorrenza che sono state la base del mercato comune europeo e stabilisce l’incompatibilità con il mercato comune di intese volte a fissare i prezzi di acquisto o di vendita o dirette a controllare la produzione. E’ incompatibile col mercato comune: fissare direttamente o indirettamente i prezzi di acquisto o di vendita, limitare o controllare la produzione, ecc. In agricoltura i prezzi sono addirittura fissati dal Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura e con scarso riferimento alle condizioni del mercato, abbiamo quote di produzione per lo zucchero e il latte, e vari altri prodotti sono soggetti a vincoli alla produzione per limitarne l’offerta sul mercato. Per importanti prodotti come il latte e lo zucchero viene definito per via amministrativa tanto il prezzo che la quantità, cosa che nessun monopolista potrebbe fare, in quanto un monopolista può controllare solo il prezzo o la quantità. Questa situazione ha riferimenti solo nelle economie di guerra o nelle economie centralizzate, che peraltro hanno avuto scarso successo sul piano economico.

In generale le decisioni di politica economica dovrebbero essere prese da istituzioni ad orientamento orizzontale (ad esempio il Ministero dell’Economia), che considerino gli interessi di tutte le componenti della collettività, mentre le istituzioni di chiara matrice settoriale (come il Ministero dell’Agricoltura) dovrebbero avere un potere decisionale solo su questioni tecniche, che non comportino grossi effetti ridistributivi a livello intersettoriale.

Una riforma istituzionale è quindi assolutamente necessaria per curare alla radice il processo di formulazione della politica agraria comunitaria e nazionale. Questo processo è ancora profondamente distorto a favore degli interessi particolari di alcune categorie di produttori che godono di una rappresentazione esorbitante rispetto ad altre forze sociali che difendono invece gli interessi della collettività nel suo complesso

6.      Considerazioni conclusive

La considerazione più triste sulla attuale politica agraria deriva dalla constatazione che l’elevato costo sostenuto dalle famiglie per sostenere l’agricoltura solo in minor parte va ad aumentare i redditi degli addetti agricoli e in infima parte va ad aumentare i redditi delle persone meno abbienti fra di loro.

Gli sprechi maggiori di risorse non sono quelli legati alla distruzione delle eccedenze di produzione o i 1200 milioni di Euro spesi annualmente per convincere gli agricoltori a non coltivare parte della loro superficie aziendale. Mantenendo sul mercato aziende sottodimensionate ed inefficienti, il sostegno dei prezzi agricoli concorre a mantenere alti costi medi di produzione, specialmente nei paesi mediterranei dove la struttura produttiva è più polverizzata e poco produttiva.  Di conseguenza il costo sociale maggiore di questa politica è di carattere strutturale, di lungo periodo, i trasferimenti di reddito dalle famiglie non beneficiano nessuno ma vanno a pagare i maggiori costi di produzione. Questo spreco di risorse è stimato in oltre la metà del trasferimento di reddito generato dalle famiglie al settore, sull’ordine di oltre 50 miliardi di Euro all’anno, oltre i due terzi del valore aggiunto netto del settore agricolo.[10]

Dobbiamo infine prendere atto che nel suo recente documento sulla “Strategia per l’integrazione dei nuovi stati membri dell’Unione Europea” la Commissione propone di estendere subito il livello di protezione esterna a tutti i nuovi paesi membri e di estendere loro anche gli aiuti alla produzione (ex aiuti compensativi), diluiti nell’arco di un decennio. Se questo squilibrato sistema di sostegno dei prezzi agricoli non ha alcuna giustificazione economica per la nostra Europa a 15 membri, possiamo immaginare che senso abbia estenderlo ai paesi dell’Europa Centro-Orientale che però hanno un potenziale di produzione agricola pari a circa un terzo del nostro. Eccedenze, quote di produzione e ingenti sprechi di risorse economiche saranno il brutto regalo annesso al nostro acquis communautaire. E’ difficile pensare ad un’altra proposta di politica economica che nella storia dell’umanità abbia un potenziale tanto alto di riduzione del benessere sociale sia europeo che globale.

 

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Comitato dei consumatori (1998) Opinione del Comitato dei Consumatori adottato l’8 dicembre 1998 sulla riforma della Politica Agricola Comune.

Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura (2000). WTO Negotiations in Agriculture: a Comprehensive Negotiating Proposal. Conclusion of the agricultural council 20-21 November 2000

EU Commission (2002). Enlargement and Agriculture: an integration strategy for EU’s new member states  (Doc IP/02/176 , 30 – 1 – 2002)

Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (2002, gennaio).  La politica agricola verso la revisione di medio termine di Agenda 2000 – la posizione italiana. Documento diffuso alle organizzazioni sindacali e alla stampa.

Tarditi, S. (2000) La Politica Agraria. In Aliboni et al. (a cura di) L’Italia e la politica internazionale. IAI, ISPI, Il Mulino.

Tarditi S. (2000) Consumer Interests in the CAP, EU Commission D.G. SANCO, Università di Siena

 

 

Lista degli acronimi

 

BENELUX  Belgio, Olanda e Lussemburgo, unione doganale.

D.G.              Direzione Generale della Commissione Europea

GATT          General Agreement on Trade and Tariffs

OCM            Organizzazione Comune dei Mercati

PAC             Politica Agricola Comune

WTO           World Trade Organization (OCM = Organizazione Mondiale per il Commercio)

UE               Unione Europea

 


Appendice

 

Unione Europea:  assistenza ai singoli prodotti (100% = prezzo alla frontiera)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura  Italia: Componenti dell'assistenza ai vari prodotti agricoli (Media 1996-98, miliardi di lire)

 

Tabella  1    Italia, origine e destinazione dei trasferimenti complessivi

 

Italia: destinazione dei trasferimenti



[1] Ministero delle Politiche Agricole e forestali (2002)

[2] Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura (2000).

[3] EU Commission (2002).

[4] Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura (2000).

[5] Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (2002), ……. Premessa. In effetti il modello è stato in crisi sin dalle sue origini, come dimostra il Memorandum Mansholt del dicembre 1968, quando non era nemmeno ancora completato il periodo di transizione per la instaurazione delle Organizzazioni Comuni di Mercato (OCM) dei principali prodotti.

[6] Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (2002), ……. Premessa.

[7] Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (2002), ……. 4 Conclusioni. Le evidenze in grassetto sono contenute nel testo citato.

[8] Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (2002), ……. 4 Conclusioni

[9] Tarditi S.  (2000) Consumer interests ….

[10] Tarditi, S. (2000) Consumer Interests …..capitolo IX